DANTE700 – DANTE CORRETTO, ovvero: COME SI SFONDA UNA PORTA APERTA | Prof. Luciano Pranzetti

In questo clima asfittico e per taluni versi mefitico, è con grande gioia e riconoscenza che ospitiamo uno scritto del Prof. Luciano Pranzetti. Il suo dono per noi, è un grande stimolo alla riflessione sulle vette dantesche ed a proseguire con rigore il lavoro sin qui svolto.

Ha destato scalpore e stupore l’intervista rilasciata dalla prof.ssa Teodolinda Barolini – Columbia University N.Y. – al giornalista del quotidiano DOMANI (Marzo 201) Bruno Giurato. Scalpore e stupore non tacendo indignazione e un senso di compatimento. E perché? Perché fra le tante corbellerie sparate dalla suddetta docente – Dante lussurioso, Dante rivoluzionario, Dante astuto, maliziosetto a tal misura da evitare la censura con l’uso accorto dell’allegoria, Dante beone, Dante radicale anticonformista – vi si legge un’ affermazione corretta, ma uscita inconsapevolmente malgré lui a dimostrazione della scarsa o nulla conoscenza della teologia cattolica di cui è permeata e intessuta la Commedia, che nel modo, nel contesto e nell’intenzione sottesa con cui è rilasciata, vira nel senso opposto alla verità, funzionale all’apologia della cultura “arcobaleno”, cioè – lo si dica chiaramente – “pro domo LBGT”.

 Ed ecco: alla domanda del secolo: “È presumibile che ci siano omosessuali in Paradiso?” Segue la risposta: “Non è presumibile, è così. Tutte le anime del Purgatorio stanno preparandosi per il Paradiso”. 

   Certamente, le anime che stazionano nel Purgatorio sono destinate al paradiso, non prima di aver espiato nei tormenti “temporanei” del luogo i rispettivi peccati e purgato le ultime loro scorie. Niente di strano che anche i sodomiti – modo anglico: gay– citati in Pg. XXVI e posti nell’ultima cornice, siano destinati al Paradiso. La prof.ssa sfonda una porta aperta illudendosi, e illudendo il mondo, di dire cosa eccezionale e di rivelare cosa nuova col gettare un umbratile sospetto di contiguità del Poeta a tale peccato. Ma si sarebbe risparmiata il ridicolo e, diciamolo, la vergogna se, pur non conoscendo la dottrina cristiana sulla misericordia di Dio, avesse rammentato le parole di Manfredi d’Altavilla il quale, nel presentarsi a Dante quale peccatore e morto scomunicato, così parla: “Poscia ch’io ebbi rotta la persona / di due punte mortali, io mi rendei, / piangendo a quei che volontier perdona. / Orribil furon li peccati miei / ma la bontà infinita ha sì gran braccia / che prende ciò che si rivolge a lei” (Pg. III, 118/123). La stessa misericordia con cui Bonconte da Montefeltro è accolto in Purgatorio solo per aver, nel momento di perder “la vista e la parola”, cioè un attimo prima di morire “nel nome di Maria” chiude l’avventura della sua vita (Pg. V, 100/101). La stessa misericordia con cui Cristo perdonò il ladrone pentito promettendogli di portarlo seco nel regno di Dio (Lc. 23,42/43), la stessa misericordia con cui Cristo perdona l’adultera (Gv. 8, 10/11), la stessa misericordia con cui redime Levi facendone Matteo, il suo Evangelista (Mt.9, 9), con cui salva Zaccheo, il rapace esattore (Lc. 19, 5/10) con cui cambia il persecutore Saulo in Paolo, l’apostolo delle genti (Atti 9, 4/6), con cui fa del dissipato Agostino il grande Padre e Dottore della Chiesa (Conf. IX, 6), la stessa misericordia con cui dona all’uomo la caparra di salvezza mediante l’istituzione dell’Eucaristìa e, non meno, mediante la devozione dei primi venerdì di 9 mesi consecutivi.  E ciò basti.

 Ora, per chiarire la “faccenda” degli omosessuali in Paradiso: se un assassino, un bestemmiatore, un ghiottone, un eretico ottiene, se sinceramente e profondamente pentito – anche nell’estremo punto di morte – il perdono di Dio, non si vede dove stia il trionfalistico carattere di straordinaria scoperta nell’affermazionecon cui la Barolini asserisce questa verità riguardo ai sodomiti. Se avesse tenuto a mente il passo in cui Dante osserva come gli siastata cancellata la memoria dei suoi peccati mercé il lavacro nel fiume Lete – “Non mi ricorda / ch’i’ stranïasse me giammai da voi / né honne coscïenza che rimorda” (Pg. XXXIII, 91/93) – non avrebbe risposto al giornalista con quella emozione vibrante e tesa avvertita nel contesto del dialogo. Perché vi è differenza tra l’omosessuale che fa, della sua tensione, pratica e stile di vita persistendo usque ad mortem e l’omosessuale che, per grazia di Dio, riconosce la sua colpa chiedendone perdono. Questi, riscattatosi attraverso l’espiazione purgatoriale andrà in Paradiso, ma non come “omosessuale”, ma come anima beata di un regno dove non esistono parentele e legami genetici, dove non v’è ricordo o marchio di trascorse colpe, dove tutti son come gli angeli del Signore (Mc. 12, 25), l’altro invece avrà, nei suoi tormenti eterni, sempre davanti a sé come eterna memoria, l’essere stato ciò per cui è ora dannato. Cioè, egregia prof.ssa, tanto per semplificare: in Paradiso non vi stanno “omosessuali”o peccatori altri. Essi, per la ragione sopra espressa, sono tali solo nell’Inferno.

  Il Paradiso è vietato ai peccatori di qualsiasi categorìa, ad onta di quanto, invece, subdolamente e mielosamente affermò Papa Francesco Bergoglio quando, in occasione di una visita al convento delle Clarisse di Castel Gandolfo, se ne uscì, nel consueto suo parlare “a braccio”, dicendo: “La notte, quando nessuno vede e nessuno sente, Maria apre la porta del Paradiso e fa entrare tutti. Maria sta all’interno della porta del Paradiso, san Pietro non sempre apre quando arrivano i peccatori e allora Maria soffre un po’, però rimane lì. E poi, quando Pietro non vede, è lei ad aprire la porta” (Radio Vaticana, 15 agosto 2013). In questo caso, solo in questo i “gay” stanno in Paradiso in quanto tali. Ma è soltanto uno dei tanti banali, disastrosi e dannosi spropositi, teologici e mariologici, di questo Pontefice. Ben altro è il parere di San Paolo, così come chiaro e distinto si legge in I Cor. 6, 9/10: “Non sapete voi che gli ingiusti non possederanno il regno di Dio? Attenti a non illudervi: né fornicatori, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapitori saranno eredi del regno di Dio” ove ben s’intende come il regno divino è negato e vietato a quanti persistono nel peccato, fino all’ultimo. Salvo il pentirsi e l’espiare.

  Pertanto, gentile prof. ssa Barolini, la sua risposta al giornalista, lungi dall’essere una rivelazione di chissà quale verità segreta, si qualifica e si pone come la classica scoperta di cosa più che nota, ma da lei rovesciata, rivestita di carattere straordinario, per i motivi che abbiamo, a suo pro’ e di quanti stazionano nell’ombra dell’ignoranza, sopra esposti. Non è una bella figura per lei che si ritiene “dantista”.            

Prof. Luciano Pranzetti – Aprile 2021