I tre giorni della Merla – 29, 30 e 31 Gennaio | Le riflessioni di Paolo Paron

L’antica leggenda de: I tre giorni della Merla
Faceva molto freddo quell’inverno, il suolo era duro, gelato e la neve in alti cumuli ricopriva tutta la foresta e le radure. Compare Merlo e Comare Merla erano veramente affamati, da giorni non riuscivano più a trovare bruchi o vermi, bacche o altro cibo commestibile. I due volatili erano dimagriti molto e svolazzavano di qua e di là, senza posa, praticamente invisibili, perché si mimetizzavano perfettamente fra il suolo bianco e il cielo grigio, grazie alla loro livrea bianca candida. Sì, perché a quel tempo, i merli erano proprio bianchi, come la neve. Senza sosta continuavano a vagare, becchettando fra ceppaie e vecchi tronchi, quando tutto a un tratto, hanno visto sbucare da un pertugio della Roccia Antica, la coppia di gazze, belle panciute e cicciottelle e con il becco ricolmo di pietre luccicanti. I due merli quatti, quatti, le hanno seguite ed hanno visto che le due birbanti, dopo essersi guardate intorno, con fare circospetto, hanno calato tutto il contenuto dei loro becchi dentro una fessura della vecchia quercia, che sorgeva in mezzo alla radura, quella che tutti chiamavano del Grande Orso, perché a primavera tutto il suolo si ricopriva di profumate foglie di aglio ursino e il grosso plantigrado, appena uscito dal lungo letargo invernale, se ne cibava a sazietà e si grattava spesso la schiena sul ruvido tronco contorto.
Con fare indifferente i due merli si sono avvicinati e Comare Merla così ha apostrofato le due gazze, ora più rilassate e tranquille: «Buongiorno Comare Gazza, buongiorno Compare Gazza, come va? Eh, siete belle in carne, nonostante il grande gelo di quest’anno, qual è il vostro segreto?» Le due gazze, scaltre ed astute, avevano ormai capito di essere state seguite e scoperte, così, con uno sguardo d’intesa, hanno deciso di rendere partecipi, i due emaciati e indesiderati ospiti, del loro segreto.
«Oh, se sapeste! Anche noi, fino a due settimane fa, abbiamo patito una fame nera», ha cominciato Comare Gazza, chinandosi un po’ e parlando sottovoce, per non essere udita da orecchie indiscrete, «poi, per ripararci dal freddo che ci gelava le penne, una sera ci siamo intrufolati in un passaggio, è proprio una piccola fessura quasi invisibile, nella Roccia Antica…», «e quella è stata la nostra fortuna!» Ha continuato Compare Gazza, tutto orgoglioso. «Dopo un lungo corridoio, buio e stretto, che sembra non finire mai, abbiamo raggiunto una enorme caverna e, dentro a questa, abbiamo trovato un grande focolare in cui bruciava un fuoco senza legna, perché le fiamme salivano da sotto il camino, come provenissero dalle viscere della terra. Ci ha accolto un bel tepore e, tutto intorno, c’erano lunghi tavoli, imbanditi con ogni possibile cibo commestibile. Davanti al fuoco, su una poltrona, era seduta una grande figura con lunghi capelli bianchi ed anche una lunga barba bianca, era tutta ricoperta di pellicce soffici e candide anche loro, ci ha accolto molto freddamente dicendoci con voce ruvida: «Buongiorno a voi, non siete i benvenuti, ma potete fermarvi quanto volete, scaldarvi e mangiare tutto quello che trovate sui vassoi. Dovete rispettare due soli divieti: non dovete aprire, per nessuna ragione, quella porta che vedete alle mie spalle, perché in quel caso la mia collera vi distruggerà, e mai sfiorare, toccare e neppure rubare i gioielli che si trovano in quel forziere di fianco al grande camino. Se toccherete anche una sola pagliuzza d’oro, io me ne accorgerò, perché il mio tesoro lascia sempre segni indelebili, su chiunque se ne appropri!»
«Noi ormai usciamo ed entriamo da quel pertugio ogni volta che ci aggrada», ha ripreso Comare Gazza, «se abbiamo fame ci rimpinziamo a dovere e poi usciamo sempre portandoci dietro un piccolo regalo, che ci servirà poi, quando saremo vecchi ed in età da pensione! Provate, provate anche voi e poi ci ringrazierete!»
Le due gazze ora ridevano contente e si davano di gomito, con le ali dalle remiganti screziate di nero, che brillavano al freddo sole invernale.
I due merli hanno ringraziato per le informazioni ricevute e si sono avviati subito, in volo, verso la Roccia Antica. Giunti davanti al pertugio, Compare Merlo si è fermato.
«Perdona solo una domanda», ha chiesto pensieroso il merlo alla sua consorte, grattandosi il mento con l’ala, «hai notato la gola nera, le strisce nere lungo le ali, la coda completamente nera di queste due gazze, che sono state sempre così perfettine e attente alla loro pulizia. Mi ricordo che, fino al mese scorso, andavano così fiere e altezzose della loro candida livrea! Ti guardavano schifate se solo avevi un po’ di terra sulle zampe ed oggi, girano sporche e macchiate, senza nessuna preoccupazione».
«Eh sì, hai ragione, ho notato anch’io quanto fossero sporche di nero», ha risposto lei sorridendo «ma ho notato anche quanto fossero grasse e pasciute. Credo che si siano sporcate lungo il percorso per arrivare alla grotta, ma entriamo in fretta, perché la fame ed il freddo ci faranno morire molto presto, mentre la fuliggine alla fine si lava facilmente con le piogge della bella stagione!»
Arrivati in fondo al cunicolo, sono entrati timidamente nella grande grotta e già il tepore li ha un po’ rinfrancati poi, dopo aver ascoltato gli ammonimenti, mormorati con voce profonda, dal gigante bianco, seduto sulla poltrona, si sono gettati sui tavoli imbanditi ed hanno mangiato veramente a quattro palmenti. Ogni tanto l’omone impellicciato sollevava lo sguardo dal grosso tomo che stava leggendo, guardava per un momento i due bianchi uccelli da sopra gli occhialini dorati, che gli ricadevano sul naso, scuoteva il capone candido e villoso e poi riprendeva la sua lettura.
I due merli non erano assolutamente interessati al forziere di ori e preziosi e per tre giorni si sono fermati nella grande caverna solo per mangiare e rimpinzarsi. Ogni tanto si guardavano reciprocamente il bianco piumaggio, alla ricerca di segni e striature nere, ma la livrea continuava a mantenere il suo niveo candore. Comare Merla però era inspiegabilmente attratta dalla porta proibita, c’era qualcosa che la affascinava e spesso con fare indifferente vi si avvicinava, le girava intorno, guardava la serratura e poi, saltellando, ritornava sulle lunghe tavole imbandite.
Eravamo ormai a fine gennaio e, per gli ultimi tre giorni di quel mese, i nostri due merli sono letteralmente scomparsi dal mondo. Giorno e notte sono rimasti in quella grotta a rimpinzarsi e a guardarsi intorno. Ormai però la pancia era piena e la nostalgia per la luce e l’aria pulita della foresta si faceva sentire in modo prepotente.
La merla continuava a svolazzare intorno alla porta e poi si fermava a guardare, piegando leggermente la testa di lato, per poterla osservare meglio, usando l’occhio più buono che aveva. Compare Merlo la fissava nervoso e, più di qualche volta, l’ha allontanata con una beccata sulla coda, ma niente da fare, la tentazione di aprire la porta proibita per Comare Merla ormai stava diventando insopportabile.
Per distrarla Compare Merlo, molto preoccupato, le ha detto: «Dai, cosa dici, torniamo per un po’ nella foresta? Qui mi sento soffocare, ho bisogno di aria fresca».
«Si, si», ha risposto lei con aria distratta, mentre continuava a fissare con insistenza la porta proibita. «Ma cosa dici se prima…». «So già cosa pensi e la mia risposta è NO!» Ha ribattuto il merlo ormai nervoso e preoccupato, mentre con le ali spingeva la merla verso l’uscita.
In quel momento l’omone bianco ha dato un leggero colpo di tosse, che ha distratto per un attimo l’attenzione di Compare Merlo e la Comare ne ha approfittato immediatamente. Con una leggera piroetta si è divincolata dalla pressione di suo marito, ha fatto un lieve frullo, si è appoggiata sulla maniglia della porta proibita che, con un timido cigolio, ha prestamente ceduto alla pressione e si è aperta. I due merli sono rimasti stupefatti, con il becco aperto e le ali appoggiate a terra. Davanti a loro era apparsa una fanciulla di splendente bellezza, era bionda, con miriadi di fiori fra i capelli, leggiadra, scalza, aveva un lungo vestito vaporoso, che le arrivava fino a metà polpaccio, profumava di fresco, di fiori ed emanava una leggera luce soffusa. La bellissima fanciulla ha fatto solo in tempo a dire: «Grazie per avermi liberata, sono la Primav…», che alle loro spalle si sono uditi un boato fortissimo ed un grido cavernoso, mentre dal fuoco si sprigionavano alte fiamme ed una enorme nube nera e caliginosa saliva fino al soffitto della grotta, per poi ripiegarsi verso il basso. Prima che l’oscurità li inghiottisse, Compare Merlo ha spinto con forza la splendida fanciulla e Comare Merla, lungo lo stretto pertugio, mentre lui si attardava a volgersi indietro per vedere se stesse arrivando qualcuno per aggredirli.
Tossendo e piangendo la Giovane Primavera e la merla sono uscite a tentoni, insieme al primo fumo ammorbante, mentre all’interno si sentivano boati, rumori di crolli e frane. Dietro a loro per alcuni secondi è uscita solo una densa nube di fumo nero poi, tossendo ed arrancando è arrivato anche Compare Merlo che subito si è disteso nella neve per rinfrescarsi e cercare di pulirsi gli occhi completamente ottenebrati dalla nera caligine.
Quando è finalmente riuscito ad aprirli ha guardato la giovane fanciulla, ancora bellissima, che si spazzolava il vestito da cui il nero fumo cadeva senza lasciare traccia, e la sua amata moglie che lo fissava con una ala davanti alla bocca e lo sguardo attonito.
«Cosa ti succede Comare, guarda che non sono un fantasma…» ha cominciato lui, ma è stato subito interrotto dalla moglie, che gli ha risposto singhiozzando: «Guardati, sei tutto nero, come se tu fossi appena uscito da un camino. Dove sono finite le tue bianche penne?» «Beh, tu non sei da meno, sei sporca e marrone, come se ti fossi rotolata nel fango, ma cosa ce ne importa del nostro colore, abbiamo liberato la Primavera dalla sua prigionia e questo vale ben più di mille piume e penne bianche! Non trovi?»
«Purtroppo per il vostro piumaggio non posso fare nulla», ha sussurrato la giovane fanciulla,
«resterà così per sempre, ma io vi sarò eternamente grata per quello che avete fatto!» Poi ha aggiunto sorridendo, «D’ora in poi tu, Compare Merlo, sarai il mio araldo e, con il tuo canto, annuncerai la fine dell’inverno ed il mio arrivo, mentre a te, Comare Merla, saranno intitolati i tre giorni che hai impiegato per prendere una decisione così coraggiosa e liberarmi dalla prigionia del tetro e gelido Gennaio, il Signore del Gelo; infatti da oggi in poi, gli ultimi tre giorni di quel mese saranno da tutti conosciuti come “I giorni della Merla”!» Li ha baciati entrambi sulla testina e poi si è allontanata danzando leggera e dovunque lei volteggiasse, la neve ed il ghiaccio si scioglievano, lasciando il passo a verdi filamenti d’erba e a bianche corolle di bucaneve.
I due merli si sono presi “sottoala” e sono volati fino alla radura del Grande Orso, per dare la lieta novella. Tutto intorno a loro il bosco era ancora bianco, ma già si percepiva un dolce refolo soffiare leggero fra le cime degli alberi e Compare Merlo sentiva un irrefrenabile bisogno di cantare.
Giunti alla radura hanno sentito alti singhiozzi giungere dalla Antica Quercia. Con un leggero frullo sono volati sul primo ramo del vecchio albero ed hanno trovato le due gazze che piangevano a dirotto, perché tutto il loro grande tesoro si era improvvisamente trasformato in acqua. La livrea delle gazze ancora oggi però è rimasta macchiata di nero, per ricordare a tutti che sono delle ladre e che sono sempre attratte da qualsiasi cosa che luccichi.

Tratto dal libro “Diaulibus Andaribus… e altri racconti”.


nelle immagini: merlo bianco, merla e merlo