NELLA MENZOGNA TOTALE, RICONOSCO L’OPERA DEI PADRONI DEL DISCORSO | Maurizio Blondet

Ve lo dico a mio rischio, e forse non potrò più farlo: E’ la risposta di Ysroel a Putin. Il repentino cambiamento di Trump su Assad (24 prima aveva detto che era “silly” rimuoverlo, adesso lo vuole attaccare con un intervento diretto), la stessa abolizione repentina di tutti gli altri dossier della politica trumpiana – “Suddenly, i progetti di cancellazione di Obamacare e la politica fiscale di Trump sono morti, si stupisce Zero Hedge – il coagularsi improvviso della ostilità a Mosca in tutto l’Occcidente, forse la stessa rimozione di Bannon, certo la salda presa di potere dei generali sulla Casa Bianca e il suo consiglio di sicurezza, sono la risposta: alla derisione con cui Putin ha risposto a Netanyahu, il 10 marzo scorso, che le accuse israeliane all’Iran erano valide nel V secolo a.C.
Netanyahu era andato a Mosca per chiedere a Putin di staccare i destini della Russia da Teheran. Invece, si era sparsa la voce che Assad avrebbe concesso all’Iran una base navale militare nel Mediterraneo. Netanyahu (in questo caso, lo usiamo come nome collettivo) s’è sentito preso in giro; forse Putin ha sottovalutato il suo potere sulla superpotenza?

Ovviamente non chiedetemi prove, datemi dell’antisemita, ci sono abituato. Me lo suggerisce, per antiche precedenti esperienze, la coralità totale con cui ogni personaggio che abbia qualche carica e poltrona in Usa e in Europa, sta accusando Assad di aver lanciato i gas, di essere un criminale che deve essere solo eliminato: con le stesse parole e la stessa pietrosa, totalitaria adozione della menzogna ufficiale. Me lo dice la repentinità: non solo del voltafaccia di Trump, ma di Bruxelles: nel corso stesso della conferenza europea per stanziare qualche aiuto umanitario (briciole) ai siriani, giù la maschera: niente soccorsi umanitari, Assad gasa i bambini, è un tiranno che ha commesso crimini di guerra. D’accordo con Erdogan, coi giornali sauditi, questi fedeli applicatori dei diritti umani: che vergogna.


Maurizio Molinari e Mario Calabresi, direttori di La Stampa e di Repubblica.

L’immediata, plateale, enorme metamorfosi del discorso pubblico, come a segnale convenuto di direttori di giornali, Calabresi e Molinari, Mentana come Mogherine, Merkeline, Trumpini e Boldrine, l’ho già vista altre volte nella storia; ed ormai so che dietro una tale unisono nella palese menzogna, una tale invincibile di un’impostura visibile ad occhio nudo, è opera di quelli che Israel Shamir ha chiamato, oh quanto giustamente, i Signori del Discorso.

So anche per lunga esperienza che quando i Padroni del Discorso prendono un così evidente, potere, vuol dire che è piombata (di nuovo) su di noi la Dittatura della Menzogna. Riconosco la cappa di piombo.

Ovviamente la storia di Assad che lancia i gas contro il suo popolo è una menzogna. Più esattamente, un false flag.

“Faras Qaram, giornalista della rete Orient TV affiliato al gruppo terroristico Jabhat al-Nusra, aveva annunciato un “attacco chimico” su Qan Shayqun 15 ore prima che accadesse. “Faras Qaram ha scritto nel suo messaggio, pubblicato alle 03:06 di lunedì mattina, prima dell’attacco chimico, che ‘una campagna mediatica prenderà il via domani per coprire l’attacco aereo con gas di cloro sui civili nella campagna di Hama’”. Come faceva Faras a sapere non solo dell’attacco diverse ore prima, ma anche a conoscere il tipo di arma chimica che sarebbe stata utilizzata nell’attacco?”, leggo su Aurora Sito.


Sapeva già tutto prima.

Ma so anche che è inutile mostrare quella prova a Mogherini come ai direttori di giornali e tg: sono lì per quello, per garantire che il Potere della Menzogna sia totale come una cupola di piombo, che nessuna fessura vi si produca, che faccia entrare la minima luce.

Lo so per esperienza, perché l’ho già visto: lorsignori hanno il potere di instaurare il Regno della Menzogna Assoluto. Irrespirabile. Invincibile. Quando l’ho visto? Ma l’avete visto anche voi, perdio! Se eravate adulti quel febbraio 2003:

Colin Powell: “Ecco la prova”

Colin Powell, allora segretario di stato, agitò quel flacone dicendo che c’era dentro l’arma batteriologica di Saddam: “Possiede missili, armi chimiche e biologiche. E’ legato ad Al Qaeda», mentì sapendo di mentire. Nessuno, all’Onu, gli rise in faccia. Tutti lo ascoltavano silenziosi, sgomenti di questa audacia. Tutti, tutti noi giornalisti sapevamo che mentiva, restavamo senza fiato addirittura a vedere l’impudenza. Lo sapeva certo anche il redattore del Corriere della Sera che il giorno dopo scrisse, imperturbabile: “Colin Powell presenta le prove all’Onu «Ecco come Saddam nasconde gli ordigni agli ispettori. Audio e fotografie scattate dal satellite per dimostrare le violazioni”.

Il pezzo è ancora su Internet, se non ci credete leggetelo:

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2003/02_Febbraio/05/powell.shtml

Lo sapeva anche Colin Powell, eppure si rovinò la carriera politica per sostenere il Regime della Menzogna. E fu la guerra, l’Irak fu incenerito, straziato e distrutto, milioni di iracheni sono morti e continuano a morire per questa palese, svergognata menzogna – perché i Padroni del Discorso lo volevano.

Personalmente, lo sapevo già perché conoscevo i dettagli di un altro Totalitarismo della Menzogna: il comunismo sovietico dal 1917 fino alla morte di Stalin, la dittatura giudeo-bolscevica sterminatrice di intere classi. Era impossibile, semplicemente impossibile, far arrivare sui “grandi” media le atroci verità conosciute, le migliaia di esecuzioni della popolizia politica col colpo alla nuca, i laghi di sangue nei sotterranei della Lubianka, il Gulag, la deliberata morte per fame dei cinque-sette milioni di contadini ucraini: la loro “eliminazione come classe” era stata decretata dai Padroni del Discorso, un vecchio odio per i contadini nutrito da secoli nello shtetl si sfogava così’: eppure era impossibile far entrare nel discorso pubblico i crimini più spaventosi, più documentati. I direttori dei “grandi” giornali, soprattutto quelli progressisti e illuminati, sputavano su queste testimonianze e sui testimoni oculari: fascisti, antisemiti, non-persone da tacitare. Solo quando Kruscev denunciò i crimini di Stalin, qualcosa cominciò a passare; ormai i padroni del discorso stavano lasciando la presa sulla Russia, dopo averla spolpata fino all’osso erano attratti dal nuovo sogno messianico, il ritorno ad Israele. Ma non è mai passata la colpa di Ysroel nell’infinito sterminio dei popoli della Russia sotto il loro messianismo collettivista.

Adesso è lo stesso, la replica del già visto. Mi ha avvertito a naso la frase di Paolo Mieli: a giustificazione della strage “islamista” nella metropolitana. “La ragione dell’attentato di San Pietroburgo risiede nelle politiche di Putin basate sullo sterminio”. L’accusa di sterminio è una firma. Ed è anche una rivendicazione.

Il decreto anti-fake è varato a Berlino: decreto di guerra.

Preparatevi, il Regno delle Menzogna viene instaurato con una rapidità stupefacente. Guardate: a Berlino, è stato approvato il decreto “contro l’odio online e le fake news”, che multa fino a 50 milioni di euro chi non cancella dai suoi siti le notizie che il governo ritiene false. Era una misura che si pensava dovesse essere discussa in parlamento, che ci fosse tempo e modo per modificarla, attenuarla un poco; no, è stata imposta come un decreto a vigenza immediata. La tv svizzera (non la nostra) ha specificato che il governo tedesco ha agito su richiesta di una organizzazione chiamata “Jugendschutz”. Lo scopo è, come sempre, salvare la gioventù.

http://www.jugendschutz.net/en/about-jugendschutznet/

Ma nel darne notizia, SKY TG24 ha detto: “Per evitare che avvenga anche da noi quel che è avvenuto negli USA. Le fake news hanno fatto eleggere Trump contro la Clinton”.

Il decreto tedesco – che sarà certo rapidamente applicato in tutta la UE – è un decreto di guerra. Da tempo di guerra, emanato da un potere che si appronta alla guerra – e come si sa, la prima vittima di guerra è la verità.

E’ la guerra perché Netanyahu non vuole Assad in Siria, non vuole i russi, non vuole l’Iran sul Mediterraneo. E la guerra ci sarà.
Se mi chiedete: cosa possiamo fare? Vi rimando a chi già rispose: Aleksandr Solgenicyn: “NON SOSTENERE IN NESSUN CASO CONSAPEVOLMENTE LA MENZOGNA.

“…E chi non avrà avuto neppure il coraggio di difendere la propria anima non ostenti le sue vedute d’avanguardia (..) si dica invece, semplicemente: sono una bestia da soma e un codardo, mi basta stare al caldo a pancia piena. Anche questa via, che pure è la più moderata fra le vie della resistenza, sarà tutt’altro che facile per quegli esseri intorpiditi che noi siamo. Una via non facile? La più facile, però, fra quelle possibili. Una scelta non facile per il corpo, ma l’unica possibile per l’anima”.

“Se ci facciamo vincere dalla paura, smettiamo di lamentarci che qualcuno non ci lascerebbe respirare: siamo noi stessi che non ce lo permettiamo”.

So già, per antica esperienza, che questo appello non sarà ascoltato che da pochi: ormai pochissimi credono ancora di avere un’anima, un’anima il cui onore è da difendere contro il luridume della Menzogna e del suo Impero. E’ già caduto su di noi l’Impero Totale, i nostri vicini ne sono già gli psicopoliziotti, e i Padroni del Discorso ci vogliono in guerra. E quindi, guerra sarà.

Allora, chi ha fede, preghi molto. Preghi per il popolo russo, che ha già troppo sofferto da quella mano spietata, e che oggi è accusato di sterminio. E sapete cosa vuol dire.

Ama la verità; mostrati qual sei, e senza infingimenti e senza paure e senza riguardi. E se la vita ti costa la persecuzione, e tu accettala; e se il tormento, e tu sopportalo. E se per la verità dovessi sacrificare te stesso e la tua vita, e tu sii forte nel sacrificio.” San Giuseppe Moscati

 Maurizio Blondet 6 aprile 2017

Una tribù Sioux combatte a cavallo contro un oleodotto nel Nord Dakota | La nazione indiana alza la testa

«Questa è la nostra terra»: una tribù Sioux del Nord Dakota sta combattendo a cavallo, con le facce dipinte con i colori nero e giallo, contro i moderni fantasmi dei cowboy, i giganti dell’energia che minacciano le loro terre con nuove infrastrutture.

In questo caso si tratta della costruzione di un oleodotto sotterraneo di circa 1.900 chilometri che dovrebbe sbucare in Illinois. A loro avviso l’oleodotto, in caso di perdite o rotture, rischia di inquinare le falde del Missouri e quindi i rifornimenti idrici della popolazione locale. Ma ai loro occhi appare anche una profanazione perchè l’enorme tubatura violerebbe la sacralità di terre dove generazioni di loro antenati hanno vissuto, cacciato i bisonti e sono stati sepolti.

Il fronte della contestazione, iniziato in aprile, si è ingrossato nelle ultime due settimane, alla vigilia dell’udienza di un procedimento nel quale i nativi americani hanno chiesto di bloccare l’oledotto (costo 3,7 miliardi di dollari). Come nel caso del poi accantonato Keystone Xl, a dare manforte sono arrivati attivisti dell’ambiente e altre tribù di nativi americani della regione, per bloccare il cantiere, invadere le strade adiacenti e presidiare la zona con le tipiche tende indiane in un accampamento attrezzato per una lotta duratura, ad un’ora da Bismark, la capitale.

Finora ci sono stati oltre 20 arresti. Lo sceriffo Kyle Kirchmeier ritiene che la protesta sia illegale, mentre il governatore Jack Dalrympe ha dichiarato lo stato di emergenza evocando rischi per la sicurezza pubblica. Le forze dell’ordine hanno eretto una barricata sulla strada principale che porta al cantiere. Ma in un’occasione hanno dovuto battere in ritirata dopo essere stati accerchiati dagli indiani a cavallo che lanciavano urla con la mano davanti alla bocca.

La società costruttrice, la texana Energy Transfer partners, ha citato in giudizio Dave Achambault II, il capo della tribù, ed altre sei persone, accusandoli di bloccare l’accesso al sito, di minacciare gli operai e di violare la proprietà privata. I Sioux, la più famosa tribù indiana del Nord America, assicurano che la loro protesta è pacifica e sottolineano che nel loro accampamento sono vietate armi, alcol e droga.

La compagnia sostiene che l’oleodotto porterà milioni di dollari all’economia locale e sarà più sicuro di camion e treni che possono avere incidenti di varia natura. Inoltre assicura di aver consultato preventivamente le tribù locali, compresa quella Sioux, che però non sarebbe stata in grado di indicare i siti culturali danneggiati dalla oleodotto. Ma i Sioux negano, e denunciano che l’arma del Genio non ha fatto un adeguato controllo culturale e storico prima che venissero concessi i permessi federali. La guerre nella prateria continua.

Fonte http://www.ecodibergamo.it/stories/Cronaca/una-tribu-sioux-combatte-a-cavallocontro-un-oleodotto-nel-nord-dakota_1198426_11/

La Clinton: “Io presidente, attaccherò l’Iran”. E noi bravi soldatini… | Maurizio Blondet

Maurizio Blondet 7 luglio 2015 
La candidata Hillary Clinton l’ha detto in una riunione selezionata al Dartmouth College per raccogliere fondi. Chiaramente, i selezionati ascoltatori erano della nota lobby, senza il favore e i soldi della quale nessun candidato ha la minima speranza di vincere le elezioni in Usa. La nota lobby è ovviamente contrarissima (come Netanyahu) all’accordo sul nucleare iraniano che Obama cerca di firmare prima della sua scadenza.

Hillary dunque ha assicurato i selezionatissimi pagatori: “Anche se un tal accordo si produce, noi avremo sempre dei problemi maggiori con l’Iran. Sono gli sponsor in capo del terrorismo mondiale…una minaccia esistenziale all’esistenza di Israele”.

Poi, alzando la voce e scandendo le parole:

“Voglio che gli Iraniani sappiamo che, io presidente, attaccheremo l’Iran. Nei prossimi 10 anni durante i quali potrebbero stupidamente considerare di lanciare un attacco contro Israele, noi saremo capaci di obliterarli totalmente”.

Gilad Atzmon ha diagnosticato come “Sindrome di Stress pre-Traumatico” (PreTS) la classica affezione mentale giudaica che consiste nel farsi stressare da un evento traumatico “prima” che accada, che probabilmente non si verificherà, e spesso del tutto immaginario, onde giustificare l’aggressione preventiva del nemico immaginario fino alla sua totale obliterazione – allo scopo d placare la Pre-TS), ossia lo stress immaginato provocato da un nemico esistente nella fantasia ebraica. Hillary Clinton ha vellicato al massimo tale sindrome della nota lobby, promettendo che se essa le dà i quattrini per farla presidenta, farà la guerra a Teheran.

Perché, ha giurato, “gli Stati Uniti sono al fianco di Israele oggi e per sempre. Abbiamo interessi comuni. Idee comuni. Valori comuni”. Poi, quasi temendo che potessero non crederle: “Io ho una volontà di ferro per mantenere la sicurezza di Israele. Le nostre due nazioni lottano contro una minaccia comune, la minaccia dell’estremismo islamico. Io sostengo fermamente Israele e il suo diritto all’auto- difesa e penso che l’America dovrebbe aiutare questa difesa. Io sono coinvolta ad assicurare che Israele mantenga un vantaggio militare per far fronte a queste minacce (immaginarie, ndr.). Io sono profondamente preoccupata della minaccia crescente che rappresenta Gaza e la campagna di terrore condotta da Hamas”.

E’ il triste destino di chi è colpito da Stress pre-Traumatico: più Israele distrugge Gaza, dove la gente vive ancora fra le macerie dell’ultimo bombardamento di anni fa, e più sente che “la minaccia di Gaza cresce”. Per questo bisognerà eliminare ogni singolo abitante di Gaza, altrimenti non ci si s ente tranquilli..

Immagino che Hillary sia poi passata col cappello fra gli astanti. Che gliel’avranno riempito generosamente di fondi. Anche se la competizione in ebraismo degli altri candidati è scatenata, con questo Do di petto la signora sembra aver superato in diapason gli strilli della concorrenza: fatemi presidente, e io vi annichilisco l’Iran. Così, tanto per piacervi.

http://www.globalresearch.ca/hillary-clinton-if-im-president-we-will-attack-iran/5460484

Un solo dubbio: non sarà un po’ troppa carne al fuoco? Proprio adesso la celebre Brooking’s Institution ha messo a punto un piano per l’invasione americana della Siria; invasione proprio diretta – non più per interposto ISIS – come Washington ardeva di fare dal 2011, e in cui fu frustrata dalla mossa di Putin; e il Pentagono con la NATO sta intensificando i preparativi per la tanto sospirata guerra alla Russia. Guerra preventiva, e guerra nucleare, per difendere l’Ucraina e i baltici minacciati (lo sanno tutti) d’invasione da Mosca.

Se non ci credete, ecco qui sopra la copertina dell’accurato studio della Brooking’s

 Il piano è geniale: siccome il governo Assad, dopo tutti questi anni, ancora non cade e la popolazione lo sostiene, bisogna per forza mettere gli scarponi Usa sul terreno. Lo si faccia, prescrive il think-tank, creando “zone di sicurezza” che le truppe speciali americane terranno con le armi; zone ripulite per i ribelli moderati dove i terroristi democratici potranno esercitare la democrazia. “Se Assad fosse così’ scemo da minacciare queste zone – recita letteralmente il Progetto – perderebbe senza dubbio la sua forza aerea nel corso dei bombardamenti di rappresaglia che seguirebbero, condotti dalle stesse forze (speciali), ciò che priverebbe i suoi militari del solo vantaggio di cui godono in rapporto all’ISIS”. Così confermando che il motivo del Progetto d’invasione Usa è proprio aiutare l’ISIS, che da solo non ce la fa’.


http://journal-neo.org/2015/06/26/us-to-begin-invasion-of-syria/

Quanto alla nobile volontà di incenerire la Russia con bombardamenti nucleari preventivi, il progetto ha una copertina ancora più bella


Sottotitolo: a competitive strategies approach to defining US nuclear strategy and posture, 2025-2050. Lo ha elaborato il CSIS, Center for Strategic and International Studies, un altro pensatoio pieno di idee vulcaniche che è alquanto infarcito di gente del Pentagono e della Cia. Ma non fatevi ingannare dalle date, alquanto lontane, da 2025 in poi: già adesso, nelle potenti ed incessanti esercitazioni militari in corso da settimane fra Ucraina, Polonia e Germania per intimorire Putin, le bombe atomiche sono integrate nelle grandi manovre. Lo ha rivelato il Guardian.

Aggiungiamo che Ashton Carter, il nuovo ministro del Pentagono, è un entusiasta dell’idea di colpire la Russia con armi nucleari tattiche, per punirla di aver – secondo loro – violato i i trattati sulle armi atomiche a medio raggio. In realtà, c’è una gran voglia di sperimentare dal vivo i gioiellini nuovi che ha trovato al Pentagono: come dice il CSIS, “ bombe atomiche più utilizzabili, meno potenti ma precise e con effetti spoeciali (ah, gli effetti specjiali!, ndr.) con meno effetti collaterali, con una più grande radiattività, e capacità di penetrare nel sottosuolo, con pulsazioni elettromagnetiche ed altre capacità a misura della tecnologia che progredisce”. Nella certezza che Mosca non possa rispondere con armi di pari efficacia, c’è la gran tentazione di rischiare l’attacco preventivo; tanto, se si sbaglia, la guerra atomica avverrà in Europa, mica in America.

Si aggiunga che hanno un paio di rivoluzioni colorate in corso (in Armenia e in Macedonia) nell’intento di replicare una Maidan anche là; che l’Ucraina va armata fino ai denti per lanciarla alla riconquista della Crimea; che è in corso la militarizzazione di tutti i paesi dell’Est confinanti con la Russia carri d’assalto, veicoli vari e munizionamenti posizionati in modo permanente (ha detto Carter), una forza d’intervento rapido di 40 mila uomini – e tutto qui, in Europa – uno ha voglia di sollevare lo sguardo da questo gelido vento di demenza che spira da Washington…e guardare alla terra della civiltà, della cultura e del buon senso.

L’Europa. Che farà l’Europa?

Mogherini contro la Russia

L’Europa farà una tv e delle radio in lingua russa per “la propagazione dei valori europei” nei paesi dell’Est e nella R ussia stessa. “Il progetto di una catena tv in lingua russa è sostenuto da Polonia, Svezia, Danimarca Germania, Paesi Bassi e Inghilterra”, ha scritto il Time, e ha spiegato perchè: “I diplomatici si rendono conto che stanno perdendo la guerra d’informazione contro la Russia”.

“Contro” la Russia, si prega notare. L’Unione Europea partecipa alla guerra contro la R ussia. Il progetto è stato affidato alla Alta Rappresentante eccetera eccetera, ebbene sì, proprio lei: Federica Mogherini. Entusiasta del compito, aveva dichiarato già a gennaio: “Lavoriamo (ormai usa il plurale majestatis, ndr.) a mettere in atto una strategia di comunicazione per fare fronte alla propaganda in lingua russa!”. Aspettiamo a piè fermo, qualcuno ci avverta quando la Mogherini Network comincia a bombardare le menti e i cuori dell’Est coi nostri valori.

Quel che conta è la volontà: siamo contro la Russia anche noi, nel nostro piccolo.

E Berlino raddoppia in NorthStream con Putin

Perché altri, nel loro grande, fanno di meglio. Quando il segretario alla difesa Ashton Carter è atterrato a Berlino per mettere a punto i preparativi per la guerra, era già stato preceduto dalla seguente notizia: Gazprom e i tedeschi hanno firmato l’accordo che raddoppierà la portata del North Stream, il gasdotto che passa sotto il Baltico. “Con l’aiuto della Russia, la Germania diverrà lo hub energetico dell’Europa”, si allarma la rivista americana del settore energetico, Trumpet: “quantità crescenti di gas fluiscono dalla Germania e sono distribuite ad Olanda, Belgio, Francia e Gran Bretagna. In tal modo la Germania aumenta il potere della Russia, e l’Europa Occidentale diventa dipendente dalla Ger,ania anche per le forniture energetiche”.

Ma ma ma…Ma non sono in corso le dure sanzioni contro la Russia, come ci era stato ordinato dall’America? Le dure sanzioni comprendono per noi la rununcia a vendere il grana padano, la mozzarella e tutto il resto…e la Germania non partecipa al sacrificio?

No, spiega Trumpet: “Non lasciate che la nube dell’attuale conflitto in Ucraina oscuri quel che sta accadendo. Germania e Russia hanno una storia di cooperazione segreta – anche se i titoli di prima pagina fanno credere il contrario…..Una volta che la (raddoppiata) pipeline sarà finita, quasi tutto l’Est Europa sarà tagliato fuori dall’affare del gas. Non ci sarà bisogno di far transitare il gas attraverso Ucraina, Polonia, Romania, Bielorussia, Ungheria e Slovacchia”.

Che ne dite? A me, quasi quasi, la notizia rallegra. Mostra che tutti sono sedotti e contagiati dal vento gelido della demenza che tira da Washington. Come nella orwelliana Fattoria degli Animali, “dove tutti sono uguali ma i maiali sono più uguali degli altri”, i maiali stanno infischiandosene delle sanzioni e fanno affaroni strategici con il Nemico. La guerra la fanno fare a noi, bravi soldatini agli ordini. Ma almeno è consolante vedere che noi italiani, i soci fondatori dell’Europa, obbedienti soldatini alla guerra del Parmigiano, non siamo colti da demenza tragica americanoide; sulla scena mondiale siamo il solito Cretino Collettivo che si fa’ infinocchiare dalle potenze, grato per il privilegio di essere degnato da loro di pagare i cattivi investimenti fatti dalle banche tedesche in Grecia. Noi, il socio fondatore.

Se non usciamo subito dalla NATO, finirà che saremo noi i soli ad entrare in guerra con la Russia. Magari insieme a Tallin e Varsavia, sai che godimento.

Maurizio Blondet 

http://www.maurizioblondet.it/la-clinton-io-presidente-attacchero-liran-e-noi-bravi-soldatini/

Una cosa è certa: la Superpotenza è stata sfidata. Impunemente | Maurizio Blondet


Da Baton Rouge ad Ankara, non è detto che gli eventi – del resto in tumultuoso sviluppo – siano quello che sembrano. Una cosa però è reale e vera: Erdogan ha umiliato ed offeso l’unica Superpotenza rimasta, e detta Superpotenza non è in grado di reagire, di punire, e nemmeno di minacciare. Un governante con sufficienti forze armate proprie, ha potuto chiudere Incirlik, la base più importante che la Superpotenza ha nella zona di massimo conflitto contro Mosca; tagliarle la luce; prendere ostaggio di fatto i 3 mila membri del personale americano; le 80 testate atomiche che custodiscono; chiudere lo spazio aereo ai loro caccia, e farlo impunemente. Ha potuto accusare la Superpotenza, di cui era fino a ieri alleato, di averlo tradito e aver tentato d’un golpe per abbatterlo, e ottenerne soltanto dei balbettamenti, invece che dei ruggiti e dei bombardamenti a tappeto ; esigere la consegna del suo nemico Gulen riparato in Usa e noto “asset della Cia”, e non essere fulminato.Qualunque cosa si pensi di Erdogan, ha dimostrato al mondo che la Superpotenza è debole, cieca e stupida. Che un suo alleato puà rivoltarlesi contro, e trionfare.

E ciò non sarà senza enormi conseguenze geopolitiche e strategiche.

Si esita a credere che gli eventi sono quel che sembrano, perché il collasso simultaneo di tutti i capisaldi del potere globale Usa appare così enorme, rapido e completo da essere inverosimile. Si sgretola la UE, con la Brexit; la gabbia della NATO è spalancata dal Turxit; i trattati di commercio globali sono silurati; l’espansione infinita della “democrazia” e dei suoi “valori” è stata apertamente derisa e calpestata dal Sultano; la Superpotenza stessa è minacciata all’interno da una guerra civile razziale resa spaventosa dalla abbondanza di armi in mano ai privati. Possibile che sia tutto vero?

Sembra comunque la disfatta più completa di Obama. Della sua doppiezza demenziale. Dell’abuso artificioso della NATO, un’alleanza che doveva essere abolita vent’anni fa, per nuovi e sempre più vasti scopi: propagandistici; neocoloniali con l’invio di truppe in Irak e Afghanistan; di appoggio occulto dello Stato Islamico che fingeva di combattere; spada di Damocle sulla testa del governo siriano; di rassicurazione dei neo alleati polacchi e baltici che hanno conti da regolare con Mosca e, insieme d’asservimento degli stati vassalli europei; la protezione di Israele, l’attrezzo di destabilizzazione dei paesi islamici secondo il programma dei neocon, e lo strumento di separazione, il cuneo piantato per impedire l’integrazione economico-politica fra il ventre molle europeo e la Russia, che non era più una minaccia e sempre più, ma ormai un cliente-fornitore unito da forti legami storici e culturali.

Nuland in Kagan ha fallito?

Sembra la disfatta della centrale neocon – la famiglia Nuland-Kagan – annidata nel Dipartimento di Stato che sembrava imporre la politica di aggressione al Segretario, il povero Kerry: ma chi può esserne certo?

Un disertore dell’esercito di Kiev ha rivelato ai ribelli del Donbass della massiccia preparazione di un attacco da parte contro Lugansk: dove “i nostri sono solo un terzo, gli altri sono ceceni, arabi, turchi, polacchi; centinaia di carri armati; consiglieri della NATO all’opera in ogni unità; tutto è estremamente ben preparato, tutti gli errori del passato sono stati riesaminati…”. La NATo continua dunque ciecamente, roboticamente, la sua sovversione in Ucraina? La centrale Nuland-Kagan fa’ quel che vuole, mentre tutto il Sistema sembra crollare attorno a loro?

http://www.fort-russ.com/2016/07/deserter-from-kiev-forces-tells-of-nato.html

Le sparatorie in Usa, sono quel che sembrano? Noi qui abbiamo mostrato i precisi indizi secondo cui sarebbero parte di un complotto teleguidato da Soros per impedire la convention repubblicana di Cleveland, bloccare la nomination di Donald Trump, e anzi portare il paese in una situazione di guerra civile abbastanza spaventosa da dare ad Obama la scusa per sospendere le elezioni presidenziali di novembre, e mantenersi per un terzo termine, presidente non votato ma tanto favorito dai poteri forti di Wall Street e del sistema militare-industriale, dei neocon come dei militanti negri, della plebaglia di colore (pagata) e dell’Establishment che vorrebbe la Clinton alla Casa Bianca, ma sa che essa è improponibile. Un golpe di questo genere, mentre gli altri pilastri del potere globale si scollano e spezzano, dal Brexit alla Nato, è ovviamente assurdamente rischioso per chi lo tenta: può la Superpotenza permettersi il collasso interno guidato, il bagno di sangue in una guerra civile artificiale, mentre Erdogan ha mostrato al mondo che la Superpotenza è sfidabile, e la NATO una tigre di carta che può essere presa in ostaggio con le sue atomiche? Tuttavia questa demenza sarebbe in perfetto “stile Obama”, come lo è il”golpe turco”, sia o no un false flag: un prodotto della doppiezza, fatto per giunta a metà, con una intenzione perfetta.

E Erdogan potrebbe aver preso la sua ‘folle’ decisione di rovesciare l’alleanza e sputare in faccia a Washington, proprio perché – come rivela il giornalista Chuck Ross – “documenti ed email appena rivelati e a disposizione del Congresso rivelano legami tra il ‘mondo dei Clinton’ e membri della rete operata (…) da Fetullah Gulen. Questa connessione fra i Clinton e Gulen può metter a rischio la complessa relazione tra Usa e Turchia, alleato essenziale della NATO, se l’ex segretaria di Stato vince la Casa Bianca”. Questa frase è state scritta il 13 luglio: premonitrice davvero.

New Ties Emerge Between Clinton And Mysterious Islamic Cleric

Erdogan può aver calcolato che un terzo mandato a Obama equivaleva ad una presidenza del ‘mondo Clinton’ e quindi un potere che avrebbe dato potere a Gulen. E ha forzato la gabbia della NATO. In fondo, nonostante i modi molto più educati, come ha fatto anche la regina Elisabetta forzano il Brexit in quel voluto fuori onda: dove ha reso chiaro che il il Brexit si doveva fare, altrimenti scoppiava “la guerra”. Come vediamo adesso, aveva perfettamente ragione.

Se le cose sono quel che sembrano, s’intende
www.maurizioblondet.it 

Stragi di serie B | Il 3 Luglio 1988, gli USA abbattono airbus iraniano, uccidendo 290 innocenti. 


Il volo Iran Air 655 (IR655) era un volo di linea della Iran Air che il 3 luglio 1988 venne abbattuto da un missile statunitense mentre sorvolava lo Stretto di Hormuz.

L’aereo, un Airbus A300B2-203, in volo da Bandar Abbas a Dubai, venne colpito da un missile terra-aria lanciato dall’incrociatore Vincennes della US Navy che ne causò la distruzione e uccise tutti i 290 passeggeri compresi 66 bambini.[2][3] L’incidente del volo 655 è attualmente l’ottavo più grave accaduto nel mondo per numero di vittime, il più grave avvenuto nell’Oceano Indiano ed il più grave che ha visto coinvolto un A300.[1] Al momento dell’abbattimento il Vincennes navigava in acque territoriali iraniane e il volo IR655 si trovava nello spazio aereo iraniano.[4]

Secondo il governo degli Stati Uniti, l’equipaggio del Vincennes scambiò l’A300 per un caccia F-14 Tomcat dell’Aeronautica militare iraniana, mentre per il governo iraniano il Vincennes abbatté intenzionalmente il velivolo civile. L’evento generò una grande quantità di polemiche negli Stati Uniti; alcuni analisti accusarono il comando militare americano e il capitano del Vincennes di aver tenuto un comportamento sconsiderato e aggressivo in una zona già pericolosamente sotto tensione.[5] Il governo degli Stati Uniti espresse rammarico per la perdita di vite umane, ma non ammise mai di aver commesso errori, né si assunse alcuna responsabilità e non presentò mai scuse ufficiali al governo iraniano.

Nel 1996, presso la Corte Internazionale di Giustizia, Stati Uniti ed Iran raggiunsero “un pieno accordo in merito a tutte le dispute, le differenze di opinione, le richieste e le controrichieste”.

Da Wikipedia

Foto rivelatrici, per non farsi infinocchiare | Maurizio Blondet

  
Non so se vi ha appassionato la battaglia legale dell’Fbi contro Apple: la polizia federale vuole entrare nel telefonino del terrorista islamico Syed Rizwan Farook che con la giovane moglie Tashfeen Malik, il 2 dicembre 2014 ha fatto irruzione in un centro di San Bernardino uccidendo 14 persone. L’Fbi vuole leggere le informazioni che il terrorista ha tenuto segrete, per capire che contatti avesse con Al Qaeda, eventuali complici eccetera. Ma Apple si oppone: no, la privacy è sacra!
Non so voi, ma i media italiani si sono appassionati. Dibattiti, talk show. Hanno chiesto il vostro parere: ha ragione l’Fbi o ha ragione Apple? E’ lo scontro fra i due grandi valori occidentali: la vostra sicurezza contro la privacy. La legittima Lotta al Terrore contro l’inviolabilità delle e-mail. Uno scontro epico: Hollywood ci farà un film.

Tutto appassionante, a patto di non far vedere questa foto:

come sapete, mostra il corpo del terrorista Syed Farook appena ucciso dalla polizia, quel tragico giorno a San Bernardino.

Ucciso con un colpo in testa, e con i polsi ammanettati dietro la schiena. Strano davvero. L’hanno ammazzato dopo averlo ammanettato? Perché? Come ricorderete, i familiari e il loro avvocato hanno subito espresso dubbi sulla versione. Non credono che il loro Sayed fosse un terrorista. Né che la giovane moglie Tafsheen Malk abbia lasciato la figlioletta di sei mesi per imbracciare, minutina qual era, un mitragliatore d’assalto e sparare, avendo anche il tempo – nel pieno dell’azione – di twittare un messaggino in cui dichiarava la sua fedeltà al Califfo dell’ISIS, nel lontano Irak

Sicché, grazie ai nostri potenti mezzi giornalistici, siamo in grado di dare la versione non ufficiale della vicenda. E’ il contrario di quel che vi raccontano i media.

Non è l’Fbi, bensì la famiglia dell’ucciso Syed che vuole poter accedere al suo telefonino, dove ritiene di poter trovare qualche prova della sua innocenza; l’Fbi non vuole, ovviamente: l’ha ammazzato proprio perché non raccontasse la verità (tutti i terroristi islamici vengono ammazzati prima). Non sa come negare l’accesso,e tira fuori la scusa: Apple non ci dà le chiavi d’accesso; vero, Apple? Ma certo che no, conferma a petto in fuori Apple (che ha già dato all’Fbi ciò che il morto ha messo nel cloud): io difendo la privacy dei miei clienti fino alla morte – dei clienti. Anzi anche dopo la morte dei clienti.

E ne approfitta per farsi pubblicità – sono in troppi ormai a sospettare che i suoi smartphone e il suo software sono a disposizione della polizia e dei servizi – emanando (tramite l’ufficio-stampa e propaganda) il comunicato seguente:

“Il governo Usa ci ha chiesto qualcosa che semplicemente non abbiamo, e che consideriamo troppo pericoloso creare. Ci hanno chiesto di costruire una backdoor all’iPhone. Nello specifico, l’Fbi vuole farci creare una nuova versione del sistema operativo dell’iPhone che aggiri importanti funzioni di sicurezza dello stesso, e poi di installarlo sull’iPhone sottoposto a indagine. Nelle mani sbagliate questo software – che ad oggi non esiste – potrebbe potenzialmente sbloccare qualsiasi iPhone una volta che sia in mano a qualcuno”. (Impagabile: “Nelle mani sbagliate…un software che non esiste..”

Una eccezionale pubblicità per la Casa produttrice.

Tanto che anche Google, Facebook, Twitter e Whatsapp si sono schierate con la Casa: no, non daremo i vostri dati sensibili alle autorità! Per nessun motivo! Con noi siete tranquilli! Affidateci pure i vostri dati, li conserviamo nel cloud: ma è sicuro, garantiamo noi!

Apple, Google, Facebook, Twitter, Whatsapp sono mega-imprese con fatturati di decine di miliardi. E’ bello vedere che per loro non è il profitto che conta, ma i valori. Sarà bellissimo vedere come poi Apple dovrà cedere sotto ingiunzione di un giudice federale: cosa volete, per la vostra sicurezza, utenti. Da Radio24: “Pensate se dentro un telefonino di un terrorista ci fosse un codice per far scoppiare una atomica a Roma…rispettereste la privacy?”.

Tutto vero, aprite il dibattito su questo. Non sulla foto dell’ammanettato.

Maurizio Blondet

Terrore a Parigi – Come sapremo se non è un false flag | Maurizio Blondet

“Un 11 septembre à la française” era stato ampiamente profetizzato da settimane dai servizi. Ora, sapremo se la strage di Parigi è un “false flag” come l’11 Settembre, fatto apposta per innescare una guerra senza fine “al terrorismo” – il terrorismo che gli Usa addestrano, i sauditi pagano e i turchi ricoverano contro la Siria –se la lezione che Hollande, la NATO, gli Usa trarranno dalla strage sarà:

L’Occidente deve intervenire in Siria con tutte le forze militari allo scopo di rovesciare Assad, perché altrimenti i jihadisti diventeranno sempre più forti e meno moderati. La distruzione di Assad è la soluzione, altrimenti l’ISIS non si può vincere. Dovevamo già farlo nel 2012, ce l’ha impedito Obama vacillando….

Non sarà un false flag se la conclusione che gli stati occidentali sarà invece la seguente:

“Noi occidentali dobbiamo piantarla di reclutare, pagare, armare ed addestrare i jihadisti. Lo stiamo facendo dalla guerra antisovietica in Afghanistan, dove la Cia ha reclutato in un decennio (1982-92) 35 mila terroristi da 43 paesi: allora la formazione si chiamava Al Qaeda. Venendo ai giorni nostri: contro la Siria, fin dal 2011 – attestò allora DEBKA File – fu lanciata “una campagna per arruolare volontari islamici per combattere a fianco dei ribelli siriani. L’esercito turco li alloggerà, li addestrarà e assicurerà il loro passaggio in Siria” (DEBKAfile, NATO to give rebels anti-tank weapons, August 14, 2011.)”
La Turchia, è il caso di ricordaree, è membro della NATO. L’ISIS nasce da una costola di Al Qaeda per riconquistare la Siria all’islamismo wahabita, e poi viene esteso all’Irak per riprendere l’area sunnita. In Siria ci sono con i terroristi corpi speciali inglesi; gli Usa conducono contro l’ISIS bombardamenti che sono in realtà lanci di rifornimenti. Ankara mantiene i suoi terroristi per creare una zona-cuscinetto in Siria, che intende poi inglobare allo stato turco: una Crimea ottomana. L’Occidente vuole sloggiare la flotta russa dalla sua unica base in Mediterraneo; vuole liberare territorio per costruire il gasdottotra il Katar e la Turchia onde sostituire le forniture energetiche russe all’Europa. Per questo l’Occidente aiuta e soccorre i terroristi islamici.
Quanto a Parigi, ha fornito armamenti ai “ribelli” jihadisti libici anti-gheddafi, affiliati ad Al Qaeda e che poi hanno millantato la loro adesione al Califfato.
 
https://www.washingtonpost.com/world/france-sent-arms-to-libyan-rebels/2011/06/29/AGcBxkqH_story.html
Ha fornito copertura aerea ai terroristi mentre avanzavano compiendo atrocità. Nel 2012, Hollande ardeva dalla voglia di mandare caccia ed armati in Siria ad abbattere Assad e – quindi – insediare al potere i terroristi islamici wahabiti, insieme all’Arabia Saudita e alla Turchia. Fu architettato un false flag – “Assad stermina coi gas il suo stesso popolo” come pretesto all’intervento. Il presidente Obama per motivi mai ben chiariti esitò, si ritirò (disse che veva bisogno dell’approvazione del Congresso) sicché l’invasione occidentale contro la Siria restò sospesa. Ed è restata sospesa ancor oggi. Sospesa, non cancellata.

Nel 2013, la Francia e la Gran Bretagna fecero sforzi straordinari perchè l’Unione Europea togliessero un (presunto) embargo sulle armi da far giungere ai ribelli terroristi islamisti: hanno avuto successo, l’Europa ha consentito, le armi arrivano ai ribelli terroristi ed hanno prolungato la strage in Siria di altri due anni.

https://www.rt.com/news/eu-syria-arms-embargo-864/

Adesso, nelle ore dell’eccidio a Parigi, Obama è apparso in tv a fare il discorso delle grandi occasioni, del nuovo 11 Settembre. Promettendo l’intervento a fianco dei francesi:

“Abbiamo sempre potuto contare sul popolo di Francia al nostro fianco. Sono stati un partner straordinario nell’antiterrorismo, e noi intendiamo essere con loro in questo frangente”.

In realtà, questo stare “spalla a spalla” ha avuto qualche eccezione. Nell’autunno 2014, un drone Usa aveva preso di mira ed ucciso un jihadista francese combattente presso Aleppo.

http://www.metronews.fr/info/syrie-le-djihadiste-francais-david-drugeon-tue-par-une-frappe-aerienne-confirme-le-pentagone/moiw!64MKEWDEUSGKc/

Non era nemmeno un musulmano, si chiamava David Drugeon, ma era sicuramente ben addestrato nei corpi speciali francesi, tanto che era diventato il capo di un gruppo di qaedisti chiamato Khorassan. Agli americani non piaceva come Drugeon faceva il terrorista per conto di Parigi. C’è voluta anche la strage di Charlie per portare la Francia in linea nella “guerra al terrorismo” senza troppa autonomia.

Adesso l’attacco “dell’ISIS” ai parigini – classica strategia della tensione – può avere anche il senso di una punizione: per il fatto che Hollande, appoggiato da Juncker, hanno alzato la voce contro le sanzioni europee a Mosca, ventilando che andrebbero tolte? Chissà. Invece è certo che la orribile tragedia è stata profetizzata.

Lo dicevano dal 2 ottobre

  
Su Paris Match del 2 ottobre un giudice Trévédic profetava: “Gli attentati in Francia saranno di una scala paragonabile all’11 Settembre”. Le Nouvel Observateur: “I servizi temono un 11 Settembre francese”.

Se questa tragedia è stata chiamata in anticipo “Un 11 Settembre”, vuol dire che ci attendono altri 15 anni di “guerra globale al terrorismo”. Eventualmente anche contro la Russia, la sola che – con Assad – sta davvero cercando di eliminare il terrorismo islamico. Se traessimo la lezione giusta, ci affiancheremmo alla Russia. Invece volete scommettere che non avverrà?

Infine:

Se non fosse un false flag, già si eleverebbe il grido: Basta col lasciar passare centinaia di migliaia di “profughi” cosiddetti “siriani”, quasi tutti maschi e giovani in età militare, alle frontiere orientali d’Europa! Fra di loro ci sono certamente jihadisti, aspiranti jihadisti, wahabiti tagliagole. Che stiamo facendo?

Ora, dai media almeno, questo grido non si alza. Strano. Che lezione stiamo traendo dalla strage di Parigi?

Maurizio Blondet

www.maurizioblondet.it

L’Europa ha un nemico: gli Stati Uniti d’America

usa-634x475di Michele Rallo

(ildiscrimine.com) – Quando è nato l’imperialismo americano? Gli storici sono concordi nell’indicare una data: il 1823, quando l’allora Presidente degli Stati Uniti d’America, James Monroe, affermò solennemente la “dottrina” che da lui prese il nome. In verità, la cosiddetta Dottrina di Monroe fu di fatto un documento di politica estera – dal sapore chiaramente intimidatorio – diretto ai governi europei, diffidati dall’ingerire nelle questioni delle Americhe (del Nord e del Sud); questioni che il governo di Washington pretendeva essere di propria esclusiva competenza.

Nel tempo, le veline della propaganda a stelle e strisce hanno ammantato di nobili ideali anticolonialisti la Dottrina di Monroe. Ma, in realtà, si trattava solo di una manifestazione di prepotenza, diretta principalmente a sostituire lo storico colonialismo europeo nell’America Latina con il nuovo colonialismo yankee, certamente più predatorio e – nonostante le apparenze – più liberticida del precedente.

L’Europa accettò quel diktat senza fiatare (pur essendosi in piena epoca colonialista), e così gli Stati Uniti furono lasciati liberi di sottrarre il Texas al Messico, di instaurare un protettorato di fatto nell’America Centrale e Caraibica, e di installare nell’America del Sud tutta una serie di governi-fantoccio, civili o militari che fossero. Da allora e fino ai nostri giorni, i pochi oppositori realmente pericolosi sono stati abbattuti da provvidenziali golpe (come l’argentino Peròn) o strangolati dagli embargo (come il cubano Fidel Castro).

Ma quel che non veniva compreso dall’Europa dell’Ottocento (e stendiamo un pietoso velo sull’Europa di oggi) era che, alla pretesa di incontrastata supremazia USA sul Continente americano, non faceva riscontro un parallelo disinteresse per le vicende del Vecchio Continente. Anzi, una volta ricostituito lo storico legame di sostanziale complicità con la madrepatria coloniale (l’Inghilterra) gli Stati Uniti presero ad ingerire sempre più pesantemente – per interposta nazione – negli affari europei.

L’obiettivo primario della politica americana era – ed è tutt’ora – la possibilità di accedere liberamente al ricco mercato europeo, inondandolo con la mole della loro produzione agricola, dei loro manufatti industriali e – non ultimo – dei loro capitali. Quando, accampando una propaganda “ideologica” smaccatamente bugiarda, gli USA decisero di intervenire nella Prima Guerra Mondiale – e quindi di interferire violentemente negli equilibri europei – un Presidente sommamente arrogante come Woodrow Wilson ebbe l’impudenza di esplicitare questo progetto, enunciandolo a chiare lettere nel 3° dei sui famosi “Quattordici Punti”: «Soppressione, fino al limite estremo del possibile, di tutte le barriere economiche, e creazione di condizioni di parità nei riguardi degli scambi commerciali fra tutti i paesi che aderiranno alla pace e si uniranno per il mantenimento di essa.» Era una chiara richiesta di ciò che ai nostri giorni si chiama “globalizzazione”; e che, oggi come ieri, ha il solo scopo di favorire sfacciatamente l’economia americana a detrimento di quella europea.

Allora l’operazione non riuscì, perché tutte le nazioni europee – pur continuando a litigare fra loro – furono concordi nel non offrire il collo alla mannaia del boia. Tuttavia, le ingiustizie di Versailles e degli altri trattati di pace furono propedeutiche allo scoppio di una nuova guerra mondiale. E, ancora una volta, gli Stati Uniti intervennero a gamba tesa nelle cose europee, determinando con la loro potenza economica pure l’esito del nuovo conflitto.

Tuttavia, neanche questa volta Washington riuscì ad imporre le sue regole al mondo intero. E vennero perciò gli anni della “guerra fredda”, una sorta di terzo conflitto mondiale (ancorché non dichiarato) con il quale gli USA misero alle corde e poi definitivamente sconfissero lo scomodo alleato della guerra precedente, la Russia sovietica.

A partire dall’ultimo scorcio del secolo scorso, infine – una volta rimasta l’unica superpotenza militare del pianeta – l’America ha iniziato la battaglia finale per la conquista dell’Europa. E lo ha fatto, anche questa volta, con falsa riluttanza, mandando avanti certi suoi alleati mediorientali o, talora, le strane “fondazioni” di alcuni iperattivi filantropi miliardari. È questo sottobosco che ha teorizzato, ispirato, armato e finanziato le “rivoluzioni colorate” americaniste ai margini dell’ex impero sovietico (Serbia 2000, Georgia 2003, Ukraina 2004, Kirghizistan 2005) e poi le “primavere arabe” del 2010-2011 (Tunisia, Libia, Egitto, Siria, eccetera) con il loro brutale seguito di guerre civili, terrorismi, fondamentalismi, stragi e torture. Ultima espressione di questa infernale mistura è un assai misterioso ISIS, il simil-Stato cui è stato assegnato il còmpito di minacciare l’Islam sciita (Iran, Iraq, Siria, Libano, eccetera) e – attraverso una escrescenza libica – l’Europa meridionale.

Nulla di tutto questo, naturalmente, trapela dai documenti ufficiali. Anzi, apparentemente gli Stati Uniti d’America continuano a svolgere il ruolo di grandi alleati e di grandi protettori dell’Europa. Ma, stranamente, hanno impiegato tutta la loro potenza militare solo contro i regimi arabi laici che non nuocevano ai nostri interessi (dall’Iraq di Saddam Hussein alla Libia di Gheddafi), mentre hanno riservato soltanto punture di spillo contro l’ISIS mediorientale, e neanche quelle contro l’ISIS libico.

C’è poi il capitolo – pure questo misteriosissimo – dell’invasione africana (camuffata da migrazione “spontanea”) che minaccia i confini dell’Europa. Si tuona contro gli scafisti, contro i mercanti di uomini che lucrano sull’ultimo tratto di viaggio dei migranti; ma nulla si dice e, tanto meno, si fa contro coloro che – nei paesi d’origine – propagandano la migrazione verso l’Europa e organizzano le carovane che attraversano mezza Africa prima di raggiungere l’ultima tappa in Libia o in Marocco. Come mai? Forse perché, se si andasse alla ricerca degli originari input della migrazione clandestina, si potrebbe scoprire che il primo anello della catena non è africano ma – chessò – americano?

Anche qui, le mie sono soltanto opinioni, per di più “eretiche”. Ma non posso fare a meno di osservare come tante tessere comincino a trovare una loro collocazione all’interno di un vasto mosaico che va componendosi: la nascita di un terrorismo islamico dall’inconfondibile puzzo di petrolio, le avanguardie di una migrazione africana dagli effetti imprevedibili, l’agitarsi di israeliani e sauditi per frantumare gli Stati medioorientali (Iraq, Siria, Libano), la sanguinosa provocazione ucraina che potrebbe sfociare in un conflitto armato, e – ultimo non ultimo – l’aggressione della globalizzazione finanziaria contro gli equilibri economico-sociali del pianeta.

Al centro di questo mosaico, l’Europa. Tutto intorno, una gigantesca operazione militar-finanziaria che mira a destabilizzare il Vecchio Continente, a precipitarlo nel caos, a isolarlo dai suoi potenziali alleati dell’est e ad esporlo agli attacchi dei suoi nemici del sud.

Ogni tanto, qualche “voce dal sen fuggita” lascia trasparire l’ostilità dell’establishment statunitense nei confronti dell’Europa. Come i ripetuti attacchi al nostro ormai smantellato sistema sociale; un sistema che – pur se ridotto all’osso – conserverebbe ancora pericolose tracce di “socialismo”. O come i pressanti inviti ad aprire i nostri confini all’immigrazione, più di quanto non siano già spalancati.

Naturalmente, queste reprimende non provengono ufficialmente dal governo americano, ma da centri di potere, fondazioni, comitati, think-tank, lobby finanziarie e organismi in un modo o nell’altro vicini all’intelligence; per tacere, ovviamente, di quegli autorevoli quotidiani che “fanno opinione” e che, spesso e volentieri, svolgono il ruolo di portavoce ufficiosi della politica americana “che conta”. Prendete il più autorevole di tutti, il “New York Times”, un giornalone che il è modello massimo da cui traggono ispirazione i valvassori del giornalismo politico di casa nostra. Ecco la sua ricetta per risolvere il problema dell’immigrazione clandestina: «smantellare la Fortezza Europea, aprire strade legali all’immigrazione». Gli americani, però, hanno costruito un muro anti-immigrati alto 4 metri, che corre lungo tutto il confine col Messico.

Ma torniamo al nocciolo della questione: agli americani non è mai andato giù che l’Europa si difendesse, che si facesse “fortezza”. A loro serve un’Europa “aperta”, indifesa, buonista e citrulla, magari a tal punto rincoglionita da non accorgersi di chi, dietro le quinte, manovri per asservirla ai propri scopi.

Fonte: “Social”, 22 mag. 2015 (per gentile concessione dell’Autore)

Maurizio Blondet: Il nostro vero nemico è il grande alleato. La prova definitiva

nato-expansiondi Maurizio Blondet – 21/04/2015
Fonte: Effedieffe

«Per gli Stati Uniti la paura primordiale è il capitale tedesco, la tecnologia tedesca, unita con le risorse naturali russe e la manodopera russa: è la sola combinazione che ha fatto paura agli USA per secoli»: così George Friedman, il fondatore del centro di analisi strategiche Stratfor, nel discorso che ha tenuto presso il Council on Foreign Relations il 4 febbraio, e di cui pubblichiamo qui il video con la nostra traduzione integrale (dal parlato inglese). Vale la pena di mostrarlo con la dovuta attenzione, perché merita la più ampia diffusione.

Friedman, che è un ebreo nato a Budapest nel 1946, è un uomo dello ‘Stato profondo’ americano-militarista: docente all’US Army War College, studioso alla National Defense University e alla RAND (il megafono del sistema militare-industriale), esprime qui con inaudita franchezza la strategia che seguirà Washington per mantenere il predominio mondiale. In questa strategia, l’Europa è una pedina, e uno strumento, di cui Friedman parla con infinito disprezzo. L’arma usata, sarà la destabilizzazione: in Ucraina è ciò che abbiamo già fatto in Afghanistan. Abbandoniamo ogni velleità di instaurare la democrazia; una volta destabilizzato il Paese, noi abbiamo compiuto il nostro lavoro… vale la pena di ascoltarlo. E di osservare il suo freddo sorriso, o rictus, mentre espone il programma.

Ecco quel che Friedman dice per sommi capi:

– L’Europa non esiste.

– Soltanto l’integrazione Germania-Russia può minacciarci, non lo permetteremo (1).

– Per questo sosteniamo Kiev.

– L’esercito di Kiev è il nostro esercito, tant’è vero che diamo medaglie ai loro soldati.

– Noi stiamo posizionando armi in tutti i paesi dell’Est europeo, approfittando della loro russofobia.

– Ovviamente agiamo al difuori del quadro della NATO.

– Il nostro scopo: stabilire un cordone sanitario attorno alla Russia.

– Noi possiamo invadere ogni paese del mondo, mentre nessun paese può invaderci.

– Tuttavia, non possiamo occupare l’Eurasia; la tattica è fare in modo che i paesi si dilanino tra loro.

– Per la Russia, lo status dell’Ucraina è una minaccia esistenziale.

– «È cinico, è amorale, ma funziona».

– L’obiettivo non è vincere il nemico, ma destabilizzarlo.

– La destabilizzazione è il solo scopo delle nostre azioni estere. Non instaurare la democrazia; quando abbiamo destabilizzato un Paese, dobbiamo dirci: «Missione compiuta», e tornare a casa.

– La nostra incognita è la Germania. Che cosa farà? Non lo sa nemmeno lei. Gigante economico e nano politico, come sempre nella storia.

– «L’Europa subirà la stessa sorte di tutti gli altri Paesi: avranno le loro guerre. Non ci saranno centinaia di milioni di morti, ma l’idea di una esclusività europea, a mio avviso, la porterà a delle guerre. Ci saranno dei conflitti in Europa. Ce ne sono già stati, in Iugoslavia ed ora in Ucraina.

Il sito Saker mette a confronto questo programma con ciò che ha detto Vladimir Putin nella lunghissima diretta tv del 6 aprile, a cui ha risposto alle domande del pubblico russo:

– La Russia non aggredisce nessuno, difende solo i suoi interessi.

– Noi abbiamo due basi militari fuori della Russia, essi hanno più di mille basi nel mondo: e saremmo noi gli aggressori? Dov’è il buon senso?

– Il bilancio militare del Pentagono è 10 volte maggiore del nostro, e siamo noi che conduciamo una politica aggressiva… Per caso siamo noi ad avere delle basi ai confini degli USA?

– Chi installa dei missili alla frontiera dell’altro?

– Noi vogliamo relazioni di uguaglianza con l’Occidente, in accordo coi nostri interessi nazionali.

– Le sanzioni economiche non sono il prezzo che paghiamo per aver ripreso la Crimea, ma per la nostra volontà di esistere come nazione e civiltà libera.

– Abbiamo atteso vent’anni prima che essere accettati dal WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio), facendo molte concessioni; adesso [imponendo le sanzioni alla Russia, ndr] le norme del WTO sono violate, quelle dell’ONU, quelle del diritto internazionale.

– Noi vogliamo collaborare ai problemi dell’umanità, sicurezza, disarmo, terrorismo, droga, crimine organizzato.

– Dopo la caduta del Muro di Berlino ci avevano promesso il congelamento della NATO. Oggi la NATO è dappertutto alle nostre frontiere. Gli occidentali hanno deciso che erano i vincitori.

– Qualunque cosa facciamo per la distensione, abbiamo sempre incontrato rifiuti e resistenze dell’Occidente. Gli ultimi giochi olimpici invernali di Soci sono stati calunniati e screditati prima, durante e dopo; perché?

Una nota: la Russia s’è appellata al WTO, di cui è membro, perché le sanzioni imposte dagli USA e dalla UE ne violano le regole; il WTO è il sorvegliante, il poliziotto è il giudice del libero commercio globale, che – secondo il dogma – deve essere senza dazi né altri ostacoli di nessun genere. Per cui, nessuna sanzione commerciale deve essere imposta, a meno che non sia votata dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU — ciò che ovviamente non è avvenuto. Non credo che il WTO darà ragione a Mosca.

Ma con ciò, Putin avrà ottenuto due risultati. Uno, dimostrare USA ed UE violano le regole stesse che si sono date ed hanno imposto al mondo; che la globalizzazione non è altro che un sistema di dominio americano; e che il WTO non è affatto l’arbitro oggettivo del libero commercio, ma un’altra arma politica in mano al sistema occidentale anglo.

Il secondo risultato è che la Russia, visto che è vittima di ingiuste ritorsioni economiche in violazione delle norme del WTO, può esentarsi dalle regole del commercio internazionale dettate dallo stesso WTO. Il primo e più gravoso di questi condizionamenti è che il WTO vieta di favorire le industrie nazionali contro la concorrenza delle merci estere. L’embargo in corso obbliga la Russia ad accrescere la parte di produzione nazionale nelle proprie industrie e altre attività economiche; se ben usata, può essere l’occasione insperata per rinforzare il proprio sistema industriale al parziale riparo dalla competizione estera, con misure di protezione che non sarebbero state accettate dalla «comunità internazionale» né dalla propria popolazione. Le sanzioni stanno provocando difficoltà; ritardano i rammodernamenti che erano già in corso (grazie alle industrie tedesche), per cui in pochi anni Mosca avrebbe potuto cominciare a produrre per il mercato merci «di qualità tedesca» nei settori dove ha prodotti di punta (nati per motivi militari) che è incapace di imporre globalmente: chimica, farmaceutica, turbine, chips, opto-elettronica e micro-elettronica, software indipendente (dalla porte posteriori NSA) eccetera (per un’esposizione dei progetti e delle possibilità di eccellenza della Russia si veda qui).

Insomma ha l’occasione di attivare quelle politiche industriali di cui noi europei – vassalli vili e stupidi – ci siamo lasciati spogliare totalmente: dalla svalutazione resa impossibile dall’euro, fino al controllo dei cambi e di opporsi alla fuga dei capitali, misure tradizionali per secoli di qualunque Governo sovrano, ed oggi proibite dal Trattato di Lisbona, come il WTO ci proibisce di difendere le nostre industrie invase e devastate da merci sottocosto. Mentre noi ci lasciamo annodare al collo l’ultimo nodo scorsoio: il TAFTA, il trattato transatlantico, con cui ci assoggetteremo alle normative statunitensi persino per quel che mangiamo.

L’Europa dunque affonda nella crisi (provocata dalla finanza USA e dal suo capitalismo terminale) affondando nel vassallaggio a Washington; complice servile delle sanzioni, perde la grande occasione di sviluppo dell’economia russa – che è un compito immenso, che avrà bisogno di enormi finanziamenti e dunque di investimenti esteri colossali, a cui ahimè provvederà la Cina. E in compenso, da Washington cosa ottiene? Progetti di destabilizzazione e di guerre al suo interno, come promette Friedman.

Vale per noi il detto di Plotino: «Che i vili sian governati dai malvagi – è giusto».

Quanto all’America, e al suo destino storico e metastorico, dovrebbe paventare un altro detto: se sono detti «Beati i costruttori di pace», quale maledizione incombe su tali anticristici seminatori di discordie e suscitatori geopolitici di odi e violenze?

1) Nel 1939 il Council on Foreign Relations di Rockefeller, diretto allora da Isaiah Bowman, raggiunse la stessa conclusione: dopo un accurato studio dei rapporti commerciali dell’intero pianeta, stabilì che l’Europa continentale (con la Russia integrata alla Germania) avrebbe costituito un «blocco autosufficiente», ciò che era contrario all’interesse nazionale, in quanto mega-corporations americane avevano bisogno di «libero accesso ai mercati e alle materie prime» di quella parte del mondo. Fu costituito un War and Peace Studies Project (con un centinaio di avvocati, industriali, politici, diplomatici, banchieri) che con forti finanziamenti (la sola Rockefeller Foundation diede 300 mila dollari di allora), delineò un intero progetto per far entrare in guerra gli USA, e costituire nel dopoguerra un nuovo ordine mondiale: il FMI, la Banca Mondiale furono già concepiti allora. Presentati a Roosevelt, i risultati dello studio lo convinsero ad entrare nel conflitto contro la Germania e il Giappone.

La guerra tiepida

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Sin dal primo giorno del suo mandato il povero Tsipras ha dovuto inghiottire amari bocconi, seppure molti di questi dovuti all’incapacità politica sua e dei collaboratori a lui più vicini. Se difatti avesse voluto ricercare una via di salvezza questa era ed è –evidentemente- l’uscita dalla moneta unica. Ma no! La Grecia non vuole, o quanto meno così non vogliono i mercati, sconvolti da una tale possibilità, mina vagante per un sistema che si ritiene –su che base?- solido, laddove l’eventuale “disubbidienza” di Atene sarebbe di possibile esempio per altre “exit”. Abbiamo già potuto vedere dunque come il leader ellenico continui a vedere nelle minacce europee (o nelle strutture alla Ue colluse) un pericolo per la sua nazione, eppure allo stesso tempo un’ancora di salvezza. Cede ai ricatti, pertanto. Dall’altro lato però “Il governo greco ha capito che non potrà trovare alcun terreno comune con l’Eurogruppo e la Banca Centrale Europea, a meno di accettare una resa incondizionata” (Sapir); è così che si spiega infatti l’avvicinamento con passo felpato alle ex terre sovietiche, solo che il vero felino in questo caso è Putin mentre la Grecia un debole roditore. Una Russia da tempo sempre più aggressiva e famelica, tanto che il lato del mondo occidentale e “democratico” cerca di contrastarla con ogni mezzo, a cominciare dalle ridicole sanzioni.

Solo che la stessa ex Unione Sovietica non è abbastanza ricca per “salvare” la penisola ellenica. Questo perché anche in quelle terre lontane e fredde da anni il modello liberista ha avuto la meglio, tanto che a tutt’oggi esiste una disparità mostruosa tra i pochi ricchi ed i milioni di indigenti. Gli stipendi medi russi sono estremamente bassi, le case – dacché l’edilizia è stata totalmente privatizzata e commercializzata- sono fonte di unico guadagno per i grandi gruppi e gli speculatori. Il tasso di natalità è bassissimo se non negativo. Nel frattempo il prezzo del petrolio in discesa non ha aiutato la situazione, e addirittura è stato deciso di vendere delle riserve valutarie, boccata di ossigeno di scarso respiro se considerata nel lungo periodo. Nonostante questi e i molti altri problemi di natura economico-sociale, il Premier russo sta cercando di avanzare nel suo “risiko” personale, con l’obiettivo ultimo della conquista del mondo. A tal proposito basti pensare al caso ucraino, oppure alla ventilata unione monetaria assieme a Bielorussia e Kazakistan, e da ultimo all’attenzione rivolta –di nuovo! – alla Grecia e all’Ungheria. Putin dunque non sta aiutando nessuno, nemmeno i suoi stessi concittadini (sudditi?), sta semplicemente volando alto e rapace in attesa che quest’ultimi Paesi collassino definitivamente, così da banchettare con le loro carcasse (si è infatti, guarda caso, dimostrato disposto a partecipare a privatizzazioni greche).

E l’America? Continua a portare avanti anch’essa le sue stesse politiche di tanti anni fa, seminando terrore mediatico e pratico per destabilizzare le aree di suo interesse e limitrofe. Unica differenza? Che mentre prima il tutto era spesso legato a questioni meramente petrolifere (vedasi guerra nel Golfo, guerra in Iraq, primavere arabe e Siria), ad oggi ad interessare sono decisamente più i dati. Che dati? Quelli che quotidianamente diamo e mettiamo in rete circa ogni nostra informazione, da tempo non più privata. Nomi, cognomi, indirizzi, salute, interessi, stipendi, sogni, frustrazioni. Cos’altro? Dal numero di scarpe ai dati bancari, dalla mail ai numeri della rubrica. Tutto. A cominciare dalla nostra posizione, spiata in ogni momento (al riguardo si potrebbe chiamare in causa Snowden, per quanto sia in realtà sufficiente prendere in mano lo smartphone che orami chiunque tiene in tasca). “I dati sono oggi il “nuovo petrolio”. Infatti proprio nella conoscenza e nei trattamenti dei dati utilizzati anche per trarre informazioni da informazioni, sta oggi la vera remunerazione di chi fornisce servizi, non a caso, spesso offerti gratuitamente agli utenti. Del resto i guadagni sempre più rilevanti che caratterizzano le società multinazionali fornitrici dei servizi in rete, e che hanno consentito alle più note di giungere al vertice delle capitalizzazioni societarie mondiali, dimostrano quale sia la posta economica in gioco” (F. Pizzetti).

Tutto questo scenario parrebbe suggerire come l’ISIS, Charlie Hebdo e tutta un’altra serie di attentati o di organizzazioni terroristiche possano essere opere di una regia al di là dell’Atlantico (un po’ come nella Russia di inizio Novecento dove Lenin portò avanti la sua rivoluzione forte del capitale dei Rothschild, gli stessi che più tardi sostennero Hitler). Perché? Perché il terrore e la difesa da esso è la scusa più banale per permettere l’accesso a dati altrimenti tenuti ben protetti. Se tuttavia non si volesse tener fede a questa suggestione, è quanto meno evidente che l’America da tempo guardi avidamente all’Europa, cominciando nel ’47 Col piano Marshall, proseguendo con “gli Stati Uniti d’Europa” e speriamo non riuscendo con il TTIP. È dunque evidente che la famigerata guerra fredda non ha mai avuto fine, se non, al massimo, qualche tentennamento e fase di ulteriore raffreddamento. Oggi la tensione sta di nuovo surriscaldando il conflitto, non più diretto, giacché le guerre odierne si combattono a suon di valuta e non a fil di spada. Il risultato in ogni caso è lo stesso, se non peggiore. L’Europa, ancora una volta, è nel mezzo, grazie soprattutto a quella lunga fila di politicanti nostrani ed europei traditori che hanno ci hanno dato in pasto allo straniero. Il Piave, inascoltato, prova ancora a mormorare.

Fonte: www.lintellettualedissidente.it

L’Occidente unito nel sostenere l’invasione dello Yemen

di Luciano Lago

(controinformazione.info) – L’Arabia Saudita ed i paesi del Golfo hanno iniziato le operazioni militari nello Yemen, la forza aerea saudita ha iniziato a bombardare le posizione del movimento Ansarullah nella capitale del paese, secondo le informazioni trasmesse dall’emittente Al-Arabiya.
L’operazione è iniziata dopo la dichiarazione emessa dal Consiglio dei Paesi del Golfo che hanno deciso di intervenire militarmente a sostegno della richiesta fatta dal presidente (spodestato dalla rivolta popolare), Abd Rabbuh Mansur Had, per ripristinare il governo di questi. Si tratta di una vera e propria invasione del paese confinante attuata dalle forze saudite. Vedi: Sputnik News

Gli Stati Uniti, tramite il loro rappresentante diplomatico, hanno dichiarato il loro totale sostegno all’operazione ed inoltre, ha aggiunto il rappresentante USA, Washington si impegna anche a fornire appoggio logistico e di intelligence alle forze saudite. Le basi USA nel Golo sono state mobilitate per l’occasione. Lo stesso farà la Gran Bretagna in base agli accordi esistenti con il governo di Ryad.
Nota: questa volta cosa ci racconteranno i portavoce delle forze atlantiste, attraverso i media da loro controllati: che intervengono forse per salvaguardare i “diritti umani” ?
Quali, : quelli calpestati dal feroce regime assolutista della Monarchia dei Saud appoggiata dagli USA e dal Regno Unito?
Potranno spiegare con molti argomenti che l’ invasione di uno stato estero (lo Yemen) diventa”legittima” se sono in gioco gli interessi dello Stato saudita e delle potenze occidentali?

I fatti sono questi: nello Yemen (penisola arabica) la popolazione yemenita era insorta poche settimane fa contro la dittatura (ispirata dai sauditi) e, grazie alla spinta del movimento “Ansarullah”, una formazione eterogenea di sciiti di stirpe Houthi ma anche di tribù sunnite, che ha lottato contro un regime assolutista e liberticida del presidente, dittatore Mansour Hadi, che attualmente si e’ rifugiato ad Aden . Gli Houthi, che all’inizio parevano deboli militarmente, forti del sostegno della popolazione, hanno preso il sopravvento ed hanno conquistato anche la capitale Sanaa.
Questa rivoluzione con rovesciamento di un regime dittatoriale, non viene definita una “primavera araba” dall’Occidente perchè questa volta ci sono in gioco gli interessi dell’Arabia Saudita, il grande alleato di USA, Gran Bretagna e Francia, e di conseguenza la si definisce un cambio di governo “illegittimo” perchè viene rovesciato (guarda caso) un regime controllato dalla Monarchia saudita, alleata delle potenze occidentali. In realtà si sospetta che dietro il movimento degli Ansarullah ci sia l’appoggio dell’Iran, prima potenza sciita e grande nemico di Israele e degli USA e questo basta perchè si formi una “coalizione internazionale” per riportare il despota, deposto da una insurrezione popolare, nel palazzo del governo di Sana.

Ecco quindi spiegato in sintesi l’interesse degli USA e dei loro alleati ad appoggiare i sauditi e fornire tutta l’assistenza militare richiesta. Certo questa volta non potranno ammorbarci con la solita tiritera propagandistica della necessità di “esportare la democrazia”, visto che sarebbe un pò duro convincere che, quella sotto la dinastia dei Saud, sia qualche cosa che rassomigli vagamente ad una “democrazia” piuttosto che non un regime assolutistico e barbaro.

Le formazioni sunnite che appoggiavano il regime, sostenuto da Ryad, sono quelli che si sono macchiati dei peggiori crimini come ad esempio l’ultimo attentato alle moschee sciite avvenuto il Venerdì in cui , per effetto dell’esplosivo collocato nelle moschee hanno ucciso circa 150 persone inermi che assistevano ai riti religiosi.

Si da il caso che sia proprio la Monarchia saudita ( assieme al Qatar ed alla Turchia) il paese che ha ispirato e sostenuto il terrorismo takfiri che infesta il Medio Oriente e che si sta infiltrando anche in Europa fra le comunità mussulmane. Questo però i media del sistema atlantista non lo dicono anzi, sostengono la palese menzogna che, con l’ascesa di Ansarullah nello Yemen, questa favorirebbe il terrorismo.

Esattamente il contrario della realtà visto che sono le formazioni sciite in Siria, in Iraq ed in Libano (Esercito siriano ed Hezbollah) con il sostegno dell’Iran, quelle che stanno combattendo sul terreno l’esercito dello Stato islamico e non certo la coalizione internazionale che bombarda dall’alto e contemporaneamente fornisce le armi ed i rifornimenti ai gruppi dell’ISIS in Iraq come in Siria (come documentato).

Ecco quindi che i media atlantisti (TV e giornali) stanno imbastendo una nuova campagna di disinformazione e di menzogne per criminalizzare quanti sono insorti contro un regime dispotico e per giustificare questa volta un vero e proprio intervento militare dei sauditi in un paese confinante.

Nella sordida guerra esistente nel mondo arabo tra sunniti, wahabiti e sciiti, l’Occidente ha fatto la sua scelta e, per i propri interessi, si schiera ovunque con i sunniti ed i wahabiti del radicalismo islamico, quelli che che sono in guerra contro le popolazioni sciite, guerra alimentata proprio dai sauditi che aspirano alla leaderschip del mondo mussulmano. Non per nulla sono stati abbattuti o contrastati dall’intervento occidentale tutti gli stati laici e nazionalisti che contrastavano il radicalismo sunnita e wahabita ispirato dalla Monarchia di Ryad (Saddam Hussein in Iraq, Gheddafi in Libia, Assad in Siria).

D’altra parte le relazioni d’affari degli americani, britannici e francesi con i sauditi e con il Qatar sono troppo forti e troppo intense per poter solo accennare ad una qualche incrinatura. Sono loro che dispongono e gli occidentali si adeguano. Non per nulla sono paesi che investono in Occidente i loro capitali, finanziano i governi amici e finanziano le moschee e le comunità mussulmane sunnite in Europa. Di questo in pochi se ne erano accorti.

Si sa che gli interventi militari possono essere “legittimi” per l’Occidente quando sono confacenti agli interessi degli USA e dei loro stretti alleati in Medio Oriente: gli sceicchi ed i monarchi assolutisti dell’Arabia Saudita non si toccano, siedono su montagne di petroldollari e loro hanno sempre ragione e non ci sono “diritti umani” che tengano.

24 marzo 1999, inizio dei bombardamenti NATO sulla Serbia

Ricorre oggi il 16° anniversario dell’inizio dei bombardamenti della NATO su Belgrado e tutta la Serbia. L’attacco, durò 11 settimane e uccise 2.500 civili. Il 24 marzo 1999, la NATO, senza l’approvazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, diede il via ai bombardamenti sui villaggi e sulle città della Serbia. In seguito agli attacchi morirono anche donne e bambini, e oltre 12.500 persone rimasero ferite.  

Chi guadagna e chi perde nella nuova Guerra Fredda

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Il 5 marzo scorso Qu Xing diplomatico cinese ed emissario di Pechino in Belgio, ha dichiarato all’agenzia di informazione Xinhua, ripresa dal sito di informazione The Brics Post, che “l’Occidente deve finirla con questa mentalità da gioco a somma zero nei confronti della sicurezza internazionale e venire incontro alle esigenze della Russia nella crisi ucraina”.

Proprio nei giorni in cui è finito di nuovo sotto accusa per la morte del dissidente liberale Igor Nemtsov, il presidente Wladimir Putin incassa dunque un altro attestato di vicinanza che arriva dalla Cina, il suo attuale alleato più importante in quella che è già stata definita “la nuova guerra fredda”. Dal febbraio del 2014, dagli inizi della crisi con l’Ucraina, tra la Russia e il mondo occidentale è iniziato un crescendo di tensioni che sono progressivamente aumentate fino a culminare con il round di sanzioni economiche che l’Unione Europea ha imposto al governo russo dopo l’annessione alla Russia della Crimea. Il mondo è quindi tornato a respirare l’aria dei due blocchi contrapposti: da una parte gli Stati Uniti e i loro alleati storici membri della Nato, dall’altra la Russia, che a differenza dell’Unione Sovietica, ha potuto trovare il sostegno dei Paesi Brics, tra i quali il più importante appare certamente l’appoggio manifestato dalla Cina. La crisi ucraina ha infatti aperto la strada a quella che è da molti considerata la più grande partita geopolitica del secolo attuale: la sfida tra Washington e Pechino. Un confronto che iniziato nel secolo scorso è cresciuto agli inizi degli anni Duemila con l’ingresso della Cina nel WTO e adesso ha assunto le proporzioni di una contesa a livello globale. Con la Cina che proprio nel 2015 dovrebbe raggiungere il suo obiettivo più ambizioso: scalzare il primato degli Stati Uniti in termini di prodotto interno lordo. Non è un caso allora che a Washington guardino con preoccupazione le notizie che arrivano dal fronte asiatico, in particolar modo quegli accordi di natura commerciale che Mosca e Pechino hanno sottoscritto proprio quando, nel maggio scorso, il regime di Putin sembrava  poter crollare da un momento ad un altro. Ha prevalso allora l’astuzia dell’orso russo, per troppo tempo considerato in Occidente un animale politico poco lungimirante, incapace di guardare oltre i confini di quella che una volta era l’Unione Sovietica che invece al momento opportuno, è corso dal dragone cinese per siglare un’intesa commerciale di lungo periodo (38 miliardi di metri cubi annui dal 2018 al 2048 per un controvalore di 400 miliardi di euro), che lo tenga al riparo dagli artigli dell’aquila americana, un’intesa che per il Cremlino potrebbe assurgere ai significati di una vera e propria polizza vita. Con la Cina come alleata, avranno pensato quelli dell’entourage di Putin, gli Stati Uniti, che sono debitori di Pechino per oltre 1300 miliardi e confidano sempre nella capacità dei cinesi di continuare a  finanziare il suo debito pubblico, non andranno poi oltre qualche round di sanzioni economiche. E così ad oggi, sembrano essere andate le cose se è vero come è vero che l’amministrazione americana, dopo aver imposto all’UE una tornata di sanzioni economiche che le stesse fonti del Cremlino rivelano avrebbe danneggiato la Russia per 50 miliardi di euro nel 2014,  ha voluto defilarsi lasciando che fossero Berlino e Parigi a sedersi al tavolo con Mosca per cercare di trovare un’intesa (il Memorandum di Minsk) sulla crisi ucraina. Se Obama lo abbia fatto per una debolezza sopravvenuta oppure per un calcolo di pura convenienza non è dato sapere, anche se gli ultimi dati sull’export pubblicati dal sito www.stampalibera.com che rivelano un incremento delle esportazioni americane verso la Russia di oltre il 20% indurebbero a pensare che il clima da “nuova guerra fredda” sia convienente più agli Stati Uniti che agli Stati dell’Unione Europea. Questi ultimi escono impoveriti dalle sanzioni inflitte a Mosca anche se i fattori principali del crollo dell’export europeo verso la Russia sarebbero altri, primo tra tutti il crollo del rublo. Secondo i dati che rivela Il Sole 24 Ore le sanzioni economiche avrebbero pesate sull’export italiano, che avrebbe perso complessivamente 1,2 miliardi di euro, per circa un 5% da imputare al crollo dei prodotti alimentari. Più consistente il calo della Germania che avrebbe visto crollare il suo export verso Mosca dell’8% rispetto all’anno precedente. La scelta della Merkel e di Hollande di voler trovare un’intesa con Putin sulla crisi ucraina non è solo un messaggio politico chiaro per dimostrare una volta per tutte agli Stati Uniti d’America, ma non solo, che l’Europa sta provando a diventare un’entita politica di senso compiuto ma anche una mossa strategica per riattivare le relazioni economiche tra la Russia e gli Stati del Vecchio Continente.

di Simone Nastasi

 Fonte: http://italian.irib.ir

Il 1 febbraio 1876 gli USA dichiararono guerra ai Sioux che non volevano abbandonare le loro terre

indiani1_2490194_684794Il 1 febbraio 1876 gli Stati Uniti dichiararono guerra ai Sioux che non volevano abbandonare i territori dov’era stato scoperto l’oro. E fu l’inizio del massacro di Wounded Knee.

Oggi cade l’anniversario di una dichiarazione di guerra troppo spesso ignorata o non considerata come tale. Il 1 febbraio 1876 il ministro degli Interni degli Stati Uniti d’America dichiarò guerra ai Sioux “ostili”, quelli cioè che non avevano accettato di trasferirsi nelle riserve, dopo che era stato scoperto l’oro nelle Black Hills, il cuore del territorio Lakota. Come si potevano traferire migliaia di uomini, donne e bambini dalla terra dov’erano nati, in una stagione dell’anno in cui il territorio era coperto di neve? Molti indiani pare neanche ricevettero l’ordine, in quanto impegnati nelle loro attività di caccia, lontano dalla propria residenza.

Quella dichiarazione di guerra del 1 febbraio fu l’inizio del massacro degli Indiani d’America, che culminerà con l’eccidio di Wounded Knee, passato alla storia grazie a canzoni, libri e film. Sul finire del dicembre 1890, la tribù di Miniconjou guidata da Piede Grosso, appresa la notizia dell’assassinio di Toro Seduto, partì dall’accampamento sul torrente Cherry, sperando nella protezione di Nuvola Rossa. Il 28 dicembre furono intercettati dal Settimo Reggimento, che aveva l’ordine di condurli in un accampamento sul Wounded Knee: 120 uomini e 230 tra donne e bambini furono portati sulla riva del torrente, circondati da due squadroni di cavalleria e trucidati.indiani4_2490356_684795

“Seppellite il mio cuore a Wounded Knee” di Dee Brown è il libro (anche film) che ha commosso generazioni di persone e ispirato cantanti di tutte le generazioni e latitudini, fino a Fabrizio De Andrè che compose la canzone “Fiume Sand Creek”, Prince e Luciano Ligabue. Protagonista delle lotte indiane per 40 anni fu il Capo Nuvola Rossa (1822-1909) che si confrontò aspramente con l’agente governativo perché venisse rispettata l’autorità tradizionale dei capi indiani. Nel 1888 invitò i Gesuiti a creare una scuola per i bambini Lakota nella riserva indiana, una scelta necessaria per mantenere il legame degli Indiani con la loro terra. Pochi anni prima il governo aveva cercato di obbligare i bambini a frequentare una scuola “bianca” per essere “civilizzati” con risultati disastrosi per la cultura indiana.

Nuvola Rossa andò a Washington più volte di ogni altro capo indiano e rimane il leader più rispettato del suo popolo, insieme ad Alce Nero, noto per la sua forte carica spirituale. Quest’ultimo aveva 13 anni nel 1876 ed era già impegnato nella causa, tanto che l’anno dopo andò a Londra per incontrare la Regina Elisabetta. Così racconta il massacro di Wounded Knee: «Brillava il sole in cielo. Ma quando i soldati abbandonarono il campo dopo il loro sporco lavoro, iniziò una forte nevicata. Nella notte arrivò anche il vento. Ci fu una tempesta e il freddo gelido penetrava nelle ossa. Quello che rimase fu un unico immenso cimitero di donne, bambini e neonati che non avevano fatto alcun male se non cercare di scappare via».indiani5_2490365_684797

I Sioux, che preferiscono chiamarsi Dakota o Lakota, sono la principale tribù degli Stati Uniti, con 25.000 membri. Ora vivono in riserve nei loro antichi territori. Continuare a raccontare la loro storia (pochi giorni fa è stata la Giornata della memoria) è un modo per non dimenticare di cosa è stato capace l’uomo nel corso della storia e fare in modo che episodi simili non si ripetano.

Usa: approvato un disegno di legge multi-miliardario per finanziare Israele

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WASHINGTON-Il senato USA ha approvato un disegno di legge multi-miliardario per le spese militari che include 350 milioni di dollari per il sistema missilistico israeliano del sistema Iron Dome.

 Il senato ha passato la legge venerdí con 89 voti favorevoli e 11 contrari. Lo riferisce la PressTV, citato dall’Infopal. Il disegno di legge è stato mandato alla Casa Bianca per la firma del presidente Barack Obama.

La legge per l´autorizzazione alla difesa del 2015 ha anche autorizzato una spesa di 521,3 miliardi per le operazioni del Dipartimento di Difesa e circa 64 miliardi per le operazioni militari oltreoceano. Nella prima settimana di dicembre la Camera dei Rappresentanti ha approvato l´Atto per l´Autorizzazione alla Difesa Nazionale con 300 voti favorevoli e 119 contrari. Gli Stati Uniti mandano a Israele circa 8,5 milioni di dollari di aiuti militari ogni giorno, aggiungendo fino a 3 miliardi di dollari all’anno.

Fonte:http://italian.irib.ir

La simpatica fine del gioco a cura di Vladimir Putin

Dmitrij Kalinichenko, da Investcafe.ru di martedì 18 novembre 2014

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Le accuse dell’occidente verso Putin tradizionalmente si basano sul fatto che lavorava nel KGB, e che perciò sia crudele e immorale. Putin è colpevole di tutto, ma nessuno l’ha mai accusato di mancanza d’intelligenza. Tutte le accuse contro quest’uomo ne risaltano solo la capacità di pensiero analitico e come rapidamente prenda decisioni politiche ed economiche chiare ed equilibrate. Spesso i media occidentali confrontano questa capacità con l’abilità di un grande maestro che partecipa a partite di scacchi simultanee. I recenti sviluppi economici di Stati Uniti e occidente in generale, ci permettono di concludere che qui la valutazione dei media occidentali della personalità di Putin è perfetta. Nonostante le numerose segnalazioni dei successi, nello stile di Fox News e CNN, oggi l’economia occidentale, guidata dagli Stati Uniti, è caduta nella trappola di Putin, la cui via d’uscita non viene vista da nessuno in occidente. E quanto più l’occidente cerca di uscire da questa trappola, più sprofonda. Qual è la vera tragica situazione dell’occidente e degli Stati Uniti? E perché tutti i media occidentali e i principali economisti occidentali ne tacciono, come fosse un segreto militare ben custodito? Cerchiamo di capire l’essenza degli eventi economici attuali, nel contesto dell’economia, mettendo da parte moralità, etica e geopolitica. Dopo aver compreso di aver fallito in Ucraina, l’occidente, guidato dagli Stati Uniti, si proponeva di distruggere l’economia russa con la riduzione del prezzo del petrolio e del gas quali principali proventi dalle esportazioni del bilancio della Russia e della ricostituzione delle riserve auree russe. Va notato che il fallimento principale occidentale in Ucraina non è militare o politico, ma il rifiuto di Putin di finanziare i piani occidentali per l’Ucraina a carico della Federazione Russa. Ciò rende il piano occidentale irrealizzabile nel futuro prossimo.

            L’ultima volta, sotto la presidenza Reagan, tali azioni occidentali per abbassare i prezzi del petrolio ebbero ‘successo’ facendo crollare l’URSS. Ma la storia non si ripete sempre. Questa volta le cose sono diverse per l’occidente. La risposta di Putin verso l’occidente assomiglia agli scacchi e al judo, quando la potenza utilizzata dal nemico viene usata contro di esso ma a costi minimi per la forza e le risorse del difensore. La vera politica di Putin non è pubblica. Pertanto, la politica di Putin in gran parte si concentra non sull’effetto, ma sull’efficienza. Pochissimi capiscono cosa fa Putin oggi. E quasi nessuno capisce cosa farà in futuro. Non importa quanto strano possa sembrare, ma oggi Putin vende petrolio e gas russi solo in oro. Putin non lo grida ai quattro venti. E naturalmente accetta ancora il dollaro come mezzo di pagamento, ma cambia immediatamente tutti i dollari ottenuti dalla vendita di petrolio e gas con l’oro fisico! Per capirlo è sufficiente osservare le dinamiche della crescita delle riserve auree della Russia e confrontarle con le entrate in valuta estera della Federazione Russa dovute alla vendita di petrolio e gas nello stesso periodo. Inoltre, nel terzo trimestre gli acquisti da parte della Russia di oro fisico sono i più alti di tutti i tempi, a livelli record. Nel terzo trimestre di quest’anno, la Russia aveva acquistato la quantità incredibile di 55 tonnellate di oro. Più delle banche centrali di tutti i Paesi del mondo messi insieme (secondo i dati ufficiali)! In totale, le banche centrali di tutti i Paesi del mondo hanno acquistato 93 tonnellate del metallo prezioso nel terzo trimestre del 2014. Il 15° trimestre consecutivo di acquisti netti di oro da parte delle banche centrali. Delle 93 tonnellate di oro acquistato dalle banche centrali di tutto il mondo, in questo periodo, l’impressionante volume di 55 tonnellate acquistate appartiene alla Russia. Non molto tempo fa, scienziati inglesi giunsero alla stessa conclusione, secondo l’indagine dell’US Geological di pochi anni fa: l’Europa non potrà sopravvivere senza l’energia dalla Russia. Tradotto dall’inglese in qualsiasi altra lingua, vuol dire: “Il mondo non sopravvivrà se petrolio e gas della Russia scompaiono dall’approvvigionamento energetico globale”. Così, il mondo occidentale, basato sull’egemonia dei petrodollari, si trova in una situazione catastrofica non potendo sopravvivere senza petrolio e gas dalla Russia. E la Russia è pronta a vendere petrolio e gas all’occidente solo in cambio dell’oro! La svolta del gioco di Putin è il meccanismo della vendita di energia russa all’occidente solo con l’oro, agendo indipendentemente dal fatto che l’occidente sia d’accordo o meno nel pagare petrolio e gas russi con il suo oro artificialmente a buon mercato. Perché la Russia, con un flusso regolare di dollari dalla vendita di petrolio e gas, in ogni caso potrà convertirli in oro ai prezzi attuali, depressi con ogni mezzo dall’occidente. Cioè al prezzo dell’oro, artificialmente e meticolosamente abbassato varie volte da FED e EFS, contro un dollaro dal potere d’acquisto artificialmente gonfiato dalle manipolazioni nel mercato. Fatto interessante: la compressione dei prezzi dell’oro da parte del reparto speciale del governo degli Stati Uniti, l’ESF (Exchange Stabilization Fund), per stabilizzare il dollaro, è una legge degli Stati Uniti.

            Nel mondo finanziario è accettato come un fatto che l’oro sia l’anti-dollaro:

• Nel 1971, il presidente statunitense Richard Nixon chiuse la ‘finestra d’oro’, ponendo fine al libero scambio tra dollari e oro, garantito dagli Stati Uniti nel 1944 a Bretton Woods.

• Nel 2014, il presidente russo Vladimir Putin ha riaperto la ‘finestra d’oro’, senza chiederne il permesso a Washington.

            In questo momento l’occidente spende gran parte di sforzi e risorse nel comprimere i prezzi di oro e petrolio. In tal modo, da un lato distorce la realtà economica esistente a favore del dollaro statunitense e d’altra parte vuole distruggere l’economia russa che si rifiuta di svolgere il ruolo di vassallo obbediente dell’occidente. Risorse come oro e petrolio sono proporzionalmente indebolite ed eccessivamente sottovalutate rispetto al dollaro USA; conseguenza dell’enorme sforzo economico occidentale. E ora Putin vende risorse energetiche russe in cambio di quei dollari artificialmente gonfiati dagli sforzi occidentali, e con cui compra oro artificialmente svalutato rispetto al dollaro USA dagli stessi sforzi occidentali! C’è un altro elemento interessante nel gioco di Putin. L’uranio russo. Una di ogni sei lampadine negli USA ne dipende. La Russia lo vende agli Stati Uniti sempre in dollari. Così, in cambio di petrolio, gas e uranio russi, l’occidente paga la Russia in dollari, il cui potere di acquisto è artificialmente gonfiato verso petrolio e oro dagli sforzi occidentali. Ma Putin usa questi dollari solo per ritirare oro fisico dall’occidente dal prezzo denominato in dollari USA e quindi artificialmente abbassato dallo stesso occidente. Questa veramente geniale combinazione economica di Putin mette l’occidente, guidato dagli Stati Uniti, nella posizione aggressiva e diligente del serpente che divora la propria coda. L’idea di questa trappola economica dell’oro tesa all’occidente, probabilmente non è di Putin molto del consigliere per gli affari economici, dottor Sergej Glazev. In caso contrario, perché il dichiarato burocrate Glazev, insieme a molti uomini d’affari russi, è stato incluso da Washington nella lista dei sanzionati? L’idea dell’economista dottor Glazev è stata brillantemente attuata da Putin, con il pieno appoggio del collega cinese Xi Jinping. Particolarmente interessante in questo contesto sembra la dichiarazione a novembre della Prima Vicepresidentessa della Banca centrale della Russia Ksenia Judaeva, che sottolineava come la BCR può utilizzare l’oro delle sue riserve per pagare le importazioni, se necessario. E’ ovvio che date le sanzioni occidentali, tale dichiarazione sia destinata ai Paesi BRICS, e prima di tutto la Cina. Per la Cina, la volontà della Russia di pagare le merci con l’oro occidentale è molto conveniente. Ed ecco perché: la Cina ha recentemente annunciato che cesserà di aumentare le riserve auree e valutarie denominate in dollari USA. Considerando il crescente deficit commerciale tra Stati Uniti e Cina (la differenza attuale è cinque volte a favore della Cina), questa dichiarazione tradotta dal linguaggio finanziario, dice: “La Cina non vende più i suoi prodotti in cambio dei dollari”. I media mondiali hanno scelto di non far notare questo storico passaggio monetario. Il problema non è che la Cina si rifiuta letteralmente di vendere i propri prodotti in dollari USA. La Cina, ovviamente, continuerà ad accettare i dollari come mezzo di pagamento intermedio per i propri prodotti. Ma appena presi se ne sbarazzerà immediatamente, sostituendoli con qualcosa di diverso nella struttura delle sue riserve auree e valutarie. In caso contrario, la dichiarazione delle autorità monetarie della Cina non ha senso: “Fermiamo l’aumento delle nostre riserve auree e valutarie denominate in dollari USA“. Cioè, la Cina non acquisterà più titoli del Tesoro degli Stati Uniti con i dollari guadagnati dal commercio mondiale, come ha fatto finora. Così, la Cina sostituirà i dollari che riceverà per i suoi prodotti non solo dagli Stati Uniti ma da tutto il mondo, con qualcos’altro per non aumentare le riserve valutarie in oro denominate in dollari USA. E qui si pone una domanda interessante: con cosa la Cina sostituirà i dollari guadagnati con il commercio? Con quale valuta o bene? L’analisi dell’attuale politica monetaria della Cina dimostra che molto probabilmente i dollari commerciali, o una parte sostanziale, la Cina li sostituirà e di fatto li ha già sostituiti, con l’oro fisico. Pertanto, il solitario delle relazioni russo-cinesi è un grande successo di Mosca e Pechino. La Russia acquista merce direttamente dalla Cina con l’oro al prezzo attuale. Mentre la Cina compra risorse energetiche russe con l’oro al prezzo attuale. In questo festival russo-cinese della vita c’è un posto per ogni cosa: merci cinesi, risorse energetiche russe e oro quale mezzo di pagamento reciproco. Solo il dollaro non vi trova posto e non sorprende, perché il dollaro USA non è un prodotto cinese, né una risorsa energetica russa. E’ solo uno strumento finanziario intermedio di liquidazione, un intermediario inutile. Ed è consuetudine escludere gli intermediari inutili dall’interazione di due partner commerciali indipendenti. Va notato che il mercato globale dell’oro fisico è estremamente ristretto rispetto al mercato mondiale del petrolio. E soprattutto il mercato mondiale dell’oro fisico è microscopico rispetto alla totalità dei mercati mondiali di petrolio gas, uranio e merci.

            L’enfasi sulla frase “oro fisico” è fatta perché in cambio delle sue risorse energetiche fisiche, non di ‘carta’, la Russia ritira oro dall’occidente, ma solo nella sua forma fisica, non di carta. Così anche la Cina, acquisendo oro fisico occidentale artificialmente svalutato per pagare prodotti reali inviati all’occidente. Le speranze occidentali che Russia e Cina accettino in pagamento per le loro risorse energetiche e beni “shitcoin” o cosiddetto “oro cartaceo” di vario genere, non si sono concretizzate. Russia e Cina sono interessate solo all’oro, metallo fisico, come mezzo di pagamento finale. Per riferimento: il fatturato del mercato dell’oro di carta, i futures sull’oro, è stimato a 360 miliardi di dollari al mese. Ma le transizioni di oro fisico sono pari solo a 280 milioni di dollari al mese. Il che rende il rapporto tra commercio di oro di carta contro oro fisico, pari a 1000 a 1. Utilizzando il meccanismo di recesso attivo dal mercato artificialmente ribassato dall’attività finanziaria occidentale (oro) in cambio di un altro artificialmente gonfiato dall’attività finanziaria occidentale (USD), Putin ha così iniziato il conto alla rovescia della fine dell’egemonia mondiale dei petrodollari. Così, Putin ha messo l’occidente in una situazione di stallo priva di prospettive economiche positive. L’occidente può usare la maggior parte dei suoi sforzi e risorse per aumentare artificialmente il potere d’acquisto del dollaro, ridurre artificialmente i prezzi del petrolio e il potere d’acquisto dell’oro. Il problema dell’occidente è che le scorte di oro fisico in suo possesso non sono illimitate. Pertanto, più l’occidente svaluta petrolio e oro contro dollaro statunitense, più velocemente svaluterà l’oro dalle sue non infinite riserve. In questa combinazione economica brillantemente interpretata da Putin, l’oro fisico dalle riserve occidentali finisce rapidamente in Russia, Cina, Brasile, Kazakhstan e India, Paesi BRICS. Al ritmo attuale di riduzione delle riserve di oro fisico, l’occidente semplicemente non avrà tempo di fare nulla contro la Russia di Putin, fino al crollo dei petrodollari mondiali occidentali. Negli scacchi la situazione in cui Putin ha messo l’occidente, guidato dagli Stati Uniti, si chiama “tempi bui”. Il mondo occidentale non ha mai affrontato eventi e fenomeni economici come quelli attuali. L’URSS vendette rapidamente oro durante la caduta dei prezzi del petrolio. La Russia acquista rapidamente oro durante la caduta dei prezzi del petrolio. In tal modo, la Russia rappresenta una vera minaccia al modello di dominio mondiale dei petrodollari statunitensi. Il principio fondamentale del modello mondiale dei petrodollari permette che i Paesi occidentali guidati dagli Stati Uniti vivano a spese del lavoro e delle risorse di altri Paesi e popoli grazie al ruolo della moneta statunitense, dominante nel sistema monetario globale (GMS). Il ruolo del dollaro USA nel GMS è essere il mezzo ultimo di pagamento. Ciò significa che la moneta nazionale degli Stati Uniti, nella struttura del GMS, è l’ultimo bene di accumulazione, e scambiarlo con qualsiasi altro bene non avrebbe senso. Ciò che i Paesi BRICS, guidati da Russia e Cina, fanno ora è effettivamente cambiare ruolo e status del dollaro nel sistema monetario globale. Da ultimo mezzo di pagamento e costituzione del patrimonio, la moneta nazionale degli Stati Uniti, nelle azioni congiunte di Mosca e Pechino viene trasformato in un mero mezzo di pagamento intermedio, destinato solo allo scambio con un’altra attività finanziaria ultima, l’oro. Così, il dollaro USA in realtà perde il ruolo di mezzo ultimo di pagamento e costituzione del patrimonio, cedendo entrambi i ruoli a un altro riconosciuto, denazionalizzato e depoliticizzato patrimonio monetario, l’oro.

            Tradizionalmente, l’occidente utilizza due metodi per eliminare la minaccia all’egemonia mondiale dei petrodollari e ai conseguenti privilegi eccessivi occidentali. Uno di tali metodi sono le rivoluzioni colorate. Il secondo metodo, di solito applicato dall’occidente se il primo fallisce, sono le aggressioni militari e i bombardamenti. Ma nel caso della Russia entrambi tali metodi sono impossibili o inaccettabili per l’occidente. Perché, in primo luogo, la popolazione della Russia, a differenza dei popoli di molti altri Paesi, non ha intenzione di scambiare la propria libertà e il futuro dei propri figli per salsicce occidentali. Questo è evidente dal supporto record per Putin, regolarmente pubblicato dalle principali agenzie di sondaggi occidentali. L’amicizia personale del protetto di Washington Navalnij con il senatore McCain è negativa per lui e Washington. Dopo aver appreso questo fatto dai media, il 98% della popolazione russa ora vede Navalnij solo come un vassallo di Washington e traditore degli interessi nazionali della Russia. Pertanto i professionisti occidentali, che non hanno ancora perso la testa, non possono sognarsi una qualche rivoluzione colorata in Russia. Sul secondo metodo tradizionale occidentale di aggressione militare diretta, la Russia non è certamente la Jugoslavia, l’Iraq o la Libia. In ogni operazione militare non nucleare contro la Russia, sul territorio della Russia, l’occidente guidato dagli Stati Uniti è destinato alla sconfitta. E i generali del Pentagono che guidano le forze della NATO ne sono consapevoli. Sarebbe egualmente senza speranza una guerra nucleare contro la Russia, con il concetto del cosiddetto “attacco nucleare disarmante preventivo”. La NATO non solo tecnicamente non può infliggere il colpo che disarmerebbe completamente la Russia del potenziale nucleare, in tutte i molteplici aspetti, ma il massiccio attacco di rappresaglia nucleare contro il nemico o gruppo di nemici sarebbe inevitabile. E la sua potenza sarà sufficiente affinché i sopravvissuti invidino i morti. Cioè, una guerra nucleare con un Paese come la Russia non è la soluzione al problema incombente del crollo dei petrodollari mondiali. Nel migliore dei casi, sarebbe la conclusione finale della Storia. Nel peggiore dei casi, l’inverno nucleare e la fine della vita sul pianeta, fatta eccezione per i batteri mutati dalle radiazioni. La struttura economica occidentale può vedere e capire l’essenza della situazione. I principali economisti occidentali sono certamente consapevoli della gravità della situazione e della situazione disperata in cui si trova l’occidente, caduto nella trappola economica dell’oro di Putin. Dopo tutto, dagli accordi di Bretton Woods conosciamo la regola d’oro: “Chi ha l’oro detta le regole”, ma in occidente stanno zitti. Sono silenziosi perché nessuno sa come uscire da tale situazione. Se si spiegano al pubblico occidentale i dettagli del disastro economico incombente, porrà ai sostenitori dei petrodollari mondiali le domande peggiori, come:

 

– Per quanto l’occidente potrà acquistare petrolio e gas dalla Russia in cambio di oro fisico? E cosa accadrà ai petrodollari degli Stati Uniti quando l’occidente esaurirà l’oro fisico per pagare petrolio, gas e uranio russi e le merci cinesi? Nessuno in occidente oggi può rispondere a queste semplici domande.

            Ciò si chiama “Scacco matto”, signore e signori. Il gioco è finito.

titolo originale: la trappola dell’oro del gran maestro Putin

Trattato transatlantico, UN COLPO MORTALE alla sovranità europea

ttipI negoziati si svolgono in grande segreto, ma la Partnership transatlantica del commercio e degli investimenti (Ptci oppure Ttip, dall’espressione inglese) pare proprio stia entrando in dirittura d’arrivo.
La Ptci è un colossale accordo di libero scambio, e non solo, fra gli Stati Uniti d’America e l’Europa. Una volta siglata, dovrà essere approvata dai Parlamenti dei Paesi membri dell’Ue e poi, in via definitiva, dal Parlamento europeo. Ma se ne parla pochissimo. E diciamolo subito, la cosa non fa meraviglia. Perché la Ptci, se andrà in porto, passerà sul cadavere della sovranità europea e in pratica metterà fine a molte specificità dei popoli del nostro Continente. I negoziatori – sia quelli americani che quelli europei – non vogliono che il pubblico se ne accorga e interferisca.

Secondo la Commissione europea, la Ptci ruota intorno alla creazione di un “mercato transatlantico libero da ostacoli” che permetterebbe di accelerare la crescita dell’economia dello 0,4% negli Stati Uniti e dello 0,5% in Europa, dove si creerebbero due milioni di posti di lavoro. Fin qui la doratura della pillola, la cui esattezza è tutta da dimostrare. La pillola stessa però non contiene molto oro, anzi. Concretamente, attraverso la Ptci gli Stati Uniti cercano di raggiungere alcuni obiettivi che perseguono da tempo: il libero ingresso in Europa di cibi prodotti con organismi geneticamente modificati (Ogm), senza più nessun tipo di difesa del consumatore come l’obbligo di indicare in etichetta la presenza degli Ogm; l’abbandono della protezione indiretta dei prodotti alimentari tipici e la fine delle sovvenzioni europee alla cultura nazionale; infine, e più pericolosa di tutti, l’introduzione della possibilità per le imprese che si ritenessero danneggiate dalle regolazioni nazionali di costringere gli Stati a sottomettersi a un arbitrato.

In Europa le produzioni alimentari sono tutelate da un sistema di denominazioni d’origine che riflette la ricchezza e varietà delle tradizioni europee. Agli occhi degli americani, questa è solo una forma di protezione: beni identici (secondo loro) dovrebbero potersi vendere con lo stesso nome, cosa che oggi è proibita. Per esempio, una luganega o una finocchiona fiorentina prodotte a Milwaukee oggi non possono vendersi come luganega o finocchiona, ma solo sotto un’altra denominazione. Che ci sia un’analogia con il trattamento normativo dei marchi ( la San Pellegrino non può vendere Coca Cola) non impressiona i negoziatori americani, né li tranquillizza il fatto che il consumatore non è comunque obbligato a comprare bistecche di fassone al posto del manzo del Far West. L’unica cosa che rimarrebbe della tutela europea sarebbe un registro dei vini e dei superalcolici, non obbligatorio. Migliaia di anni di raffinamento delle specificità locali sarebbero allegramente buttati nel bathroom. C’è di peggio: gli americani mettono in discussione anche tutta la protezione sanitaria. Il consumatore europeo non vuole Ogm nel suo piatto perché teme conseguenze sulla sua salute e non ritiene di doversi sottoporre
a un tale rischio. L’ideologia americana , che di solito esalta la “sovranità del consumatore”, in questo caso preferisce invece deridere I timori come forme di oscurantismo e premere perché sia tolta di mezzo ogni barriera, anche quella banalissima di dover indicare in etichetta la presenza di Ogm. Allo stesso modo gli americani vogliono che l’Europa spalanchi le porte alla disinfezione della carne mediante sostanze chimiche (prima di tutto il cloro), ai trattamenti a base di ormone della crescita e alla somministrazione agli animali di antibiotici non terapeutici.

L’intera “eccezione culturale” poi è sotto attacco. Non è indifferente per un popolo “c o n s u m are” prodotti culturali che riflettano la sua tradizione o prodotti che ne sono del tutto staccati. Guardare film, assistere a spettacoli teatrali, sentire musica, leggere libri, vedere quadri o sculture sono tutte attività in cui vive l’anima di un popolo. Senza la possibilità di sovvenzionarli, fattori puramente economici determinerebbero la completa sparizione degli elementi culturali etnici a favore di una sbobba h o l ly w o o d – na s h v i l li a n a che può non solo veicolare valori strettamente americani, ma anche una certa visione della storia. Nei new media, l’emergere di giganti americani come Google o Yahoo deve essere controbilanciato da aiuti nazionali. Non c’è alternativa.

In campo finanziario, gli Stati Uniti sono nello stesso tempo a favore di uno “spazio comune” e di una regolazione distinta. In altri termini, strumenti finanziari e servizi concepiti con una regolazione inferiore, che comporta una minore difesa dell’acquirente, sarebbero liberamente commerciabili al di qua dell’Atlantico. Il sistema americano, inoltre, è sistematicamente discriminatorio nei confronti dell’offerta europea, ma su questo Washington rifiuta ogni negoziato. La Ptci inoltre non includerebbe nessuna modifica dell’attuale ordine monetario, che vede il dollaro al centro di tutto e dà alla Fed un ruolo di sovranità valutaria a livello mondiale. Senza una riforma in questo settore, il “campo da gioco” delle imprese non è veramente piano. Per “metterlo a bolla” o c c o rrerebbe una riforma come quella delineata dalla Cina, che ha parlato di incardinare il sistema valutario sui “diritti speciali di prelievo” del Fondo monetario. Lo strumento monetario ha sulla competitività un effetto paragonabile a quello dei dazi doganali. Eppure su questo gli Stati Uniti non negoziano, perché non gli conviene.

Come non negoziano sulla protezione dei dati personali. In Europa la protezione è molto più efficace, negli Stati Uniti le regole sono lasche e il governo stesso non ha esitato a spiare le comunicazioni di tutto il mondo (vedi le rivelazioni di Edward Snowden). Non solo la privacy dei cittadini è a rischio, ma la possibilità di basare le proprie offerte su informazioni approfondite (lesive della libertà individuale, ma più complete) costituisce un vantaggio comparato che le imprese americane utilizzerebbero senza scrupoli.

Infine, bisogna respingere l’idea che un’impresa possa costringere uno Stato a comparire in un arbitrato quando si ritiene danneggiata da una decisione politica. Le elezioni si fanno apposta per prendere decisioni politiche; se possono essere cassate da un arbitro su richiesta di un privato, dove va a finire la democrazia? Già oggi una bella fetta della sovranità popolare è stata erosa, nel senso che esistono molti àmbiti dell’attività economica che vengono gestiti da autorità indipendenti e non elettive. Per scongiurare un’eventuale opposizione dei popoli europei, gli americani hanno imposto che I documenti dei negoziati non siano resi pubblici. L’accesso è riservato a pochi funzionari e avviene in una sala di lettura sottoposta a particolari procedure di sicurezza, situata a Bruxelles.

Le delegazioni americane invece sono numerose (fino a 600 persone, molte delle quali in rappresentanza di imprese industriali) e non hanno problemi informativi. Evidentemente, è solo l’opinione pubblica europea che deve essere tenuta all’oscuro di quanto gli eurocrati e gli americani vanno combinando sopra la sua testa.

Paolo Brera

‘Crisi ucraina colpa dell’Occidente, non di Putin’: Così Foreign Affairs.

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Cosa più unica che rara, la principale rivista geopolitica del Consiglio USA delle Relazioni Esterne smentisce le tesi della Casa Bianca sulle responsabilità russe nell’escalation del conflitto in Ucraina additando proprio l’Occidente come il principale fomentatore della guerra civile. Noi non ne avevamo dubbi. 

di Maria Grazia Bruzzone 

Sull’ultimo numero di Foreign Affairs, si può leggere con una certa sorpresa un lungo articolo, firmato John Mearsheimer, che offre un’analisi della crisi in Ucraina – e del pericoloso confronto in atto fra Occidente e Russia – che contraddice  la narrazione mainstream   in Occidente. 
“I leader di Stati Uniti ed Europa hanno sbagliato a tentare di far diventare l’Ucraina una roccaforte Occidentale ai confini della Russia. Ora che le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti sarebbe un errore ancora più grande continuare in questa politica errata e illegittima” è la tesi dell’autore, professore di Scienze Politiche all’università di Chicago. 

La sorpresa è dovuta al fatto che Foreign Affairs è la rivista dell’influente Council on Foreign Relations, storico organismo ethink tank fondato a New York nel 1921 che da allora ha avuto nei suoi ranghi dozzine di Segretari di Stato, direttori della CIA, banchieri, avvocati, professori, esponenti di media: l’ élitedell’establishment americano. Con propaggini europee. 

E infatti l’articolo è rimbalzato subito su vari blog, dai solitiWashington’s Blog e Zero Hedge a vari altri (es qui, e qui) fino al sito ucraino (governativo) Kyivposte a The Vineyard of the Saker, blog multilingue apparentemente filo-russo. Che non si fa illusioni sul peso che può avere un punto di vista del genere davanti al nuovo prevalere dei Neocon nell’amministrazione americana – sostiene. Ma vediamo . 

LA NARRAZIONE DOMINANTE NON E’ VERA.
“Secondo il giudizio prevalente in Occidente, la crisi Ucraina va imputata pressocché interamente all’aggressione Russa. Il presidente Russo Vladimir Putin, è il ragionamento, ha annesso la Crimea per un desiderio a lungo covato di resuscitare l’impero Sovietico, e potrebbe andare avanti col resto dell’Ucraina, e con altri paesi dell’Est Europa. Da questo punto di vista la destituzione del presidente Ucraino Yanukovich nel febbraio 2014 ha fornito a Putin un mero pretesto per ordinare alle forze Russe di prendersi parte dell’Ucraina”. 
Così esordisce il post. “Ma questo resoconto è sbagliato” – aggiunge. 

LE RESPONSABILITA’. ” Gli Stati Uniti e i loro alleati Europei si dividono la gran parte della responsabilità della crisi. La radice profonda è l’allargamento della NATO, elemento centrale di una strategia più ampia per togliere l’Ucraina dall’orbita della Russia e integrarla nell’Occidente”. 

“L’espansione dell’UE a Est e l’apporto decisivo dell’Occidente al movimento pro-democrazia in Ucraina – cominciato con la Rivoluzione Arancione nel 2004 – sono anch’essi elementi critici.   Da metà degli anni ’90 i leader Russi si sono opposti in modo deciso all’allargamento della NATO e negli anni recenti   (dopo che i paesi baltici sono entrati nell’UE, ndr) hanno messo in chiaro che non avrebbero assistito senza reagire alla trasformazione del loro vicino strategicamente  più importante in un bastione dell’Occidente”.

“Per Putin il rovesciamento illegale del presidente pro-Russia dell’Ucraina democraticamente eletto – che ha giustamente definito un colpo di stato – è stato l’ultima goccia. Ha risposto prendendo la Crimea, una penisola che temeva sarebbe diventata una base navale NATO, e lavorando per destabilizzare l’Ucraina così da dissuaderla dal cercare di unirsi all’Occidente”.

  “Le mosse di Putin non avrebbero dovuto essere una sorpresa. Dopo tutto l’Occidente era entrato nel cortile della Russia e aveva minacciato il cuore dei suoi interessi strategici, un punto che Putin ha ripetuto enfaticamente molte volte. Le élites di Stati Uniti ed Europa sono state colpite dagli eventi solo perché hanno abbracciato una visione carente della politica internazionale.   Tendono a credere che la logica del realismo abbia poca rilevanza nel 21° secolo. ..

L’INGEGNERIA SOCIALE. “Lo strumento finale dell’Occidente per staccare Kiev da Mosca è stato lo sforzo per diffondere valori Occidentali e promuovere la democrazia in Ucraina e in altri stati post-Sovietici, un piano che ha spesso comportato finanziare direttamente persone e organizzazioni. 
Victoria Nuland,assistente del segretario di Stato americano per gli Affari Europei e Euroasiatici, nel dicembre 2013 ha stimato che gli Usa abbiano investito più di $5miliardi dal 1991 per aiutare l’Ucraina a ottenere “il futuro che le spetta”, ricorda Mearsheimer. E cita la fondazione National Endowement for Democracy (NED),   ingaggiata a questo scopo dal governo, che ha finanziato più di 60 progetti per “promuovere la società civile” e per sostenere le opposizioni dopo la vittoria elettorale di Yanukovich. 

” Quando i leader Russi osservano questa ingegneria sociale Occidentale in Ucraina temono che il prossimo sarà il loro stesso paese“, scrive ancora il nostro, citando una frase ambigua del presidente della NED, Carl Gershman.   . 

COME E’ ANDATA. IL RUOLO DI WASHINGTON. “Le tre politiche Occidentali – allargamento della NATO, espansione dell’UE e promozione della democrazia – hanno aggiunto benzina al fuoco. La scintilla è arrivata nel novembre 2013 quando il presidente Yanukivich respinse l’accordo economico che stava negoziando con l’UE e decise di accettare invece la controfferta Russa di $15 miliardi.  
La decisione innescò manifestazioni antigovernative che crebbero nei tre mesi successivi. Emissari occidentali si precipitarono a Kiev per risolvere la crisi. Il 21 febbraio governo e opposizione (con la mediazione di Germania Francia e Polonia ndr) raggiunsero un accordo che consentiva al presidente di restare in sella fino alle nuove elezioni. Ma l’accordo fu messo da parte, il presidente fuggì in Russia il giorno seguente. Il nuovo governo proclamato a Kiev era (è) pro-Occidente e anti-Russo fino al midollo, e aveva 4 membri di rilievo che avrebbero potuto legittimamente essere etichettati come neofascisti. 

“Sebbene il coinvolgimento degli Stati Uniti non sia ancora emerso fino in fondo, è chiaro che dietro il colpo di stato c’era Washington. Nuland e il senatore repubblicano John McCainparteciparono a dimostrazioni e Geoffrey Pyatt, ambasciatore Usa in Ucraina, dopo il rovesciamento di Yanukovich proclamò che era “una giornata storica”. 
Come rivelò una telefonata intercettata, Nuland aveva perorato un cambio di regime e voleva che diventasse primo ministro il politico Ucraino Arseniy Yatsenyiuk, come è accaduto (nella stessa telefonata Nuland mandava al diavolo i leader europei – F..ck EU – evidentemente non proprio d’accordo. E’ la versione che circolava sui blog, Underblog qui con foto linkate, e qui).  
“Nessuna meraviglia che i Russi siano persuasi che l’Occidente abbia giocato un ruolo nella destituzione di Yanukovich”.

LA REAZIONE DI PUTIN. “Le mosse di Putin sono facilmente comprensibili”, scrive il prof Mearsheimer, e ricorda le vaste distese piatte attraversate dalle armate di Napoleone, della Germania imperiale, della  Germania Nazista, per dire che l’Ucraina ha sempre avuto una funzione di Stato-cuscinetto di enorme importanza strategica per la Russia. “Nessun leader Russo tollererebbe che un’alleanza militare nemico mortale di Mosca fino a tempi recenti si spingesse fino all’Ucraina. E nessun leader Russo resterebbe inerte mentre l’Occidente aiuta a installare un governo determinato a integrare l’Ucraina nell’Occidente”.

“Washington può non gradire queste posizione, ma dovrebbe capirne la logica. E’ Geopolitica di primo livello: le grandi potenze sono sempre sensibili a potenziali minacce vicine al loro territorio. . Immaginate l’ indignazione di Washington se  la Cina costruisse una forte alleanza militare e cercasse di includervi Canada e Messico. 
“Logica a parte, i leader Russi hanno detto in molte occasioni alle loro controparti Occidentali che considerano inaccettabile l’espansione della NATO in Georgia e Ucraina.   .

“In una intervista del 1998 George Kennan (grande esperto americano di Russia) aveva predetto che l’espansione della NATO avrebbe provocato una crisi, dopo di che coloro che proponevano l’espansione avrebbero dichiarato ‘vi abbiamo sempre detto come sono i Russi’ così come oggi additano Putin a grande colpevole”. 

C’E’ UNA VIA D’USCITA: UN’UCRAINA NEUTRALE. “C’è una soluzione della crisi in Ucraina – sebbene richieda che l’Occidente pensi a quel paese in un modo radicalmente nuovo. Gli Stati Uniti e i loro alleati dovrebbero abbandonare i loro piani tesi a occidentalizzare l’Ucraina e proporsi invece di farne un cuscinetto fra NATO e Russia, simile alla posizione dell’Austria durante la Guerra Fredda.  I leader Occidentali dovrebbero riconoscere che l’Ucraina vale così tanto per Putin che non possono sostenere lì un regime anti-Russo.  Con ciò non si vuol dire che un futuro governo Ucraino dovrebbe essere pro-Russo e anti-NATO. Al contrario, l’obiettivo dovrebbe essere un’Ucraina sovrana che non appartiene né al campo Russo né a quello Occidentale“. 

Per raggiungere questo scopo Stati Uniti e alleati dovrebbero pubblicamente negare l’espansione dalla NATO in Georgia e Ucraina (1); aiutare a forgiare un piano di economico di salvataggio per l’Ucraina, insieme a UE, FMI, Russia e Usa (2); limitare considerevolmente i suoi sforzi di ingegneria sociale in Ucraina: è tempo di finirla col sostegno a un’altra Rivoluzione Arancione. D’altra parte si dovrebbe incoraggiare l’Ucraina a rispettare i diritti delle minoranze, specialmente dei cittadini che parlano russo. 

UNA SCELTA, PRIMA CHE SIA TARDI.”Stati Uniti e alleati Europei devono fare una scelta. Possono continuare l’attuale politica, che esaspera le ostilità con la Russia e nel frattempo devasta l’Ucraina – uno scenario in cui ciascuno uscirà perdente. Oppure possono girare le macchine e lavorare per creare un’Ucraina prospera ma neutrale. Un approccio in cui entrambi sarebbero vincitori. (L’autore glissa sulle conseguenze economiche nefaste per l’Europa che già cominciano a manifestarsi, e tace sui rischi che il confronto Occidente/Russia si allarghi e degeneri in conflitto aperto, ndr)

“Qualcuno potrà obiettare che cambiare politica è ormai tardi e danneggerebbe seriamente la credibilità degli Stati Uniti nel mondo. Ci sarebbero certamente dei costi, ma i costi derivanti dal continuare una strategia sbagliata sarebbero certo molto più alti. Inoltre gli altri paesi probabilmente rispetterebbero uno Stato che impara dai suoi errori e alla fine sceglie una politica che affronta efficacemente il problema”.  Così l’articolo di Foreign Affairs

CHE PESO PUO’ AVERE UN PUNTO DI VISTA DEL GENERE? The Seeker non è ottimista. Spiega: “Mearsheimer è il portavoce di quel che si può definire ‘la vecchia guardia’ (del CFR), persone che, gradualmente sostituite da Neo-con, hanno seguito Obama per essere poi ri-sostituite un’altra volta quando i Neocon hanno abilmente preso Obama sotto il loro controllo. In altre parole Mearsheimer parla per la parte dell’establishment sconfitta e risentita, sia pure ancora potente e influente. L’articolo può servire come ballon d’essai con il resto dello “Stato profondo” degli Stati Uniti, per vedere che reazioni suscita”. 

Vedremo. Quel che  è evidente a questo punto è che nell’amministrazione americana in realtà non c’è un punto di vista unico come vien fatto apparire. E che il sito filo-Russo possa aver ragione nell’additare il crescente peso dei Neo-con lo potrebbe dimostrare anche l’ultima crisi  in Medio Oriente, dietro cui stanno sempre più emergendo divergenze cruciali non recentissime ma fin qui poco note. Ne parleremo in un prossimo post. 

Fonte:  http://www.lastampa.it/2014/08/23/blogs/underblog/la-crisi-ucraina-colpa-delloccidente-non-di-putin-cosforeign-affairs-1VauyGpdJOgsIQwtLhLApJ/pagina.html.

31/08/1973 Bombardamento di Pisa

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Ricordiamo uno dei tanti tragici bombardamenti aerei per mano dei liberatori..anche Pisa non viene risparmiata.

PISA – Sono passati settanta anni da quel tragico 31 agosto del 1943, quando Pisa subì un pesantissimo bombardamento che portò lutti e sciagure che, purtroppo sarebbero durate ancora. è facilmente consultabile in rete, un filmato di non moltissimi secondi ma devastante. Emerso dagli archivi dell’Istituto Luce, a colori, mostra riprese aeree statunitensi che mostrano la città in tutta la sua devastazione. A  distanza di decenni, ormai, anche chi non ha vissuto quei giorni non può fare a meno di trattenere il fiato, e pensare a cosa successe. Oggi ormai restano poche tracce di quei minuti tremendi. Qualcosa sul lungarno Galilei e nel quartiere di Porta a Mare. Il tempo ha quindi risanato molte ferite, almeno quelle materiali. Il prologo del bombardamento di Pisa c’era stato l’11 agosto quando fu investita da un uragano di fuoco Terni. La città umbra era sede di molte industrie e di uno sviluppato centro industriale. In quel mese furono moltissime le città italiane bombardate, con una escalation che sembrava non finire mai. Fino alla tarda estate del 42 la guerra era sempre stata lontana e tutto sommato fortunata per l’Italia. Alla lunga però la situazione cambiò e dopo la battaglia di El Alamein iniziò una lunga ritirata. Lo sbarco in Sicilia del 10 luglio del 43 contribuì alla caduta del fascismo e del governo Mussolini il 25 luglio. Il Re scaricò Mussolini e nominò capo del governo Badoglio che temporeggiava. Del Re e di Badoglio gli alleati non si fidavano. In questa ottica si spiega il bombardamento di Roma, del sud Italia e di Pisa. Paradossalmente dopo la caduta di Mussolini i bombardamenti, sulle già martoriate città italiane, aumentarono in modo esponenziale. L’armistizio fu firmato il 3 settembre a Cassibile, anche se poi fu annunciato solo l’8 settembre. Alle 13 di quel maledetto 31 agosto del 43, Pisa venne investita da un uragano di fuoco, un inferno che durò sette lunghissimi minuti. Il numero esatto delle vittime non si è mai saputo. La cifra oscilla tra i 900 stimati al momento, ed i più probabili 2500 moltissimi dei quali mai ritrovati e letteralmente sepolti in gran parte sotto la stazione. Andarono persi patrimoni artistici come il complesso della Cittadella, ricostruito nel dopoguerra ma in modo diverso ed incompleto. Andò definitivamente perso l’uso del sostegno, cioè la struttura che permetteva l’unione dell’Arno al canale dei Navicelli. Un sistema che permetteva la navigazione (da Pisa a Livorno) adatto appunto per i navicelli, imbarcazioni leggere che poi hanno dato il nome al canale. Quello di Pisa fu un bombardamento inutile dal punto di vista militare, dato che l’Italia era ormai in ginocchio ed i rifornimenti tedeschi non furono messi in pericolo. Inutile anche dal punto di vista mentale, dato che il morale dei pisani e degli italiani era da tempo sotto i tacchi. Un tipo di bombardamento già sperimentato in molti scenari e messo in pratica in Italia su volere di Arthur Harris, comandante dei bombardieri della Royal Air Force. Furono tragiche ore, durante le quali scomparvero molti storici aspetti pisani. La mattina del 31 agosto, 152 apparecchi statunitensi decollarono dalla base in Tunisia e la tragedia arrivò quando molti erano a pranzo. Tra gli aerei impegnati c’erano 48 B 17, i bombardieri pesanti tristemente famosi. Giunti in prossimità della città, il primo nucleo detto flight leader iniziò a sganciare le bombe, gli altri apparecchi che seguivano dovettero bombardare alla cieca tanto era il fumo prodotto dalle prime bombe. Il quartiere di Porta a Mare non esisteva più. Sulla fabbrica della Saint Gobain caddero 367 bombe che provocarono 56 morti tra gli operai, quasi tutti rimasti uccisi durante la pausa pranzo. La contraerea potè ben poco, abbattendo 4 velivoli, mentre dal campo di Arena Metato si alzò la caccia italiana con alcuni Macchi 200, impotenti di fronte alle fortezze volanti. In tutto caddero, da un’altezza di seimila metri, sulla parte meridionale della città 480 tonnellate di bombe, delle quali pochissime restarono inesplose. Sette minuti che provocarono non meno di 900 morti. Alla fine si contarono i danni: furono 2500 le case distrutte o comunque sinistrate, i lungarni semidistrutti, i ponti crollati, la stazione rasa al suolo, il quartiere di Porta a Mare polverizzato, danneggiate gravemente le chiese di Sant’Antonio, San Paolo a Ripa d’Arno, distrutto il convento delle Benedettine che si salvarono miracolosamente, gravemente danneggiata la cappelletta di Sant’Agata. Moltissimi pagarono con la vita il durissimo prezzo di una guerra che all’alba del primo settembre del 1943 era ancora ben lontana dal potersi dire conclusa.

Fonte: http://www.pisanews.net

La Russia e il balzo latino-americano nel multipolarismo

Altro che Russia isolata, Putin sta continuando la sua politica estera indipendente e sovrana volta ad affermare il multipolarismo, questa volta, proprio nell’habitat naturale statunitense. Dopo i paesi BRICS è la volta degli altri stati sudamericani di stringere partenariati con il Cremlino. 

La Russia ha ripristinato la portata globale dell’epoca sovietica con Vladimir Putin, estendendone l’influenza in tutto il mondo. Svolgendo il ruolo di contrappeso strategico, le relazioni con la Russia sono ora più che mai apprezzate mentre il mondo volge al multipolarismo. Alcuni sfondi contestuali rendono l’America Latina ricettiva al multipolarismo e ai grandi obiettivi della politica estera russa. Negli ultimi dieci anni, Mosca ha tessuto una rete complessa di relazioni estendendo direttamente e indirettamente la sua influenza nei Caraibi e sulle coste del continente sudamericano. Questa strategia non è priva di rischi, tuttavia, dato che i partner della Russia sono vulnerabili alle diverse destabilizzazioni sponsorizzate dagli USA. Se gestito correttamente, tuttavia, il ritorno della Russia in America Latina può essere la manna del multipolarismo, e può anche sovvertire l’iniziativa strategica del Pentagono e, per una volta, mettere sulla difensiva gli Stati Uniti nel proprio naturale ambito d’interesse. (Grazie alle sue peculiarità geopolitiche e all’unico rapporto storico e sociale con gli Stati Uniti, il Messico è escluso dall’analisi, essendo più appropriato analizzarne i legami con la Russia in separata sede sul tema).

Sfondo contestuale
L’America Latina nel suo complesso è generalmente molto sensibile a qualsiasi espressione dell’egemonia statunitense (economica, politica e soprattutto militare), ed è una delle regioni più fertili del mondo per il pensiero antioccidentale. Ciò è in gran parte riconducibile agli oltre 500 anni di saccheggio verificatisi per mano degli europei e poi degli statunitensi, come eloquentemente indicato nel famoso libro del 1971 “Le vene aperte dell’America Latina”. Relativamente parlando, data la storia con il suo grande vicino nordamericano, l’America Latina può solo contrapporsi al suo vecchio egemone, come l’Europa orientale con la Russia. Ciò ne fa una posizione strategica geo-sociale che può sconvolgere l’unipolarismo contribuendo alla creazione del mondo multipolare.

Il Venezuela in ascesa
Tale sentimento contro occidente e Stati Uniti, in particolare, ha portato alla nascita di ciò che viene definito “Socialismo del 21.mo secolo”. Hugo Chavez fu il volto di questo movimento e suo massimo sostenitore, impregnando questa ideologia socio-economica con alcuni aspetti di politica estera, che sarebbe poi divenuti la norma tra i suoi seguaci. In particolare, Chavez era decisamente contrario alla politica estera degli Stati Uniti, e di conseguenza Washington progettò il breve colpo di Stato che lo rimosse dal potere temporaneamente, nel 2002, dopo il recupero dall”offensiva segreta degli Stati Uniti, Chavez istituzionalizzò democraticamente il suo governo tramite il voto ed avviò l’esportazione dell’influenza regionale del Paese attraverso l’organizzazione multipolarista ALBA che aveva fondato. Di conseguenza, Chavez era assai favorevole alla Russia riportandola negli affari emisferici.

Ritorno della Russia
In questo periodo la Russia sorgeva dalle ceneri del crollo sovietico, tornando al suo status di grande potenza. E così aveva bisogno di espandere il suo nuovo dominio in zone in cui un tempo aveva influenza, tra cui naturalmente l’America Latina. Visite reciproche, accordi su armi e contratti energetici fiorirono tra Russia e Venezuela dal 2000, ed entrambi i Paesi erano già forti partner strategici nel 2010, quando Putin si recò a Caracas. La cooperazione militare nel settore navale e aereo consolidò il rapporto e mostrò il reciproco impegno delle parti. Tutto ciò era influenzato ed in linea con il Concetto della Politica estera russa del 2013, dove la ricerca della multipolarità è un presupposto scontato (essendo indicato come obiettivo della politica estera ufficiale nel 2000) e la maggiore interazione con l’America latina vi veniva sottolineata. È importante sottolineare che questo stesso documento distingue inoltre tra Stati dei Caraibi e dell’America Latina, una distinzione che avrà risalto nella prossima sezione.

Il legame cinese
Per concludere lo sfondo contestuale dell’attuale politica latinoamericana della Russia, i semi geopolitici del partenariato strategico russo-cinese hanno finalmente maturato e fruttato. La Cina ha aperto importanti porte alla cooperazione della Russia con alcuni Paesi della regione, così come all’importante finanziamento del rivoluzionario canale di Nicaragua. Il partenariato strategico non  sottovaluta la politica latinoamericana della Russia, ma si preannuncia importante nel prossimo futuro. Tutto ciò, in relazione alla situazione contestuale, così come al grande ruolo di Brasile e BRICS, ha reso il ritorno monumentale di Putin in America Latina di un mese fa, una progressione naturale e logica della politica globale russa, così come il viaggio di Lavrov nella regione di due mesi prima.

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Il fulcro venezuelano
Il ruolo del Venezuela nella politica regionale della Russia è estremamente importante, con il Paese  fulcro tra due triangoli dell’influenza strategica di Caraibi e America Latina. In riferimento al Concetto della Politica estera russa del 2013, Mosca vede queste due regioni come parti distinte di un tutto più grande, quindi è fondamentale che il Venezuela sia la leva dell’influenza della Russia. Caracas ha acquisito questo ruolo per via dell’espansione della sua influenza attraverso ALBA, nel ruolo dirimente di leader regionale del socialismo del 21° secolo, e per il grande peso economico che vi pone grazie alle sue grandi riserve di petrolio.

I Caraibi
Il primo fulcro che il Venezuela incentra è quello di leader del triangolo dei Caraibi tra esso, Nicaragua e Cuba. L’importanza del Nicaragua e del suo canale finanziato dai cinesi è già stata indicata, ma è anche importante menzionare che il Paese è ancora una volta governato dall’ex-sandinista Ortega Daniela. Significativo dato regionale che un alleato di Mosca negli anni ’80, sia tornato alla presidenza nel 2006; non solo è uno stretto alleato di Russia e Venezuela, ma è anche, ovviamente, in ottimi rapporti con la Cina e promuove maggiori legami economici con l’Iran, attestando in tal modo le sue credenziali multipolari. Il terzo angolo del triangolo dei Caraibi, Cuba, è importante per la sua vicinanza geostrategica alle coste meridionali degli USA e al ruolo simbolico che la sua leadership ha nella regione e nel mondo anti-occidentale. La posizione di Cuba ha ancora una volta acquisito maggiore valore agli occhi dei decisori russi, date le recenti indicazioni che la base spionistica sovietica, Lourdes, possa essere riaperta.

Sud America
Nel continente latino-americano, il Venezuela supporta la Russia nell’azione politica in Ecuador e Bolivia, due Paesi con leader violentemente antioccidentali. L’Ecuador è rapidamente diventato un alleato dei russi di vitale importanza, negli ultimi anni, con Medvedev che commentava alla fine del 2013, che era divenuto uno dei “partner più importanti dell’America Latina”. Durante la stessa visita, la Russia annunciò che avrebbe investito 1,5 miliardi di dollari nel settore energetico dell’Ecuador. La stretta cooperazione tra Mosca e Quito s’illustrava a pieno all’inizio del mese, quando il Presidente Rafael Correa ha rimproverato pubblicamente l’appello disperato dell’UE a non commerciare con la Russia. La cooperazione con la Bolivia, tuttavia, è più in sordina ma la Russia ha recentemente intensificato la cooperazione energetica con il Paese, che ha il secondo maggiore giacimento di gas del continente. La Bolivia è attualmente più importante dal punto di vista geopolitico e come forte sostenitore ideologico del multipolarismo.

Sommario
Russia e Venezuela hanno un reciproco rapporto proficuo, e in cambio dell’ampia assistenza di Mosca a Caracas, ha accesso privilegiato ai Paesi critici nelle regioni dei Caraibi e dell’America Latina. Con il primo, la Russia aveva già un patrimonio storico di cooperazione, ma il fattore venezuelano ha rafforzato i legami esistenti e datogli ulteriore ‘credibilità regionale’. Verso il Sud America, si possono attribuire i successi della politica estera della Russia con l’Ecuador e la Bolivia alla forte agevolazione data dalla relazione strategica con il Venezuela. La Russia non ebbe tale influenza in questi Paesi in passato, simile a quella attuale, e ciò è un risultato tangibile dell’amicizia russo-venezuelana. Così, si può considerare il Venezuela come supporto politico regionale primario della Russia e uno dei suoi centri di gravità strategici.

Brasile e Argentina
Non meno importanti dei suoi legami con il Venezuela sono i rapporti della Russia con Brasile e Argentina. Questi due Paesi sono una coppia di fatto nella strategia sudamericana della Russia, e permettono di esercitare influenza nell’Atlantico meridionale. Brasile e Russia sono membri dei BRICS, e questa organizzazione, secondo Putin, “è l’elemento chiave del mondo multipolare emergente”. Pertanto, la cooperazione tra i due è sovra-regionale e si estende sul mondo, ma è ancora importante ricordare che ognuno di essi assiste l’altro nella creazione di un punto d’appoggio strategico nella rispettiva regione. Ciò dà alla Russia un avamposto in Sud America e al Brasile uno in Eurasia, srotolando in tal modo il tappeto rosso dei vantaggi economici. I rapporti con l’Argentina sono più complessi che con il Brasile, ma non significa che non siano vicini. L’Argentina è ufficialmente un importante alleato non-NATO, dopo aver ricevuto tale designazione nel 1998, a garanzia del privilegiato rapporto militare con gli Stati Uniti, facendone l’unico Stato di tale categoria presente nell’emisfero occidentale. Sgomentando Washington, però, tale categorizzazione ‘gratificante’ potrebbe essere stata prematura, mentre l’Argentina volge drammaticamente al campo antioccidentale dopo il collasso economico di un decennio fa. Contestando apertamente le pretese del Regno Unito sulle isole Malvinas/Falkland e accusando nettamente gli Stati Uniti di aver cospirato per destabilizzarne l’economia, comportamento che la distingue visibilmente dagli altri importanti alleati non-NATO come Israele e Australia. E’ in tale contesto politico che l’Argentina si avvicina ai BRICS, con la Russia che l’aveva invitata a partecipare al vertice brasiliano dello scorso mese. V’erano anche molte voci anche sul tentativo di unirsi all’organizzazione in futuro, mostrando ulteriormente l’intenzione della propria leadership di rompere economicamente con l’occidente. Ultimamente, l’Argentina ha con entusiasmo e volontariamente aumentato l’invio di derrate in Russia per compensare il vuoto lasciato dalle contro-sanzioni sui prodotti europei. Brasile e Argentina sono così i principali centri d’influenza russa in Sud America. Va da sé che i legami costruttivi con questi giganti economici inevitabilmente portano a relazioni positive con il piccolo vicino Uruguay, che è saltato sul carrozzone delle contro-sanzioni aumentando le esportazioni agricole verso la Russia. Quando si osserva una mappa, questi tre Paesi costituiscono la maggior parte del continente e hanno incredibili potenziali economici ed umani e risorse naturali, dimostrando così che, anche se fossero i soli partner emisferici della Russia, solo attraverso essi la Russia avrebbe già stabilito un piano strategico solido nel cortile degli USA.

Trans-Pacific Partners
Il terzo vettore della politica latinoamericana della Russia è direttamente supportato dal partenariato strategico russo-cinese. La Cina è il mammut economico mondiale, specialmente nel Pacifico, ed esercita immensa influenza con i suoi legami commerciali con gli altri Stati. Nell’APEC ha l’opportunità di incontrare e avere colloqui ad alto livello con i suoi partner latinoamericani del Pacifico, in particolare Perù e Cile. Entrambi questi Paesi sono alleati e membri dell’American Pacific Alliance, blocco commerciale neo-liberista che comprende anche Colombia, Costa Rica e Messico. La maggior parte di questi Stati è impegnata in trattative con gli Stati Uniti sulla Trans-Pacific Partnership di Washington. Nonostante ciò, la Russia è interessante a corteggiare più strette relazioni con Perù e Cile, in particolare. L’ex-presidente Medvedev visitò il Perù nel 2008, la prima visita di un leader russo nella storia, in cui i due Paesi firmarono accordi sull’industria della difesa, economici e di cooperazione antidroga. Putin in seguito incontrò il presidente del Perù a margine del vertice APEC 2012 tenutosi a Vladivostok, un chiaro segno che la Russia è interessata a rafforzare le sue relazioni con il Paese. Legami furono infatti rafforzati, essendoci ora piani con il Perù per la produzione congiunta di elicotteri russi nel Paese, e le aziende ittiche peruviane ora  programmano di sostituire quelle europee colpite dalle sanzioni. In Cile, il Paese è stato a lungo un deciso alleato degli USA, ma la recente elezione della leader della sinistra Michelle Bachelet potrebbe rendere il Paese più multipolarista. Ha già avviato l’esenzione del visto ai cittadini russi e sembra pronto a riempire il vuoto della Norvegia nella fornitura di salmone ai russi. Bisogna ricordare che l’Unione europea ha recentemente pubblicato un patetico appello ai Paesi dell’America Latina a non commerciare con la Russia e sfruttare le contro-sanzioni ai danni di Bruxelles. Essendo il Cile stretto alleato degli USA e membro dell’Alleanza del Pacifico, era inaspettato che sfidasse l’occidente in questo modo, soprattutto con una ‘nuova guerra fredda’ in corso. Ciò potrebbe essere spiegato dalla firma tra Cile e Cina di un accordo di libero scambio nel 2005, che entrerà in pieno vigore nel 2016. Negli anni successivi, la Cina si è assicurata tale punto d’appoggio economico nel Paese, ora suo principale partner commerciale. Così, sembra che Pechino abbia usato la sua influenza economica sul Cile per aiutare Mosca in questo caso, nell’ambio del partenariato strategico globale russo-cinese. In generale, in relazione a Perù e Cile, la Cina non usa tutte le carte economiche. Ha anche firmato un accordo di libero scambio con il Perù nel 2009, divenendo due anni dopo suo maggior partner commerciale e investitore. Naturalmente, la Russia già compiva  progressi in Perù, prima di ciò, ma è probabile che il coinvolgimento indiretto cinese abbia contribuito a spianare la strada alle relazioni attuali. Pertanto, nel contesto più ampio della grande strategia latinoamericana della Russia, i casi di Perù e Cile fungono da forti indicazioni della portata globale e dell’efficacia del partenariato strategico russo-cinese nel trasmettere le ambizioni regionali di Mosca.

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La risposta statunitense
Gli Stati Uniti, data l’arroganza dell’American Exceptionalism e gelosi custodi dei dettami restrittivi della dottrina Monroe, non prendono con leggerezza l’avanza della Russia nell’emisfero occidentale. In realtà, gli Stati Uniti sono completamente contrari a ciò che la Russia fa, e vogliono seriamente eliminarne le ultime avanzate. Secondo la dottrina Wolfowitz, si deve impedire a qualsiasi Paese di sfidare gli Stati Uniti, mentre il Pentagono teme le conseguenze non solo dell’influenza russa in America Latina, ma della resistenza generale e le sfide di molti suoi leader. Si può così spiegare il tentativo di golpe del 2002 contro Chavez, così come l’occulto golpe del 2009 in Honduras contro Manuel Zelaya, di sinistra e filo-multipolarista. Il Dr. Paul Craig Roberts ha osservato che la politica statunitense contemporanea avvia l’effetto domino della destabilizzazione per rovesciare Venezuela, Ecuador, Bolivia e infine Brasile. Considerando la serie di colpi di Stato e rivoluzioni colorate degli Stati Uniti, non sembra essere un’affermazione irrealistica. Ci sono quindi tre categorie di vulnerabilità alla destabilizzazione cui ciascuno degli Stati esaminati rientra:

Pressioni
Gli Stati Uniti riconoscono che due loro alleati tradizionali, Perù e Cile, escono dall’orbita unipolare ed entrano nella sfera del mondo multipolare. Dato che hanno bisogno che questi due Stati siano relativamente stabili, al fine di perseguire la trama trans-Pacifico per dividere il Sud America, è improbabile che adottino immediatamente le tradizionali misure di destabilizzazione contro di essi. Invece, probabilmente cercheranno di fare pressione con mezzi economici e politici, rimanendo titubanti nel sconvolgere prematuramente il futuro equilibrio regionale che prevedono. Resta da vedere esattamente quali forme prenderanno, ma si può essere certi che Washington risponderà, in un modo o nell’altro, alla disobbedienza dei suoi delegati.

Moti interni
Il livello successivo di destabilizzazione intensa sarebbe diretta contro Brasile e Argentina. Questi Paesi sono ovviamente più grandi dei loro omologhi latinoamericani e quindi meno suscettibili alla semplice pressione economica e politica. I loro sistemi di governance non sono attualmente vulnerabili ad un colpo di Stato militare tradizionale, aumentando così la possibilità di spaventarne la leadership con la solita minaccia della rivoluzione colorata. Pertanto, gli Stati Uniti probabilmente espanderanno l’aggressione economica all’Argentina e molto probabilmente al Brasile in futuro. Potranno anche ricorrere ai metodi subdoli delle organizzazioni anti-governative a capo della “resistenza”, mobilitando e sviando le masse in ampie proteste future. Lo scopo è dimostrare tangibilmente, in Brasile e Argentina, che gli Stati Uniti hanno gli strumenti per esacerbare le fratture economiche e sociali nazionali esistenti, minacciandone la leadership.

Tentativi di golpe definitivi
La terza e più intensa categoria di destabilizzazione si ha quando gli Stati Uniti cercano di rimuovere i legittimi governi degli Stati presi di mira. I Paesi che rientrano in tale categoria sono  Venezuela, Cuba, Bolivia, Ecuador e Nicaragua, che gli Stati Uniti hanno sempre cercato di rovesciare. Il governo statunitense disprezza le personalità e le politiche di questi Stati resistenti e sfidanti, ed è più che probabile il ricorso a metodi occulti per cercare di sottometterne la resilienza.  Pertanto, ci si può aspettare un certo grado di destabilizzazione aggressiva statunitense, volta a colpirli in una forma o nell’altra nel prossimo futuro.

Pensieri conclusivi
Quando si fa un passo indietro e si analizza il quadro completo, la Russia ha compiuto straordinarie avanzate geopolitiche in America Latina dalla fine della guerra fredda, soprattutto dopo che Putin è salito alla presidenza. E’ ormai evidente che la Russia sia coinvolta in una complessa rete di alleanze nel cortile degli USA, con il Venezuela e l’asse Brasile-Argentina punti focali della sua strategia emisferica, aprendo la strada alla resistenza multipolare. Con l’aiuto della Cina, la Russia ha debilitato la fedeltà cieca dei tradizionali alleati degli USA, dimostrando in tal modo che può veramente attrarre Paesi precedentemente “intoccabili” della regione. Pur essendo carico di rischi, tutti gli Stati esaminati hanno volontariamente scelto di collaborare con la Russia a prescindere, mostrando di comprendere l’importanza di avere relazioni pragmatiche con Mosca. Inoltre, il fatto stesso che gli Stati Uniti debbano rispondere alle mosse della Russia in America Latina, dimostra che l’iniziativa strategica è contro il Pentagono, mettendolo implicitamente sulla difensiva a livello di teatro, sviluppo inedito nella sua storia. Nel complesso, il ruolo della Russia di contrappeso strategico globale e d’irresistibile partner economico è ormai chiaro a tutti nell’emisfero, creando rapidamente una nuova realtà geopolitica nel cortile degli Stati Uniti, piantando l’ultimo chiodo sulla bara dell’unipolarismo.xi-with-president-maduro

Andrew Korybko è corrispondente politico statunitense di La Voce della Russia, attualmente vive e studia a Mosca, in esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora