Alcol e Marijuana | La mattanza scolastica 


(Reuters Health) – Alcol e marijuana “rovinano” le medie scolastiche ed universitarie, senza fare differenze tra “secchioni” e studenti meno brillanti. A rivelarlo è uno studio australiano-statunitense condotto tra studenti del college. L’abuso di sostanze è stato a lungo correlato a scarsi risultati, voti più bassi e difficoltà a trovare e mantenere buoni lavori. Questo nuovo studio esamina più da vicino le medie dei voti degli studenti USA che iniziano il college con un analogo potenziale accademico, ma fanno uso di diversi quantitativi di marijuana e alcol.La premessa

Rispetto ai giovani che si astengono da queste sostanze, quelli che bevono molto ma non fumano tanta marijuana tendono a ottenere voti più bassi nel primo semestre del college, ma riescono ad alzare la media in seguito. Chi invece fa un grande uso sia di marijuana che di alcool continua a prendere voti bassi per tutto l’anno. “Siamo rimasti sorpresi dal fatto che gli studenti che consumavano grandi quantità di alcool e pochissima marijuana non avessero un calo consistente nella media dei voti”, ha affermato l’autore principale dello studio Shashwath Meda, dell’Olin Neuropsychiary Research Center e dell’Hartford Hospital in Connecticut.

“Chi ha moderato l’abuso di sostanze durante il periodo di studio è stato capace di riprendersi e ottenere migliori prestazioni a livello accademico”. Sia l’alcool che la marijuana possono compromettere memoria, attenzione, funzione esecutiva e capacità di individuare differenze visive e spaziali tra gli oggetti”. Ciò rende gli studenti meno efficienti nello studio e nel memorizzare le informazioni in classe”, hanno scritto i ricercatori su PLoS ONE.

Lo studio

Il team ha esaminato i dati di sondaggi mensili sull’uso di sostanze e alcool completati da 1.142 studenti in quattro semestri a partire dal primo anno di università. I questionari chiedevano per quanti giorni nel mese precedente i ragazzi avessero fumato marijuana o si fossero ubriacati e quanti drink avessero consumato ogni volta che avevano bevuto.

Gli studenti sono stati divisi in tre gruppi: quelli che consumavano poco alcool o facevano uno scarso uso di marijuana, quelli che bevevano molto, ma non fumavano tanti spinelli e i grandi consumatori di entrambe le sostanze. I ricercatori hanno raccolto dati anche sulle medie dei partecipanti rivolgendosi ai funzionari di college e università e basandosi sui risultati degli esami di attitudine scolastica (SAT) per l’ammissione al college.


Le conclusioni

“I tre gruppi non presentavano differenze nei punteggi ottenuti nei SAT all’inizio del college”, ha dichiarato Wayne Hall, del Center for Youth Substance Abuse Research della University of Queensland in Australia. Per il primo semestre, il gruppo “più sobrio” aveva una media di 3,1, mentre quello più attivo nel bere presentava una media di 3,03, una differenza statisticamente significativa, anche se entrambi si avvicinano al grado B. Non tutti i college e le università usano lo stesso sistema di valutazione.

I grandi bevitori e fumatori di marijuana sono rimasti più indietro, con una media di 2,66, che potrebbe rappresentare un B- o un C+ nel sistema scolastico statunitense. Gli studenti che hanno ridotto la marijuana sono migliorati con il tempo rispetto ai giovani rimasti grandi consumatori di alcool e marijuana per tutto il periodo di studio.

“I nuovi risultati chiariscono i reali rischi accademici per gli studenti del college provocati dall’uso combinato di alcool e marijuana ad alti livelli”, dice Mark Olfson, ricercatore in psichiatria presso la Columbia University di New York non coinvolto nello studio. “I genitori dovrebbero essere incoraggiati a parlare apertamente di alcool e marijuana con i loro ragazzi prima che vadano al college”.

N&P

Fonte: PLoS ONE 2017

Incidente aereo TU-154 | I Russi andavano in Siria


La redazione di Aurhelio, si unisce alla giornata di lutto nazionale, indetta dal Presidente Putin per la strage del Tupolev diretto in Siria. I segni sono purtroppo chiari, per chi ha la capacità di interpretarli. 

L’incidente del Tu-154 nel Mar Nero, subito dopo il decollo dall’aeroporto di Adler, potrebbe essere stato causato da una situazione estrema a bordo, che non ha permesso all’equipaggio di trasmettere un segnale di soccorso a terra, ha detto Vitalij Andreev, ex capo del centro principale di sistema unificato di gestione del traffico aereo russo.

“Dopo il decollo e il breve volo, in tutto due minuti, l’aereo è scomparso e non ha dato segnale a terra di eventuali problemi, si può dire che a bordo si è verificata una situazione di emergenza: o l’influenza dall’esterno sul mezzo, o l’incontro di un ostacolo”, ha detto Andreev, che ha lavorato nel settore dell’aviazione 47 anni. Egli aggiunge che il “Tu-154 è una macchina molto affidabile e i misteri non esistono, senza motivo questi aerei non cadono”. “Nella mia carriera ci sono stati casi in cui nei Tu-154 tutti e tre i motori smettevano di funzionare o, ad esempio, un famoso atterraggio d’emergenza nella taiga, una striscia abbandonata”, aggiunge l’esperto. “I problemi a bordo possono essere gli squilibri di timoni, la deviazione impostata dalla traiettoria di volo, che di certo non potevano interferire con l’equipaggio per trasmettere questo segnale a terra”, ha aggiunto Andreev. “Allora, è successo qualcosa di estremo, tali situazioni sono possibili solo durante il sequestro del mezzo”, ha aggiunto. L’esperto ha precisato che i dati del dispositivo SPU “con una precisione al 99,99%, saranno in grado di spiegare cosa è successo in cabina al momento del disastro”.

Fonte: https://it.sputniknews.com/mondo/201612253840436-aereo-incidente-tu154/

IL COMMENTO DI MAURIZIO BLONDET

E’ caduto nel Mar Nero – sembra per un guasto e non per attentato – il Tupolev che portava il più grande coro dell’Armata Rossa, l’Ensemble Alexandrov di 84 membri, in Siria – dove avrebbe cantato per i soldati che sono là ad allietare il loro Natale lontani da casa, in zona di guerra. Con loro erano nove giornalisti, i membri dell’equipaggio, Lisaveta Glinka, nota come “dottoressa Lisa” perché dirigeva un’organizzazione governativa per il soccorso ai bisognosi.

Altro sangue russo versato per la causa giusta. Signore, aiuta questo popolo a cui la storia ha chiesto già troppo. Sii vicino alle famiglie piombate nel dolore.

Maurizio Blondet

Ustica | Videoproiezione a Raido – Roma


USTICA

Regia di R. Martinelli, 2016

(Film mai trasmesso in tv)

Il Regista ha analizzato carte e articoli su uno dei più bui misteri d’Italia. Il film è la ricostruzione della tesi che sostiene cioè che la sera del 27 Giugno 1980 nel cielo di Ustica vi sia stata una collisione in volo tra un caccia F5E dell’aviazione statunitense e il DC9 italiano. Il caccia Usa, assieme ad un velivolo omologo, stava inseguendo un Mig libico in fuga verso la Libia nascosto a poche centinaia di metri sulla scia dell’aereo civile. E’ la cosiddetta “quarta ipotesi” su Ustica, dopo quella del cedimento strutturale, della bomba a bordo, e del missile, in 35 anni in cui si sono susseguite indagini, sentenze, depistaggi, morti sospette di testimoni.

@Raido, Via Scirè 21/23, Roma

Venerdì 30 Settembre 2016

Inizio film: ore 21:30

Ingresso + consumazione: 5 euro

Ancora su Katyn | La vicenda della strage narrata da una pellicola di Andrzej Wajda, Cristina Di Giorgi

La storia familiare di Andrzej Wajda, noto ed apprezzato regista polacco, è segnata da quel che accadde nella foresta attorno a Smolensk. Suo padre fu infatti una delle vittime del massacro di Katyn. Che, anche per onorare la memoria del genitore, Wajda ha deciso di raccontare in un film omonimo, uscito nel 2007.

Una pellicola, la sua, drammaticamente efficace nel rappresentare, soprattutto attraverso un abile ritratto psicologico di alcuni familiari dei numerosi ufficiali deportati ed uccisi, un dramma che ha segnato le vite di moltissimi polacchi. Un dramma fatto, nel racconto di Wajda, di lealtà verso il proprio Paese, del quale gli ufficiali costituiscono forse l’unica speranza di rinascita, di attesa, di paura, di sofferenza, di orgoglio per le proprie radici. E di tanta brutalità, sia materiale (le scene della strage colpiscono come un pugno in pieno volto) sia morale, con violenze, ricatti e depistaggi per evitare che la verità venga alla luce. Ed alla fine, attraverso il diario di uno dei prigionieri fortunosamente pervenuto alla vedova, si scopre finalmente quel che è davvero accaduto.

Il film, che ha avuto un grande successo in Polonia, ha riscontrato però non pochi problemi quanto alla distribuzione internazionale, ostacolata purtroppo da interventi di tipo “censorio” e politico miranti a limitarne la diffusione. Boicottaggio puro e semplice dunque. Nonostante tutto Wajda ha avuto diversi riconoscimenti per il suo scomodo lavoro di testimonianza e di storia: oltre ad una candidatura all’Oscar, è riuscito infatti a squarciare il velo della follia ideologica. Ed a porre un fiore simbolico sulle tombe dei 22mila morti nella foresta di Katyn.

Cristina Di Giorgi

Articolo precedentemente apparso su Il Giornale d’Italia 

Stragi di Serie B – Il massacro di Katyn | Cristina Di Giorgi

Nella foresta vicino a Smolensk, nel 1940 furono uccisi decine di migliaia di ufficiali e riservisti polacchi, sepolti poi in una fossa comune

 

“Non può esserci più alcun dubbio sulla responsabilità del Cremlino per quello che è ormai giudicato uno dei più rivoltanti delitti del nostro tempo”. Con queste parole Arthur Bliss Lane, ex ambasciatore americano in Polonia e promotore dell’inchiesta americana sul massacro di Katyn, esprime la convinzione in base alla quale, alla luce delle prove raccolte, attribuisce ai sovietici la colpa di quanto accaduto nella cittadina polacca, poco distante da Smolensk.

L’antefatto

Nel settembre 1939 la Polonia subì una doppia invasione: prima ad opera dei tedeschi e poi, a pochi giorni di distanza, delle truppe dell’Unione Sovietica. E se per la Germania “si era trattato di una guerra lampo, per i russi – scrive Lucio Lami – il compito era stato ancora più semplice, avendo essi assalito alle spalle un esercito amico”. Un esercito che, a fronte del precipitare di una situazione che i sovietici gestirono con rapidità e spietatezza, si ritrovò ben presto praticamente decapitato: infatti “mentre le truppe di occupazione si abbandonavano al saccheggio, tutti gli ufficiali, compresi quelli della riserva, furono arrestati ed avviati ai campi di concentramento”. Tra essi quello di Kozelsk, in cui nell’aprile 1940 erano internati, oltre a migliaia di militari, anche un gran numero di ufficiali di riserva tra cui docenti universitari, medici, magistrati, scrittori, poeti, giornalisti e uomini d’affari. Nel lager di Starobelsk c’erano poi circa 4000 detenuti e ad Ostakov, infine, si trovavano altri 6000 prigionieri, la maggior parte dei quali appartenenti alla borghesia polacca. Un totale di circa quindicimila uomini dunque, che rappresentava il nerbo della classe dirigente della Polonia (il sistema di coscrizione prevedeva infatti che tutti i laureati divenissero ufficiali di riserva) che, senza di loro, sarebbe stata dunque molto più facile da sottomettere.

La scoperta della strage

Quando, nel giugno 1941, i tedeschi attaccarono l’URSS, Stalin, per fronteggiare tale minaccia, fu costretto a chiedere la collaborazione dell’esercito polacco. L’accordo, sottoscritto dai rappresentanti del governo in esilio, prevedeva la liberazione di tutti i cittadini polacchi detenuti in Unione Sovietica. E quando gli ufficiali superiori vennero scarcerati e chiesero l’immediata liberazione dei loro collaboratori detenuti nei campi di concentramento, emersero le prime avvisaglie di una situazione decisamente problematica. Stalin infatti prendeva continuamente tempo accampando scuse e le varie autorità competenti si rimpallavano la responsabilità del mancato rientro.

L’insistenza del governo polacco, che continuava a presentare richieste con liste dettagliate e riferimenti molto precisi, portò infine Stalin a dichiarare che “probabilmente i prigionieri si trovavano in campi attualmente occupati dai tedeschi”. Cominciava così l’opera di mistificazione e depistaggio attraverso cui i russi tentarono di attribuire alle Germania nazista le colpe di quanto avvenne nella foresta di Katyn, luogo deputato all’eliminazione di massa dei prigionieri.

L’annuncio della scoperta delle fosse comuni e delle migliaia di corpi in esse seppelliti venne dato il 13 aprile 1943 da Radio Berlino con un comunicato, che recitava tra l’altro: “È stata trovata una grossa fossa, lunga 28 metri e ampia 16, riempita con dodici strati di corpi di ufficiali polacchi, per un totale di circa 3.000. Essi indossavano l’uniforme militare completa, e mentre molti di loro avevano le mani legate, tutti avevano ferite sulla parte posteriore del collo, causate da colpi di pistola”.

Le indagini e la verità

Subito dopo il rinvenimento della fossa comune – che non fu purtroppo l’unica – i russi dichiararono immediatamente di non aver nulla a che fare con il massacro, sostenendo che i prigionieri polacchi furono catturati e giustiziati dai tedeschi nell’agosto 1941. Il governo polacco in esilio non credette però a questa versione, e chiese un’inchiesta da parte di una commissione internazionale della Croce Rossa. La reazione sovietica fu violenta: vennero infatti rotte le relazioni con i rappresentanti diplomatici di Varsavia e si rifiutò nettamente ogni ulteriore indagine su quanto avvenne a Katyn.

I tedeschi nel frattempo avevano convocato una commissione medica internazionale e indipendente composta da dodici specialisti di varie università europee (tra loro anche l’italiano Vincenzo Palmieri). Che, dopo aver esaminato in loco i corpi e i documenti rinvenuti (tra cui agende, diari, lettere e giornali tutti con data anteriore al 1940), stabilirono che il massacro fu compiuto in un periodo in cui l’area era ancora sotto il controllo sovietico.

Ovviamente i russi non accettarono tale verdetto, dichiarandolo anzi frutto dell’influenza della propaganda nazista. E quando riconquistarono la zona di Katyn, istituirono una propria compiacente “Commissione speciale”, che riesaminò i cadaveri e giunse alla conclusione che le uccisioni erano state eseguite dagli occupanti tedeschi. A riprova di tale asserzione, fu dimostrato il rinvenimento di proiettili tedeschi nei corpi degli ufficiali uccisi. Elemento questo che venne però spiegato da un gruppo di esperti polacchi anch’esso al lavoro nelle indagini con il fatto che “le pallottole erano in dotazione ai russi, ai quali erano state vendute prima della guerra”.

La vicenda, momentaneamente oscurata dall’evolversi degli eventi bellici, tornò alla ribalta nel 1946 al processo di Norimberga: il pubblico ministero sovietico cercò infatti, in quella sede, di accusare la Germania per le uccisioni di Katyn, ma non ebbe successo.

Nei primi anni ’50 inoltre un gruppo di deputati e senatori americani, guidato dall’ex ambasciatore in Polonia Arthur Bliss, indusse il Congresso statunitense a nominare una Commissione incaricata di fare finalmente chiarezza sull’eccidio. Il risultato dell’indagine, condotta anche mediante l’audizione di numerosi testimoni, fu che la responsabilità era senza dubbio sovietica.

La conclusione

Nel 1975 emerse, grazie ad una lettera inviata al segretario della Anglo-Polish Association, una dichiarazione del capo della polizia politica di Minsk, “nella quale – scrive Lucio Lami – si attribuiva la responsabilità del massacro a quattro alti ufficiali sovietici, che avrebbero male interpretato gli ordini di Mosca”.

Bisognerà però attendere ancora per mettere definitivamente la parola fine alla vicenda delle fosse di Katyn: nel 1990 Gorbaciov presentò le scuse ufficiali del suo Paese alla Polonia, confermando la responsabilità sovietica ma sostenendo che i documenti relativi (tra cui l’ordine di fucilare 25.000 polacchi senza neppure avanzare contro di loro un capo di imputazione), non si sapeva dove fossero. Ed è soltanto nel 1992 che tali carte vennero finalmente alla luce, quando alcuni funzionari russi diffusero un plico top secret in cui era contenuta, tra gli altri, la proposta del marzo 1940 a firma di Berija e controfirmata da Stalin, di passare per le armi i polacchi internati nei campi di prigionia. E alcune note con informazioni sulle avvenute esecuzioni.

Cristina Di Giorgi


Articolo apparso precedentemente su Il Giornale D’Italia  

Profanazioni democratiche | La tomba del Dottor Micheletti 

  
Ancora una volta, a Pola, la tomba del Dottor Micheletti, il medico eroe della strage di Vergarolla, è stata profanata. Il vile gesto, resterà impunito? Probabile, le profanazioni che non riguardano i feticci dell’Italia democratica e resistenzialista, possono passare anche inosservate. 

Noi siamo qui per ricordare – Noi non dimentichiamo

Comitato 10 Febbraio – Centro Studi Aurhelio

Genocidi dimenticati | Cento anni fa la Turchia sterminava gli armeni

di Claudia Sarritzu

  

Se si potesse dare un colore a un’epoca, io al novecento darei il rosso. Il secolo più moderno, dove con una velocità sorprendente l’umanità ha fatto passi da gigante, migliorando le proprie condizioni di vita e allungando la stessa esistenza almeno a coloro che sono nati nella parte giusta del pianeta, sarà ricordato per delle tragedie immani.

Il secolo trascorso è rosso per il sangue versato in tutti i genocidi compiuti. Esattamente un secolo fa, nel 1915, cominciavano nell’impero ottomano i massacri e le deportazioni della popolazione armena. Pochi lo sanno, a scuola non si studia. In soli tre anni sono morte 1,3 milioni persone, secondo gli armeni, ma anche secondo la generalità degli storici. I turchi hanno ancora il coraggio di sminuire quanto accaduto riducendo la cifra tra le 250.000 e 500.000 vittime. E Papa Francesco oggi ci ha dato l’occasione per parlarne, per spolverare la memoria, lo ha definito oggi il primo genocidio moderno.

A Erevan, la capitale dell’Armenia il genocidio viene ricordato ogni anno il 24 aprile, anniversario dell’arresto di migliaia di leader della comunità sospettati di essere ostili a Costantinopoli, dove spadroneggiavano i famosi (oggi per la corrente Pd), Giovani Turchi, che volevano creare uno stato nazionalista turco.

In un certo senso il 900 è stato il secolo del nemico a tutti i costi, da trovare e annientare, un nemico che spesso era interno, un capro espiatorio da usare per cercare di offrire un’alibi ai governi, uno sfogo al popolo. Sterminare una minoranza è stato il diversivo politico più usato in tutto il vecchio continente. Un modo come un’altro per incanalare la rabbia in momenti di crisi e di passaggio. Nel febbraio 1914 gli ottomani, nonostante le pressione dei paesi occidentali, si impegnarono ad avviare riforme per tutelare le minoranze etniche e religiose. Ma scoppiata la prima guerra mondiale, a fianco della Germania e dell’impero austro-ungarico, tutte queste promesse furono smentite dai fatti. Dopo gli arresti dei leader armeni, nel maggio 1915 “una legge speciale autorizzò le deportazioni per motivi di sicurezza interna di tutti i gruppi sospetti”.

Gli armeni dell’Anatolia e di Cilicia, furono deportati verso i deserti della Mesopotamia. L’esodo fu forzato, la maggior parte morì di stenti e malattie durante il tragitto stesso. Gli altri morirono come mosche nei campi di confine. Una sorta di anello temporale che ha unito le riserve degli indiani d’america ai lager nazisti.

Siamo di fronte alla prima “pulizia etnica” della storia del secolo. L’ obiettivo era quello di occupare le terre appartenenti agli armeni, situate tra la Turchia e il Caucaso, e togliere alla minoranza che era di religione cristiana qualsiasi illusione su eventuali riforme. Con la fine della Grande guerra e la pesantissima sconfitta dell’impero ottomano, venne istituito uno Stato armeno, che venne a far parte dell’Unione sovietica.

Perché i turchi si sono offesi con il Papa oggi? La Turchia ancora nel 2015 non ammette che si trattò di genocidio, afferma che furono commessi massacri e che molti armeni persero la vita durante le deportazioni. Non solo Ankara giustifica l’accaduto sostenendo che si trattò di repressione contro una popolazione che collaborava con la Russia.

Anche la storia fu tardiva nel riconoscere che fu genocidio. Era il 1985, il primo via libera venne dalla sottocommissione dei diritti umani dell’Onu, e nel 1987 dal Parlamento europeo. I Paesi che riconoscono il genocidio sono 20, tra cui il nostro Paese. Oggi nel mondo vivono 8 milioni e mezzo di armeni, soprattutto in Russia, Stati Uniti, Canada, Medio Oriente e Francia.

L’anno scorso, Recep Tayyip Erdogan aveva fatto le condoglianze ai nipoti di coloro erano stati sterminati. Una mossa di convenienza, dettata da interessi di politica internazionale. Le condoglianze furono accolte con freddezza dalla comunità armena. Oggi il Papa ha finalmente detto a chiare lettere cosa fecero i turchi agli armeni un secolo fa. Perché non bisogna mai tacere davanti alla verità. Se no si è complici.

Fonte: http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=72090&typeb=0

L’Ultima Spiaggia | La strage di Vergarolla, verrà raccontata a Roma, Sabato 23 Aprile

Il Centro Studi Aurhelio, che promuove e sostiene il Comitato 10 FEBBRAIO, annuncia con orgoglio un appuntamento molto importante che si terrà sabato 23 aprile:la PRIMA ROMANA del docu-film sulla Strage di Vergarolla di Alessandro Quadretti, cui seguirà l’INAUGURAZIONE della sede Nazionale del Comitato 10 Febbraio, presso la Fondazione Ugo Spirito. 

  
Vi aspettiamo! INGRESSO GRATUITO

Foto rivelatrici, per non farsi infinocchiare | Maurizio Blondet

  
Non so se vi ha appassionato la battaglia legale dell’Fbi contro Apple: la polizia federale vuole entrare nel telefonino del terrorista islamico Syed Rizwan Farook che con la giovane moglie Tashfeen Malik, il 2 dicembre 2014 ha fatto irruzione in un centro di San Bernardino uccidendo 14 persone. L’Fbi vuole leggere le informazioni che il terrorista ha tenuto segrete, per capire che contatti avesse con Al Qaeda, eventuali complici eccetera. Ma Apple si oppone: no, la privacy è sacra!
Non so voi, ma i media italiani si sono appassionati. Dibattiti, talk show. Hanno chiesto il vostro parere: ha ragione l’Fbi o ha ragione Apple? E’ lo scontro fra i due grandi valori occidentali: la vostra sicurezza contro la privacy. La legittima Lotta al Terrore contro l’inviolabilità delle e-mail. Uno scontro epico: Hollywood ci farà un film.

Tutto appassionante, a patto di non far vedere questa foto:

come sapete, mostra il corpo del terrorista Syed Farook appena ucciso dalla polizia, quel tragico giorno a San Bernardino.

Ucciso con un colpo in testa, e con i polsi ammanettati dietro la schiena. Strano davvero. L’hanno ammazzato dopo averlo ammanettato? Perché? Come ricorderete, i familiari e il loro avvocato hanno subito espresso dubbi sulla versione. Non credono che il loro Sayed fosse un terrorista. Né che la giovane moglie Tafsheen Malk abbia lasciato la figlioletta di sei mesi per imbracciare, minutina qual era, un mitragliatore d’assalto e sparare, avendo anche il tempo – nel pieno dell’azione – di twittare un messaggino in cui dichiarava la sua fedeltà al Califfo dell’ISIS, nel lontano Irak

Sicché, grazie ai nostri potenti mezzi giornalistici, siamo in grado di dare la versione non ufficiale della vicenda. E’ il contrario di quel che vi raccontano i media.

Non è l’Fbi, bensì la famiglia dell’ucciso Syed che vuole poter accedere al suo telefonino, dove ritiene di poter trovare qualche prova della sua innocenza; l’Fbi non vuole, ovviamente: l’ha ammazzato proprio perché non raccontasse la verità (tutti i terroristi islamici vengono ammazzati prima). Non sa come negare l’accesso,e tira fuori la scusa: Apple non ci dà le chiavi d’accesso; vero, Apple? Ma certo che no, conferma a petto in fuori Apple (che ha già dato all’Fbi ciò che il morto ha messo nel cloud): io difendo la privacy dei miei clienti fino alla morte – dei clienti. Anzi anche dopo la morte dei clienti.

E ne approfitta per farsi pubblicità – sono in troppi ormai a sospettare che i suoi smartphone e il suo software sono a disposizione della polizia e dei servizi – emanando (tramite l’ufficio-stampa e propaganda) il comunicato seguente:

“Il governo Usa ci ha chiesto qualcosa che semplicemente non abbiamo, e che consideriamo troppo pericoloso creare. Ci hanno chiesto di costruire una backdoor all’iPhone. Nello specifico, l’Fbi vuole farci creare una nuova versione del sistema operativo dell’iPhone che aggiri importanti funzioni di sicurezza dello stesso, e poi di installarlo sull’iPhone sottoposto a indagine. Nelle mani sbagliate questo software – che ad oggi non esiste – potrebbe potenzialmente sbloccare qualsiasi iPhone una volta che sia in mano a qualcuno”. (Impagabile: “Nelle mani sbagliate…un software che non esiste..”

Una eccezionale pubblicità per la Casa produttrice.

Tanto che anche Google, Facebook, Twitter e Whatsapp si sono schierate con la Casa: no, non daremo i vostri dati sensibili alle autorità! Per nessun motivo! Con noi siete tranquilli! Affidateci pure i vostri dati, li conserviamo nel cloud: ma è sicuro, garantiamo noi!

Apple, Google, Facebook, Twitter, Whatsapp sono mega-imprese con fatturati di decine di miliardi. E’ bello vedere che per loro non è il profitto che conta, ma i valori. Sarà bellissimo vedere come poi Apple dovrà cedere sotto ingiunzione di un giudice federale: cosa volete, per la vostra sicurezza, utenti. Da Radio24: “Pensate se dentro un telefonino di un terrorista ci fosse un codice per far scoppiare una atomica a Roma…rispettereste la privacy?”.

Tutto vero, aprite il dibattito su questo. Non sulla foto dell’ammanettato.

Maurizio Blondet

L’ULTIMA SPIAGGIA. Pola fra la strage di Vergarolla e l’esodo

Il documentario sulla strage di Vergarolla del forlivese Alessandro Quadretti nelle sale e in TV Eventi a Forlì

Una versione da 50 minuti del film documentario del regista forlivese Alessandro Quadretti, prodotto da Officinemedia con il Libero Comune di Pola in Esilio, andrà in onda l’8 febbraio durante la trasmissione “Terra!” di Tony Capuozzo su Rete 4. In anteprima nazionale il documentario andrà in onda alla Sala San Luigi di Forlì martedì 9 febbraio.
“L’ultima spiaggia. Pola fra la strage di Vergarolla e l’esodo” è l’ultimo documentario diretto dal regista forlivese Alessandro Quadretti che, come già sperimentato nel documentario “4 agosto 1974. Italicus, la strage dimenticata”, ricostruisce e racconta una tragedia rimasta per decenni ai margini della memoria collettiva italiana. 

  
E proprio per la ricorrenza del “giorno del ricordo” per le vittime delle foibe e di quell’esodo, che si celebra il 10 febbraio di ogni anno, un estratto di 50 minuti del film, andrà in onda nella trasmissione “Terra!” di Tony Capuozzo lunedì 8 febbraio su Rete 4 alle 23:50.

La versione originale sarà presentata in anteprima martedì 9 febbraio alla Sala San Luigi di Forlì alle ore 20:45 e proseguirà il suo tour in varie città italiane, rivolgendo particolare attenzione alle scuole.

Rispetto ad altre sue opere, Quadretti affronta una vicenda che fa parte del suo vissuto familiare, con il padre esule polesano e il nonno paterno inserito nelle liste dei probabili infoibati. Ecco allora che il regista può scavare con delicata lucidità nei ricordi dei pochi sopravvissuti. Il 18 agosto 1946, a guerra finita, sulla spiaggia di Vergarolla a Pola l’esplosione di diversi ordigni bellici provocò la morte di oltre ottanta italiani, tra i quali molti bambini, riuniti per assistere alle tradizionali gare natatorie.

Solo negli ultimi anni si è iniziato a parlare di quanto accadde quel 18 agosto del 1946. Lo hanno fatto, tra gli altri, la presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani, l’eurodeputata Laura Garavini e, in uno spettacolo teatrale molto discusso ma di grande successo, anche il cantautore e attore Simone Cristicchi. Proprio l’artista romano ha sostenuto il documentario sia con un contributo tramite il crowdfunding, che con una propria interpretazione per il film.

“Sono onorato di aver sostenuto questo bellissimo e coraggioso progetto – dice Cristicchi – perché per la prima volta in 70 anni mette in luce una pagina di storia dolorosa e sconosciuta: la strage di Vergarolla. Un documentario importante e necessario, curato nei minimi dettagli. Un film che merita di essere divulgato in ogni modo, per non dimenticare il dolore mai sopito di chi ha vissuto l’esodo”.

Sabato 6 febbraio alle ore 00:30 all’interno di “Tg2 Storie” andrà in onda un’ intervista di Marco Bezmalinovich a Quadretti, che sarà ripresa il 10 sera in versione ridotta all’interno del Tg2. 
http://www.forlitoday.it/eventi/il-documentario-sulla-strage-di-vergarolla-del-forlivese-alessandro-quadretti-nelle-sale-e-in-tv.html

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Documentario storico prodotto da Officinemedia Soc. Coop. in collaborazione con il Libero Comune di Pola in Esilio.

CENNI STORICI

Il 18 agosto 1946, sulla spiaggia di Vergarolla (Pola), si sarebbero dovute tenere le tradizionali gare natatorie per la Coppa Scarioni, organizzate dalla società remiera “Pietas Julia”. La manifestazione aveva l’intento dichiarato di mantenere una parvenza di connessione col resto dell’Italia, e il quotidiano cittadino “L’Arena di Pola” reclamizzò l’evento come una sorta di manifestazione di italianità. La spiaggia era gremita di bagnanti, tra i quali molti bambini. Ai bordi dell’arenile erano state accatastate molte mine antisbarco – per un totale di circa nove tonnellate di esplosivo – ritenute inerti in seguito all’asportazione dei detonatori. Alle 14,15 l’esplosione di queste mine uccise diverse decine di persone. Alcune rimasero schiacciate dal crollo dell’edificio della “Pietas Julia”. I soccorsi furono complessi e caotici, anche per il fatto che alcune persone furono letteralmente “polverizzate”. Questa è una delle cause per cui non si riuscì a definire l’esatto numero delle vittime (fra 80 e 100), tuttora controverso. Il fallimento delle indagini e la mancata illuminazione delle responsabilità e della catena degli eventi, finirà per cristallizzare nella cittadinanza la convinzione che Pola fosse una sorta di pedina di scambio nel gioco delle potenze vincitrici della guerra. Sostanzialmente la popolazione italiana di Pola ritenne di trovarsi di fronte ad un’alternativa secca: o rimanere nella propria città in balia di un potere che non offriva nessuna garanzia sul piano della sicurezza personale, né su quello della libera espressione del proprio sentire nazionale e politico, oppure abbandonare tutto per prendere la via dell’esilio. Nell’estate del 1946 l’esodo era già un’opzione molto concreta. Tuttavia, nella memoria collettiva della popolazione la strage di Vergarolla venne ritenuta come un punto di svolta, in cui anche gli incerti si convinsero che la permanenza in città alla partenza degli Alleati sarebbe stata impossibile.

Sin dalle prime ore successive alla strage, si fece strada la classica coppia antitetica d’interpretazioni, che opponeva la tesi della tragica fatalità (detonazione innescata dal gran caldo, fornelli da campo posti ad eccessiva vicinanza, urti inconsapevoli) a quella dell’attentato premeditato volto a radicalizzare la tensione anti-italiana in città. Tuttavia, i risultati delle indagini dell’epoca (gli ordigni erano disinnescati e potevano essere azionati solo in maniera deliberata) uniti alla recente desecretazione di alcuni documenti del Public Record Office inglese (Kew Gardens, Londra) hanno spostato verso l’ipotesi dolosa le ultime ricostruzioni storiografiche, pur senza addivenire a versioni infalsificabili. Mai alcun processo è stato celebrato per definire la natura e le responsabilità di quello che oggettivamente può essere considerato il grave attentato della storia dell’Italia repubblicana: la morte di oltre ottanta italiani in un’occasione di festa stenta tutt’ora a trovar spazio nei libri di storia e nella memoria nazionale.

  
Teaser: https://vimeo.com/117570777