25 Aprile | Cortocircuito Antifascista tra cortei nazionali e vermi locali


Anche quest’anno dobbiamo assistere alle solite polemiche intorno al corteo del 25 aprile. Oggi però andrà in scena il teatrino delle miserie umane, a Roma la comunità ebraica non parteciperà, sottolineando come: al corteo partecipino i nipotini nientepòpòdimenoche quel nazista del Gran Muftì di Gerusalemme (pace all’anima sua), l’ANPI che organizza, non sia rappresentante dei veri partigiani e infine che la stessa comunità sarebbe dovuta essere invitata non come ospite straniero in quanto “Brigata Ebraica”.
Il Pd e qualche altro servo sciocco ovviamente si accoda in automatico. 

Aldilà del fatto che la “Comunità” a questo punto dovrebbe dire, chi sono i veri partigiani, quale parentela ci sarebbe tra l’accozzaglia dei centri sociali che al corteo del 25 Aprile portano le bandiere palestinesi (e spesso a causa di questo prendono pure gli schiaffi) e quel Nazista del Muftì, inoltre – visto che la Brigata Ebraica era sotto il comando inglese – per quale motivo sarebbe dovuto essere invitata diversamente. 

La cosa più interessante però, è il fatto che l’ebraismo italiano, in quanto ad antifascismo ha contribuito ben poco. Oltre ad aver sensibilmente contribuito all’affermazione del Fascismo in Italia, con i martiri nella marcia su Roma e con Ministri del governo Mussolini, ha addirittura tollerato qualche ufficiale nella RSI e qualche suo caduto sotto le bandiere con l’aquila repubblicana. A questi riconosciamo l’onore di essere andati oltre l’istinto etnico ed essersi sublimati sotto le insegne del Duce. Per questioni di sensibilità, poi, evitiamo di citare i casi di collaborazionisti con le autorità tedesche e fasciste.

Detto questo, ci pare chiaro che le false offese rivolte ai fascisti, si taglino precisamente sul corpo degli accusatori. Se c’è un corteo antifascista e non ci vai, non sei antifascista. Se vuoi impedire ad altri di partecipare perché umanamente indegni sei paranazista, se non riconosci lo status di rappresentante dei partigiani all’ANPI, sei anti partigiano. 

Caso chiuso. 

Molto altro ci sarebbe da dire, circa lo stile di questa accozzaglia di profittatori a giochi fatti, che spuntavano fuori quando si sentivano i colpi di cannone della Quinta Armata. Sul loro stile di vilipendere le salme, far massacrare centinaia di civili innocenti per rappresaglia, sui danneggiamenti costanti alle lapidi, ai monumenti, ai sacrari che ricordano o nostri morti. Molto ci sarebbe da dire sul fatto che questi cacasotto della storia si permettono, in barba a qualsiasi sensibilità riconosciuta ad ogni civiltà umana su questa terra, di impedire di commemorare i propri caduti. Tutto questo lo lasciamo in conto, perché alla fine la riga dovrà pur essere tirata e allora là, non ci saranno sospesi. 

Ultima annotazione locale

Anche quest’anno, a Santa Marinella, la lista dei fascisti 364 giorni all’anno che vanno alla commemorazione del 25 aprile (festa degli infami) è sempre lunga. Ci fa piacere ricordarglielo, noi lo teniamo sempre in conto.

Non vorremmo che le attuali condizioni ambientali li portassero a credere che abbiamo un calo di memoria. È vero che non siamo forti come qualche anno fa, è vero che possono sguazzare – facendo i “fascisti” con il culo al caldo del potere – perché non abbiamo quella intensità di una volta. Ma i conti li sappiamo tenere, le facce le ricordiamo, l’infamia di festeggiare del 25 Aprile, no, quella non va mai in prescrizione.

Se lo ricordino. 

La Lingua dei servi e quella dei padroni

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Stimolato dai modelli di consumo e vanità, che rappresentano la negazione di ogni stereotipo culturale proprio, il popolo e le istituzioni (questi meno, quelle più consapevolmente), si struggono per apparire, nei modi e negli oggetti i più simili allo straniero anglo-americano. La maledizione nascosta recita: avrà più fascino e considerazione chi più simile apparirà allo straniero e ai suoi atteggiamenti mentali. Che belle scimmie, qualcuno avrebbe a dire. Troppo spesso ci si accosta alla cultura straniera, non con curiosità e consapevolezza propria, ma per danaro e scimmiotteria. Il mondo degli adolescenti è l’esempio massimo di tale meccanismo, che attesta che la lingua italiana è meno importante dell’inglese, anche ai fini della costruzione dei valori e dello stile di vita, oltre che per trovare un soddisfacente lavoro. Fregiarsi di termini inglesi, nel normale colloquiare in italiano, è uno schiaffo ammaestratore per la stragrande maggioranza degli interlocutori e motivo di vanità. Ecco che termini stupidi divengono importanti, anche se non ne capiamo il significato, o magari sapendo, che il corrispettivo italiano è banale e non alla moda, ci troviamo faticosamente ad imparare un altro termine, totalmente diverso dalla nostra realtà linguistica, pur di sentirci bene. L’enorme distanza tra inglese e le lingue mediterranee si riscontra ovunque. L’inglese è la lingua delle eccezioni, il latino delle declinazioni e dell’individuazione delle regole generali. Questa quasi asimmetrica predisposizione all’ ”estraneità reciproca” rende ancora più doloroso l’innesto della lingua inglese sul tronco latino, il che, per chi conserva un po’ di cultura classica, rappresenta senza dubbio un’ingerenza linguistica aberrante. Nei rapporti tra le due lingue vediamo una netta opposizione: l’inglese lingua pragmatica e sintetica, fortemente legata al parlato circostanziale, l’italiano lingua prolissa, esegetica, dal lungo periodo colorato. Le menti povere di classicismo e pensiero astratto sembrerebbero essere più predisposte di altre all’apprendimento dell’inglese, forse è anche questo quello che vuole il mercato. Prendiamo, adesso, in considerazione i migliori cervelli del Paese, quelli che vogliono scalare la società, e come oggi debbano conoscere perfettamente l’inglese e passare parte della vita all’estero, per toccare con mano il fenomeno. Il meccanismo è sottile, perché silenziosamente pervade tutta la realtà sociale, sottrae e seleziona le menti migliori. Tali individui, spinti ad emergere nella società con meccanismi premianti, dopo il sacrificio individuale perpetrato per apprendere la lingua, divengono i peggiori difensori dei propri sforzi e privilegi, e denigratori del popolo e della nazione. Questo è un aspetto fondamentale, che spiega come il colonizzatore fa sue le migliori forze del popolo, senza disperdere troppo risorse, se non per alimentare la propaganda attraverso le ben remunerate istituzioni che fanno leva sulle ambizioni di miglioramento sociale dell’individuo, al fine di trapiantare nel popolo la necessità dell’apprendimento stesso della lingua colonizzatrice. I professori madrelingua dislocati omogeneamente nel nostro territorio forniscono, inoltre, un ottimo esempio d’intelligenza potenziale e lucrativa posta a presidio dei servizi stranieri, oltre che dei loro propri. Pensate a quanti soldi gravitano intorno all’apprendimento dell’inglese. Ciò che sconforta è l’inesistenza di centro di socializzazione capaci di contrastare apertamente tali fenomeni, che godano di considerazione sociale e che promettano all’individuo soddisfazione sociale alternativa, senza incorrere nella persecuzione liberaldemocratica sempre a caccia delle più sane, autentiche e tradizionali idee della nostra gente. L’attuale classe dirigente è la più corrotta e antipopolare, pedagogo moltiplicatore del vizio plutocratico, che ha portato la nazione nel precipizio morale, intellettuale, linguistico, sociale ed economico. Ogni lingua è una preziosa risorsa ed una specifica visione del mondo tradizionale frutto dell’adattamento ad un certo ambiente, clima, territorio e veicolo atto a replicare modi d’essere, idee e atteggiamenti. Così, chi non vuole sentirsi servo della colonizzazione contemporanea è costretto a ribellarsi allo strapotere della lingua inglese, salvaguardando e praticando la propria, perché, a dimostrazione di quanto dello, in ogni epoca storica e dimensione geografica, i servi imparano sempre la lingua dei padroni.