NELLA MENZOGNA TOTALE, RICONOSCO L’OPERA DEI PADRONI DEL DISCORSO | Maurizio Blondet

Ve lo dico a mio rischio, e forse non potrò più farlo: E’ la risposta di Ysroel a Putin. Il repentino cambiamento di Trump su Assad (24 prima aveva detto che era “silly” rimuoverlo, adesso lo vuole attaccare con un intervento diretto), la stessa abolizione repentina di tutti gli altri dossier della politica trumpiana – “Suddenly, i progetti di cancellazione di Obamacare e la politica fiscale di Trump sono morti, si stupisce Zero Hedge – il coagularsi improvviso della ostilità a Mosca in tutto l’Occcidente, forse la stessa rimozione di Bannon, certo la salda presa di potere dei generali sulla Casa Bianca e il suo consiglio di sicurezza, sono la risposta: alla derisione con cui Putin ha risposto a Netanyahu, il 10 marzo scorso, che le accuse israeliane all’Iran erano valide nel V secolo a.C.
Netanyahu era andato a Mosca per chiedere a Putin di staccare i destini della Russia da Teheran. Invece, si era sparsa la voce che Assad avrebbe concesso all’Iran una base navale militare nel Mediterraneo. Netanyahu (in questo caso, lo usiamo come nome collettivo) s’è sentito preso in giro; forse Putin ha sottovalutato il suo potere sulla superpotenza?

Ovviamente non chiedetemi prove, datemi dell’antisemita, ci sono abituato. Me lo suggerisce, per antiche precedenti esperienze, la coralità totale con cui ogni personaggio che abbia qualche carica e poltrona in Usa e in Europa, sta accusando Assad di aver lanciato i gas, di essere un criminale che deve essere solo eliminato: con le stesse parole e la stessa pietrosa, totalitaria adozione della menzogna ufficiale. Me lo dice la repentinità: non solo del voltafaccia di Trump, ma di Bruxelles: nel corso stesso della conferenza europea per stanziare qualche aiuto umanitario (briciole) ai siriani, giù la maschera: niente soccorsi umanitari, Assad gasa i bambini, è un tiranno che ha commesso crimini di guerra. D’accordo con Erdogan, coi giornali sauditi, questi fedeli applicatori dei diritti umani: che vergogna.


Maurizio Molinari e Mario Calabresi, direttori di La Stampa e di Repubblica.

L’immediata, plateale, enorme metamorfosi del discorso pubblico, come a segnale convenuto di direttori di giornali, Calabresi e Molinari, Mentana come Mogherine, Merkeline, Trumpini e Boldrine, l’ho già vista altre volte nella storia; ed ormai so che dietro una tale unisono nella palese menzogna, una tale invincibile di un’impostura visibile ad occhio nudo, è opera di quelli che Israel Shamir ha chiamato, oh quanto giustamente, i Signori del Discorso.

So anche per lunga esperienza che quando i Padroni del Discorso prendono un così evidente, potere, vuol dire che è piombata (di nuovo) su di noi la Dittatura della Menzogna. Riconosco la cappa di piombo.

Ovviamente la storia di Assad che lancia i gas contro il suo popolo è una menzogna. Più esattamente, un false flag.

“Faras Qaram, giornalista della rete Orient TV affiliato al gruppo terroristico Jabhat al-Nusra, aveva annunciato un “attacco chimico” su Qan Shayqun 15 ore prima che accadesse. “Faras Qaram ha scritto nel suo messaggio, pubblicato alle 03:06 di lunedì mattina, prima dell’attacco chimico, che ‘una campagna mediatica prenderà il via domani per coprire l’attacco aereo con gas di cloro sui civili nella campagna di Hama’”. Come faceva Faras a sapere non solo dell’attacco diverse ore prima, ma anche a conoscere il tipo di arma chimica che sarebbe stata utilizzata nell’attacco?”, leggo su Aurora Sito.


Sapeva già tutto prima.

Ma so anche che è inutile mostrare quella prova a Mogherini come ai direttori di giornali e tg: sono lì per quello, per garantire che il Potere della Menzogna sia totale come una cupola di piombo, che nessuna fessura vi si produca, che faccia entrare la minima luce.

Lo so per esperienza, perché l’ho già visto: lorsignori hanno il potere di instaurare il Regno della Menzogna Assoluto. Irrespirabile. Invincibile. Quando l’ho visto? Ma l’avete visto anche voi, perdio! Se eravate adulti quel febbraio 2003:

Colin Powell: “Ecco la prova”

Colin Powell, allora segretario di stato, agitò quel flacone dicendo che c’era dentro l’arma batteriologica di Saddam: “Possiede missili, armi chimiche e biologiche. E’ legato ad Al Qaeda», mentì sapendo di mentire. Nessuno, all’Onu, gli rise in faccia. Tutti lo ascoltavano silenziosi, sgomenti di questa audacia. Tutti, tutti noi giornalisti sapevamo che mentiva, restavamo senza fiato addirittura a vedere l’impudenza. Lo sapeva certo anche il redattore del Corriere della Sera che il giorno dopo scrisse, imperturbabile: “Colin Powell presenta le prove all’Onu «Ecco come Saddam nasconde gli ordigni agli ispettori. Audio e fotografie scattate dal satellite per dimostrare le violazioni”.

Il pezzo è ancora su Internet, se non ci credete leggetelo:

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2003/02_Febbraio/05/powell.shtml

Lo sapeva anche Colin Powell, eppure si rovinò la carriera politica per sostenere il Regime della Menzogna. E fu la guerra, l’Irak fu incenerito, straziato e distrutto, milioni di iracheni sono morti e continuano a morire per questa palese, svergognata menzogna – perché i Padroni del Discorso lo volevano.

Personalmente, lo sapevo già perché conoscevo i dettagli di un altro Totalitarismo della Menzogna: il comunismo sovietico dal 1917 fino alla morte di Stalin, la dittatura giudeo-bolscevica sterminatrice di intere classi. Era impossibile, semplicemente impossibile, far arrivare sui “grandi” media le atroci verità conosciute, le migliaia di esecuzioni della popolizia politica col colpo alla nuca, i laghi di sangue nei sotterranei della Lubianka, il Gulag, la deliberata morte per fame dei cinque-sette milioni di contadini ucraini: la loro “eliminazione come classe” era stata decretata dai Padroni del Discorso, un vecchio odio per i contadini nutrito da secoli nello shtetl si sfogava così’: eppure era impossibile far entrare nel discorso pubblico i crimini più spaventosi, più documentati. I direttori dei “grandi” giornali, soprattutto quelli progressisti e illuminati, sputavano su queste testimonianze e sui testimoni oculari: fascisti, antisemiti, non-persone da tacitare. Solo quando Kruscev denunciò i crimini di Stalin, qualcosa cominciò a passare; ormai i padroni del discorso stavano lasciando la presa sulla Russia, dopo averla spolpata fino all’osso erano attratti dal nuovo sogno messianico, il ritorno ad Israele. Ma non è mai passata la colpa di Ysroel nell’infinito sterminio dei popoli della Russia sotto il loro messianismo collettivista.

Adesso è lo stesso, la replica del già visto. Mi ha avvertito a naso la frase di Paolo Mieli: a giustificazione della strage “islamista” nella metropolitana. “La ragione dell’attentato di San Pietroburgo risiede nelle politiche di Putin basate sullo sterminio”. L’accusa di sterminio è una firma. Ed è anche una rivendicazione.

Il decreto anti-fake è varato a Berlino: decreto di guerra.

Preparatevi, il Regno delle Menzogna viene instaurato con una rapidità stupefacente. Guardate: a Berlino, è stato approvato il decreto “contro l’odio online e le fake news”, che multa fino a 50 milioni di euro chi non cancella dai suoi siti le notizie che il governo ritiene false. Era una misura che si pensava dovesse essere discussa in parlamento, che ci fosse tempo e modo per modificarla, attenuarla un poco; no, è stata imposta come un decreto a vigenza immediata. La tv svizzera (non la nostra) ha specificato che il governo tedesco ha agito su richiesta di una organizzazione chiamata “Jugendschutz”. Lo scopo è, come sempre, salvare la gioventù.

http://www.jugendschutz.net/en/about-jugendschutznet/

Ma nel darne notizia, SKY TG24 ha detto: “Per evitare che avvenga anche da noi quel che è avvenuto negli USA. Le fake news hanno fatto eleggere Trump contro la Clinton”.

Il decreto tedesco – che sarà certo rapidamente applicato in tutta la UE – è un decreto di guerra. Da tempo di guerra, emanato da un potere che si appronta alla guerra – e come si sa, la prima vittima di guerra è la verità.

E’ la guerra perché Netanyahu non vuole Assad in Siria, non vuole i russi, non vuole l’Iran sul Mediterraneo. E la guerra ci sarà.
Se mi chiedete: cosa possiamo fare? Vi rimando a chi già rispose: Aleksandr Solgenicyn: “NON SOSTENERE IN NESSUN CASO CONSAPEVOLMENTE LA MENZOGNA.

“…E chi non avrà avuto neppure il coraggio di difendere la propria anima non ostenti le sue vedute d’avanguardia (..) si dica invece, semplicemente: sono una bestia da soma e un codardo, mi basta stare al caldo a pancia piena. Anche questa via, che pure è la più moderata fra le vie della resistenza, sarà tutt’altro che facile per quegli esseri intorpiditi che noi siamo. Una via non facile? La più facile, però, fra quelle possibili. Una scelta non facile per il corpo, ma l’unica possibile per l’anima”.

“Se ci facciamo vincere dalla paura, smettiamo di lamentarci che qualcuno non ci lascerebbe respirare: siamo noi stessi che non ce lo permettiamo”.

So già, per antica esperienza, che questo appello non sarà ascoltato che da pochi: ormai pochissimi credono ancora di avere un’anima, un’anima il cui onore è da difendere contro il luridume della Menzogna e del suo Impero. E’ già caduto su di noi l’Impero Totale, i nostri vicini ne sono già gli psicopoliziotti, e i Padroni del Discorso ci vogliono in guerra. E quindi, guerra sarà.

Allora, chi ha fede, preghi molto. Preghi per il popolo russo, che ha già troppo sofferto da quella mano spietata, e che oggi è accusato di sterminio. E sapete cosa vuol dire.

Ama la verità; mostrati qual sei, e senza infingimenti e senza paure e senza riguardi. E se la vita ti costa la persecuzione, e tu accettala; e se il tormento, e tu sopportalo. E se per la verità dovessi sacrificare te stesso e la tua vita, e tu sii forte nel sacrificio.” San Giuseppe Moscati

 Maurizio Blondet 6 aprile 2017

Facebook vi protegge dalle notizie dannose. E Mentana, da Grillo | Maurizio Blondet


 Maurizio Blondet 4 gennaio 2017 25

Abbiamo individuato che questo link: “maurizioblondet.it/accelera la dittatura delle tecnocrazie inette” potrebbe essere dannoso. Per proteggere il tuo account e dispositivo, segui solo link affidabili”.

Decine di lettori mi hanno avvisato che, nel cercare di condividere il mio articolo, hanno ricevuto da Facebook questo messaggio. Che dire? Mi pare impagabile l’umorismo involontario: apprendere che le tecnocrazie non-votate sono inette e girano le viti dell’oppressione, “potrebbe essere dannoso”. A loro, beninteso, ma soprattutto a voi: avete bisogno di essere protetti dalle idee dannose di maurizioblondet.it . Impagabile anche la minaccia sottintesa: “Per proteggere il tuo account [che ti possiamo azzerare, espellendoti dalla ‘comunità”], e il tuo dispositivo [ti ci mettiamo un virus distruttivo, tanto poi diciamo che sono stati gli hacker russi], segui solo link affidabili”: che, immagino, sono quelli approvati da Paolo Attivissimo. Uno di quelli che ancora sostengono che l’11 Settembre l’ha fatto Bin Laden, e per questo piace a Boldrini & Mogherini.

E’ la democrazia fa un altro passo avanti. La democrazia è come il sistema delle tecnocrazie insindacabili e inamovibili chiama la propria dittatura, dovremo ormai averlo imparato.

D’altra parte, ci tengo a scagionare Facebook: ha cominciato ad eccedere in prudenza, perché la Cassazione italiana ha appena sancito che il provider è responsabile penalmente e civilmente (paga i danni) per i commenti diffamatori dei partecipanti. “I siti sono responsabili per i commenti dei lettori”, come ha riassunto Repubblica, che ha dato la notizia martedì. Era il caso di un lettore di un sito che aveva lasciato un commento contro Carlo Tavecchio, diffamatorio: benchè il diffamatore si fosse firmato, il sito è stato considerato responsabile in solido e quindi condannato a pagare a Tavecchio 60 mila euro.

Questa sentenza, sia chiaro, rovescia una quantità di precedenti sentenze, compresa una della mitica Corte di Giustizia europea: secondo la quale, i provider di servizi ‘social’ come Facebook non sono chiamati a rispondere di quello che ci scrivono i milioni di utenti; persino se anonimi. Ma la “democrazia” sovrannazionale squadra e compasso può sempre far conto sulla nostra magistratura nei momenti cruciali della storia, come dimostrò incriminando due altissimi intoccabili, il governatore di Bankitalia Polo Baffi, e arrestando il direttore Sarcinelli, per “favoreggiamento e mancata vigilanza”, probabilmente perché si opponevano al “divorzio” fra Tesoro e Banche Centrali, che doveva avvenire in tutti gli stati occidentali, e che è alla base dell’asservimento di tutti alla finanza speculativa. Poi i due furono prosciolti perché nulla c’era che concretasse l’accusa; ma ormai l’auspicato divorzio era avvenuto.

https://it.wikipedia.org/wiki/Paolo_Baffi

Anche adesso la nostra Giustizia, sempre all’avanguardia, ha anticipato augusti auspici transnazionali, facendo un passo in più verso la “democrazia” nel senso auspicato da 1) Obama che nel novembre scorso, nel suo commovente incontro con Merkel e altri esponenti “democratici” a Berlino, ha appunto auspicato una riduzione dei blog che avevano provocato la vittoria di Trump con le loro “notizie false” (come le mail di Podesta, il Pizzagate pedofilo…). 2) da Mogherini, che fin dal 2015 ha creato una “task force” per lottare contro la disinformazione proveniente da ottimi notiziari di Mosca, Russia 24, Russia Today, Sputnik – che da quando sono diffusi in inglese, danneggiano il pubblico europeo instillando qualche dubbio sulla legittimità delle menzogne lanciate contro la Russia dalle tecnocrazie, da Mogherini, Stoltenberg e dai loro media ufficiali. 3) da Pitruzzella dell’Antitrust, a cui è venuto in mente che sia una direttiva UE a ordinare la creazione di “autorità indipendenti” in ogni Stato per verificare le notizie false e punire i falsari; 4) da Boldrini che, giustamente preoccupata delle informazioni incontrollate che avrebbero portato al Brexit e alla vittoria di Trump, temendo (giustamente) che prossime elezioni in Europa finiscano per dare il potere ai “populisti”, ha rilanciato la battaglia di Obama “ contro la diffusione di notizie false che istigano all’odio, per promuovere il “diritto a essere informati correttamente” – aggiungendo: “Sono in contatto con esperti, i cosiddetti debunker. Sono Paolo Attivissimo (Il Disinformatico), Michelangelo Coltelli (Bufale un tanto al chilo), David Puente (Davidpuente.it) e Walter Quattrociocchi del CSSLab dell’IMT di Lucca e consegneremo l’appello ai grandi social network che devono essere seri“.

Eccola lì la minaccia: “I grandi social network devono essere seri”. Subito attuata dalla nostra valorosa magistratura con la condanna al pagamento danni di un blog per un commento di un suo lettore. Un avvertimento che gli avvocati italiani di Facebook hanno subito capito. Realizzando la censura preventiva, o almeno segnalandola “dannosità” di certi blog e impedendone la “condivisione”, ossia la diffusione.

In un regime diverso questo si chiama Censura. Nella tecnocrazia burocratica, si chiama “diritto dei cittadini ad essere informati correttamente”. Il bello è che gli stessi processi sono in corso, del tutto spontaneamente, in tutta Europa. Pensate che in Francia, Libération, il giornale della sinistra intelligente (e dei Rotschild) ha addirittura inaugurato una rubrica per smascherare le notizie false diffuse dal blog sgraditi. E che magari sono più letti di Libé, che credo non arrivi a 10 mila copie vendute. La rubrica si chiama DESINTOX, perché in francese la disinformazione si chiama “intox”. Recentemente il debunker del giornale s’è provato a sbugiardare un sito che aveva smascherato la complicità oggettiva coi trafficanti delle ONG, munite di apposite navi, nel “salvataggio” dei migranti, ossia nel loro trasporto industriale dalla Libia all’Italia (ne ho parlato qui: http://www.maurizioblondet.it/ong-fanno-contrabbando-industriale-clandestini/). Mal gliene è incolto, perché il fact checking ha confermato puntualmente i dati del traffico, Libé ha dovuto sorvolare attaccando invece “i fascisti su Internet” (la fachosphère) che “disinformano riciclando i dato pubblici”….

La UE instaura lo stato d’eccezione

In Francia, Hollande ha prolungato ancora lo “stato di emergenza” in vigore da Je suis Charly, che consente sorveglianza preventiva di sospetti, intercettazioni, sorveglianza totale di ciò che dicono o mettono in e-mail. In Belgio (la centrale della UE) un importante giurista, Jean-Claude Paye lancia l’allarme contro la riforma del locale codice penale che, con la giustificazione della “lotta al terrorismo”, “non reprime più unicamente i fatti delittuosi, ma le intenzioni presunte”. Data la comprovata e totale inefficacia delle misure poliziesche “di emergenza” nella prevenzione di atti terroristici “islamici” (come ha dimostrato, ultima, la strage di Berlino), Paye denuncia che la permanenza di leggi speciali servirà, presto o tardi, a “mettere in piedi incriminazioni politiche” di un’opposizione che, per essere non autorizzata e mainstream, si può facilmente bollare come “incitamento” al terrorismo, magari “indiretto”: il codice penale belga punisce anche l’”indiretto”. Ora, “la totalità degli stati membri dell’Unione Europea sta adottando, sotto l’apparenza di lotta al terrorismo, uno stato di eccezione”.

Ricordiamo il significato di “stato d’eccezione”: è la “situazione nella quale uno Stato, in presenza di un pericolo grave, assicura la propria salvaguardia disconoscendo le norme legali che reggono la sua attività normale. Il diritto comune è sospeso”.

Salus rei publicae suprema lex esto: è il principio per cui Cicerone, allora console, sbatté in galera e fece strangolare i presunti complici di Catilina, l’avversario politico degli interessi della cosca senatoria. In Italia, subiamo da decenni uno stato d’eccezione parziale e strisciante, con il positivismo giuridico assoluto, l’abolizione di ogni nozione di diritto “naturale”, con “Le leggi si applicano ai nemici, e si interpretano per gli amici”, e la carcerazione preventiva; ora ampliato se la Boldrini e Pitruzzella otterranno la Kommissione della Verità che vogliono.

In tutta Europa, dice Paye, la legislazione tende a diventare stato di eccezione. Inutile ricordare l’aforisma di Schmitt: “Sovrano è chi decide lo stato di eccezione”.

Quindi è possibile che presto non sarete più danneggiati dagli articoli di Blondet. E di altri disturbatori della vostra quiete. IL vostro Sovrano vi protegge sospendendo il diritto naturale: è l’insieme delle Tecnocrazie inadempienti e non votate da nessuno, che hanno occupato la sovranità e chiamano democrazia il regime della menzogna. E stringono in frettale viti della gabbia, perché sentono che il loro potere è messo in pericolo dalle opinioni incontrollate. Dunque vietate.

I media sono oggettivi

Cose già viste in passato. Ma un piccolo segno di speranza viene dalla sensazione che non siamo isolati blogger, alla mercé di una condanna per diffamazione o un avviso di garanzia o di una cancellazione da Facebook. Il secondo partito italiano, rinnegando il suo precedente infantilismo, ha stabilito nel codice interno che un membro con carica elettiva non deve dimettersi se raggiunto da un avviso di garanzia. Finalmente. Finalmente ha capito, il Capo, che ciò metteva il partito alla mercé di una magistratura che prima incarcera e poi, con comodo giudica; un eletto dal popolo, nelle mani di una casta non-eletta; e nelle mani degli avversari politici scafati:. Che impallinano gli eletti del 5 Stelle con estrema facilità. Basta che li accusino di “abusi in atti d’ufficio” (una accusa cui un sindaco può essere facilissimamente esposto, e poi prosciolto), e il sostituto procuratore “apre il fascicolo”, e la canea grillina dei dementi ingenui esige la testa del non-ancora-colpevole.

Non ci voleva molto. Ma non si osava sfidare la canea demente—ingenua della “base” che si esprime sul web. Adesso Grillo ha fato il necessario. Ha usato il suo potere di leader, che fingeva ipocritamente di non usare. Sta diventando adulto? Forse perderà un po’ di voti; speriamo non tanti, speriamo sia la zavorra di cui i grillini non hanno bisogno. C’è bisogno di una forza elettiva che lotti contro lo Stato d’Eccezione tecnocratico e pan-occidentale. Mica palle.

In questo senso, l’attacco e querela che Mentana ha annunciato contro Grillo, così pretestuosa, è persino benvenuta: e’ rivelativa, è il segno della scelta di campo, chiarifica la nebbia della guerra.

Il vero pericolo è che Grillo non capisca qual è il nemico principale, e ponga come scopi del suo partito “la democrazia web”, il futuro “liberato dalle reti” , “le tecnologie che arriveranno e saranno incredibili”, per cui “il 50% dei lavori che conosciamo sparirà”, dunque bisogna immaginare e imporre una società “nuova” e diversa. Di queste cose, magari, dopo. Anzitutto, sia sicuro di una cosa: che le “tecnologie incredibili” che ci si preparano ed entusiasmano i grillo-casaleggini, saranno usate per l’oppressione, serviranno a perfezionare lo stato d’eccezione tecnocratico, se – prima – non si vince la Dittatura delle Tecnocrazie Inette. Non si sperda in fantasie futuribili, quando c’è il Nemico Presente.

A lui, nella eventuale difesa contro il querelante Mentana, offro gratis una vecchissima verità: risale al 25 settembre 1880. La pronunciò un giornalista allora celebre (ed ora dimenticato, come sempre i giornalisti) John Swinton, durante un banchetta New York. Gli astanti, a tavola, gli chiesero di fare un brindisi in onore della Libertà di Stampa.

John Swinton si alzò – era in frac, scintillava lo sparato bianco – e col calice in mano, cominciò: “Non esiste in America stampa libera e indipendente. Voi lo sapete quanto me. Non uno solo fra voi osa scrivere le sue oneste opinioni, e sapete benissimo che se lo fate, non saranno mai pubblicate. Non mi pagano lo stipendio perché pubblichi le mie opinioni, e se ci arrischiassimo a farlo, ci troveremo immediatamente sul lastrico. Il lavoro del giornalista è la distruzione della verità, la menzogna patente, la manipolazione dei fatti e delle opinioni al servizio del Potere e del Denaro. Noi siamo gli strumenti dei Potenti e dei Ricchi che tirano i fili dietro le quinte. I nostri talenti, le nostre capacità, le nostre vite appartengono a questi individui! E voi lo sapete quanto me”.

 (Labor’s Untold Story, de Richard O. Boyer and Herbert M. Morais, 1955/1979.)

Incidente aereo TU-154 | I Russi andavano in Siria


La redazione di Aurhelio, si unisce alla giornata di lutto nazionale, indetta dal Presidente Putin per la strage del Tupolev diretto in Siria. I segni sono purtroppo chiari, per chi ha la capacità di interpretarli. 

L’incidente del Tu-154 nel Mar Nero, subito dopo il decollo dall’aeroporto di Adler, potrebbe essere stato causato da una situazione estrema a bordo, che non ha permesso all’equipaggio di trasmettere un segnale di soccorso a terra, ha detto Vitalij Andreev, ex capo del centro principale di sistema unificato di gestione del traffico aereo russo.

“Dopo il decollo e il breve volo, in tutto due minuti, l’aereo è scomparso e non ha dato segnale a terra di eventuali problemi, si può dire che a bordo si è verificata una situazione di emergenza: o l’influenza dall’esterno sul mezzo, o l’incontro di un ostacolo”, ha detto Andreev, che ha lavorato nel settore dell’aviazione 47 anni. Egli aggiunge che il “Tu-154 è una macchina molto affidabile e i misteri non esistono, senza motivo questi aerei non cadono”. “Nella mia carriera ci sono stati casi in cui nei Tu-154 tutti e tre i motori smettevano di funzionare o, ad esempio, un famoso atterraggio d’emergenza nella taiga, una striscia abbandonata”, aggiunge l’esperto. “I problemi a bordo possono essere gli squilibri di timoni, la deviazione impostata dalla traiettoria di volo, che di certo non potevano interferire con l’equipaggio per trasmettere questo segnale a terra”, ha aggiunto Andreev. “Allora, è successo qualcosa di estremo, tali situazioni sono possibili solo durante il sequestro del mezzo”, ha aggiunto. L’esperto ha precisato che i dati del dispositivo SPU “con una precisione al 99,99%, saranno in grado di spiegare cosa è successo in cabina al momento del disastro”.

Fonte: https://it.sputniknews.com/mondo/201612253840436-aereo-incidente-tu154/

IL COMMENTO DI MAURIZIO BLONDET

E’ caduto nel Mar Nero – sembra per un guasto e non per attentato – il Tupolev che portava il più grande coro dell’Armata Rossa, l’Ensemble Alexandrov di 84 membri, in Siria – dove avrebbe cantato per i soldati che sono là ad allietare il loro Natale lontani da casa, in zona di guerra. Con loro erano nove giornalisti, i membri dell’equipaggio, Lisaveta Glinka, nota come “dottoressa Lisa” perché dirigeva un’organizzazione governativa per il soccorso ai bisognosi.

Altro sangue russo versato per la causa giusta. Signore, aiuta questo popolo a cui la storia ha chiesto già troppo. Sii vicino alle famiglie piombate nel dolore.

Maurizio Blondet

ESTERI – Siria | Hezbollah al-Nujaba invia altri mille combattenti ad Aleppo > Il Faro sul Mondo


Hezbollahdi Redazione

I combattenti iracheni del movimento Hezbollah al-Nujaba hanno inviato altri mille combattenti in Siria, per partecipare alla battaglia finale per la liberazione di Aleppo.

Il portavoce ufficiale di Harakat al Nujaba, Hashem al-Musavi ha dichiarato alla Reuters che le forze popolari hanno inviato giorni fa un migliaio di militari a sud di Aleppo. Il portavoce ha aggiunto che le forze popolari irachene, l’esercito siriano e i libanesi di Hezbollah sono impegnati in una feroce battaglia contro i gruppi terroristici in Aleppo orientale e meridionale, aggiungendo che il movimento iracheno al-Nujaba ha fornito un notevole contribuito alla riconquista delle regioni a sud di Aleppo.

Gli ultimi rapporti dal nord della Siria riferiscono che l’esercito e le forze popolari, con il supporto aereo russo e siriano, continuano l’avanzata nella provincia di Aleppo, costringendo i terroristi alla ritirata.

Sul confine libanese, gli eserciti di Libano e Siria sono contemporaneamente impegnati a colpire i terroristi dell’Isil nelle montagne di Qalamoun, che tentano di attraversare illegalmente il confine. L’esercito libanese ha bombardato i rifugi dei terroristi dell’Isil all’interno di Wadi Al-Hawa, mentre l’esercito siriano continua a monitore i movimenti del gruppo terroristico lungo il confine nei pressi di Jarod Jarjeer.

Fonte: http://www.ilfarosulmondo.it/hezbollah-al-nujaba-combattenti-aleppo/

La Clinton: “Io presidente, attaccherò l’Iran”. E noi bravi soldatini… | Maurizio Blondet

Maurizio Blondet 7 luglio 2015 
La candidata Hillary Clinton l’ha detto in una riunione selezionata al Dartmouth College per raccogliere fondi. Chiaramente, i selezionati ascoltatori erano della nota lobby, senza il favore e i soldi della quale nessun candidato ha la minima speranza di vincere le elezioni in Usa. La nota lobby è ovviamente contrarissima (come Netanyahu) all’accordo sul nucleare iraniano che Obama cerca di firmare prima della sua scadenza.

Hillary dunque ha assicurato i selezionatissimi pagatori: “Anche se un tal accordo si produce, noi avremo sempre dei problemi maggiori con l’Iran. Sono gli sponsor in capo del terrorismo mondiale…una minaccia esistenziale all’esistenza di Israele”.

Poi, alzando la voce e scandendo le parole:

“Voglio che gli Iraniani sappiamo che, io presidente, attaccheremo l’Iran. Nei prossimi 10 anni durante i quali potrebbero stupidamente considerare di lanciare un attacco contro Israele, noi saremo capaci di obliterarli totalmente”.

Gilad Atzmon ha diagnosticato come “Sindrome di Stress pre-Traumatico” (PreTS) la classica affezione mentale giudaica che consiste nel farsi stressare da un evento traumatico “prima” che accada, che probabilmente non si verificherà, e spesso del tutto immaginario, onde giustificare l’aggressione preventiva del nemico immaginario fino alla sua totale obliterazione – allo scopo d placare la Pre-TS), ossia lo stress immaginato provocato da un nemico esistente nella fantasia ebraica. Hillary Clinton ha vellicato al massimo tale sindrome della nota lobby, promettendo che se essa le dà i quattrini per farla presidenta, farà la guerra a Teheran.

Perché, ha giurato, “gli Stati Uniti sono al fianco di Israele oggi e per sempre. Abbiamo interessi comuni. Idee comuni. Valori comuni”. Poi, quasi temendo che potessero non crederle: “Io ho una volontà di ferro per mantenere la sicurezza di Israele. Le nostre due nazioni lottano contro una minaccia comune, la minaccia dell’estremismo islamico. Io sostengo fermamente Israele e il suo diritto all’auto- difesa e penso che l’America dovrebbe aiutare questa difesa. Io sono coinvolta ad assicurare che Israele mantenga un vantaggio militare per far fronte a queste minacce (immaginarie, ndr.). Io sono profondamente preoccupata della minaccia crescente che rappresenta Gaza e la campagna di terrore condotta da Hamas”.

E’ il triste destino di chi è colpito da Stress pre-Traumatico: più Israele distrugge Gaza, dove la gente vive ancora fra le macerie dell’ultimo bombardamento di anni fa, e più sente che “la minaccia di Gaza cresce”. Per questo bisognerà eliminare ogni singolo abitante di Gaza, altrimenti non ci si s ente tranquilli..

Immagino che Hillary sia poi passata col cappello fra gli astanti. Che gliel’avranno riempito generosamente di fondi. Anche se la competizione in ebraismo degli altri candidati è scatenata, con questo Do di petto la signora sembra aver superato in diapason gli strilli della concorrenza: fatemi presidente, e io vi annichilisco l’Iran. Così, tanto per piacervi.

http://www.globalresearch.ca/hillary-clinton-if-im-president-we-will-attack-iran/5460484

Un solo dubbio: non sarà un po’ troppa carne al fuoco? Proprio adesso la celebre Brooking’s Institution ha messo a punto un piano per l’invasione americana della Siria; invasione proprio diretta – non più per interposto ISIS – come Washington ardeva di fare dal 2011, e in cui fu frustrata dalla mossa di Putin; e il Pentagono con la NATO sta intensificando i preparativi per la tanto sospirata guerra alla Russia. Guerra preventiva, e guerra nucleare, per difendere l’Ucraina e i baltici minacciati (lo sanno tutti) d’invasione da Mosca.

Se non ci credete, ecco qui sopra la copertina dell’accurato studio della Brooking’s

 Il piano è geniale: siccome il governo Assad, dopo tutti questi anni, ancora non cade e la popolazione lo sostiene, bisogna per forza mettere gli scarponi Usa sul terreno. Lo si faccia, prescrive il think-tank, creando “zone di sicurezza” che le truppe speciali americane terranno con le armi; zone ripulite per i ribelli moderati dove i terroristi democratici potranno esercitare la democrazia. “Se Assad fosse così’ scemo da minacciare queste zone – recita letteralmente il Progetto – perderebbe senza dubbio la sua forza aerea nel corso dei bombardamenti di rappresaglia che seguirebbero, condotti dalle stesse forze (speciali), ciò che priverebbe i suoi militari del solo vantaggio di cui godono in rapporto all’ISIS”. Così confermando che il motivo del Progetto d’invasione Usa è proprio aiutare l’ISIS, che da solo non ce la fa’.


http://journal-neo.org/2015/06/26/us-to-begin-invasion-of-syria/

Quanto alla nobile volontà di incenerire la Russia con bombardamenti nucleari preventivi, il progetto ha una copertina ancora più bella


Sottotitolo: a competitive strategies approach to defining US nuclear strategy and posture, 2025-2050. Lo ha elaborato il CSIS, Center for Strategic and International Studies, un altro pensatoio pieno di idee vulcaniche che è alquanto infarcito di gente del Pentagono e della Cia. Ma non fatevi ingannare dalle date, alquanto lontane, da 2025 in poi: già adesso, nelle potenti ed incessanti esercitazioni militari in corso da settimane fra Ucraina, Polonia e Germania per intimorire Putin, le bombe atomiche sono integrate nelle grandi manovre. Lo ha rivelato il Guardian.

Aggiungiamo che Ashton Carter, il nuovo ministro del Pentagono, è un entusiasta dell’idea di colpire la Russia con armi nucleari tattiche, per punirla di aver – secondo loro – violato i i trattati sulle armi atomiche a medio raggio. In realtà, c’è una gran voglia di sperimentare dal vivo i gioiellini nuovi che ha trovato al Pentagono: come dice il CSIS, “ bombe atomiche più utilizzabili, meno potenti ma precise e con effetti spoeciali (ah, gli effetti specjiali!, ndr.) con meno effetti collaterali, con una più grande radiattività, e capacità di penetrare nel sottosuolo, con pulsazioni elettromagnetiche ed altre capacità a misura della tecnologia che progredisce”. Nella certezza che Mosca non possa rispondere con armi di pari efficacia, c’è la gran tentazione di rischiare l’attacco preventivo; tanto, se si sbaglia, la guerra atomica avverrà in Europa, mica in America.

Si aggiunga che hanno un paio di rivoluzioni colorate in corso (in Armenia e in Macedonia) nell’intento di replicare una Maidan anche là; che l’Ucraina va armata fino ai denti per lanciarla alla riconquista della Crimea; che è in corso la militarizzazione di tutti i paesi dell’Est confinanti con la Russia carri d’assalto, veicoli vari e munizionamenti posizionati in modo permanente (ha detto Carter), una forza d’intervento rapido di 40 mila uomini – e tutto qui, in Europa – uno ha voglia di sollevare lo sguardo da questo gelido vento di demenza che spira da Washington…e guardare alla terra della civiltà, della cultura e del buon senso.

L’Europa. Che farà l’Europa?

Mogherini contro la Russia

L’Europa farà una tv e delle radio in lingua russa per “la propagazione dei valori europei” nei paesi dell’Est e nella R ussia stessa. “Il progetto di una catena tv in lingua russa è sostenuto da Polonia, Svezia, Danimarca Germania, Paesi Bassi e Inghilterra”, ha scritto il Time, e ha spiegato perchè: “I diplomatici si rendono conto che stanno perdendo la guerra d’informazione contro la Russia”.

“Contro” la Russia, si prega notare. L’Unione Europea partecipa alla guerra contro la R ussia. Il progetto è stato affidato alla Alta Rappresentante eccetera eccetera, ebbene sì, proprio lei: Federica Mogherini. Entusiasta del compito, aveva dichiarato già a gennaio: “Lavoriamo (ormai usa il plurale majestatis, ndr.) a mettere in atto una strategia di comunicazione per fare fronte alla propaganda in lingua russa!”. Aspettiamo a piè fermo, qualcuno ci avverta quando la Mogherini Network comincia a bombardare le menti e i cuori dell’Est coi nostri valori.

Quel che conta è la volontà: siamo contro la Russia anche noi, nel nostro piccolo.

E Berlino raddoppia in NorthStream con Putin

Perché altri, nel loro grande, fanno di meglio. Quando il segretario alla difesa Ashton Carter è atterrato a Berlino per mettere a punto i preparativi per la guerra, era già stato preceduto dalla seguente notizia: Gazprom e i tedeschi hanno firmato l’accordo che raddoppierà la portata del North Stream, il gasdotto che passa sotto il Baltico. “Con l’aiuto della Russia, la Germania diverrà lo hub energetico dell’Europa”, si allarma la rivista americana del settore energetico, Trumpet: “quantità crescenti di gas fluiscono dalla Germania e sono distribuite ad Olanda, Belgio, Francia e Gran Bretagna. In tal modo la Germania aumenta il potere della Russia, e l’Europa Occidentale diventa dipendente dalla Ger,ania anche per le forniture energetiche”.

Ma ma ma…Ma non sono in corso le dure sanzioni contro la Russia, come ci era stato ordinato dall’America? Le dure sanzioni comprendono per noi la rununcia a vendere il grana padano, la mozzarella e tutto il resto…e la Germania non partecipa al sacrificio?

No, spiega Trumpet: “Non lasciate che la nube dell’attuale conflitto in Ucraina oscuri quel che sta accadendo. Germania e Russia hanno una storia di cooperazione segreta – anche se i titoli di prima pagina fanno credere il contrario…..Una volta che la (raddoppiata) pipeline sarà finita, quasi tutto l’Est Europa sarà tagliato fuori dall’affare del gas. Non ci sarà bisogno di far transitare il gas attraverso Ucraina, Polonia, Romania, Bielorussia, Ungheria e Slovacchia”.

Che ne dite? A me, quasi quasi, la notizia rallegra. Mostra che tutti sono sedotti e contagiati dal vento gelido della demenza che tira da Washington. Come nella orwelliana Fattoria degli Animali, “dove tutti sono uguali ma i maiali sono più uguali degli altri”, i maiali stanno infischiandosene delle sanzioni e fanno affaroni strategici con il Nemico. La guerra la fanno fare a noi, bravi soldatini agli ordini. Ma almeno è consolante vedere che noi italiani, i soci fondatori dell’Europa, obbedienti soldatini alla guerra del Parmigiano, non siamo colti da demenza tragica americanoide; sulla scena mondiale siamo il solito Cretino Collettivo che si fa’ infinocchiare dalle potenze, grato per il privilegio di essere degnato da loro di pagare i cattivi investimenti fatti dalle banche tedesche in Grecia. Noi, il socio fondatore.

Se non usciamo subito dalla NATO, finirà che saremo noi i soli ad entrare in guerra con la Russia. Magari insieme a Tallin e Varsavia, sai che godimento.

Maurizio Blondet 

http://www.maurizioblondet.it/la-clinton-io-presidente-attacchero-liran-e-noi-bravi-soldatini/

Una cosa è certa: la Superpotenza è stata sfidata. Impunemente | Maurizio Blondet


Da Baton Rouge ad Ankara, non è detto che gli eventi – del resto in tumultuoso sviluppo – siano quello che sembrano. Una cosa però è reale e vera: Erdogan ha umiliato ed offeso l’unica Superpotenza rimasta, e detta Superpotenza non è in grado di reagire, di punire, e nemmeno di minacciare. Un governante con sufficienti forze armate proprie, ha potuto chiudere Incirlik, la base più importante che la Superpotenza ha nella zona di massimo conflitto contro Mosca; tagliarle la luce; prendere ostaggio di fatto i 3 mila membri del personale americano; le 80 testate atomiche che custodiscono; chiudere lo spazio aereo ai loro caccia, e farlo impunemente. Ha potuto accusare la Superpotenza, di cui era fino a ieri alleato, di averlo tradito e aver tentato d’un golpe per abbatterlo, e ottenerne soltanto dei balbettamenti, invece che dei ruggiti e dei bombardamenti a tappeto ; esigere la consegna del suo nemico Gulen riparato in Usa e noto “asset della Cia”, e non essere fulminato.Qualunque cosa si pensi di Erdogan, ha dimostrato al mondo che la Superpotenza è debole, cieca e stupida. Che un suo alleato puà rivoltarlesi contro, e trionfare.

E ciò non sarà senza enormi conseguenze geopolitiche e strategiche.

Si esita a credere che gli eventi sono quel che sembrano, perché il collasso simultaneo di tutti i capisaldi del potere globale Usa appare così enorme, rapido e completo da essere inverosimile. Si sgretola la UE, con la Brexit; la gabbia della NATO è spalancata dal Turxit; i trattati di commercio globali sono silurati; l’espansione infinita della “democrazia” e dei suoi “valori” è stata apertamente derisa e calpestata dal Sultano; la Superpotenza stessa è minacciata all’interno da una guerra civile razziale resa spaventosa dalla abbondanza di armi in mano ai privati. Possibile che sia tutto vero?

Sembra comunque la disfatta più completa di Obama. Della sua doppiezza demenziale. Dell’abuso artificioso della NATO, un’alleanza che doveva essere abolita vent’anni fa, per nuovi e sempre più vasti scopi: propagandistici; neocoloniali con l’invio di truppe in Irak e Afghanistan; di appoggio occulto dello Stato Islamico che fingeva di combattere; spada di Damocle sulla testa del governo siriano; di rassicurazione dei neo alleati polacchi e baltici che hanno conti da regolare con Mosca e, insieme d’asservimento degli stati vassalli europei; la protezione di Israele, l’attrezzo di destabilizzazione dei paesi islamici secondo il programma dei neocon, e lo strumento di separazione, il cuneo piantato per impedire l’integrazione economico-politica fra il ventre molle europeo e la Russia, che non era più una minaccia e sempre più, ma ormai un cliente-fornitore unito da forti legami storici e culturali.

Nuland in Kagan ha fallito?

Sembra la disfatta della centrale neocon – la famiglia Nuland-Kagan – annidata nel Dipartimento di Stato che sembrava imporre la politica di aggressione al Segretario, il povero Kerry: ma chi può esserne certo?

Un disertore dell’esercito di Kiev ha rivelato ai ribelli del Donbass della massiccia preparazione di un attacco da parte contro Lugansk: dove “i nostri sono solo un terzo, gli altri sono ceceni, arabi, turchi, polacchi; centinaia di carri armati; consiglieri della NATO all’opera in ogni unità; tutto è estremamente ben preparato, tutti gli errori del passato sono stati riesaminati…”. La NATo continua dunque ciecamente, roboticamente, la sua sovversione in Ucraina? La centrale Nuland-Kagan fa’ quel che vuole, mentre tutto il Sistema sembra crollare attorno a loro?

http://www.fort-russ.com/2016/07/deserter-from-kiev-forces-tells-of-nato.html

Le sparatorie in Usa, sono quel che sembrano? Noi qui abbiamo mostrato i precisi indizi secondo cui sarebbero parte di un complotto teleguidato da Soros per impedire la convention repubblicana di Cleveland, bloccare la nomination di Donald Trump, e anzi portare il paese in una situazione di guerra civile abbastanza spaventosa da dare ad Obama la scusa per sospendere le elezioni presidenziali di novembre, e mantenersi per un terzo termine, presidente non votato ma tanto favorito dai poteri forti di Wall Street e del sistema militare-industriale, dei neocon come dei militanti negri, della plebaglia di colore (pagata) e dell’Establishment che vorrebbe la Clinton alla Casa Bianca, ma sa che essa è improponibile. Un golpe di questo genere, mentre gli altri pilastri del potere globale si scollano e spezzano, dal Brexit alla Nato, è ovviamente assurdamente rischioso per chi lo tenta: può la Superpotenza permettersi il collasso interno guidato, il bagno di sangue in una guerra civile artificiale, mentre Erdogan ha mostrato al mondo che la Superpotenza è sfidabile, e la NATO una tigre di carta che può essere presa in ostaggio con le sue atomiche? Tuttavia questa demenza sarebbe in perfetto “stile Obama”, come lo è il”golpe turco”, sia o no un false flag: un prodotto della doppiezza, fatto per giunta a metà, con una intenzione perfetta.

E Erdogan potrebbe aver preso la sua ‘folle’ decisione di rovesciare l’alleanza e sputare in faccia a Washington, proprio perché – come rivela il giornalista Chuck Ross – “documenti ed email appena rivelati e a disposizione del Congresso rivelano legami tra il ‘mondo dei Clinton’ e membri della rete operata (…) da Fetullah Gulen. Questa connessione fra i Clinton e Gulen può metter a rischio la complessa relazione tra Usa e Turchia, alleato essenziale della NATO, se l’ex segretaria di Stato vince la Casa Bianca”. Questa frase è state scritta il 13 luglio: premonitrice davvero.

New Ties Emerge Between Clinton And Mysterious Islamic Cleric

Erdogan può aver calcolato che un terzo mandato a Obama equivaleva ad una presidenza del ‘mondo Clinton’ e quindi un potere che avrebbe dato potere a Gulen. E ha forzato la gabbia della NATO. In fondo, nonostante i modi molto più educati, come ha fatto anche la regina Elisabetta forzano il Brexit in quel voluto fuori onda: dove ha reso chiaro che il il Brexit si doveva fare, altrimenti scoppiava “la guerra”. Come vediamo adesso, aveva perfettamente ragione.

Se le cose sono quel che sembrano, s’intende
www.maurizioblondet.it 

Maurizio Blondet: Il nostro vero nemico è il grande alleato. La prova definitiva

nato-expansiondi Maurizio Blondet – 21/04/2015
Fonte: Effedieffe

«Per gli Stati Uniti la paura primordiale è il capitale tedesco, la tecnologia tedesca, unita con le risorse naturali russe e la manodopera russa: è la sola combinazione che ha fatto paura agli USA per secoli»: così George Friedman, il fondatore del centro di analisi strategiche Stratfor, nel discorso che ha tenuto presso il Council on Foreign Relations il 4 febbraio, e di cui pubblichiamo qui il video con la nostra traduzione integrale (dal parlato inglese). Vale la pena di mostrarlo con la dovuta attenzione, perché merita la più ampia diffusione.

Friedman, che è un ebreo nato a Budapest nel 1946, è un uomo dello ‘Stato profondo’ americano-militarista: docente all’US Army War College, studioso alla National Defense University e alla RAND (il megafono del sistema militare-industriale), esprime qui con inaudita franchezza la strategia che seguirà Washington per mantenere il predominio mondiale. In questa strategia, l’Europa è una pedina, e uno strumento, di cui Friedman parla con infinito disprezzo. L’arma usata, sarà la destabilizzazione: in Ucraina è ciò che abbiamo già fatto in Afghanistan. Abbandoniamo ogni velleità di instaurare la democrazia; una volta destabilizzato il Paese, noi abbiamo compiuto il nostro lavoro… vale la pena di ascoltarlo. E di osservare il suo freddo sorriso, o rictus, mentre espone il programma.

Ecco quel che Friedman dice per sommi capi:

– L’Europa non esiste.

– Soltanto l’integrazione Germania-Russia può minacciarci, non lo permetteremo (1).

– Per questo sosteniamo Kiev.

– L’esercito di Kiev è il nostro esercito, tant’è vero che diamo medaglie ai loro soldati.

– Noi stiamo posizionando armi in tutti i paesi dell’Est europeo, approfittando della loro russofobia.

– Ovviamente agiamo al difuori del quadro della NATO.

– Il nostro scopo: stabilire un cordone sanitario attorno alla Russia.

– Noi possiamo invadere ogni paese del mondo, mentre nessun paese può invaderci.

– Tuttavia, non possiamo occupare l’Eurasia; la tattica è fare in modo che i paesi si dilanino tra loro.

– Per la Russia, lo status dell’Ucraina è una minaccia esistenziale.

– «È cinico, è amorale, ma funziona».

– L’obiettivo non è vincere il nemico, ma destabilizzarlo.

– La destabilizzazione è il solo scopo delle nostre azioni estere. Non instaurare la democrazia; quando abbiamo destabilizzato un Paese, dobbiamo dirci: «Missione compiuta», e tornare a casa.

– La nostra incognita è la Germania. Che cosa farà? Non lo sa nemmeno lei. Gigante economico e nano politico, come sempre nella storia.

– «L’Europa subirà la stessa sorte di tutti gli altri Paesi: avranno le loro guerre. Non ci saranno centinaia di milioni di morti, ma l’idea di una esclusività europea, a mio avviso, la porterà a delle guerre. Ci saranno dei conflitti in Europa. Ce ne sono già stati, in Iugoslavia ed ora in Ucraina.

Il sito Saker mette a confronto questo programma con ciò che ha detto Vladimir Putin nella lunghissima diretta tv del 6 aprile, a cui ha risposto alle domande del pubblico russo:

– La Russia non aggredisce nessuno, difende solo i suoi interessi.

– Noi abbiamo due basi militari fuori della Russia, essi hanno più di mille basi nel mondo: e saremmo noi gli aggressori? Dov’è il buon senso?

– Il bilancio militare del Pentagono è 10 volte maggiore del nostro, e siamo noi che conduciamo una politica aggressiva… Per caso siamo noi ad avere delle basi ai confini degli USA?

– Chi installa dei missili alla frontiera dell’altro?

– Noi vogliamo relazioni di uguaglianza con l’Occidente, in accordo coi nostri interessi nazionali.

– Le sanzioni economiche non sono il prezzo che paghiamo per aver ripreso la Crimea, ma per la nostra volontà di esistere come nazione e civiltà libera.

– Abbiamo atteso vent’anni prima che essere accettati dal WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio), facendo molte concessioni; adesso [imponendo le sanzioni alla Russia, ndr] le norme del WTO sono violate, quelle dell’ONU, quelle del diritto internazionale.

– Noi vogliamo collaborare ai problemi dell’umanità, sicurezza, disarmo, terrorismo, droga, crimine organizzato.

– Dopo la caduta del Muro di Berlino ci avevano promesso il congelamento della NATO. Oggi la NATO è dappertutto alle nostre frontiere. Gli occidentali hanno deciso che erano i vincitori.

– Qualunque cosa facciamo per la distensione, abbiamo sempre incontrato rifiuti e resistenze dell’Occidente. Gli ultimi giochi olimpici invernali di Soci sono stati calunniati e screditati prima, durante e dopo; perché?

Una nota: la Russia s’è appellata al WTO, di cui è membro, perché le sanzioni imposte dagli USA e dalla UE ne violano le regole; il WTO è il sorvegliante, il poliziotto è il giudice del libero commercio globale, che – secondo il dogma – deve essere senza dazi né altri ostacoli di nessun genere. Per cui, nessuna sanzione commerciale deve essere imposta, a meno che non sia votata dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU — ciò che ovviamente non è avvenuto. Non credo che il WTO darà ragione a Mosca.

Ma con ciò, Putin avrà ottenuto due risultati. Uno, dimostrare USA ed UE violano le regole stesse che si sono date ed hanno imposto al mondo; che la globalizzazione non è altro che un sistema di dominio americano; e che il WTO non è affatto l’arbitro oggettivo del libero commercio, ma un’altra arma politica in mano al sistema occidentale anglo.

Il secondo risultato è che la Russia, visto che è vittima di ingiuste ritorsioni economiche in violazione delle norme del WTO, può esentarsi dalle regole del commercio internazionale dettate dallo stesso WTO. Il primo e più gravoso di questi condizionamenti è che il WTO vieta di favorire le industrie nazionali contro la concorrenza delle merci estere. L’embargo in corso obbliga la Russia ad accrescere la parte di produzione nazionale nelle proprie industrie e altre attività economiche; se ben usata, può essere l’occasione insperata per rinforzare il proprio sistema industriale al parziale riparo dalla competizione estera, con misure di protezione che non sarebbero state accettate dalla «comunità internazionale» né dalla propria popolazione. Le sanzioni stanno provocando difficoltà; ritardano i rammodernamenti che erano già in corso (grazie alle industrie tedesche), per cui in pochi anni Mosca avrebbe potuto cominciare a produrre per il mercato merci «di qualità tedesca» nei settori dove ha prodotti di punta (nati per motivi militari) che è incapace di imporre globalmente: chimica, farmaceutica, turbine, chips, opto-elettronica e micro-elettronica, software indipendente (dalla porte posteriori NSA) eccetera (per un’esposizione dei progetti e delle possibilità di eccellenza della Russia si veda qui).

Insomma ha l’occasione di attivare quelle politiche industriali di cui noi europei – vassalli vili e stupidi – ci siamo lasciati spogliare totalmente: dalla svalutazione resa impossibile dall’euro, fino al controllo dei cambi e di opporsi alla fuga dei capitali, misure tradizionali per secoli di qualunque Governo sovrano, ed oggi proibite dal Trattato di Lisbona, come il WTO ci proibisce di difendere le nostre industrie invase e devastate da merci sottocosto. Mentre noi ci lasciamo annodare al collo l’ultimo nodo scorsoio: il TAFTA, il trattato transatlantico, con cui ci assoggetteremo alle normative statunitensi persino per quel che mangiamo.

L’Europa dunque affonda nella crisi (provocata dalla finanza USA e dal suo capitalismo terminale) affondando nel vassallaggio a Washington; complice servile delle sanzioni, perde la grande occasione di sviluppo dell’economia russa – che è un compito immenso, che avrà bisogno di enormi finanziamenti e dunque di investimenti esteri colossali, a cui ahimè provvederà la Cina. E in compenso, da Washington cosa ottiene? Progetti di destabilizzazione e di guerre al suo interno, come promette Friedman.

Vale per noi il detto di Plotino: «Che i vili sian governati dai malvagi – è giusto».

Quanto all’America, e al suo destino storico e metastorico, dovrebbe paventare un altro detto: se sono detti «Beati i costruttori di pace», quale maledizione incombe su tali anticristici seminatori di discordie e suscitatori geopolitici di odi e violenze?

1) Nel 1939 il Council on Foreign Relations di Rockefeller, diretto allora da Isaiah Bowman, raggiunse la stessa conclusione: dopo un accurato studio dei rapporti commerciali dell’intero pianeta, stabilì che l’Europa continentale (con la Russia integrata alla Germania) avrebbe costituito un «blocco autosufficiente», ciò che era contrario all’interesse nazionale, in quanto mega-corporations americane avevano bisogno di «libero accesso ai mercati e alle materie prime» di quella parte del mondo. Fu costituito un War and Peace Studies Project (con un centinaio di avvocati, industriali, politici, diplomatici, banchieri) che con forti finanziamenti (la sola Rockefeller Foundation diede 300 mila dollari di allora), delineò un intero progetto per far entrare in guerra gli USA, e costituire nel dopoguerra un nuovo ordine mondiale: il FMI, la Banca Mondiale furono già concepiti allora. Presentati a Roosevelt, i risultati dello studio lo convinsero ad entrare nel conflitto contro la Germania e il Giappone.

La guerra tiepida

0320-obama-putin-970-630x420

Sin dal primo giorno del suo mandato il povero Tsipras ha dovuto inghiottire amari bocconi, seppure molti di questi dovuti all’incapacità politica sua e dei collaboratori a lui più vicini. Se difatti avesse voluto ricercare una via di salvezza questa era ed è –evidentemente- l’uscita dalla moneta unica. Ma no! La Grecia non vuole, o quanto meno così non vogliono i mercati, sconvolti da una tale possibilità, mina vagante per un sistema che si ritiene –su che base?- solido, laddove l’eventuale “disubbidienza” di Atene sarebbe di possibile esempio per altre “exit”. Abbiamo già potuto vedere dunque come il leader ellenico continui a vedere nelle minacce europee (o nelle strutture alla Ue colluse) un pericolo per la sua nazione, eppure allo stesso tempo un’ancora di salvezza. Cede ai ricatti, pertanto. Dall’altro lato però “Il governo greco ha capito che non potrà trovare alcun terreno comune con l’Eurogruppo e la Banca Centrale Europea, a meno di accettare una resa incondizionata” (Sapir); è così che si spiega infatti l’avvicinamento con passo felpato alle ex terre sovietiche, solo che il vero felino in questo caso è Putin mentre la Grecia un debole roditore. Una Russia da tempo sempre più aggressiva e famelica, tanto che il lato del mondo occidentale e “democratico” cerca di contrastarla con ogni mezzo, a cominciare dalle ridicole sanzioni.

Solo che la stessa ex Unione Sovietica non è abbastanza ricca per “salvare” la penisola ellenica. Questo perché anche in quelle terre lontane e fredde da anni il modello liberista ha avuto la meglio, tanto che a tutt’oggi esiste una disparità mostruosa tra i pochi ricchi ed i milioni di indigenti. Gli stipendi medi russi sono estremamente bassi, le case – dacché l’edilizia è stata totalmente privatizzata e commercializzata- sono fonte di unico guadagno per i grandi gruppi e gli speculatori. Il tasso di natalità è bassissimo se non negativo. Nel frattempo il prezzo del petrolio in discesa non ha aiutato la situazione, e addirittura è stato deciso di vendere delle riserve valutarie, boccata di ossigeno di scarso respiro se considerata nel lungo periodo. Nonostante questi e i molti altri problemi di natura economico-sociale, il Premier russo sta cercando di avanzare nel suo “risiko” personale, con l’obiettivo ultimo della conquista del mondo. A tal proposito basti pensare al caso ucraino, oppure alla ventilata unione monetaria assieme a Bielorussia e Kazakistan, e da ultimo all’attenzione rivolta –di nuovo! – alla Grecia e all’Ungheria. Putin dunque non sta aiutando nessuno, nemmeno i suoi stessi concittadini (sudditi?), sta semplicemente volando alto e rapace in attesa che quest’ultimi Paesi collassino definitivamente, così da banchettare con le loro carcasse (si è infatti, guarda caso, dimostrato disposto a partecipare a privatizzazioni greche).

E l’America? Continua a portare avanti anch’essa le sue stesse politiche di tanti anni fa, seminando terrore mediatico e pratico per destabilizzare le aree di suo interesse e limitrofe. Unica differenza? Che mentre prima il tutto era spesso legato a questioni meramente petrolifere (vedasi guerra nel Golfo, guerra in Iraq, primavere arabe e Siria), ad oggi ad interessare sono decisamente più i dati. Che dati? Quelli che quotidianamente diamo e mettiamo in rete circa ogni nostra informazione, da tempo non più privata. Nomi, cognomi, indirizzi, salute, interessi, stipendi, sogni, frustrazioni. Cos’altro? Dal numero di scarpe ai dati bancari, dalla mail ai numeri della rubrica. Tutto. A cominciare dalla nostra posizione, spiata in ogni momento (al riguardo si potrebbe chiamare in causa Snowden, per quanto sia in realtà sufficiente prendere in mano lo smartphone che orami chiunque tiene in tasca). “I dati sono oggi il “nuovo petrolio”. Infatti proprio nella conoscenza e nei trattamenti dei dati utilizzati anche per trarre informazioni da informazioni, sta oggi la vera remunerazione di chi fornisce servizi, non a caso, spesso offerti gratuitamente agli utenti. Del resto i guadagni sempre più rilevanti che caratterizzano le società multinazionali fornitrici dei servizi in rete, e che hanno consentito alle più note di giungere al vertice delle capitalizzazioni societarie mondiali, dimostrano quale sia la posta economica in gioco” (F. Pizzetti).

Tutto questo scenario parrebbe suggerire come l’ISIS, Charlie Hebdo e tutta un’altra serie di attentati o di organizzazioni terroristiche possano essere opere di una regia al di là dell’Atlantico (un po’ come nella Russia di inizio Novecento dove Lenin portò avanti la sua rivoluzione forte del capitale dei Rothschild, gli stessi che più tardi sostennero Hitler). Perché? Perché il terrore e la difesa da esso è la scusa più banale per permettere l’accesso a dati altrimenti tenuti ben protetti. Se tuttavia non si volesse tener fede a questa suggestione, è quanto meno evidente che l’America da tempo guardi avidamente all’Europa, cominciando nel ’47 Col piano Marshall, proseguendo con “gli Stati Uniti d’Europa” e speriamo non riuscendo con il TTIP. È dunque evidente che la famigerata guerra fredda non ha mai avuto fine, se non, al massimo, qualche tentennamento e fase di ulteriore raffreddamento. Oggi la tensione sta di nuovo surriscaldando il conflitto, non più diretto, giacché le guerre odierne si combattono a suon di valuta e non a fil di spada. Il risultato in ogni caso è lo stesso, se non peggiore. L’Europa, ancora una volta, è nel mezzo, grazie soprattutto a quella lunga fila di politicanti nostrani ed europei traditori che hanno ci hanno dato in pasto allo straniero. Il Piave, inascoltato, prova ancora a mormorare.

Fonte: www.lintellettualedissidente.it

Chi guadagna e chi perde nella nuova Guerra Fredda

130606170427-04-putin-horizontal-gallery
 

Il 5 marzo scorso Qu Xing diplomatico cinese ed emissario di Pechino in Belgio, ha dichiarato all’agenzia di informazione Xinhua, ripresa dal sito di informazione The Brics Post, che “l’Occidente deve finirla con questa mentalità da gioco a somma zero nei confronti della sicurezza internazionale e venire incontro alle esigenze della Russia nella crisi ucraina”.

Proprio nei giorni in cui è finito di nuovo sotto accusa per la morte del dissidente liberale Igor Nemtsov, il presidente Wladimir Putin incassa dunque un altro attestato di vicinanza che arriva dalla Cina, il suo attuale alleato più importante in quella che è già stata definita “la nuova guerra fredda”. Dal febbraio del 2014, dagli inizi della crisi con l’Ucraina, tra la Russia e il mondo occidentale è iniziato un crescendo di tensioni che sono progressivamente aumentate fino a culminare con il round di sanzioni economiche che l’Unione Europea ha imposto al governo russo dopo l’annessione alla Russia della Crimea. Il mondo è quindi tornato a respirare l’aria dei due blocchi contrapposti: da una parte gli Stati Uniti e i loro alleati storici membri della Nato, dall’altra la Russia, che a differenza dell’Unione Sovietica, ha potuto trovare il sostegno dei Paesi Brics, tra i quali il più importante appare certamente l’appoggio manifestato dalla Cina. La crisi ucraina ha infatti aperto la strada a quella che è da molti considerata la più grande partita geopolitica del secolo attuale: la sfida tra Washington e Pechino. Un confronto che iniziato nel secolo scorso è cresciuto agli inizi degli anni Duemila con l’ingresso della Cina nel WTO e adesso ha assunto le proporzioni di una contesa a livello globale. Con la Cina che proprio nel 2015 dovrebbe raggiungere il suo obiettivo più ambizioso: scalzare il primato degli Stati Uniti in termini di prodotto interno lordo. Non è un caso allora che a Washington guardino con preoccupazione le notizie che arrivano dal fronte asiatico, in particolar modo quegli accordi di natura commerciale che Mosca e Pechino hanno sottoscritto proprio quando, nel maggio scorso, il regime di Putin sembrava  poter crollare da un momento ad un altro. Ha prevalso allora l’astuzia dell’orso russo, per troppo tempo considerato in Occidente un animale politico poco lungimirante, incapace di guardare oltre i confini di quella che una volta era l’Unione Sovietica che invece al momento opportuno, è corso dal dragone cinese per siglare un’intesa commerciale di lungo periodo (38 miliardi di metri cubi annui dal 2018 al 2048 per un controvalore di 400 miliardi di euro), che lo tenga al riparo dagli artigli dell’aquila americana, un’intesa che per il Cremlino potrebbe assurgere ai significati di una vera e propria polizza vita. Con la Cina come alleata, avranno pensato quelli dell’entourage di Putin, gli Stati Uniti, che sono debitori di Pechino per oltre 1300 miliardi e confidano sempre nella capacità dei cinesi di continuare a  finanziare il suo debito pubblico, non andranno poi oltre qualche round di sanzioni economiche. E così ad oggi, sembrano essere andate le cose se è vero come è vero che l’amministrazione americana, dopo aver imposto all’UE una tornata di sanzioni economiche che le stesse fonti del Cremlino rivelano avrebbe danneggiato la Russia per 50 miliardi di euro nel 2014,  ha voluto defilarsi lasciando che fossero Berlino e Parigi a sedersi al tavolo con Mosca per cercare di trovare un’intesa (il Memorandum di Minsk) sulla crisi ucraina. Se Obama lo abbia fatto per una debolezza sopravvenuta oppure per un calcolo di pura convenienza non è dato sapere, anche se gli ultimi dati sull’export pubblicati dal sito www.stampalibera.com che rivelano un incremento delle esportazioni americane verso la Russia di oltre il 20% indurebbero a pensare che il clima da “nuova guerra fredda” sia convienente più agli Stati Uniti che agli Stati dell’Unione Europea. Questi ultimi escono impoveriti dalle sanzioni inflitte a Mosca anche se i fattori principali del crollo dell’export europeo verso la Russia sarebbero altri, primo tra tutti il crollo del rublo. Secondo i dati che rivela Il Sole 24 Ore le sanzioni economiche avrebbero pesate sull’export italiano, che avrebbe perso complessivamente 1,2 miliardi di euro, per circa un 5% da imputare al crollo dei prodotti alimentari. Più consistente il calo della Germania che avrebbe visto crollare il suo export verso Mosca dell’8% rispetto all’anno precedente. La scelta della Merkel e di Hollande di voler trovare un’intesa con Putin sulla crisi ucraina non è solo un messaggio politico chiaro per dimostrare una volta per tutte agli Stati Uniti d’America, ma non solo, che l’Europa sta provando a diventare un’entita politica di senso compiuto ma anche una mossa strategica per riattivare le relazioni economiche tra la Russia e gli Stati del Vecchio Continente.

di Simone Nastasi

 Fonte: http://italian.irib.ir

La simpatica fine del gioco a cura di Vladimir Putin

Dmitrij Kalinichenko, da Investcafe.ru di martedì 18 novembre 2014

putin

Le accuse dell’occidente verso Putin tradizionalmente si basano sul fatto che lavorava nel KGB, e che perciò sia crudele e immorale. Putin è colpevole di tutto, ma nessuno l’ha mai accusato di mancanza d’intelligenza. Tutte le accuse contro quest’uomo ne risaltano solo la capacità di pensiero analitico e come rapidamente prenda decisioni politiche ed economiche chiare ed equilibrate. Spesso i media occidentali confrontano questa capacità con l’abilità di un grande maestro che partecipa a partite di scacchi simultanee. I recenti sviluppi economici di Stati Uniti e occidente in generale, ci permettono di concludere che qui la valutazione dei media occidentali della personalità di Putin è perfetta. Nonostante le numerose segnalazioni dei successi, nello stile di Fox News e CNN, oggi l’economia occidentale, guidata dagli Stati Uniti, è caduta nella trappola di Putin, la cui via d’uscita non viene vista da nessuno in occidente. E quanto più l’occidente cerca di uscire da questa trappola, più sprofonda. Qual è la vera tragica situazione dell’occidente e degli Stati Uniti? E perché tutti i media occidentali e i principali economisti occidentali ne tacciono, come fosse un segreto militare ben custodito? Cerchiamo di capire l’essenza degli eventi economici attuali, nel contesto dell’economia, mettendo da parte moralità, etica e geopolitica. Dopo aver compreso di aver fallito in Ucraina, l’occidente, guidato dagli Stati Uniti, si proponeva di distruggere l’economia russa con la riduzione del prezzo del petrolio e del gas quali principali proventi dalle esportazioni del bilancio della Russia e della ricostituzione delle riserve auree russe. Va notato che il fallimento principale occidentale in Ucraina non è militare o politico, ma il rifiuto di Putin di finanziare i piani occidentali per l’Ucraina a carico della Federazione Russa. Ciò rende il piano occidentale irrealizzabile nel futuro prossimo.

            L’ultima volta, sotto la presidenza Reagan, tali azioni occidentali per abbassare i prezzi del petrolio ebbero ‘successo’ facendo crollare l’URSS. Ma la storia non si ripete sempre. Questa volta le cose sono diverse per l’occidente. La risposta di Putin verso l’occidente assomiglia agli scacchi e al judo, quando la potenza utilizzata dal nemico viene usata contro di esso ma a costi minimi per la forza e le risorse del difensore. La vera politica di Putin non è pubblica. Pertanto, la politica di Putin in gran parte si concentra non sull’effetto, ma sull’efficienza. Pochissimi capiscono cosa fa Putin oggi. E quasi nessuno capisce cosa farà in futuro. Non importa quanto strano possa sembrare, ma oggi Putin vende petrolio e gas russi solo in oro. Putin non lo grida ai quattro venti. E naturalmente accetta ancora il dollaro come mezzo di pagamento, ma cambia immediatamente tutti i dollari ottenuti dalla vendita di petrolio e gas con l’oro fisico! Per capirlo è sufficiente osservare le dinamiche della crescita delle riserve auree della Russia e confrontarle con le entrate in valuta estera della Federazione Russa dovute alla vendita di petrolio e gas nello stesso periodo. Inoltre, nel terzo trimestre gli acquisti da parte della Russia di oro fisico sono i più alti di tutti i tempi, a livelli record. Nel terzo trimestre di quest’anno, la Russia aveva acquistato la quantità incredibile di 55 tonnellate di oro. Più delle banche centrali di tutti i Paesi del mondo messi insieme (secondo i dati ufficiali)! In totale, le banche centrali di tutti i Paesi del mondo hanno acquistato 93 tonnellate del metallo prezioso nel terzo trimestre del 2014. Il 15° trimestre consecutivo di acquisti netti di oro da parte delle banche centrali. Delle 93 tonnellate di oro acquistato dalle banche centrali di tutto il mondo, in questo periodo, l’impressionante volume di 55 tonnellate acquistate appartiene alla Russia. Non molto tempo fa, scienziati inglesi giunsero alla stessa conclusione, secondo l’indagine dell’US Geological di pochi anni fa: l’Europa non potrà sopravvivere senza l’energia dalla Russia. Tradotto dall’inglese in qualsiasi altra lingua, vuol dire: “Il mondo non sopravvivrà se petrolio e gas della Russia scompaiono dall’approvvigionamento energetico globale”. Così, il mondo occidentale, basato sull’egemonia dei petrodollari, si trova in una situazione catastrofica non potendo sopravvivere senza petrolio e gas dalla Russia. E la Russia è pronta a vendere petrolio e gas all’occidente solo in cambio dell’oro! La svolta del gioco di Putin è il meccanismo della vendita di energia russa all’occidente solo con l’oro, agendo indipendentemente dal fatto che l’occidente sia d’accordo o meno nel pagare petrolio e gas russi con il suo oro artificialmente a buon mercato. Perché la Russia, con un flusso regolare di dollari dalla vendita di petrolio e gas, in ogni caso potrà convertirli in oro ai prezzi attuali, depressi con ogni mezzo dall’occidente. Cioè al prezzo dell’oro, artificialmente e meticolosamente abbassato varie volte da FED e EFS, contro un dollaro dal potere d’acquisto artificialmente gonfiato dalle manipolazioni nel mercato. Fatto interessante: la compressione dei prezzi dell’oro da parte del reparto speciale del governo degli Stati Uniti, l’ESF (Exchange Stabilization Fund), per stabilizzare il dollaro, è una legge degli Stati Uniti.

            Nel mondo finanziario è accettato come un fatto che l’oro sia l’anti-dollaro:

• Nel 1971, il presidente statunitense Richard Nixon chiuse la ‘finestra d’oro’, ponendo fine al libero scambio tra dollari e oro, garantito dagli Stati Uniti nel 1944 a Bretton Woods.

• Nel 2014, il presidente russo Vladimir Putin ha riaperto la ‘finestra d’oro’, senza chiederne il permesso a Washington.

            In questo momento l’occidente spende gran parte di sforzi e risorse nel comprimere i prezzi di oro e petrolio. In tal modo, da un lato distorce la realtà economica esistente a favore del dollaro statunitense e d’altra parte vuole distruggere l’economia russa che si rifiuta di svolgere il ruolo di vassallo obbediente dell’occidente. Risorse come oro e petrolio sono proporzionalmente indebolite ed eccessivamente sottovalutate rispetto al dollaro USA; conseguenza dell’enorme sforzo economico occidentale. E ora Putin vende risorse energetiche russe in cambio di quei dollari artificialmente gonfiati dagli sforzi occidentali, e con cui compra oro artificialmente svalutato rispetto al dollaro USA dagli stessi sforzi occidentali! C’è un altro elemento interessante nel gioco di Putin. L’uranio russo. Una di ogni sei lampadine negli USA ne dipende. La Russia lo vende agli Stati Uniti sempre in dollari. Così, in cambio di petrolio, gas e uranio russi, l’occidente paga la Russia in dollari, il cui potere di acquisto è artificialmente gonfiato verso petrolio e oro dagli sforzi occidentali. Ma Putin usa questi dollari solo per ritirare oro fisico dall’occidente dal prezzo denominato in dollari USA e quindi artificialmente abbassato dallo stesso occidente. Questa veramente geniale combinazione economica di Putin mette l’occidente, guidato dagli Stati Uniti, nella posizione aggressiva e diligente del serpente che divora la propria coda. L’idea di questa trappola economica dell’oro tesa all’occidente, probabilmente non è di Putin molto del consigliere per gli affari economici, dottor Sergej Glazev. In caso contrario, perché il dichiarato burocrate Glazev, insieme a molti uomini d’affari russi, è stato incluso da Washington nella lista dei sanzionati? L’idea dell’economista dottor Glazev è stata brillantemente attuata da Putin, con il pieno appoggio del collega cinese Xi Jinping. Particolarmente interessante in questo contesto sembra la dichiarazione a novembre della Prima Vicepresidentessa della Banca centrale della Russia Ksenia Judaeva, che sottolineava come la BCR può utilizzare l’oro delle sue riserve per pagare le importazioni, se necessario. E’ ovvio che date le sanzioni occidentali, tale dichiarazione sia destinata ai Paesi BRICS, e prima di tutto la Cina. Per la Cina, la volontà della Russia di pagare le merci con l’oro occidentale è molto conveniente. Ed ecco perché: la Cina ha recentemente annunciato che cesserà di aumentare le riserve auree e valutarie denominate in dollari USA. Considerando il crescente deficit commerciale tra Stati Uniti e Cina (la differenza attuale è cinque volte a favore della Cina), questa dichiarazione tradotta dal linguaggio finanziario, dice: “La Cina non vende più i suoi prodotti in cambio dei dollari”. I media mondiali hanno scelto di non far notare questo storico passaggio monetario. Il problema non è che la Cina si rifiuta letteralmente di vendere i propri prodotti in dollari USA. La Cina, ovviamente, continuerà ad accettare i dollari come mezzo di pagamento intermedio per i propri prodotti. Ma appena presi se ne sbarazzerà immediatamente, sostituendoli con qualcosa di diverso nella struttura delle sue riserve auree e valutarie. In caso contrario, la dichiarazione delle autorità monetarie della Cina non ha senso: “Fermiamo l’aumento delle nostre riserve auree e valutarie denominate in dollari USA“. Cioè, la Cina non acquisterà più titoli del Tesoro degli Stati Uniti con i dollari guadagnati dal commercio mondiale, come ha fatto finora. Così, la Cina sostituirà i dollari che riceverà per i suoi prodotti non solo dagli Stati Uniti ma da tutto il mondo, con qualcos’altro per non aumentare le riserve valutarie in oro denominate in dollari USA. E qui si pone una domanda interessante: con cosa la Cina sostituirà i dollari guadagnati con il commercio? Con quale valuta o bene? L’analisi dell’attuale politica monetaria della Cina dimostra che molto probabilmente i dollari commerciali, o una parte sostanziale, la Cina li sostituirà e di fatto li ha già sostituiti, con l’oro fisico. Pertanto, il solitario delle relazioni russo-cinesi è un grande successo di Mosca e Pechino. La Russia acquista merce direttamente dalla Cina con l’oro al prezzo attuale. Mentre la Cina compra risorse energetiche russe con l’oro al prezzo attuale. In questo festival russo-cinese della vita c’è un posto per ogni cosa: merci cinesi, risorse energetiche russe e oro quale mezzo di pagamento reciproco. Solo il dollaro non vi trova posto e non sorprende, perché il dollaro USA non è un prodotto cinese, né una risorsa energetica russa. E’ solo uno strumento finanziario intermedio di liquidazione, un intermediario inutile. Ed è consuetudine escludere gli intermediari inutili dall’interazione di due partner commerciali indipendenti. Va notato che il mercato globale dell’oro fisico è estremamente ristretto rispetto al mercato mondiale del petrolio. E soprattutto il mercato mondiale dell’oro fisico è microscopico rispetto alla totalità dei mercati mondiali di petrolio gas, uranio e merci.

            L’enfasi sulla frase “oro fisico” è fatta perché in cambio delle sue risorse energetiche fisiche, non di ‘carta’, la Russia ritira oro dall’occidente, ma solo nella sua forma fisica, non di carta. Così anche la Cina, acquisendo oro fisico occidentale artificialmente svalutato per pagare prodotti reali inviati all’occidente. Le speranze occidentali che Russia e Cina accettino in pagamento per le loro risorse energetiche e beni “shitcoin” o cosiddetto “oro cartaceo” di vario genere, non si sono concretizzate. Russia e Cina sono interessate solo all’oro, metallo fisico, come mezzo di pagamento finale. Per riferimento: il fatturato del mercato dell’oro di carta, i futures sull’oro, è stimato a 360 miliardi di dollari al mese. Ma le transizioni di oro fisico sono pari solo a 280 milioni di dollari al mese. Il che rende il rapporto tra commercio di oro di carta contro oro fisico, pari a 1000 a 1. Utilizzando il meccanismo di recesso attivo dal mercato artificialmente ribassato dall’attività finanziaria occidentale (oro) in cambio di un altro artificialmente gonfiato dall’attività finanziaria occidentale (USD), Putin ha così iniziato il conto alla rovescia della fine dell’egemonia mondiale dei petrodollari. Così, Putin ha messo l’occidente in una situazione di stallo priva di prospettive economiche positive. L’occidente può usare la maggior parte dei suoi sforzi e risorse per aumentare artificialmente il potere d’acquisto del dollaro, ridurre artificialmente i prezzi del petrolio e il potere d’acquisto dell’oro. Il problema dell’occidente è che le scorte di oro fisico in suo possesso non sono illimitate. Pertanto, più l’occidente svaluta petrolio e oro contro dollaro statunitense, più velocemente svaluterà l’oro dalle sue non infinite riserve. In questa combinazione economica brillantemente interpretata da Putin, l’oro fisico dalle riserve occidentali finisce rapidamente in Russia, Cina, Brasile, Kazakhstan e India, Paesi BRICS. Al ritmo attuale di riduzione delle riserve di oro fisico, l’occidente semplicemente non avrà tempo di fare nulla contro la Russia di Putin, fino al crollo dei petrodollari mondiali occidentali. Negli scacchi la situazione in cui Putin ha messo l’occidente, guidato dagli Stati Uniti, si chiama “tempi bui”. Il mondo occidentale non ha mai affrontato eventi e fenomeni economici come quelli attuali. L’URSS vendette rapidamente oro durante la caduta dei prezzi del petrolio. La Russia acquista rapidamente oro durante la caduta dei prezzi del petrolio. In tal modo, la Russia rappresenta una vera minaccia al modello di dominio mondiale dei petrodollari statunitensi. Il principio fondamentale del modello mondiale dei petrodollari permette che i Paesi occidentali guidati dagli Stati Uniti vivano a spese del lavoro e delle risorse di altri Paesi e popoli grazie al ruolo della moneta statunitense, dominante nel sistema monetario globale (GMS). Il ruolo del dollaro USA nel GMS è essere il mezzo ultimo di pagamento. Ciò significa che la moneta nazionale degli Stati Uniti, nella struttura del GMS, è l’ultimo bene di accumulazione, e scambiarlo con qualsiasi altro bene non avrebbe senso. Ciò che i Paesi BRICS, guidati da Russia e Cina, fanno ora è effettivamente cambiare ruolo e status del dollaro nel sistema monetario globale. Da ultimo mezzo di pagamento e costituzione del patrimonio, la moneta nazionale degli Stati Uniti, nelle azioni congiunte di Mosca e Pechino viene trasformato in un mero mezzo di pagamento intermedio, destinato solo allo scambio con un’altra attività finanziaria ultima, l’oro. Così, il dollaro USA in realtà perde il ruolo di mezzo ultimo di pagamento e costituzione del patrimonio, cedendo entrambi i ruoli a un altro riconosciuto, denazionalizzato e depoliticizzato patrimonio monetario, l’oro.

            Tradizionalmente, l’occidente utilizza due metodi per eliminare la minaccia all’egemonia mondiale dei petrodollari e ai conseguenti privilegi eccessivi occidentali. Uno di tali metodi sono le rivoluzioni colorate. Il secondo metodo, di solito applicato dall’occidente se il primo fallisce, sono le aggressioni militari e i bombardamenti. Ma nel caso della Russia entrambi tali metodi sono impossibili o inaccettabili per l’occidente. Perché, in primo luogo, la popolazione della Russia, a differenza dei popoli di molti altri Paesi, non ha intenzione di scambiare la propria libertà e il futuro dei propri figli per salsicce occidentali. Questo è evidente dal supporto record per Putin, regolarmente pubblicato dalle principali agenzie di sondaggi occidentali. L’amicizia personale del protetto di Washington Navalnij con il senatore McCain è negativa per lui e Washington. Dopo aver appreso questo fatto dai media, il 98% della popolazione russa ora vede Navalnij solo come un vassallo di Washington e traditore degli interessi nazionali della Russia. Pertanto i professionisti occidentali, che non hanno ancora perso la testa, non possono sognarsi una qualche rivoluzione colorata in Russia. Sul secondo metodo tradizionale occidentale di aggressione militare diretta, la Russia non è certamente la Jugoslavia, l’Iraq o la Libia. In ogni operazione militare non nucleare contro la Russia, sul territorio della Russia, l’occidente guidato dagli Stati Uniti è destinato alla sconfitta. E i generali del Pentagono che guidano le forze della NATO ne sono consapevoli. Sarebbe egualmente senza speranza una guerra nucleare contro la Russia, con il concetto del cosiddetto “attacco nucleare disarmante preventivo”. La NATO non solo tecnicamente non può infliggere il colpo che disarmerebbe completamente la Russia del potenziale nucleare, in tutte i molteplici aspetti, ma il massiccio attacco di rappresaglia nucleare contro il nemico o gruppo di nemici sarebbe inevitabile. E la sua potenza sarà sufficiente affinché i sopravvissuti invidino i morti. Cioè, una guerra nucleare con un Paese come la Russia non è la soluzione al problema incombente del crollo dei petrodollari mondiali. Nel migliore dei casi, sarebbe la conclusione finale della Storia. Nel peggiore dei casi, l’inverno nucleare e la fine della vita sul pianeta, fatta eccezione per i batteri mutati dalle radiazioni. La struttura economica occidentale può vedere e capire l’essenza della situazione. I principali economisti occidentali sono certamente consapevoli della gravità della situazione e della situazione disperata in cui si trova l’occidente, caduto nella trappola economica dell’oro di Putin. Dopo tutto, dagli accordi di Bretton Woods conosciamo la regola d’oro: “Chi ha l’oro detta le regole”, ma in occidente stanno zitti. Sono silenziosi perché nessuno sa come uscire da tale situazione. Se si spiegano al pubblico occidentale i dettagli del disastro economico incombente, porrà ai sostenitori dei petrodollari mondiali le domande peggiori, come:

 

– Per quanto l’occidente potrà acquistare petrolio e gas dalla Russia in cambio di oro fisico? E cosa accadrà ai petrodollari degli Stati Uniti quando l’occidente esaurirà l’oro fisico per pagare petrolio, gas e uranio russi e le merci cinesi? Nessuno in occidente oggi può rispondere a queste semplici domande.

            Ciò si chiama “Scacco matto”, signore e signori. Il gioco è finito.

titolo originale: la trappola dell’oro del gran maestro Putin

Non più luogo Sacro: la riconversione di chiese italiane

Nella tradizione cristiana ortodossa, una chiesa che è stata consacrata da un vescovo deve rimanere in uso come chiesa. Questo non è qualcosa da prendere alla leggera, ed è il motivo per cui un vescovo non può consacrare una chiesa se non è del tutto sicuro che l’edificio verrà sempre utilizzato come tale. È anche per questo che la Chiesa ortodossa russa sta cercando ove possibile di ripristinare le chiese in Russia che sono state distrutte dal regime comunista senza Dio.

La Chiesa cattolica romana, tuttavia, ha un rito chiamato di “deconsacrazione”, che “libera” la chiesa perché la sua proprietà sia venduta per usi del tutto secolari, e questo, purtroppo, è ciò che sta accadendo in molti paesi occidentali. In alcuni luoghi le autorità cattoliche provano secondo coscienza a trovare nuovi proprietari che useranno la proprietà per uno scopo di beneficenza, come nei Paesi Bassi. In quel paese, si trovano ora molti ex conventi cattolici usati come cliniche, case di cura, scuole, e perfino come monasteri ortodossi, una politica altamente lodevole per la quale gli ortodossi olandesi sono molto grati.

In altri luoghi, purtroppo, si trova un quadro abbastanza diverso. In Italia, per esempio, ci sono alcune chiese il cui titolo di proprietà era stato conferito a famiglie di benefattori, e la Chiesa non ha più alcun controllo sulla loro vendita. In alcuni casi, la Chiesa vende la proprietà dopo la “deconsacrazione”. Un esempio è un monastero nella località turistica di Taormina in Sicilia, dove l’antico monastero ora funziona come un hotel a cinque stelle. Ci sono molti altri hotel del genere in Italia, presumibilmente perché una volta erano aperti molti monasteri.

Questo articolo è stato tradotto dal sito tedesco Spiegel-Online, che non fa alcun commento dal punto di vista religioso se non un tono un po’ ironico, anche se molti commenti dei lettori sono apparsi sulla pagina originale. Con nostro grande disappunto, la maggior parte dei commenti sono a favore di tale uso, soprattutto per ragioni puramente pragmatiche. Un commento solitario lamenta il declino della sensibilità cristiana in Europa, ed esprime timore per il futuro.

* * *

Sempre più chiese in Italia sono state vendute a proprietari privati. I nuovi proprietari utilizzano spesso questi edifici a loro piacimento: vi organizzano uffici, pizzerie o anche officine di auto-riparazione.

L’Italia è attualmente in una profonda recessione, così la gente deve risparmiare su tutto. Poiché non ci sono più soldi per il restauro delle chiese e per mantenerle in buono stato, le chiese vengono spogliate del loro status di luoghi di culto pubblico e vendute.

I nuovi proprietari possono utilizzare le ex chiese a loro piacere. Il fotografo italiano Andrea di Martino ha fotografato un gran numero di ex case di Dio. Immagini sorprendenti si sono aperte davanti a lui dietro le massicce porte delle chiese.

Vino invece di incenso, pizza invece di ostie

Vi è ora un negozio di auto-riparazione nella ex chiesa a una decina di chilometri da Como. Nella bianco-gialla frazione di Portichetto di Luisago, dove i fedeli immergevano le dita nell’acquasantiera e si facevano il segno della croce prima di entrare in chiesa, ora gli automobilisti possono cambiare l’olio al motore delle loro auto.

Vi è ora un negozio di auto-riparazione in una ex chiesa vicina al lago di Como. Dove i fedeli immergevano le dita nell’acquasantiera e si facevano il segno della croce prima di entrare in chiesa, ora gli automobilisti possono cambiare l’olio al motore delle loro auto.

Sedili di velluto rosso sotto le immagini degli angeli. L’ex chiesa di San Filippo nel comune di L’Aquila è ora utilizzata come teatro. Quando vi è una mancanza di soldi per il restauro di chiese, in Italia sono venduti a proprietari privati.

Ci sono sedili di velluto rosso all’interno della ex chiesa di San Filippo Neri a L’Aquila. Dal 1987 è stato sistemato qui il teatro “San Filippo”. Gli angeli guardano giù dal soffitto lo spettacolo rappresentato sul palcoscenico. Applausi.

Una pizza o un’ostia da comunione? Non fa differenza: entrambe sono rotonde. Nell’ex chiesa anglicana di Tutti i Santi a Viareggio, dove un tempo si tenevano sermoni di morale, ora si serve vino: i nuovi proprietari hanno aperto una pizzeria nell’edificio.

 

Nell’ex chiesa anglicana di Tutti i Santi a Viareggio, dove un tempo si tenevano sermoni di morale, ora si serve vino: i nuovi proprietari hanno aperto una pizzeria nell’edificio.

Il fotografo Andrea di Martino dice di essere religioso, anche se non frequenta le funzioni ogni domenica. Visita le chiese solo per le sue fotografie. “Mi sono piaciute tutte. Mi piacciono i posti che hanno una storia. Ho avuto questa sensazione in tutte queste chiese”, dice di Martino. “Nel corso degli ultimi secoli hanno visto così tanto, sono passate attraverso tempi e persone così diverse. C’è un’atmosfera assolutamente speciale qui”.

Ha apprezzato molto il negozio di auto-riparazione, che è stato tra le prime chiese ristrutturate per usi differenti, di cui ha preso fotografie”. Quando ne sono uscito ho sentito che volevo sapere con ogni mezzo quello che è successo alle altre chiese,” ricorda di Martino. Così hanno avuto inizio i suoi viaggi in ristoranti, alberghi e negozi di abbigliamento “di Dio”. Finora ha fotografato 70 chiese.

No, quelle qui raffigurate non sono immagini di santi. L’ex chiesa di san Rocco a Verduno ora appartiene all’artista Valerio Berruti, che l’ha trasformata nel suo studio e casa.

Senza dubbio, qui si prendono decisioni perfette (in termini di morale umana): una sala del consiglio comunale nella chiesa di ex S. Filomena a Ugento.

Qui si progettano edifici moderni, non è vero? Oggi l’ex chiesa della Madonna del Carmine a Gallipoli è un ufficio di architetti.

Giochiamo a  ping-pong? Oggi nessuno si aspetta di stare fermo nella ex chiesa di santa Lucia a Montescaglioso.

Sogni devoti: oggi un hotel offre alloggi per gli ospiti nella ex chiesa di san Martino a Matera.

Qui abbiamo “l’ascensione della luce”. L’ex chiesa dei santi Cosma e Damiano a Ponte di Ferro a Bologna oggi viene utilizzata come showroom di designer d’interni.

Fonte: ortodossiatorino.net

Forum internazionale della Famiglia a Mosca

Cremlino_Forum-internazionale-delle-famiglie_Provita-1000x661Centro Studi Aurhelio collabora con Pro Vita Onlus nella divulgazione di materiale informativo e sostiene la sensibilizzazione verso i temi in difesa della vita e della famiglia. Presso la sede in via della Libertà 22, a Santa Marinella, sono reperibili le riviste mensili di Pro Vita Onlus.

Dal 10 al 12 Settembre si svolgerà il Forum Internazionale della Famiglia con il titolo “Famiglie Numerose ed il futuro dell’umanità” a Mosca.

Il programma comprende una sezione plenaria ed una serie di tavole rotonde su temi inerenti la famiglia.

Alla tavola rotonda sull’educazione e la famiglia interverrà Antonio Brandi sul tema “La battaglia per la famiglia in Italia”. Il Congresso avrà luogo al Cremlino ed alla Cattedrale di Cristo il Salvatore e parteciperà ai lavori anche una delegazione Italiana di Pro Vita Onlus con il direttore Andrea Giovanazzi ed il Caporedattore Alessandro Fiore, accompagnati da nostri sostenitori.

Fonte: notizieprovita.it

 

 

‘Crisi ucraina colpa dell’Occidente, non di Putin’: Così Foreign Affairs.

 NEWS_213700

Cosa più unica che rara, la principale rivista geopolitica del Consiglio USA delle Relazioni Esterne smentisce le tesi della Casa Bianca sulle responsabilità russe nell’escalation del conflitto in Ucraina additando proprio l’Occidente come il principale fomentatore della guerra civile. Noi non ne avevamo dubbi. 

di Maria Grazia Bruzzone 

Sull’ultimo numero di Foreign Affairs, si può leggere con una certa sorpresa un lungo articolo, firmato John Mearsheimer, che offre un’analisi della crisi in Ucraina – e del pericoloso confronto in atto fra Occidente e Russia – che contraddice  la narrazione mainstream   in Occidente. 
“I leader di Stati Uniti ed Europa hanno sbagliato a tentare di far diventare l’Ucraina una roccaforte Occidentale ai confini della Russia. Ora che le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti sarebbe un errore ancora più grande continuare in questa politica errata e illegittima” è la tesi dell’autore, professore di Scienze Politiche all’università di Chicago. 

La sorpresa è dovuta al fatto che Foreign Affairs è la rivista dell’influente Council on Foreign Relations, storico organismo ethink tank fondato a New York nel 1921 che da allora ha avuto nei suoi ranghi dozzine di Segretari di Stato, direttori della CIA, banchieri, avvocati, professori, esponenti di media: l’ élitedell’establishment americano. Con propaggini europee. 

E infatti l’articolo è rimbalzato subito su vari blog, dai solitiWashington’s Blog e Zero Hedge a vari altri (es qui, e qui) fino al sito ucraino (governativo) Kyivposte a The Vineyard of the Saker, blog multilingue apparentemente filo-russo. Che non si fa illusioni sul peso che può avere un punto di vista del genere davanti al nuovo prevalere dei Neocon nell’amministrazione americana – sostiene. Ma vediamo . 

LA NARRAZIONE DOMINANTE NON E’ VERA.
“Secondo il giudizio prevalente in Occidente, la crisi Ucraina va imputata pressocché interamente all’aggressione Russa. Il presidente Russo Vladimir Putin, è il ragionamento, ha annesso la Crimea per un desiderio a lungo covato di resuscitare l’impero Sovietico, e potrebbe andare avanti col resto dell’Ucraina, e con altri paesi dell’Est Europa. Da questo punto di vista la destituzione del presidente Ucraino Yanukovich nel febbraio 2014 ha fornito a Putin un mero pretesto per ordinare alle forze Russe di prendersi parte dell’Ucraina”. 
Così esordisce il post. “Ma questo resoconto è sbagliato” – aggiunge. 

LE RESPONSABILITA’. ” Gli Stati Uniti e i loro alleati Europei si dividono la gran parte della responsabilità della crisi. La radice profonda è l’allargamento della NATO, elemento centrale di una strategia più ampia per togliere l’Ucraina dall’orbita della Russia e integrarla nell’Occidente”. 

“L’espansione dell’UE a Est e l’apporto decisivo dell’Occidente al movimento pro-democrazia in Ucraina – cominciato con la Rivoluzione Arancione nel 2004 – sono anch’essi elementi critici.   Da metà degli anni ’90 i leader Russi si sono opposti in modo deciso all’allargamento della NATO e negli anni recenti   (dopo che i paesi baltici sono entrati nell’UE, ndr) hanno messo in chiaro che non avrebbero assistito senza reagire alla trasformazione del loro vicino strategicamente  più importante in un bastione dell’Occidente”.

“Per Putin il rovesciamento illegale del presidente pro-Russia dell’Ucraina democraticamente eletto – che ha giustamente definito un colpo di stato – è stato l’ultima goccia. Ha risposto prendendo la Crimea, una penisola che temeva sarebbe diventata una base navale NATO, e lavorando per destabilizzare l’Ucraina così da dissuaderla dal cercare di unirsi all’Occidente”.

  “Le mosse di Putin non avrebbero dovuto essere una sorpresa. Dopo tutto l’Occidente era entrato nel cortile della Russia e aveva minacciato il cuore dei suoi interessi strategici, un punto che Putin ha ripetuto enfaticamente molte volte. Le élites di Stati Uniti ed Europa sono state colpite dagli eventi solo perché hanno abbracciato una visione carente della politica internazionale.   Tendono a credere che la logica del realismo abbia poca rilevanza nel 21° secolo. ..

L’INGEGNERIA SOCIALE. “Lo strumento finale dell’Occidente per staccare Kiev da Mosca è stato lo sforzo per diffondere valori Occidentali e promuovere la democrazia in Ucraina e in altri stati post-Sovietici, un piano che ha spesso comportato finanziare direttamente persone e organizzazioni. 
Victoria Nuland,assistente del segretario di Stato americano per gli Affari Europei e Euroasiatici, nel dicembre 2013 ha stimato che gli Usa abbiano investito più di $5miliardi dal 1991 per aiutare l’Ucraina a ottenere “il futuro che le spetta”, ricorda Mearsheimer. E cita la fondazione National Endowement for Democracy (NED),   ingaggiata a questo scopo dal governo, che ha finanziato più di 60 progetti per “promuovere la società civile” e per sostenere le opposizioni dopo la vittoria elettorale di Yanukovich. 

” Quando i leader Russi osservano questa ingegneria sociale Occidentale in Ucraina temono che il prossimo sarà il loro stesso paese“, scrive ancora il nostro, citando una frase ambigua del presidente della NED, Carl Gershman.   . 

COME E’ ANDATA. IL RUOLO DI WASHINGTON. “Le tre politiche Occidentali – allargamento della NATO, espansione dell’UE e promozione della democrazia – hanno aggiunto benzina al fuoco. La scintilla è arrivata nel novembre 2013 quando il presidente Yanukivich respinse l’accordo economico che stava negoziando con l’UE e decise di accettare invece la controfferta Russa di $15 miliardi.  
La decisione innescò manifestazioni antigovernative che crebbero nei tre mesi successivi. Emissari occidentali si precipitarono a Kiev per risolvere la crisi. Il 21 febbraio governo e opposizione (con la mediazione di Germania Francia e Polonia ndr) raggiunsero un accordo che consentiva al presidente di restare in sella fino alle nuove elezioni. Ma l’accordo fu messo da parte, il presidente fuggì in Russia il giorno seguente. Il nuovo governo proclamato a Kiev era (è) pro-Occidente e anti-Russo fino al midollo, e aveva 4 membri di rilievo che avrebbero potuto legittimamente essere etichettati come neofascisti. 

“Sebbene il coinvolgimento degli Stati Uniti non sia ancora emerso fino in fondo, è chiaro che dietro il colpo di stato c’era Washington. Nuland e il senatore repubblicano John McCainparteciparono a dimostrazioni e Geoffrey Pyatt, ambasciatore Usa in Ucraina, dopo il rovesciamento di Yanukovich proclamò che era “una giornata storica”. 
Come rivelò una telefonata intercettata, Nuland aveva perorato un cambio di regime e voleva che diventasse primo ministro il politico Ucraino Arseniy Yatsenyiuk, come è accaduto (nella stessa telefonata Nuland mandava al diavolo i leader europei – F..ck EU – evidentemente non proprio d’accordo. E’ la versione che circolava sui blog, Underblog qui con foto linkate, e qui).  
“Nessuna meraviglia che i Russi siano persuasi che l’Occidente abbia giocato un ruolo nella destituzione di Yanukovich”.

LA REAZIONE DI PUTIN. “Le mosse di Putin sono facilmente comprensibili”, scrive il prof Mearsheimer, e ricorda le vaste distese piatte attraversate dalle armate di Napoleone, della Germania imperiale, della  Germania Nazista, per dire che l’Ucraina ha sempre avuto una funzione di Stato-cuscinetto di enorme importanza strategica per la Russia. “Nessun leader Russo tollererebbe che un’alleanza militare nemico mortale di Mosca fino a tempi recenti si spingesse fino all’Ucraina. E nessun leader Russo resterebbe inerte mentre l’Occidente aiuta a installare un governo determinato a integrare l’Ucraina nell’Occidente”.

“Washington può non gradire queste posizione, ma dovrebbe capirne la logica. E’ Geopolitica di primo livello: le grandi potenze sono sempre sensibili a potenziali minacce vicine al loro territorio. . Immaginate l’ indignazione di Washington se  la Cina costruisse una forte alleanza militare e cercasse di includervi Canada e Messico. 
“Logica a parte, i leader Russi hanno detto in molte occasioni alle loro controparti Occidentali che considerano inaccettabile l’espansione della NATO in Georgia e Ucraina.   .

“In una intervista del 1998 George Kennan (grande esperto americano di Russia) aveva predetto che l’espansione della NATO avrebbe provocato una crisi, dopo di che coloro che proponevano l’espansione avrebbero dichiarato ‘vi abbiamo sempre detto come sono i Russi’ così come oggi additano Putin a grande colpevole”. 

C’E’ UNA VIA D’USCITA: UN’UCRAINA NEUTRALE. “C’è una soluzione della crisi in Ucraina – sebbene richieda che l’Occidente pensi a quel paese in un modo radicalmente nuovo. Gli Stati Uniti e i loro alleati dovrebbero abbandonare i loro piani tesi a occidentalizzare l’Ucraina e proporsi invece di farne un cuscinetto fra NATO e Russia, simile alla posizione dell’Austria durante la Guerra Fredda.  I leader Occidentali dovrebbero riconoscere che l’Ucraina vale così tanto per Putin che non possono sostenere lì un regime anti-Russo.  Con ciò non si vuol dire che un futuro governo Ucraino dovrebbe essere pro-Russo e anti-NATO. Al contrario, l’obiettivo dovrebbe essere un’Ucraina sovrana che non appartiene né al campo Russo né a quello Occidentale“. 

Per raggiungere questo scopo Stati Uniti e alleati dovrebbero pubblicamente negare l’espansione dalla NATO in Georgia e Ucraina (1); aiutare a forgiare un piano di economico di salvataggio per l’Ucraina, insieme a UE, FMI, Russia e Usa (2); limitare considerevolmente i suoi sforzi di ingegneria sociale in Ucraina: è tempo di finirla col sostegno a un’altra Rivoluzione Arancione. D’altra parte si dovrebbe incoraggiare l’Ucraina a rispettare i diritti delle minoranze, specialmente dei cittadini che parlano russo. 

UNA SCELTA, PRIMA CHE SIA TARDI.”Stati Uniti e alleati Europei devono fare una scelta. Possono continuare l’attuale politica, che esaspera le ostilità con la Russia e nel frattempo devasta l’Ucraina – uno scenario in cui ciascuno uscirà perdente. Oppure possono girare le macchine e lavorare per creare un’Ucraina prospera ma neutrale. Un approccio in cui entrambi sarebbero vincitori. (L’autore glissa sulle conseguenze economiche nefaste per l’Europa che già cominciano a manifestarsi, e tace sui rischi che il confronto Occidente/Russia si allarghi e degeneri in conflitto aperto, ndr)

“Qualcuno potrà obiettare che cambiare politica è ormai tardi e danneggerebbe seriamente la credibilità degli Stati Uniti nel mondo. Ci sarebbero certamente dei costi, ma i costi derivanti dal continuare una strategia sbagliata sarebbero certo molto più alti. Inoltre gli altri paesi probabilmente rispetterebbero uno Stato che impara dai suoi errori e alla fine sceglie una politica che affronta efficacemente il problema”.  Così l’articolo di Foreign Affairs

CHE PESO PUO’ AVERE UN PUNTO DI VISTA DEL GENERE? The Seeker non è ottimista. Spiega: “Mearsheimer è il portavoce di quel che si può definire ‘la vecchia guardia’ (del CFR), persone che, gradualmente sostituite da Neo-con, hanno seguito Obama per essere poi ri-sostituite un’altra volta quando i Neocon hanno abilmente preso Obama sotto il loro controllo. In altre parole Mearsheimer parla per la parte dell’establishment sconfitta e risentita, sia pure ancora potente e influente. L’articolo può servire come ballon d’essai con il resto dello “Stato profondo” degli Stati Uniti, per vedere che reazioni suscita”. 

Vedremo. Quel che  è evidente a questo punto è che nell’amministrazione americana in realtà non c’è un punto di vista unico come vien fatto apparire. E che il sito filo-Russo possa aver ragione nell’additare il crescente peso dei Neo-con lo potrebbe dimostrare anche l’ultima crisi  in Medio Oriente, dietro cui stanno sempre più emergendo divergenze cruciali non recentissime ma fin qui poco note. Ne parleremo in un prossimo post. 

Fonte:  http://www.lastampa.it/2014/08/23/blogs/underblog/la-crisi-ucraina-colpa-delloccidente-non-di-putin-cosforeign-affairs-1VauyGpdJOgsIQwtLhLApJ/pagina.html.

Gaza, l’Ucraina, il Califfo e tante strane coincidenze

Papa Obama ha dato il là, e i chierichetti europei si sono precipitati a recitare le giaculatorie: l’aereo malese abbattuto nei cieli dell’Ucraina è stato colpito dai ribelli filo-russi, quindi la responsabilità è della Russia, quindi si dovranno inasprire le sanzioni economiche contro Mosca, quindi Putin deve “fermare i ribelli”, quindi si dovrà nominare una commissione d’inchiesta “imparziale”, e così via recitando l’intero repertorio dell’arroganza diplomatica made in USA. Naturalmente, i media occidentali (senza alcuna distinzione politica) non hanno neanche per un istante messo in dubbio le responsabilità dei filorussi. Anche se la vicenda è tutt’altro che chiara. Come mai – si chiede Marcello Foa sul suo blog – un aereo civile volava in piena zona di guerra? E come – aggiunge – avrebbero fatto i ribelli ad abbattere un aereo che volava a 10.000 metri, se i missili di cui sono dotati non hanno una gittata superiore ai 4.000 metri? Mistero, mistero. Un mistero che, per certi versi, mi ricorda quello di Ustica. Intanto, a poche migliaia di chilometri in linea d’area, l’esercito israeliano sta radendo al suolo la “striscia” di Gaza, massacrando resistenti e residenti senza alcuna distinzione di ruolo, di sesso o di età. Ad oggi (domenica 20 luglio) le vittime sono quasi 500, e crescono al ritmo di un centinaio al giorno. Ma non ci si sogna di chiedere al prode Netanyahu di fermare le sue truppe; anzi il Segretario di Stato americano Kerry ha impartito allo Stato d’Israele l’assoluzione plenaria e preventiva, dichiarando che Tel Aviv ha il pieno diritto di difendersi dagli attacchi terroristici di Hamas. Questi attacchi terroristici – è il caso di ricordare – si sono concretizzati nel lancio di 400 razzi a tal punto superati e rudimentali da essere stati tutti (tranne uno o due) abbattuti in volo dal sistema antimissile israeliano. Eppure, il Papa Obama non ha lanciato anatemi, non ha minacciato sanzioni, non ha invocato una commissione d’inchiesta per accertare le responsabilità – per esempio – nella strage dei bambini palestinesi che giocavano sulla spiaggia di Gaza. Evidentemente, a Israele è permesso tutto. Come tutto è permesso all’altro socio dello Zio Sam, l’Arabia Saudita, i cui servizi segreti sono gli artefici della creazione di quell’anacronistico “califfato” dell’ISIS (il cosiddetto Stato Islamico dell’Iraq e della Siria), che altro non è se non la proiezione di quell’esercito jiahdista che, sconfitto dal presidente Assad in Siria, ha avuto assegnata una nuova missione: far esplodere l’Iraq, guidato dalla malferma leadership del premier al-Maliki, e provocare la secessione dei territori a più alta densità petrolifera. Dietro l’autoproclamato califfo Abu Bakr al-Baghdadi (quello che ha promesso ai suoi seguaci la conquista di Roma) ci sarebbe un padrino saudita: l’ex capo dei servizi segreti ed attuale Consigliere del Re, principe Bandar bin Sultan bin Saud bin Abdulazia, per gli intimi “principe Bandar”, per gli intimissimi “Bandar Bush”, così soprannominato per gli stretti rapporti che lo legano – tho, chi si rivede! – all’ex Presidente USA e al suo clan. Lo afferma, fra gli altri, il noto giornalista investigativo americano Wayne Madsen, il cui sito Strategic Culture Foundation è un’inesauribile miniera di informazioni “proibite”. Naturalmente, neanche in questo caso Papa Obama si azzarda ad alzare la voce; per esempio, a chiedere a Bandar Bush (che è di casa a Washington) di invitare i suoi amici del califfato a non crocifiggere i cristiani sulle porte delle chiese. No, no… le carneficine sono evidentemente considerate un inevitabile “effetto collaterale” a Mosul come a Gaza. Ma se, per caso, un aereo civile viene abbattuto misteriosamente nei pressi della frontiera russa, allora il Pontefice a stelle e strisce indossa i laici paramenti dell’indignazione, inalbera una faccia da circostanza, e giù reprimenda e anatemi contro il colpevole designato, ancorché – nella peggiore delle ipotesi – al malcapitato possa essere rimproverata soltanto qualche frequentazione politicamente scorretta. Lo sapete qual è – invece – la vera colpa di Putin, almeno la sua colpa più recente? E’ quella di accingersi a firmare con l’Autorità Nazionale Palestinese un accordo per lo sfruttamento di un ricco giacimento di gas nel mare di Gaza, giacimento che Israele considera di sua pertinenza (come di sua pertinenza considera il giacimento Leviathan nelle acque libanesi). E lo sapete qual è la vera colpa di Hamas? Quella di avere dato il suo assenso a tale accordo, la cui premessa è stata – il 2 giugno scorso – la formazione di un governo d’unità nazionale dopo decenni di dura contrapposizione fra Hamas stessa e l’OLP. Guarda caso, esattamente dieci giorni dopo la nascita di quel governo – come osserva Manlio Dinucci su “ Il Manifesto ” del 16 luglio – è avvenuto il rapimento e poi l’uccisione dei tre ragazzi ebrei, episodio che ha dato il via alla nuova operazione israeliana. E un mese e mezzo più tardi – aggiungo io – un aereo civile malese è stato abbattuto proprio mentre si trovava in volo presso il confine della futura “altra parte contraente”. Coincidenze, coincidenze. Come quando Berlusconi venne defenestrato, dopo aver stipulato quei contratti con Putin e Gheddafi che non erano piaciuti a Washington.

Michele Rallo

Le logiche provocatorie del governo illegittimo di Kiev, servo degli Usa

Petro Poroshenko, 'Chocolate King', Ukrainian MP and backer of the Euromaiodan protests in Kiev

Il governo fantoccio ucraino “made in USA” di Poroshenko, mentre firma armistizi per non rispettarli e dichiara di voler trovare un accordo di pace con gli indipendentisti, in realtà su ordine di Washington sta portando avanti una strategia, in cui gli USA sono esperti, che consiste nel provocare l’avversario con il fine di generare una risposta eclatante di quest’ultimo per poi dipingerlo come satana agli occhi dell’opinione pubblica tramite i media asserviti.

L’intelligence ha scatenato una rivolta contro l’ambasciata russa a Kiev e ha istruito i militari dell’esercito regolare affinché violassero con dei blindati il confine russo e sparassero colpi di mortaio contro la dogana russa. In tutto questo scenario bisogna registrare la saggezza dello staff di Putin che abilmente sta evitando di cadere nella trappola dell’arcinemico a stelle e strisce e nel contempo è costretta a vedere gli indipendentisti filorussi morire sotto le bombe al fosforo utilizzate da Kiev.

E l’Unione Europea? Figuriamoci, anzichè denunciare l’Ucraina alla corte dell’Aja per crimini contro l’umanità (ricordiamo che l’utilizzo di ordigni al fosforo è vietato) minaccia la Russia di ulteriori sanzioni.

(http://italian.ruvr.ru/) – L’elezione di Poroshenko ha fatto nascere delle speranze, ma pare che fossero speranze inutili. Al posto della pace che Poroshenko prometteva durante la campagna elettorale, da parte di Kiev c’è solo la retorica militare. Persino l’armistizio annunciato dalle autorità ucraine in realtà non viene rispettato. Secondo alcuni esperti, l’armistizio serve a Kiev soltanto per raggruppare le truppe. Nel contempo l’amministrazione ucraina continua a sfidare la Russia, ma le provocazioni, a cominciare dal “brilliant green”, antisettico verde che i teppisti di Kiev lanciavano contro l’ambasciata russa, all’attacco dei mortai contro la dogana nella regione di Rostov, non sono la tattica migliore, neanche per i politici di Kiev. Eppure gli ucraini hanno scelto la linea di inasprimento dei rapporti con Mosca, crede il direttore dell’Istituto di studi sui russi all’estero, Sergej Panteleev.

Creando un’immagine del nemico e inculcando questa immagine nella mente dei semplici ucraini, è molto facile addossare a questo nemico tutte le colpe. La gente comincia a credere che tutti i mali vengano dalla Russia. La Russia chiude il rubinetto del gas, manda nel paese i terroristi, i suoi carri armati e annette territori ucraini. La gente non pensa più che è il loro Stato che sta dimostrando la sua inconsistenza, che il potere in Ucraina non è legittimo. Le istituzioni statali praticamente non esistono, i diritti dell’uomo vengono violati in massa.

Avendo deciso di seguire la linea delle provocazioni, Kiev rischia di condurre il paese in un nuovo vicolo cieco dal quale sarà quasi impossibile uscire senza nuove vittime. Ma Poroshenko e Yatseniuk non ci pensano. Considerati i loro umori filooccidentali e la sottomissione quasi totale agli USA, continueranno a fare quello che gli viene detto dal Dipartimento di Stato, fa notare Sergej Panteleev.

Gli americani si stanno vendicando in questo modo con la Russia per l’insuccesso subito in Siria e cercano di risolvere i loro problemi economici. Vogliono indebolire le posizioni dell’Europa che potrebbe essere un serio concorrente geopolitico. Cercano di indebolire anche le posizioni della Russia che oggi si sta rapidamente sollevando sulla scia dei processi integrativi che sono in atto nello spazio postsovietico. Tutto ciò mira a mantenere il controllo dei territori che per gli USA potrebbero essere dei concorrenti economici o politici. Si tratta di un grande gioco geopolitico.

Tuttavia puntare sull’Ucraina non è stata la migliore delle scelte. Secondo il docente dell’Università umanitaria di Mosca (RGGU), Aleksandr Gushchin, Washington si è impegnata troppo nel gioco di caos controllato in Ucraina e non si è accorta della rivolta dei terroristi in Iraq.

In questo momento gli USA si trovano in situazione difficile e non solo a causa dell’Ucraina. Parecchie regioni del mondo sono in crisi, in gran parte perché la politica degli USA è stata poco saggia. Molti credono che puntando sull’Ucraina l’America ha trascurato altri problemi che dal punto di vista globale sono ancora più seri.

Mosca si sta comportando con moderazione e esorta al dialogo tra le parti in conflitto. Kiev crede però che questo comportamento sia un segno di debolezza e continua a ignorare gli appelli di Mosca. Secondo gli esperti, prossimamente Mosca opterà per un’altra linea nei confronti di Kiev: fornirà più attivamente gli aiuti al Sud-Est dell’Ucraina, mentre la posizione sul problema del gas potrebbe essere irrigidita. Allora le autorità dell’Ucraina, che già cominciano ad irritare persino la guardia nazionale in quanto non pagano i soldi che sono stati promessi, saranno viste dai cittadini del paese con occhi diversi, nonostante tutti gli sforzi della propaganda ucraina.

Fonte: AzioneTradizionale.com

Femen distruggono la statua di Putin a Parigi

Ennesimo episodio in cui davanti alla stipendiata, c’è sempre un fotografo pronto a immortalarla. Vuoi vedere che gira e rigira, ci capita anche qulcun’altro?

Lo stesso giorno in cui il presidente Vladimir Putin è arrivato in Francia per l’anniversario del D-Day, il gruppo di disadattate ‘femministe’ Femen ha distrutto la statua del leader in un museo delle cere di Parigi. Una delle signorine del gruppo ha usato uno scalpello di metallo per mettere in scena l’assassinio di Putin.

L’avesse fatto con B. Hussein Obama, si sarebbero levate alte, le grida di razzismo. L’attivista, aveva sul petto la scritta ‘uccidere Putin’, mentre urlata “Putin è un dittatore”, e ne distruggeva la statua.La polizia ha arrestato l’attivista poco dopo l’attacco. Anche prima della crisi in Ucraina, le fanatiche marionette di Femen avevano già inscenato bizzarre proteste contro Putin, a causa della sua ‘omofobia’. Ultimamente, le signorine avevano colpito come obiettivi cristiani in Francia, come la Cattedrale di Notre Dame e il capo del Front National Marine Le Pen

fonte: voxnews.info

 

Un unione che funziona…ma è quella Eurasiatica

A due giorni dalle Elezioni Europee, quasi tutti i Media appaiono ancora presi dal commentare, dissezionare e sviscerare risultati che appaiono ogni ora di più come meri ludi cartacei; una sorta di illusorio esercizio della “sovranità popolare” per un popolo, quello europeo, che di fatto non esiste, e per il Parlamento di un’Unione che, al di là della moneta – il sempre più odiato e contestato Euro – è solo una sigla, un’illusione.

 
 O se si vuole, un vecchio sogno mai incarnatosi nella realtà; tradito da burocrazie ottuse e dai giochi di potere di banchieri e loro accoliti politici… Comunque, se questo è lo scenario qui da noi, in Europa Occidentale, qualcosa, anzi molto più di qualcosa si sta muovendo ai nostri, diciamo così, “confini orientali”; per dirla con i poeti russi del secolo XIX, “là dove il bosco europeo incontra la steppa asiatica”.

Là, infatti, sta nascendo una nuova Unione, che prenderà, presto, il nome di Unione Economica Eurasiatica, e che ad oggi appare come una Comunità Economica costituita da tre paesi, RussiaKazakhstan e Bielorussia. Tutti e tre, si potrebbe notare, prodotti dall’implosione del vecchio Impero Sovietico; eppure sarebbe fuorviante pensare che quello che sta maturando possa essere una sorta di ricostruzione dell’URSS sotto altre forme. Questa Comunità Economica Eurasiatica – di cui verranno firmati i trattati costitutivi proprio questo 29 maggio, nel pieno dell’Economic Forum di Astana, la capitale della Repubblica del Kazakhstan – ha infatti in sé le potenzialità per risultare un polo di attrazione non solo per gli “sparsi frammenti” dell’ex impero russo-sovietico, ma anche per molte realtà che mai ne fecero parte. Tanto che a questa CEEA guardano con interesse non solo repubbliche come quella armena – da sempre vicina a Mosca – o come il Kirghizistan, l’Uzbekistan e le altre di quell’Asia Centrale di cui il Kazakhstan rappresenta ormai “pivot d’area” – ovvero il centro degli equilibri regionali – ma anche realtà lontane, come la Serbia, nuova potenza economica emergente dei Balcani, e persino la stessa Turchia. Realtà per troppo tempo tenute fuori dalla porta dei “salotti buoni” di Bruxelles, dove, invece, in base a logiche distorte e ad occhiuti interessi di camarille politico/finanziarie, venivano fatte entrare “potenze” del calibro di Cipro (sic!).

E non si deve, soprattutto, pensare che questa sia l’ennesima “mossa furba” di Vladimir Putin, impegnato in un nuovo Grande Gioco a scacchi con la Casa Bianca. L’Unione Eurasiatica viene, in realtà, molto più da lontano; da un’idea del presidente kazako Nursultan Nazarbayev, che già all’indomani dell’indipendenza da Mosca – e dell’immediato fallimento della Comunità di Stati Indipendenti, effimera invenzione dell’era Eltsin – cominciò a parlare e a proporre una nuova integrazione economica fra i paesi dell’Eurasia. Un’integrazione che permettesse di superare il vuoto lasciato dall’URSS, integrare e modernizzare le strutture economiche e tecniche, favorire lo sviluppo di una nuova “area di prosperità”. Idea che cominciò a trovare risonanza al Cremlino con l’avvento di Putin, dando così avvio ad un processo di integrazione di cui, in queste prossime ore, vedremo uno dei momenti fondativi. Un processo che, per altro, già dal 2010, ha visto la creazione di una Unione Doganale fra i tre paesi membri, che permette la libera circolazione di merci capitali e persone. A questa è seguito a ruota un Trattato di Libero Scambio, e oggi quella, finalmente, di un Mercato Unico, che per molti versi sembra calcare le orme del nostro vecchio MEC.

In effetti, sotto molti punti di vista, la nuova CEEA sembra seguire la strada della nostra Unione Europea, con alcune sostanziali differenze. In primo luogo i nuovi accordi prevedono che la creazione del mercato unico porti con sé uno stretto coordinamento delle politiche economiche dei paesi membri, diretto a costruire una progressiva integrazione. Senza, però, poi commettere l’errore esiziale della nostra Ue: il balzo ad una moneta unica senza strutture politiche e finanziarie atte a reggerne l’impatto. I futuri Trattati di Astana infatti prevedono una progressiva integrazione dei sistemi fiscali e bancari; e soprattutto uno stretto coordinamento delle politiche economiche, un’integrazione delle strutture tecniche – ad esempio il grande progetto di una rete ferroviaria che vada dalla Cina sino all’Europa Occidentale –; solo a questo punto arriverà anche lì una moneta unica. Che non dovrebbe, quindi, recare in sé la malattia che ha portato l’Euro, ovvero la debolezza di una moneta priva di sostegno politico e di fatto proprietà di banche e speculatori finanziari privati.

Dunque, questa nuova Unione Eurasiatica potrebbe facilmente diventare, in breve, una nuova grande realtà sugli scenari internazionali, prendendo il posto di quella “nostra”, di quella UE il cui fallimento politico, prima ancora che economico, è ormai sotto gli occhi di tutti. E così l’Asse del Mondo si sposterà sempre più ad Oriente, dove già giganteggia il Colosso Cinese. Rendendo il nostro Vecchio Continente sempre più marginale ed ininfluente.

Fonte: http://www.ilgiornale.it

«Tagliamento». La legione delle Camicie nere in Russia (1941-1943)

 

Militi_del_Battaglione_Tagliamento

 

E’ uscito il nuovo libro di Stefano Fabei, “Tagliamento. La legione delle camicie nere in russia (1941-1943)

Dalla IV di copertina:

“Ho combattuto contro gli Italiani nel bacino del Donetz ed avevo di fronte proprio le Camicie Nere, che ritenevo i più malvagi fra gli Italiani. Avevano combattuto bene e pensavo che fossero accaniti contro di noi. Dopo avere interrogato numerosi prigionieri ho dovuto constatare invece che non avevano odio nei nostri riguardi.”

Nikita Sergeevič Chruščev

 Forse piu di qualsiasi altra, la dichiarazione dello statista sovietico conferma il coraggio, la lealta e la correttezza verso i civili delle Camicie nere della legione, poi gruppo,  “Tagliamento”, di cui, senza propositi adulatori ne denigratori, e qui ricostruita la storia. I legionari in camicia nera, oltre a essere la rappresentanza politica delle forze armate italiane sul fronte russo, pagarono in termini di vite umane un prezzo finora misconosciuto. Sulla base di una vasta documentazione d’archivio e dei diari storici dell’unita il lettore ha la possibilita di conoscere una pagina di storia nazionale finora volutamente ignorata.

Ungern Khan [fascicolo n.39]

cf1593a8393c442d6974491f58767178

Ungern Khan

Documenti per il Fronte della Tradizione – Fascicolo n. 39

Storia e mito del Barone Von Ungern Sternberg

di J. Evola, R. Guénon, G. d’Onofrio

(Indice)

“Il Barone Von Ungern Sternberg fra verità e leggenda”, di G. d’Onofrio

“Le Mors aux dents”, di R. Guénon

“Il barone sanguinario”, di J. Evola

“Ich befehle”, di J. Evola


Dalla premessa

Di lui molto è stato scritto. Non siamo qui a ripetere. Però fortunatamente, ma non a caso, molto rimane oscuro o meglio celato. Celato agli sguardi indiscreti, alle menti che cercano di capire la figura di questo barone-templare-buddhista-asceta solo attraverso gli elementi storiografici. Coloro che si accostano alla sua storia con animo scientifico-analitico sono inesorabilmente destinati al fallimento: la figura di Ungern von Sternberg non conta nulla, i suoi sacrifici, le sue battaglie, il suo carisma, le sue doti paranormali, la sua furia non contano nulla; a nulla serve ben indagare gli elementi ancora incerti del luogo e data di nascita e morte di questo capo; a nulla…se vogliamo davvero capire. Più che mai, qui l’uomo è nulla…se lo leggiamo come tale. Ma se proviamo un attimo a liberarci della nostra struttura, a respirare a fondo, a guardare liberi “quel mondo ancora vero” in cui lui è vissuto, possiamo intuire qualcosa di autentico e originale: intuiamo le energie profonde che hanno mosso Ungern, forze arcaiche e in quel frangente brutalmente rinnovatrici.

Forze emerse in lui, limpide e taglienti: queste hanno dato un senso alla sua figura, all’uomo, facendo dei suoi sacrifici un’offerta, delle sue battaglie un percorso di trasfigurazione, della sua furia un sacro furore, del capo una Guida. Ed è in questo senso che ci interessa Ungern von Sternberg come ogni altro esempio del passato: nella misura in cui, attraverso la sua opera, ha prima voluto e poi saputo trascendere il suo essere uomo; facendosi portatore di un significato spirituale, o meglio di un significante, profondo e meta-storico. Per questo i suoi atti parlavano una lingua diversa, spesso incompresa dai suoi stessi soldati, erano atti che volevano incidere su una realtà parallela, una realtà parallela che lui coglieva così presente, efficace, operante. Da qui forse la sintonia e mutuo soccorso con le gerarchie spirituali lamaiste, non solo della città di Urga, capitale della Mongolia da lui liberata. Autorità religiose che per prime hanno indicato in lui l’incarnazione di forze divine. E tutto questo ovviamente trascende le vicende storiche che lo hanno visto protagonista. Un protagonista, d’altro lato, spesso discusso o discutibile: era davvero possibile creare – con così limitate risorse – un impero teocratico restauratore in opposizione alla brutalità bolscevica e al materialismo europeo? In che misura, la mancanza di una più stretta alleanza con le truppe dell’ammiraglio Kolchak, ha inficiato il tentativo antirivoluzionario dei Russi bianchi?

Come è possibile che un condottiero dalle riconosciute eccezionali facoltà intuitive ed introspettive, non abbia colto anticipatamente il tradimento, a fronte dell’ultimo ordine impartito alle truppe ormai esauste di raggiungere in marcia “la fortezza Tibet”? Molte potrebbero essere le domande che decidiamo qui di non scandagliare. Perché le risposte che cercheremmo di strappare dalla storia (presupponendo di avere gli strumenti per una indagine obiettiva) in realtà non ci arricchirebbero. Anzi, appesantirebbero il nostro volo, senza più permetterci di seguire l’ombra veloce del Barone, che con la sua cavalleria ha, in pochissimi anni, tracciato sentieri su nevai steppe e deserti infiniti, in lungo e in largo per il cuore dell’Asia.

Sono sentieri che ancora oggi come allora indicano una via, alle tribù asiatiche come agli europei, ai russi come ai giapponesi (i quali, all’epoca, inutilmente supportarono le sue truppe in funzione anticinese e antirussa). Una via lungo la quale può esser richiesta violenza: allora i tempi lo imponevano, ma già Ungern ha voluto  rimariamente far violenza al Cielo nell’imporgli di cadere sulla terra, a restaurare, a rigenerare. Un tentativo che non è riuscito, ma animato dalla stessa Idea-Luce che muoverà la mano ad altri che, da lì a poco, inizieranno a ricomporre il mandala interrotto. Così Filippani Ronconi: «Nello stesso tempo [della morte del Barone], in un angolo della lontanissima Europa, nella Germania  conquassata del primo dopoguerra, il mito del Re del Mondo giungeva per vie misteriose a gruppi di giovani intellettuali, corroborando con il suo simbolo solare i nuovi meditatori del “Vril” e le assisi della Thule-Gesellschaft». Perché il suo tentativo come quello di altri è fallito? Come  possono, coloro che hanno saputo catalizzare su di sé le forze dello Spirito, esser piegati dalla forza della materia? Non è certo la preponderanza bellica nemica a ragione di ciò. E’ solo che i tempi, allora come oggi, non sono ancora giunti. Ed il valore di questi Eroi, la loro nobiltà, risiede proprio in questo. L’agire prima dell’arrivo del nuovo Maitreya, senza alcuna garanzia di vittoria. Ungern von Sternberg non fu la sola Guida a lottare nella consapevolezza della sua rapida morte, e come le altre non ebbe la gratificazione di veder conclusa la sua opera rettificatrice. Ma ci ha insegnato a rifiutare ogni attitudine che fosse passiva (subendo la storia), re-attiva (reagendo alla storia) o addirittura pre-attiva (prevedendo la storia), per far nostra una attitudine pro-attiva, dedicandoci cioè a costruire la storia. Nelle sue stesse parole la portata della sua missione: «loro non possono capire che noi non stiamo combattendo un partito politico ma una setta di assassini di tutta la cultura spirituale contemporanea». E siccome noblesse oblige, era impossibile per uomini come lui ritirarsi di fronte a quel cataclisma storico. Qualunque cosa si voglia vedere di Ungern von Sternberg, la sua follia sanguinaria in battaglia o il suo rigido ascetismo tantrico, per certo il suo nome rimane legato a uno stile di nobiltà schietta e altruista. Noi scegliamo due sue immagini: il combattente seduto in meditazione di fronte alla statua del Buddha prima di ogni battaglia e quella del Barone sdraiato a terra a mangiare e dormire tra il sudiciume delle sue truppe cosacche, mongole, tibetane. Due immagini speculari di una tipologia umana ormai scomparsa ma che, per certo, ha avuto il favore degli Dei. Spetta a noi fare in modo che, almeno, non venga dimenticata.

Da: Azionetradizionale.com

La vera faccia degli USA: una storia di menzogne e violenza

falsa

Intere generazioni sono cresciute con l’immagine hollywoodiana degli USA paladini del bene, difensori dei deboli e garanti della giustizia. Ma quegli USA non esistono, è ora di guardare in faccia la realtà. Gli Stati Uniti d’America sono ormai una nazione in decadenza, l’ombra di una civiltà che ha fatto sperare il mondo, di essa resta solo una potenza militare pericolosamente aggressiva.

La mia generazione è cresciuta dal punto di vista cinematografico con i film sulla Seconda Guerra Mondiale, film in cui l’arrivo dei marines liberatori della vecchia Europa con la loro bandiera a stelle e strisce veniva accompagnato anche solo idealmente dal leggendario motto “arrivano i nostri”. La generazione precedente era invece stata affascinata dai western in cui i cow boy e le giubbe blu erano i buoni e i pellerossa i cattivi. In seguito con la vicenda del Vietnam sarebbero poi arrivati i primi dubbi e l’iconografia cambiò, non era più tempo per motti come “arrivano i nostri”, la guerra era sporca ma gli ‘altri’ erano comunque i cattivi e qualcuno doveva pur sporcarsi le mani, gli eroi negativi di Apocalypse now e Full metal jacket, per finire con il dramma di Black Hawk down, sono pur sempre un baluardo contro la brutalità e la ferocia di un nemico selvaggio e terribile che ci terrorizza.

Questa è l’immagine che si è infine consolidata nella concezione che molti hanno oggi degli USA, quella di una superpotenza che si è assunta l’onere di difendere il diritto, la libertà e in definitiva la stessa civiltà, sacrificandosi fino agli angoli più remoti della Terra.

Ma si tratta di un’immagine di celluloide che niente ha a che vedere con la realtà, i 60.000 caduti americani in Vietnam e gli oltre 1.500.000 morti vietnamiti furono l’inutile strage di una guerra persa che fu scatenata in seguito alla simulazione di un attacco mai avvenuto alle navi USA nel golfo del Tonchino, una simulazione che doveva fornire il casus belli per una guerra decisa a tavolino. Quelle vittime sarebbero state seguite da molte altre in tempi più recenti, dal mezzo milione di morti della guerra in quell’Irak dalle inesistenti armi di distruzione di massa, a quelle innumerevoli cadute in un Afghanistan trascinato in un’altra inutile guerra senza fine, a quelle di una Libia consegnata alle milizie di Al Qaeda, a quelle di una Siria martoriata che cerca di non subire la stessa sorte.

La realtà ci restituisce un’immagine di cui dobbiamo prendere atto, quella di una realtà molto diversa dalla rappresentazione hollywoodiana, quella di una nazione nata con una costituzione orientata alla libertà e al perseguimento della felicità che si è allontanata dagli ideali originari deformandoli in una imposizione armata del proprio modello socio economico e della propria idea di ‘felicità’. Oggi gli USA sono una potente macchina bellica che è andata incendiando vaste zone dell’Asia e dell’Africa e che ha da tempo iniziato un pericoloso assedio dell’unica realtà in grado di resistergli, il riferimento è alla Russia rinata dalle macerie dell’URSS.

La Russia post comunista ha inizialmente cercato la collaborazione con l’Occidente ma il primo segnale che qualcosa non andava per il verso giusto probabilmente venne il 12 agosto del 200 con l’affondamento del sommergibile atomico Kursk in circostanze che hanno fatto pensare allancio di un siluro da parte di un’unità USA  che ne stava spiando le manovre.

Sarebbero seguiti altri segnali, tra tutti spicca l’accordo del 2008 per il dispiegamento di missili antimissile Patriot in Polonia con la sconcertante giustificazione di difenderla da un possibile attacco da parte del lontanissimo Iran. La follia USA di colpire direttamente o indirettamente la Russia si è poi manifestata apertamente con la crisi in Siria del settembre 2013, una crisi anch’essa innescata su un presunto e mai provato uso di armi chimiche da parte del governo di Damasco.

E giungiamo ai giorni nostri, alla vicenda Ucraina in cui il governo degli Stati Uniti dichiara di aver speso somme ingentissime (cinque miliardi di dollari) per ‘dare all’Ucraina il futuro che merita’. Una dichiarazione di ingerenza nella politica di uno stato sovrano culminata col rovesciamento del governo legittimamente eletto in seguito ad una strage operata da elementi stranieri e fatta passare per opera della polizia. Infine siamo giunti alla minaccia verso la stessa Russia per l’annessione di una Crimea che ha votato a stragrande maggioranza la sua volontà di tornare ad essere parte della Russia, una minaccia operata da chi bombardò la Serbia senza mandato ONU per aver negato al Kosovo l’indipendenza in una situazione ben più discutibile.

Sono questi gli USA, una potenza divenuta fortemente aggressiva con il sostegno (o la sudditanza?) di tutto l’Occidente, una potenza militare che cerca follemente di mettere all’angolo un avversario pericolosissimo e impossibile da battere non fosse altro che per il moderno arsenale nucleare recentemente riorganizzato con missili semoventi Topol voluti per sopravvivere e rispondere ad un eventuale primo colpo nemico.

La Russia rappresenta oggi una realtà che cerca di difendere con tutti i mezzi a disposizione di uno stato sovrano la propria autonomia di fronte ad una politica di accerchiamento operata dagli USA, eppure in Italia gli eredi della DC e, incredibilmente, anche quelli del PCI, tendono a vedere ancora negli Stati Uniti il baluardo della libertà e della giustizia e nella Russia il “pericolo rosso”.

Quella che vedono è però l’immagine di un’America che nella realtà non esiste.

Per il bene di tutti sarebbe invece opportuno frenare il focoso alleato e non offrire un sostegno incondizionato alle sue politiche miopi di aggressione militare che tanta devastazione hanno già causato.

Fonte: www.associazionelatorre.com