“Nemmeno un capello del vostro capo”. Metafisica della resurrezione dei corpi | Gianluca Marletta

  
(www.gianlucamarletta.it/wordpress) – Pur essendo dogma del Cristianesimo e delle altre religioni abraminiche – presente tra l’altro, benché in prospettive diverse, anche in altre tradizioni spirituali- la dottrina della Resurrezione dei Corpi solo di rado viene inquadrata in quell’ottica metafisica che sola potrebbe farne intendere il senso più profondo. Questa è la ragione per cui tale dogma sembra essere diventato oggi quasi incomprensibile alla maggior parte dei nostri contemporanei, e viene visto, anche dalla maggior parte dei teologi, in maniera “mitologica” (ovvero come ritorno dell’essere ad un’esistenza fisica identica a quella presente), o puramente metaforica, quale simbolo di una possibile “sopravvivenza” della nostra “individualità” dopo la morte fisica.

INDIVIDUALITA’ E PERSONALITA’

Riguardo al concetto di “individualità” e all’idea che essa possa “sopravvivere alla morte”, d’altronde, è necessario più che mai essere chiari con i termini perché, se considerata in una prospettiva puramente temporale, è evidente che la nostra “individualità” – intesa nell’accezione “psicologica” con cui di solito la si indica- non è meno evanescente e transeunte dello stesso corpo fisico e, come quest’ultimo, sottoposta a continui cambiamenti e trasformazioni che ne inficiano ogni illusione di “unità”.

Al contrario, da una prospettiva non più temporale ma metafisica, l’individualità umana è realmente, almeno sul suo piano specifico, qualcosa di reale, essendo il riflesso di una Personalità spirituale non legata al piano del divenire. La nostra Persona, in sostanza, realizza e manifesta delle Possibilità particolari e uniche che non sono affatto il risultato di eventi esterni (i quali agiscono sono “in negativo” come privazione) ma di un’Archetipo presente nello stesso Principio divino. La nostra individualità temporale e transeunte, pertanto, non è altro che il riflesso nel tempo di una Possibilità che la precede: possibilità che deve passare dalla potenza all’atto. Alcune di queste possibilità si realizzeranno, mentre altre rimarranno solo “virtuali”: e questo dipende, nel concreto, sia dai condizionamenti esterni in cui il nostro essere si manifesta, sia per effetto delle scelte della nostra volontà. Al momento in cui, con la morte fisica, questa manifestazione “in divenire” si interrompe, l’insieme delle possibilità che si sono realizzate costituisce “l’aspetto” con cui l’essere umano si presenta alle soglie dell’eternità.

RESURREZIONE, OVVERO SUPERAMENTO DEL TEMPO

E’ nel cambiamento di stato tra dimensione temporale e atemporalità che si pone, dunque, ciò che chiamiamo Resurrezione. Con il passaggio dalla modalità temporale a quella non più temporale (passaggio che normalmente coincide con la morte fisica), l’individualità non ha più possibilità di mutare: fuori dal tempo, tutte le possibilità realizzate appaiono non più in una indefinita successione, ma coesistenti nell’identico Istante. Ed è lì che, al cospetto della Presenza Divina, avviene quel grande discernimento tra possibilità “positive” e “negative” che il linguaggio religioso definisce Giudizio. Al cospetto della Presenza Divina, infatti, la manifestazione degli esseri “eternati” nelle loro possibilità non è identica: ed è questo il “terribile discernimento”, di cui parla il linguaggio religioso, tra salvati, dannati e chi, pur avendo conseguito la salvezza, dovrà comunque “consumare” dolorosamente certe possibilità negative in quel prolungamento postumo che la tradizione cattolica definisce Purgatorio. Da questo punto di vista, è assolutamente pertinente la verità celebrata nella liturgia cristiano-orientale che afferma che, al momento del Giudizio, “la stessa fiamma irrora di rugiada i santi ma brucia gli empi”[1].

Solo in questa prospettiva, pertanto, assumono un significato intellegibile espressioni come quella presente nell’Apocalisse in cui si afferma, in riferimento alla condizione post-mortem degli individui, che “le loro opere li seguono”[2]; o l’espressione, apparentemente paradossale, in cui il Cristo promette che “nemmeno un capello del vostro capo perirà”[3]. L’espressione è solo in apparenza assurda (i “capelli” sono quanto di più effimero possa esserci nel nostro corpo, visto che essi cadono e ricrescono continuamente), ma è assolutamente reale se si comprende che ogni possibilità realizzata nella nostra esistenza –financo le possibilità attinenti alla dimensione corporea- non vengono in alcun modo “cancellate”, ma permangono nella modalità a-temporale determinando il destino postumo della creatura[4].

In questa stessa prospettiva, assume un significato ben più profondo anche l’idea della “remissione dei peccati”, che nel linguaggio teologico o devozionale é intesa semplicemente come il “perdono” da parte della Divinità per un atto commesso contro la Sua legge, ma che é in effetti molto di più: il “peccato” -ovvero la possibilità negativa manifestatasi nell’esistenza di un essere- pur essendo “avvenuto” nel divenire temporale viene al contrario cancellato nella Realtà Principiale; esso, in effetti, si può dire a rigore che non é mai esistito, perchè Dio stesso, al di la del tempo, annienta quel particolare “accidente” manifestatosi nell’esistenza di quella particolare creatura.

RESURREZIONE DEI CORPI E FINE DEI TEMPI

Da quanto è stato detto, si evince anche il perché del collegamento –presente di continuo nelle Scritture- tra l’evento della Resurrezione dei corpi e quello della Fine dei Tempi. Ciò che si è detto in merito al Giudizio Individuale, infatti, può riferirsi analogamente anche Giudizio Universale, con l’unica differenza che, in questo caso, il passaggio dal tempo al non-tempo, dal divenire all’Istante, non riguarda più il singolo individuo, ma l’insieme di “un mondo”.

Per questo alla Fine dei Tempi (ovvero al termine di quel processo di divenire che in termini profani chiamiamo “storia”) tutte le possibilità realizzatesi devono necessariamente ritrovarsi nell’atemporalità, comprese quelle particolari possibilità che costituiscono l’esistenza corporea dei singoli individui. Da ciò si evince come sia possibile che, all’atto del Giudizio Universale, le anime si riuniscano ai loro corpi, ovvero alle possibilità corporee realizzatesi durante l’esistenza e che adesso appaiono co-esistenti fuori dal tempo.

Vien da se, in ogni caso, che le possibilità psico-fisiche dell’essere umano nella condizione del risorto non sono limitate esclusivamente a quelle realizzatesi sul piano terreno: le possibilità terrene “trasfigurate”, infatti, sono solo un aspetto delle indefinite potenzialità e delle modalità possedute dal Beato, la cui condizione è assolutamente identica a quella dell’Uomo Primordiale precedente la “caduta”, con l’unica differenza che tali esseri (ormai “salvati”) non potranno più “ritornare” o “ricadere” nella condizione temporale e mortale.

I “RISORTI IN VITA” E LA RESURREZIONE DI CRISTO

Quello che per la maggior parte degli esseri umani “salvati” avviene solo nel post-mortem, o addirittura alla Fine dei Tempi, per certi esseri spiritualmente realizzati accade, al contrario, già nel corso dell’esistenza terrena. Nella Bibbia sono noti i casi del patriarca Enoche del profeta Elia (assunti in cielo con il corpo senza dover passare dalla morte); poiché per un essere che ha già in questa esistenza realizzato la “vittoria sul tempo e sul divenire”, é evidente che non esiste più un prima e un dopo. Per tali esseri, se si può dire, la Resurrezione é già avvenuta ed essi rimangono in questo mondo esclusivamente nella misura in cui hanno una missione o un mandato divino da compiere.

Il Cristo Gesù, inviato per salvare e liberare l’uomo, deve al contrario ripercorre in Se Stesso tutte le fasi del cammino che l’uomo compie nella via della divinizzazione (pur non avendo in sé il Cristo alcun “bisogno” di percorrere tali tappe). All’atto della Sua Resurrezione, il Cristo si manifesta in primo luogo proprio come “vittorioso sul tempo” (e il tempo non é che uno dei nomi della morte); Egli può, a suo piacimento, comparire ai discepoli in tutte le forme possibili della Sua individualità: giovane o adulto, sano o piagato dalla dolorosa Passione, perché tutte le possibilità della Sua esistenza coesistono ormai nell’Istante atemporale.

Note

[1] Anthologhion, Memoria della Dormizione della Santissima Madre di Dio, Grande Vespro: “Il potentissimo angelo di Dio mostrò ai fanciulli come la fiamma irrorasse di rugiada i santi e bruciasse invece gli empi”.

[2] Apocalisse 14, 13

[3] Luca 21, 18

[4] “I diversi oggetti della manifestazione, inclusi quelli della manifestazione individuale, non vengono distrutti, ma sussistono in modalità principiale, essendo unificati proprio dal fatto che non sono più concepiti nell’aspetto secondario o contingente di distinzione (…). E’ questo che permette la trasposizione in senso metafisico della dottrina teologica della resurrezione dei morti, come anche del concetto di ‘corpo glorioso’; quest’ultimo, peraltro, non é un corpo nel senso proprio della parola ma la sua ‘trasformazione’, (…) in altre parole é la ‘realizzazione della possibilità permanente e immutabile di cui il corpo non è che un’espressione passeggera, in modalità manifestata”.
(René Guénon, “L’uomo e il suo divenire secondo il Vedānta”). 

Gianluca Marletta

I nostri maestri| Julius Evola: Che cos’è il Natale?

evola2Vi sono riti e feste, sussistenti ormai solo per consuetudine nel mondo moderno, che si possono paragonare a quei grandi massi che il movimento delle morene di antichi ghiacciai ha trasportato dalla vastità del mondo delle vette giù, fin verso le pianure. 

Tali sono, ad esempio, le ricorrenze che come Natale ed anno nuovo rivestono oggi prevalentemente il carattere di una festa familiare borghese, mentre esse sono ritrovabili già nella preistoria e in molti popoli con un ben diverso sfondo, compenetrate da un significato cosmico e universale. Di solito, passa inosservato il fatto che la data del Natale non è convenzionale e dovuto solo ad una particolare tradizione religiosa, ma è determinata da una situazione astronomica precisa: è la data del solstizio d’inverno.

E proprio il significato che nelle origini ebbe questo solstizio andò a definire, attraverso un adeguato simbolismo, la festa corrispondente. Si tratta, tuttavia, di un significato che ebbe forte rilievo soprattutto in quei progenitori delle razze indoeuropee, la cui patria originaria si trovava nelle regioni settentrionali e nei quali, in ogni caso, non si era cancellato il ricordo delle ultime fasi del periodo glaciale. In una natura minacciata del gelo eterno l’esperienza del corso della luce del sole nell’anno doveva avere un’importanza particolare, e proprio il punto del solstizio d’inverno rivestiva un significato drammatico che lo distinguerà da tutti gli altri punti del corso annuale del sole. Infatti, nel solstizio d’inverno, il sole, essendo giunto nel suo punto più basso dell’eclittica, la luce sembra spegnersi, abbandonare le terre, scendere nell’abisso, mentre ecco che invece essa di nuovo si riprende, si rialza e risplende, quasi come in una rinascita. Un tale punto valse, perciò, nei primordi, come quello della nascita o della rinascita di una divinità solare. 

Nel simbolismo primordiale il segno del sole come “Vita”, “Luce delle Terre”, è anche il segno dell’Uomo. E come nel suo corso annuale il sole muore e rinasce, così anche l’Uomo ha il suo “anno”, muore e risorge. Questo stesso significato fu suggerito, nelle origini, dal solstizio d’inverno, a conferirgli il carattere di un “mistero”. In esso la forza solare discende nella “Terra”, nelle “Acque”, nel “Monte” (ciò in cui, nel punto più basso del suo corso, il sole sembra immergersi), per ritrovare nuova vita. Nel suo rialzarsi, il suo segno si confonde con quello de “l’Albero” che sorge (“l’Albero della Vita” la cui radice è nell’abisso), sia “dell’Uomo cosmico” con le “braccia alzate”,simbolo di resurrezione. Con ciò prende anche inizio un nuovo ciclo, “l’anno nuovo”, la “nuova luce”. Per questo, la data in questione sembra aver coinciso anche con quella dell’inizio dell’anno nuovo (del capodanno). È da notare che anche Roma antica conobbe un “natale solare”: proprio nella stessa data, ripresa successivamente dal cristianesimo, del 24-25 dicembre essa celebrò il Natalis Invicti, o Natalis Solis Invicti (natale del Sole invincibile). 

In ciò si fece valere l’influenza dell’antica tradizione iranica, da tramite avendo fatto il mithracismo, la religione cara ai legionari romani, che per un certo periodo si disputò col cristianesimo il dominio spirituale dell’Occidente. E qui si hanno interessanti implicazioni, estendendosi fino ad una concezione mistica della vittoria e dell’imperium

Come invincibile vale il sole, per il suo ricorrente trionfare sulle tenebre. E tale invincibilità, nell’antico Iran, fu trasferita ad una forza dall’alto, al cosiddetto “hvareno”. Proprio al sole e ad altre entità celesti, questo “hvareno” scenderebbe sui sovrani e sui capi, rendendoli parimenti invincibili e facendo si che i loro soggetti in essi vedessero uomini che erano più che semplici mortali. Ed anche questa particolare concezione prese piede nella Roma imperiale, tanto che sulle sue monete, spesso ci si riferisce al “sole invincibile”, e che gli attributi della forza mistica di vittoria sopra accennata si confusero non di rado con quelli dell’Imperatore.

Tornando al “natale solare” delle origini, si potrebbero rilevare particolari corrispondenze in ciò che ne è sopravvissuto come vestigia, nelle consuetudini della festa moderna. Fra l’altro un’eco offuscata è lo stesso uso popolare di accendere sul tradizionale albero delle luci nella notte di Natale. L’albero, come abbiamo visto, valeva infatti come un simbolo della resurrezione della Luce, di là della minaccia delle notte. Anche i doni che il Natale porta ai bambini costituiscono un’eco remota, un residuo morenico: l’idea primordiale era il dono di luce e di vita che il Sole nuovo, Il “Figlio”, dà agli uomini. Dono da intendersi sia in senso materiale che in senso spirituale. […] 

Avendo ricordato tutto ciò, sarà bene rilevare che batterebbe una strada sbagliata chi volesse veder qui una interpretazione degradante tale da trascurare il significato religioso e spirituale che ha il Natale da noi conosciuto, riportando all’eredità di una religione naturalistica e per ciò primitiva e superstiziosa. […] Una “religione naturalistica” vera e propria non è mai esistita se non nella incomprensione e nella fantasia di una certa scuola di storia delle religioni […] oppure è esistita in qualche tribù di selvaggi fra i più primitivi. L’uomo delle origini di una certa levatura non adorò mai i fenomeni e le forze della natura semplicemente come tali, egli li adorò solo in quanto e per quel tanto che essi valevano per lui come delle manifestazioni del sacro, del divino in genere. […] la natura per lui non era mai “naturale”. […] Essa presentava per lui i caratteri di un “simbolo sensibile del sovrasensibile”. […] Un mondo di una primordiale grandezza, non chiuso in una particolare credenza, che doveva offuscarsi quando quel che vi corrispose assunse un carattere puramente soggettivo e privato, sussistendo soltanto sotto le specie di feste convenute del calendario borghese che valgono soprattutto perché si t ratta di giorni in cui si è dispensati dal lavorare e che al massimo offrono occasioni di socievolezza e di divertimento nella “civiltà dei consumi”.

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Brani tratti dall’articolo Natale solare ed Anno nuovo apparso sul quotidiano Roma del 5 gennaio 1972. Autore: