25 Aprile | Cortocircuito Antifascista tra cortei nazionali e vermi locali


Anche quest’anno dobbiamo assistere alle solite polemiche intorno al corteo del 25 aprile. Oggi però andrà in scena il teatrino delle miserie umane, a Roma la comunità ebraica non parteciperà, sottolineando come: al corteo partecipino i nipotini nientepòpòdimenoche quel nazista del Gran Muftì di Gerusalemme (pace all’anima sua), l’ANPI che organizza, non sia rappresentante dei veri partigiani e infine che la stessa comunità sarebbe dovuta essere invitata non come ospite straniero in quanto “Brigata Ebraica”.
Il Pd e qualche altro servo sciocco ovviamente si accoda in automatico. 

Aldilà del fatto che la “Comunità” a questo punto dovrebbe dire, chi sono i veri partigiani, quale parentela ci sarebbe tra l’accozzaglia dei centri sociali che al corteo del 25 Aprile portano le bandiere palestinesi (e spesso a causa di questo prendono pure gli schiaffi) e quel Nazista del Muftì, inoltre – visto che la Brigata Ebraica era sotto il comando inglese – per quale motivo sarebbe dovuto essere invitata diversamente. 

La cosa più interessante però, è il fatto che l’ebraismo italiano, in quanto ad antifascismo ha contribuito ben poco. Oltre ad aver sensibilmente contribuito all’affermazione del Fascismo in Italia, con i martiri nella marcia su Roma e con Ministri del governo Mussolini, ha addirittura tollerato qualche ufficiale nella RSI e qualche suo caduto sotto le bandiere con l’aquila repubblicana. A questi riconosciamo l’onore di essere andati oltre l’istinto etnico ed essersi sublimati sotto le insegne del Duce. Per questioni di sensibilità, poi, evitiamo di citare i casi di collaborazionisti con le autorità tedesche e fasciste.

Detto questo, ci pare chiaro che le false offese rivolte ai fascisti, si taglino precisamente sul corpo degli accusatori. Se c’è un corteo antifascista e non ci vai, non sei antifascista. Se vuoi impedire ad altri di partecipare perché umanamente indegni sei paranazista, se non riconosci lo status di rappresentante dei partigiani all’ANPI, sei anti partigiano. 

Caso chiuso. 

Molto altro ci sarebbe da dire, circa lo stile di questa accozzaglia di profittatori a giochi fatti, che spuntavano fuori quando si sentivano i colpi di cannone della Quinta Armata. Sul loro stile di vilipendere le salme, far massacrare centinaia di civili innocenti per rappresaglia, sui danneggiamenti costanti alle lapidi, ai monumenti, ai sacrari che ricordano o nostri morti. Molto ci sarebbe da dire sul fatto che questi cacasotto della storia si permettono, in barba a qualsiasi sensibilità riconosciuta ad ogni civiltà umana su questa terra, di impedire di commemorare i propri caduti. Tutto questo lo lasciamo in conto, perché alla fine la riga dovrà pur essere tirata e allora là, non ci saranno sospesi. 

Ultima annotazione locale

Anche quest’anno, a Santa Marinella, la lista dei fascisti 364 giorni all’anno che vanno alla commemorazione del 25 aprile (festa degli infami) è sempre lunga. Ci fa piacere ricordarglielo, noi lo teniamo sempre in conto.

Non vorremmo che le attuali condizioni ambientali li portassero a credere che abbiamo un calo di memoria. È vero che non siamo forti come qualche anno fa, è vero che possono sguazzare – facendo i “fascisti” con il culo al caldo del potere – perché non abbiamo quella intensità di una volta. Ma i conti li sappiamo tenere, le facce le ricordiamo, l’infamia di festeggiare del 25 Aprile, no, quella non va mai in prescrizione.

Se lo ricordino. 

#LUCIANA_MINARDI 16 anni | Partigiani con le mani rosso sangue

#LUCIANA_MINARDI 16 anni Ausiliaria della San Marco

Cologna Veneta (Verona), maggio 1945

Luciana aveva 16 anni nacque a Imola nel 1929 credeva nell’Italia repubblicana si arruolò come volontaria e venne così assegnata al battaglione “Colleoni” della Divisione “San Marco” attestati sul Senio, un fiume che attraversa la Toscana e la Romagna, Luciana fù impiegata come addetta al telefono da campo e al cifrario, è circa la fine del mese di aprile, quando riceve l’ordine di indossare vestiti borghesi e di mettersi in salvo.

Il giorno stesso esegue gli ordini ma tornando dai genitori venne fermata dagli inglesi nei pressi del fiume Po, immediatamente senza farsi vedere getta il gagliardetto della San Marco che aveva tenuto come ricordo nel fiume. Luciana viene comunque prelevata e dopo un breve interrogatorio la rilasciano. Finalmente Luciana raggiunge così i genitori, che all’epoca erano sfollati a Verona precisamente a Cologna Veneta.

Tutto sembra tranquillo quando improvvisamente a metà maggio, presso il centro degli sfollati si presenta un manipolo di banditi partigiani comunisti, cercano esattamente Luciana, probabilmente Informati da qualche spia che quella ragazzina era stata una ausiliaria della RSI. Luciana viene presa, la portata sull’argine del torrente Guà e, dopo una serie di violenze sessuali di gruppo, la massacrano. 

Durante tali violenze uno degli “eroi” pedofili continuava a dire a Luciana “chiama la mamma, porca fascista!”. La ragazzina, già allo stremo, verrà soppressa con una raffica di mitra.


articolo di Claudio Laratta

Nella De Pieri | La storia di una mamma fucilata dai partigiani

Accusata falsamente di spionaggio, la donna fu uccisa e gettata in una grotta carsica nel bellunese. Era il settembre 1944

Un bambino di sei anni strappato all’abbraccio della sua mamma da uomini che l’accusavano falsamente di essere una spia. Una giovane donna, incinta, uccisa e poi gettata in una foiba. Una storia drammatica, violenta, triste. E purtroppo vera. A raccontarla, molti anni dopo, è quel bimbo divenuto ormai adulto, testimone diretto e involontario di uno dei tanti crimini impuniti di quegli anni sanguinosi e tormentati.

Si chiama Gian Aldo De Pieri e le sue parole, riportate in un articolo di Francesco Jori su Il gazzettino del 18 marzo 1989, squarciano il velo di silenzio, bugie ed omertà che per troppo tempo ha ricoperto quel che è accaduto nel settembre 1944 sul Cansiglio, nel bellunese.

Sua madre Nella, racconta Gian Aldo, fu presa dai partigiani per vendicarsi del padre, volontario della Guardia nazionale repubblicana. Come motivazione ufficiale per l’arresto utilizzarono quella del presunto spionaggio. Ma lei “era innocente. Un loro medico chiese di non ucciderla perché era incinta. In un primo tempo le concessero la grazia, ma poi la fucilarono ugualmente. Ed infine – racconta il figlio – la gettarono nel Bus de la Lum: lo dice lo stesso certificato di morte”. La sua replica, carte alla mano, segue la smentita dei partigiani a proposito dei cadaveri gettati nell’inghiottitoio carsico che la gente del posto chiama “Buco della Luce” (Bus de la Lum), che Gian Aldo qualifica come piena di falsità e inesattezze.

Nella De Pieri aveva 36 anni quando venne uccisa. Era sposata con Lino e dal loro matrimonio erano nati Gian Aldo e Gabriella. Nel settembre 1944 Lino militava nella GNR e Nella lo aspettava a casa. Una mattina, mentre stava andando in paese con il figlio, venne fermata da alcuni ribelli, che la accusarono di essere una spia. Nella venne processata e graziata. “Ma proprio mentre la stavano mandando a casa, arrivò un partigiano che insistette per l’esecuzione”, dice suo figlio. Che aggiunge: “la denuncia partì da qualcuno che voleva compiere una vendetta. Alcuni partigiani poi hanno anche ammesso che era innocente. Altri hanno sostenuto che la documentazione era andata bruciata. Nessuno ha mai potuto dimostrare le accuse”.

Per confermare la sua tesi, Gian Aldo si appoggia a molti documenti raccolti nei mesi successivi da una sua zia. In uno di essi si legge: “il medico che avevano con loro si alzò e disse di stare bene attenti prima di commettere un delitto, perché era in stato interessante”. Ed ancora, in particolare per quanto riguarda la grazia poi revocata, c’è la testimonianza di Decimo Granzotto, sindaco di Belluno dopo la Liberazione, al quale la cognata di Nella si era rivolta per avere notizie. Le disse che in quei giorni “lui era già venuto via, ma che seppe dal dottore che la donna era con la Divisione Nannetti”.

Scrive ancora Francesco Jori: “fucilata il 9 settembre ’44 da partigiani della brigata Tollot su in Cansiglio, Nella De Pieri non morì subito: fu necessario darle il colpo di grazia, secondo la testimonianza resa al parroco di Cadola (la parrocchia della donna) da Luigi Boito, un partigiano di Ponte nelle Alpi. E dopo? Dopo, hanno detto i partigiani nella recente conferenza stampa tenuta a Vittorio Veneto, fu sepolta in un cimitero della zona. Contro questa versione c’è il certificato di morte redatto dal parroco, don Giacomo Viezzer, custodito nell’archivio parrocchiale di Santa Maria di Cadola”. Un documento il cui testo contraddice indiscutibilmente la versione fornita: “uccisa dai partigiani il giorno 9 corrente mese (settembre) al Pian del Cansiglio – è scritto nel certificato – ed ivi sepolta presso il burrone detto Bus de la Lum. Comunicazione avuta dai partigiani del Cansiglio testimoni al processo”.

Gian Aldo e sua sorella Gabriella nel frattempo erano stati affidati alle suore di un istituto di Ponte nelle Alpi. Suo marito Lino venne ferito in Val Camonica durante uno scontro a fuoco. E morì esattamente due mesi dopo Nella, il 9 novembre 1944.

Sono passati settant’anni. E a parte pochi onesti coraggiosi – come l’associazione Arpa Birmana RSI, che ha condiviso on line una nota dedicata a Nella De Pieri – storie come queste restano una ferita aperta. Che potrà essere curata soltanto con la verità.
Cristina Di Giorgi

La morte in foiba: il racconto di un sopravvissuto

Riportiamo due brevi estratti raccontati da due reduci da terribili esperienze. A memoria delle sofferenze sopportate dalla popolazione di origine italiana, nelle terre di Istria, fiume e Dalmazia. 


Dalle esecuzioni nelle foibe qualcuno uscì miracolosamente vivo. Uno dei pochissimi casi conosciuti è quello del protagonista di questo racconto, che si riferisce a un episodio accaduto nei pressi di Albona nell’autunno del 1943.

Dopo giorni di dura prigionia, durante i quali fummo spesso selvaggiamente percossi e patimmo la fame, una mattina, prima dell’alba, sentì uno dei nostri aguzzini dire agli altri:< Facciamo presto, perché si parte subito >.Infatti poco dopo fummo condotti in sei, legati insieme con un unico fil di ferro, oltre quello che ci teneva avvinte le mani dietro la schiena, in direzione di Arsia. Indossavamo solo i pantaloni e ai piedi avevamo solo le calze.

Un chilometro di cammino e ci fermammo ai piedi di una collinetta dove, mediante un fil di ferro, ci fu appeso alle mani legate un sasso di almeno venti chilogrammi .Fummo sospinti verso l’orlo di una foiba, la cui gola si apriva paurosamente nera.

Uno di noi, mezzo istupidito per le sevizie subite, si gettò urlando nel vuoto, di propria iniziativa. Un partigiano allora, in piedi col mitra puntato su di una roccia laterale, ci impose di seguirne l’esempio. Poiché non mi muovevo, mi sparò contro. Ma a questo punto accdde il prodigio: il proiettile anziché ferirmi spezzò il fil di ferro che teneva legata la pietra, cosicché quando mi gettai nella foiba, il sasso era rotolato lontano da me.

La cavità aveva una larghezza di circa 10 metri e una profondità di 15 fino alla superficie dell’acqua che stagnava sul fondo. Cadendo, non toccai fondo, e tornato a galla potei nascondermi sotto una roccia. Subito dopo vidi precipitare altri quattro compagni colpiti da raffiche di mitra e percepii le parole – Un’altra volta li butteremo di qua , è più comodo -pronunciate da uno degli assassini. Poco dopo fu gettata nella cavità una bomba che scoppiò sott’acqua schiacciandomi con la pressione dell’aria contro la roccia. Verso sera riuscii ad arrampicarmi per la parete scoscesa e a guadagnare la campagna, dove rimasi per quattro giorni e quattro notti consecutivi, celato in una buca. Tornato nascostamente al mio paese per timore di ricadere nelle grinfie dei miei persecutori, fuggii a Pola. E solo allora potei dire di essere veramente salvo.

Nel manicomio di Lubiana: la testimonianza di un reduce.

La testimonianza che segue è tratta dalla relazione di un ufficiale di Marina Italiano detenuto a lungo nell’ex manicomio di Lubiana.

Il 26 giugno fummo messi tutti assieme in una cella misurante 7 metri per 14. Eravamo in 126[…]

A capriccio dei secondini di servizio venivamo chiamati fuori dalla cella , a turno, alcuni di noi, e senza alcuna ragione plausibile, venivano fatti segno a colpi di mitra , pugni e schiaffi […] L’acqua, eravamo in luglio, veniva misurata; cinque o sei sorsi a testa al giorno.Divieto assoluto per usare acqua per lavarsi. IL cibo costituito da verdura secca bollita produsse ben presto tra di noi l’insorgere di diarrea.Negata ogni assistenza sanitaria […].

Il 23 dicembre 1945, a sera, una trentina di noi vennero stralciati dal gruppo in base ad in elenco prestabilito, legati con le mani dietro la schiena a mezzo di filo di ferro e trasportati ad ignota destinazione con dei camions. L’indomani mattina gli automezzi fecero ritorno recando indumenti che noi riconoscemmo come già appartenenti ai nostri compagni partiti la sera innanzi. Ai nostri occhi tale fatto assunse l’aspetto di un macabro indizio. Il 30 dicembre un’altra trentina di noi subiva la stessa sorte, seguiti il 6gennaio 1946 da un terzo ed ultimo scaglione di 36 persone[…]

Nel frattempo erano morti Z. e B. Successivamente anche i tre della cella vicino alla nostra cessarono di vivere uno alla volta. Ricordo con particolare raccapriccio il povero B ( un ragazzo triestino di 18 anni facente parte della brigata”Venezia Giulia” del corpo Volontari della Libertà) ridotto ad un pietoso relitto umano da un infezione che non gli era mai stata curata. Negli ultimi giorni della sua vita rassomigliava di più ad un vecchio decadente che ad un ragazzo della sua età. La notte in cui morì udimmo gridare a lungo invocando la mamma. Quando si fece silenzio arguimmo la sua morte perché si sentì battere violentemente alla porta della cella vicina per chiamare la guardia di servizio. Poco dopo, dal tramestio che ci era perfettamente intelleggibile in tutti i suoi particolari, sapemmo che il povero B era stato tratto fuori dalla cella e temporaneamente situato nel cesso posto di fronte ad essa.
(da: “Storia e Dossier”, n. 116, maggio 1997).

Salvo per miracolo

(testimonianza di Graziano Udovisi)

Il Segreto di Italia | Finalmente in DVD, il film sulla strage di Codevigo che non piace ai gran sacerdoti della verità storica

 Puoi richiederlo tramite mail a cst.aurhelio@gmail.com

 
“Il Segreto di Italia”, film di Antonello Belluco sulla strage di Codevigo, di cui abbiamo spesso parlato, non solo è stato osteggiato in ogni modo in fase di produzione ma, com’era facilmente prevedibile, dopo la sua uscita nelle sale è stato e continua ad essere oggetto di indecenti e sistematici boicottaggi da parte della solita perversa “intellighenzia” di sinistra con l’immancabile cricca partigiana al seguito. Censure, ostacoli, recensioni volutamente negative da parte dei giornali e delle riviste allineate (Repubblica, L’Espresso, con tanto di decine di commenti on-line inqualificabili per cattiveria e inciviltà da parte dei cosiddetti “lettori”, ecc.), interventi a gamba tesa dell’anpi con comunicati di fuoco alle redazioni dei giornali per chiedere di censurare ogni notizia sul film, con conseguenti “dimenticanze” nelle pagine di vari quotidiani.

E così a Roma, ad esempio, il film è uscito dalla programmazione, nel mese di novembre, dopo soli 5 giorni di stentata sopravvivenza soltanto al Cinema Fiamma; nel resto d’Italia si è riusciti a far uscire pellicola in pochissime città e, allo stesso modo, per poco tempo; solo al The Space Cinema di Limena di Padova il film è “orgogliosamente” rimasto in programmazione per tre settimane, fino allo scorso 10 dicembre, riscuotendo un grande successo, con sale sempre piene e pubblico affluito da diverse città, lontane talvolta anche centinaia di chilometri.

Belluco e la casa di produzione Eriadorfilm sono riusciti ad ottenere una programmazione a Verona (Cinema Teatro Alcione) il 12 e 13 dicembre, a Venezia (Cinema Astra) il 15 dicembre, mentre a Cesena (Multisala Aladdin) il film sarà proiettato dal 20 gennaio 2015.

Questa tristissima vicenda è dunque un’altra “perla” dell’italietta (con la “i” volutamente minuscola) della “libertà” e della “democrazia” a senso unico, quella dei leccapiedi e degli ipocriti, dei cialtroni, dei vili e dei menzogneri di professione. Ma Antonello Belluco (che ha annunciato la prossima lavorazione di un film su Norma Cossetto) non si arrende: ancora onore a lui ed alla Eriadorfilm per il coraggio e la voglia di continuare a lottare.

di Annamaria Gravino

(secoloditalia.it) – Non esagera il regista Antonello Belluco quando dice che «su facebook ricevo migliaia di commenti di apprezzamento». La sua pagina e quella dedicata al film sono, di fatto, il primo motore di promozione de Il Segreto di Italia, la pellicola sulla strage partigiana di Codevigo, nel padovano, che lui ha voluto realizzare nonostante il boicottaggio registrato fin dalla stesura della sceneggiatura e passato attraverso la grancassa dell’Anpi. Ci sono i post «commossi» di cui parla lui, ci sono quelli di incoraggiamento, c’è anche chi pubblica la foto del biglietto. Quasi una rarità, perché l’ultimo ostacolo che si frappone fra il pubblico e la storia di Italia, interpretata da Romina Power, è proprio quello della distribuzione. Un paradosso, visto che il film dove è in cartellone va più che bene. «Al The Space di Padova – spiega Belluco – il film era programmato per due settimane, invece è andato così bene che stato prorogato anche per la terza. Un fatto praticamente inedito sotto Natale».

Perché allora Il Segreto di Italia non trova distribuzione?

Perché funziona così: la prima settimana in sala si paga e noi non abbiamo questi mezzi. Ci hanno tagliato le gambe da tutte le parti, ma andiamo avanti. Iniziamo ad avere richieste da diverse città, ci chiamano direttamente gli esercenti: il loro pubblico chiede di vederlo e loro ci contattano. Stasera faccio una prima a Verona, poi in programma abbiamo Asti e Cesena. Poi spero che vada a buon fine un contatto che ho avuto con La Russa e Meloni per un intervento della Fondazione Alleanza Nazionale.

Di cosa si tratta?

Di un impegno per una distribuzione un po’ più strutturata nel corso della settimana del Giorno del Ricordo. Per me sarebbe particolarmente significativo: io sono figlio di esuli. So che domenica presenteranno il trailer. La Fondazione diede anche un piccolo contributo per la produzione, sarebbe un modo anche per dare seguito a quel sostegno.

Quindi, la sua ostinazione nel voler realizzare a ogni costo la pellicola sta avendo ragione.

Sì, da parte di chi ha visto il film ricevo commenti positivi, senza distinzione di provenienza sociale, culturale, politica. Il problema è allargare la platea degli spettatori. Non possiamo permetterci di proiettare il film una tantum, abbiamo bisogno che sia in sala almeno un fine settimana.

Oggi quale pensa che sia il primo problema da affrontare?

La comunicazione. In molti non sanno nemmeno che questo film esiste, bisogna aver visto Vespa o letto qualche articolo uscito sui giornali nazionali per conoscerlo. Il successo di Padova, dove sono sui giornali più di Bitonci, e le richieste del pubblico dimostrano questo. Se in tutta Italia fosse come a Padova, altro che costi di produzione e distribuzione. Saremmo record d’incassi. Poi bisogna far capire che questo è un film che tratta una tematica delicata, ma è anche un lavoro.

Le chiedono di vederlo gratis?

Talvolta. Questo film è certamente espressione del mio modo di pensare la vita, in termini cristiani, culturali, politici, ma è anche il mio mestiere. Ed è il frutto del lavoro di tutti quelli che ci hanno lavorato, a dispetto di tutto. Ha comportato un grande sforzo e grandi sacrifici. Non è solo testimonianza politica. E penso che sarebbe svilente svenderlo. Anche alcuni amici me lo hanno detto: “Non farlo”.

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Per Natale, una azione che vale il doppio

Regalare a te o ad un tuo amico, un film coraggioso dove si affronta un pezzo di storia italiana rimossa e dall’altra dare un sostegno al nostro centro studi. 

   
 

28 Aprile – Così i fascisti di Salò furono macellati

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Da un vecchio fascicolo riemergono carte e istantanee riguardanti l’inchiesta sull’ infame fucilazione del 28 aprile ’45, a Dongo, di 15 gerarchi.

di Mario Cervi

(ilgiornale.it) – Riemerge dalle nebbie del passato uno dei momenti più cruciali e crudeli di quella tragedia che fu la fine del fascismo. Il momento è quello in cui, sul lungolago di Dongo, il 28 aprile 1945, quindici prigionieri furono messi a morte spicciativamente, per i loro trascorsi fascisti, dopo un simulacro di giudizio.

Tra i quindici erano gerarchi maggiori o minori – Alessandro Pavolini e Ferdinando Mezzasoma in particolare un bizzarro ex comunista e perseguitato dal regime come Nicola Bombacci, poi riavvicinatosi a Mussolini, e un personaggio, Marcello Petacci, sul quale Walter Audisio (il «colonnello Valerio») aveva messo gioiosamente le mani. Credeva fosse Vittorio Mussolini, il primogenito del Duce. Chiarito lo scambio di persona, il colonnello ritenne che comunque il Petacci meritasse la pena capitale, per essere fratello di Claretta, assassinata poco prima. E ancora il capitano pilota dell’aeronautica militare Pietro Calistri – del quale ancora oggi non si capisce perché sia finito a quel mondo – e il segretario del Duce, Luigi Gatti.
All’esecuzione spietata e affrettata seguirono, per i ricorsi di familiari degli uccisi, inchieste e processi. Che ebbero la sorte toccata infallibilmente a tutte quelle vicende giudiziarie: la rubricazione come atti di guerra e l’archiviazione, nel 1967. Ai processi per gli ammazzamenti s’intrecciò l’interminabile e inutile processo sull’oro di Dongo. Insieme al sangue vi furono certamente passaggio e poi dispersione e trafugamento di denaro, bagagli con valori incamerati così come gioielli, sterline d’oro e marenghi a migliaia. Il Pci, che aveva gestito l’operazione Dongo, affettò sorpresa e indignazione quando si trattò di rendere conto del «tesoro».
Il faldone in cui era conservata quella documentazione – con testimonianze anche di Palmiro Togliatti, Sandro Pertini, Ferruccio Parri, Enrico Mattei – è stato salvato da una possibile distruzione, come ha raccontato ieri il giornalista Stefano Ferrari sulle pagine del quotidiano La Provincia di Como. E con i documenti sono state salvate tre agghiaccianti fotografie – rarissime, una addirittura inedita – scattate pochi istanti prima che la scarica del plotone d’esecuzione falciasse le vittime. Per la verità almeno uno dei giustiziati, proprio il medico Marcello Petacci, non fu abbattuto insieme agli altri. Il Petacci era arrivato a Dongo, con spaventosa incoscienza, insieme alla compagna Zita Ritossa e ai due figli. I fascisti duri e puri non lo vollero insieme a loro, considerandolo non un fedele del Duce ma un profittatore del regime. Forse riteneva che l’avrebbero risparmiato perché nulla di grave poteva essergli addebitato. Quando s’accorse che i giustizieri erano risoluti a farlo fuori, sfuggì a chi lo custodiva – era giovane e robusto – e tentò la fuga gettandosi nel lago. Lì fu crivellato di colpi. La compagna e i bambini lo videro morire da una finestra dell’albergo dove erano alloggiati.
Le istantanee di quel 28 aprile 1945 sono terribili. Nessuna pietà, nessuna parvenza di umanità e di vera legittimità. Furono giorni di una mattanza spietata e volubile insieme: Ferruccio Parri la definì «macelleria messicana». La sorte dei fascisti braccati dipese spesso da circostanze fortuite (o da decisioni fortunate, come quella del maresciallo Rodolfo Graziani che evitò astutamente l’autocolonna diretta a Dongo e riuscì a consegnarsi agli angloamericani). Fu un periodo che ebbe l’ambizione d’essere rivoluzionario, che da molti anche oggi viene descritto come rivoluzionario ed eroico, ma che della rivoluzione spartì solo in minima parte i connotati positivi: l’ardore del nuovo, la genuinità delle convinzioni e delle passioni, la speranza del futuro. Ne ebbe invece i connotati peggiori, la ferocia e la vendetta.
A chi sottolinea gli aspetti truci, e in casi non rari delinquenziali, della purga post-liberazione viene opposto un argomento ritenuto decisivo e che tale non è. L’ansia di eliminare fisicamente i fascisti catturati, la volontà di non consegnarli agli alleati – quasi che gli alleati avessero combattuto in favore del fascismo – derivarono dalle nequizie di cui i «repubblichini» si erano resi responsabili. Anche loro con messe a morte crudeli. La grande purga fu probabilmente inferiore alla cifra – trecentomila morti è a fantastic exaggeration secondo gli angloamericani – suggerita da certa pubblicistica nostalgica. Ma Giorgio Bocca, non certo un estimatore del Duce, ritenne verosimile il bilancio di quindicimila uccisi. Che è di per sé impressionante soprattutto perché è un bilancio «a guerra finita».

Fonte: Azionetradizionale.com

25 Aprile

BLOG ECCIDIO DI ODERZO

di Emilio Del Bel Belluz

Tanto tempo è passato da quei tragici giorni dell’odio e della vendetta. I morti furono tanti e noi non li possiamo dimenticare, e non dobbiamo dimenticare. In un tempo come questo dove tutto cambia velocemente. Noi, i camerati non li possiamo lasciare nell’oblio. Osservo spesso il fiume, l’acqua che vi passa veloce, un tempo limpida, faceva notare ancora di più il sangue di tanti che vennero uccisi e gettati nel fiume.  Il mio pensiero corre ai mie fratelli, ai miei camerati della Repubblica di Salò che morirono ammazzati come cani e gettati sul fiume ad Oderzo. Quanto tempo è passato inutilmente, quanto tempo ancora dovrà passare perché abbiano la giustizia tardiva degli uomini. In questi anni non si sono fatte molte cerimonie per ricordarli, non si sono fatti manifesti con i loro nomi, e sarebbe stato almeno umano farlo.

Serpeggia ancora la paura ma, soprattutto, perché non ci si scusa con questi uomini, soldati della Repubblica di Salò, uccisi a tradimento dopo che si erano arresi e gli era stata promessa la libertà. Il sangue che i partigiani fecero sgorgare dalle loro giovani vite non si è ancora fermato. L’acqua del fiume che ha portato molti dei loro corpi non ha portato ancora la giustizia che essi ancora attendono. Quale storia potremmo raccontare ai nostri figli. Quale storia abbiamo se non quella immersa nell’ingiustizia, la verità dovrebbe emergere e trovare la sua via. La verità che tutti attendono. Cosa avevano fatto quei 126 camerati di Oderzo, avevano sentito il richiamo della loro patria per lavare con l’onore l’onta del disonore. Loro hanno voluto mantenere il patto d’alleanza e di cameratismo che avevano fatto con l’alleato tedesco. Vennero presi e uccisi a sangue freddo, da dei giustizieri che applicavano solo il loro odio e la loro vendetta. Un pittore che ha onorato l’arte con le sue opere e che ha ritratto i soldati germanici nel momento della guerra, costui, Finn Wigfross, con una straordinaria bravura dedicava ai combattenti queste poche righe che riassumono tutto: “ Fedele a te stesso e fedele all’ideale/a rischio della vita, se avanzato/. Ma tutto quello che avevi ritenuto giusto/è stato visto come errato,/tutto quello che chiamavi onore/fu trasformato in tradimento e vergogna/.”Cosa si poteva imputare a queiragazzi , aver scelto la strada più difficile, la strada che non gli avrebbe portato la gloria ma avrebbe portato l’onore. Sapevano che il risultato sarebbe stato questo, ma cosa importavano gli onori ricoperti dal senso del tradimento. Questi camerati della Repubblica di Salò ebbero il tributo più grande che possa essere dato ad un soldato che combatte con cognizione di causa, il cielo degli eroi. Quelli che sono riusciti a tornare a casa hanno avuto l’altro compito, quello di portare avanti i principi e gli ideali sommersi dal fango e dal sangue, ma la verità trionfa sempre e il fango non copre in nessun modo il luccichio di un ideale. L’elenco del bene e del male non pende di sicuro verso chi cadde per la bandiera della Repubblica di Salò e per il Duce. Le storie sono tante e non hanno scritto ancora la parola fine. Cercando tra le storie del mio piccolo mondo ho trovato grazie ad un libro di uno scrittore, Giuseppe Cigana, una vicenda che non conoscevo. “

Un altro triste ricordo in quel periodo accadde nella primavera del 1945, quando i partigiani con la complicità della sentinella  tesero un’ imboscata ai ventidue repubblicani che alloggiavano in quei giorni nelle scuole davanti a casa mia. Furono portati in aperta campagna, località Le Sioe, al confine tra Prata e Maron, dove era stata precedentemente scavata una fossa da uno del posto che venne poi ricompensato con 2000 lire. Durante il tragitto due di loro riuscirono a scappare, mentre gli altri vennero passati per le armi e sotterrati. Uno dei sopravvissuti, a guerra finita, veniva con la bicicletta a vendere lamette da barba : le storiche Lama Bolzano. Di quella notte ricordo le imprecazioni dei partigiani e i lamenti dei repubblicani(repubblichini), consci di andare a morire. Il mattino successivo, percorsi una parte del tragitto che avevano fatto. Era ben distinto essendo l’erba calpestata da quella fila di persone. Trovai e raccolsi medaglie, catenine ed altri oggetti che volontariamente avevano fatto cadere. Ritornai a casa e consegnai tutto ai miei genitori”. Queste le parole semplici per raccontare un grande dramma, una grande tragedia e di questo fatto non si parla. Ho chiesto a qualcuno e mi hanno riferito che in questo campo dove è stata scavata la fossa per contenere i corpi dei camerati, abbiano piantato un grande albero le cui radici si sono nutrite del sangue di questi soldati. Dove sta la giustizia, dove sono i nomi di quei soldati solo Iddio conosce il loro nome, ma nostro il dovere di portare avanti la fiaccola della verità. Come posso non ricordare chi cadde, di chi venne massacrato, di chi venne ucciso a tradimento in una guerra che è stata combattuta con il tradimento. Mi vengono in mente i versi scritti da Codreanu:” La luna piange tra i rami /le notti restan deserte,/te ne sei andato per sempre/per non tornare mai più. Camerata/Solo il vento sospira ancora/il tuo canto dolce/sui fiori che acquietano/la tomba triste/Camerata/La morte solo la morte legionaria/è per noi la più cara di tutte le nozze :/per la Santa Crocee per la terra,/Camerata spezziamo le selve e dominiamo i monti/”Quante volte sento queste voci che mi chiamano nell’entrare in un cimitero anche il più isolato e solitario, al suo interno tra le tante croci vi sono ancora sepolti se la pietà umana lo vuole, quelli che caddero. Basta cercare e leggere quelle lapidi sbiadite e cancellate, i cui nomi non si leggono più ma qualche indizio si trova e quei nomi sono spesso di camerati che non hanno una croce che li accompagni, ma quella croce l’anno nel cuore, quella croce l’hanno portata per anni le loro madri, le loro mogli e in quel dolore lancinante senza giustizia. Iddio nel suo cielo tra le nubi non può non premiare quelli che soffersero il dolore fisico e morale, l’ingiustizia. In una poesia molto bella di Prevert si dice” Le foglie morte cadono a mucchi/come i ricordi e i rimpianti/ e il vento del nord porta via tutto/nella più fredda notte che dimentica…” I ricordi della guerra non possono venire cancellati, nessun vento può cancellare l’odore della morte che spirava in quel campo dove furono massacrati quei 22 repubblichini colpevoli d’aver fatto il loro dovere. Quale giustizia, quale verità dovremmo ricordare e raccontare a quelli che verranno. Quale giustizia, quale amore di patria sono quei partigiani che uccisero. Esiste il rimorso che tormenta gli animi. Scrive Gaetano Marabello in un suo articolo su Rinascita del 22 febbraio 2011  in un fatto di sangue dove vennero uccisi due camerati “ i due feriti sanguinanti sordi alle implorazioni di una madre, li trascinarono in riva al lago e , dopo averli seviziati, li gettarono nelle acque”. Naturalmente, ad oggi, nessuno ha pagato alla giustizia umana questo crimine. E persino quel pontile maledetto, dal quale i due furono scaraventati giù, non c’è più. Restano naturalmente quelle “fredde acque” del lago d’Iseo.

Esse, però, come ha scritto Vittorio Serini, anche se non riuscite a spegnerne la “ voglia di vivere “, non ne hanno potuto smorzare “l’onore e “ la fedeltà” che albeggiarono nei cuori di quei due “ fragili fiori”. Nessuno può spegnere una luce, nessuno “

Fonte: Azione Tradizionale.com