Cittadella | Edizione integrale a cura di AGA Editrice 


Titolo completo: Cittadella. Versione integrale

Autore: Antoine De Saint-Exupery

Anno: 2017

Pagine: 560

Il libro: «Perché io sono innanzi tutto colui che abita. Cittadella, mia dimora, io ti salverò dalle insidie del deserto e ti ornerò di trombe da ogni parte per suonare contro i barbari!».

«Il pensiero di Saint-Exupéry è filosofico, ma è talmente sottomesso al rigore della forma poetica che sfugge ad ogni sistema, e dirige quella difficile operazione che consiste nel conglobare vita e conoscenza in un medesimo atto di creazione. Saint-Exupéry, a differenza di altri scrittori contemporanei che “subiscono” o hanno “subito” il mondo moderno, lo ha “pensato”. È a questo titolo che si è innalzato spesso al livello intellettuale dei più influenti filosofi di questo mezzo secolo, mentre con la stessa disinvoltura dei poeti più grandi penetrava in quell’universo ove il sensibile eccede l’intellegibile»

«Se si considera l’indubbia similitudine concettuale di Cittadella con il Così parlò Zarathustra di Friedrich Nietzsche — entrambi poemi imperniatati sulla figura di un maestro che, con linguaggio poetico e parabolico, istruisce gli uomini indicando loro la via salvifica — è curioso notare come la data di nascita del francese (29 giugno 1900) rasenti la coincidenza con quella della morte del tedesco (25 agosto 1900): volendo giocare con le suggestioni, la si può leggere come una simbolica staffetta, se non un passaggio di testimone, tra un cantore e l’altro, entrambi profeti di una proposizione dell’Uomo nuovo o Uomo rinnovato nell’epoca della desacralizzazione dell’umanità».

[dall’introduzione di Maurizio Murelli]

Presenza di Virgilio | Robert Brasillach 

Le Edizioni all’insegna del Veltro, che da un po’ di tempo beneficiano, rispetto alle più “spartane” pubblicazioni del passato, del tocco elegante e dello stile grafico di Cristina Gregolin, hanno di recente messo a disposizione del pubblico italiano, nella traduzione e con le puntuali e utili annotazioni dell’editore, il primo libro scritto da Brasillach. Poeta civile per eccellenza, Virgilio è qui raccontato da un altro Poeta civile, uno degli ultimi grandi poeti che hanno percorso coerentemente il sentiero impervio della militanza politica, fino all’estremo sacrificio consumato per mano di un nemico indegno e senza onore; che, se possibile, ne amplifica la grandezza e il valore esemplare. Quest’opera giovanile di Robert Brasillach, infatti, nel momento in cui ci descrive la vita, allo stesso tempo semplice e magistrale di Virgilio, estrae dall’esempio del poeta latino elementi di perenne attualità, validi per ogni epoca e luogo, in grado di caratterizzare la figura dell’intellettuale engagé, pronto a mettere la propria opera al servizio di un’idea superiore ai piccoli interessi ed egoismi personali.

I biografi hanno voluto vedere in questo lavoro di Brasillach «un’intuizione di se stesso e del suo destino». E, in effetti, per alcune analogie fra narratore e narrato, puntualmente segnalate nell’Introduzione di Attilio Cucchi, si fa talvolta fatica a distinguere fra quello che fu Virgilio e quello che sarà Brasillach. Le suggestioni della gioventù contadina e i depositi nell’anima che ne derivano, che fanno il paio con il mito e il canto degli eroi, costituiscono un bagaglio per sempre acquisito. Dice l’autore, nel suo commiato a chiusura del volume, di non aver voluto scrivere un libro di storia letteraria. «Si è voluto che il lettore potesse cominciare questo libro come se si trattasse della storia d’un giovane italiano del 1930», nel periodo migliore del Fascismo trionfante e in prossimità della ricorrenza bi millenaria della nascita di Virgilio, essendo sua intenzione «di far leggere questa vita, finché è possibile, come una vita dei nostri tempi, è quello, bisogna confessarlo, che all’autore sta più a cuore (…) E Virgilio è un uomo dell’epoca presente».

L’impatto con Roma del giovane provinciale mantovano è descritto con colori vivi e palpitanti, mostrandoci un Virgilio travolto e confuso dalle mille suggestioni di una città così grande e così ricca di opportunità. Le occasioni di soddisfazioni materiali si incrociano con la ricerca di Maestri, dove il discernimento nelle scelte non può inizialmente che essere approssimativo. «La gioventù che cerca un maestro non cambia: essa ha bisogno di quello più duro e più esigente». Da qui le numerose infatuazioni, come quella più duratura per Lucrezio, e le prime convinzioni “materialistiche”. Al conflitto interno del giovane in formazione, corrisponde il conflitto esterno provocato dalla guerra civile fra Cesare e Pompeo. E mentre questi conflitti si alternavano e si sovrapponevano nella sua coscienza, a Virgilio morì il padre, colui «che gli aveva donato la vita, nostro solo possesso, e il rispetto delle cose che esistono e della loro cura minuziosa…».

Altrettanto decisiva l’esperienza di Napoli e la frequentazione delle sue scuole filosofiche, nonché la scoperta del meridione e del Sole. «Tutti coloro che avevano voglia del paradiso terrestre, lo venivano a cercare sulla costa napoletana». Virgilio comincia ad aprirsi a una visione universale, in cui le più antiche credenze degli uomini gli scorrevano davanti, e, se non era ancora il momento di Omero, era già tempo di incontrare Teocrito, col ritrovato gusto della natura trasfigurata in presenze divine e misteriose, che Virgilio aveva assimilato fin da piccolo. Cucchi, nella sua introduzione parla di un «sopraggiunto interesse per il soprannaturale, maturato dopo un viaggio in Sicilia»; e di fatto nei circoli da lui frequentati si rievocavano le vecchie profezie etrusche e le voci che provenivano dall’antro della Sibilla, il nuovo inizio del mondo e il ritorno dell’età dell’oro. «Ma soprattutto si credeva che il figlio di una vergine avrebbe salvato il mondo. Fossero i filosofi alessandrini, gli adoratori di Mithra o quei misteriosi ebrei così familiari a Filodemo di Gadara, tutti non parlavano d’altro che di questo figlio del miracolo. L’atmosfera più religiosa era forse quella collegata alla strana filosofia di Pitagora, quell’uomo straordinario che aveva intravisto il segreto del mondo, trovando nelle sue fondamenta il Numero e il Rapporto, e popolava l’universo di musiche perfette e di sogni erranti».

Intanto, a Roma viene assassinato Cesare, e la notizia e i particolari del fatto cruento sconvolgono e gettano nella costernazione Virgilio, che in lui aveva creduto e sperato. E mentre tutti si chiedevano chi avrebbe preso il suo posto, «in mezzo alle incertezze e ai temporeggiamenti, arrivò un giovane, quasi un ragazzo, gracile, astuto e cattivo: un ragazzo di diciannove anni, adottato per testamento, che si chiamava Ottavio». Virgilio, che aveva conosciuto Ottavio quando era uno scolaro, rientrò a Roma e assistette ai giochi funebri, ricchi di magnificenza e ordine. E quando chiese il nome di quei giochi, gli fu risposto: Sono i ludi troiani.  

Intorno al nuovo principe, Ottaviano, si costituisce un Gruppo, innanzitutto di amici (e fra questi Orazio sopra tutti), che si andrà via via delineando come gruppo operativo, ai vari livelli, corrispondenti alle competenze e ai campi d’intervento di ognuno dei suoi membri. Non un cenacolo, quindi, dalle implicazioni esclusivamente letterarie. «Un gruppo è qualcosa di più vivo e di più ampio, affine alla famiglia». Vera fratellanza spirituale, in cui l’atmosfera generale è dettata dal comune sentire e dal progetto di una missione da svolgere insieme. La medesima condizione creatasi in altre epoche e in altri luoghi, ma sempre all’insegna di un forte vincolo fraterno: dai Cercatori del Graal ai Fedeli d’Amore, dai creatori d’imperi ai fondatori di città; per giungere, in parte, ai primi nuclei fondatori dei fascismi europei, che Brasillach ebbe senz’altro presenti nel momento in cui scriveva: «Talvolta la squadra ha fortuna e passa tutta intera, armi e bagagli, alla posterità».

Il progetto di Ottaviano e del suo seguito era quello di ristabilire le tradizioni, assegnando al lavoro dei campi un motivo di nobiltà; per cui i manuali d’agricoltura sono al contempo proclami politici, come le Georgiche dove Virgilio elogia la continuità regale (anello d’una catena immortale) nella descrizione delle api: «Così, per quanto ristretti siano i limiti della loro vita/-Infatti non giunge loro più della settima estate-/Tuttavia la razza rimane immortale e per molti anni/Sta salda la fortuna della casa e si contano gli avi degli avi». Nel suo manuale d’agricoltura, coerentemente con l’idea di Ottaviano di ravvivare la religione nazionale, tutte le pratiche descritte corrispondono esattamente ad altrettante cerimonie religiose: «un vero credente, un vero fedele della religione si persuade che il vago amor mistico non è tutto e che esso acquisisce tutta la sua forza e tutte le sue sfumature attraverso le mille cerimonie prescritte dal rituale».

Era inevitabile che tutto questo dovesse infine confluire in un poema nazionale, in cui le origini di Roma sarebbero state riportate alla dimensione sacrale e mitica che le competeva. «L’eroe ch’egli aveva scelto era un uomo onesto privo di genio, ancora tutto impastoiato nei suoi orpelli epici, che gli stavano indicibilmente male. Ma quello non era un eroe epico. Era un uomo che fuggiva in cerca d’asilo, un uomo sul quale incombeva una missione terribile. Aveva delle qualità, poiché temeva gli dèi, gli piaceva capire, era buono, sapeva esser grave quando era necessario; assomigliava un po’ a Virgilio».

Forse questo è il punto del libro in cui l’identificazione di Brasillach con Virgilio è maggiore, nel momento in cui si stabilisce che un poeta è un uomo che deve servire, dedicandosi non più all’arte per l’arte, ma assumendosi il compito di svolgere una funzione morale, politica, religiosa, storica e educativa. Compito del poeta è offrire un modello ai giovani per far assumere loro l’impegno di fare grande la patria: «Allora invocava la gioventù attenta, le insegnava il coraggio e la durezza, le insegnava che quella passione, fatta di carne, la si difende con la propria carne».
Certo, gli intellettuali “organici” sono sempre esistiti, spesso acriticamente allineati e, più o meno, servili. Come lo stesso Brasillach ci insegna, col fascismo il fenomeno non è venuto meno, così come sotto ogni regime e forma di governo: soprattutto quelli democratici! Forse allora la grandezza o meno non va cercata nel personaggio, ma nell’idea al cui servizio ci si mette. Idee grandi fanno grandi i suoi servitori. Quello di Augusto fu un grande progetto di civiltà e rinnovamento spirituale, e per questo Virgilio ne fu un grande servitore. Così come altrettanto grande mostrò di essere il progetto fascista, rendendo altrettanto grande un suo coerente seguace come Brasillach. C’è un’età per l’amicizia, ed è questa età che viene cantata nell’Eneide, dove Virgilio proponeva «al politico la monarchia tradizionalista, con un lungo corteo di memorie; proponeva all’inquieto l’unione col mondo e la sottomissione a leggi che sottomettono tutti gli esseri viventi; proponeva a ciascuno l’amore, l’amicizia, il combattimento, la famiglia, anche se non conosceva esattamente tutti questi beni».

Conclusa la stesura del poema nazionale, si può dire che Virgilio aveva oramai adempiuto il suo destino, per cui morì un 21 settembre, all’arrivo dell’autunno. Data altamente significativa, introducendo un periodo di apparente oscuramento e declino di quello stesso Sole che Virgilio aveva scoperto percorrendo le terre del meridione. Ma altrettanto significativa ci appare la fucilazione di Brasillach, avvenuta la mattina del 6 febbraio del 1945, quando l’oscuramento per l’Europa apparirà oramai irreversibile; al punto che per percorrerne i luoghi “liberati” senza smarrire l’orientamento e la direzione , ancora oggi, servirebbe il ritorno del Virgilio dantesco, a far da guida sicura e sapiente precettore. 

Robert Brasillach, Presenza di Virgilio, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2015.