Buon compleanno Leon | Un leone attraversa la storia


“Una sola cosa conta: avere una vita valida, affinare la propria anima, aver cura di essa in ogni momento, sorvegliarne le debolezze ed esaltarne le tensioni, servire gli altri, spargere attorno a sè felicità ed affetto, offrire il braccio al prossimo per elevarsi tutti aiutandosi l’un l’altro. Compiuti questi doveri, che significato ha morire a trenta o a cento anni, sentir battere la febbre nelle ore in cui la bestia umana urla allo stremo degli sforzi? Che si rialzi ancora, malgrado tutto! Essa è là per donare la sua forza sino al logoramento. L’anima solo conta e deve dominare tutto il resto. Breve o lunga, la vita vale soltanto se noi non avremo da vergognarcene nel momento in cui occorrerà renderla”. 

Militia

Leon Degrelle 

15 Giugno 1906 – 2017

I nostri maestri|Léon Degrelle: La terra d’origine [parte terza]

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Noi possiamo pur essere leggeri, correre il mondo, smarrire l’anima: il suolo natale infonde nei nostri cuori un fluido che non siamo noi a creare e che ci domina.

E basta la voce di una stazione radio captata in un paese lontano, recata da onde indistinte, perchè ricordi, legami e leggi si liberino nuovamente, autentiche filigrane impresse in modo indelebile nella trama dei nostri giorni tormentosi.

Léon Degrelle, Militia

 

I nostri maestri|Léon Degrelle: l’agonia del secolo [vita retta]

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Coloro che esitano davanti allo sforzo sono coloro cui l’anima è ottusa. Un grande ideale dà sempre la forza di dominare il proprio corpo, di soffrire la fatica, la fame, il freddo. Che importano le notti bianche, il lavoro opprimente, gli affanni o la povertà! L’essenziale è avere in fondo al proprio cuore una grande forza che rianima e spinge avanti, che rinsalda i nervi, che fa pulsare a forti battiti il sangue stanco, che infonde negli occhi il fuoco ardente conquistatore. Allora più nulla dà sofferenza, il dolore stesso diviene gioia perchè esso è un mezzo in più per elevare il suo dono, per purificare il suo sacrificio.

La facilità addormenta l’ideale. Niente lo risveglia meglio che la sferza della vita dura: essa ci permette di cogliere la profondità dei doveri da compiere, della missione di cui occorre essere degni. Il resto non conta. La salute non ha alcuna importanza. Non si è sulla terra per mangiare in oario, dormire a tempo opportuno, vivere cent’anni od oltre. Tutto questo è vano o sciocco. Una sola cosa conta: avere una vita valida, affinare la propria anima, aver cura di essa in ogni momento, sorvegliarne le debolezze ed esaltarne le tensioni, servire gli altri, spargere intorno a sè felicità ed affetto, offrire il braccio al prossimo per elevarsi tutti aiutandosi l’u n l’altro. Compiuti questi doveri, che significato ha morire a trenta o a cento anni, sentir battere la febbre nelle ore in cui la bestia umana urla allo stremo degli sforzi?

Che si rialzi ancora, malgrado tutto!Essa è la per donare la sua forza sino al logoramento.

L’anima sola conta e deve dominare tutto il resto. Breve o lunga, la vita vale soltanto se noi non avremo da vergognarcene nel momento in cui occorrerà renderla.

Léon Degrelle, Militia

I nostri maestri|Léon Degrelle: l’agonia del secolo [parte seconda]

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Qui risiede l’agonia del nostro tempo.

Il secolo non sprofonda per mancanza di supporto materiale. L’universo non è mai stato così ricco, colmo di tanto benessere, grazie a un’industrializzazione di tale efficacia produttiva. Non vi sono state mai tante risorse, né tanti beni disponibili. E’ il cuore dell’uomo, solo lui, a versare in stato fallimentare. E’ per mancanza di fede e capacità di donarsi, che il mondo stesso si abbatte sotto i colpi che lo assassinano.

Il secolo ha voluto essere soltanto il secolo degli appetiti. il suo orgoglio lo ha perduto. Ha creduto nella vittoria della materia finalmente assoggettata dal proprio spirito. ha creduto nelle macchine, negli stock, nei lingotti sui quali avrebbe regnato sovrano. Egualmente, ha creduto nella vittoria delle passioni della carne spinte oltre ogni limite, nella liberazione delle forme più varie di godimento, moltiplicate senza posa, sempre più avvilite e avvilenti, fornite di una “tecnica” che in genere si rivela, solo alla fine, una accumulazione, senza grande immaginazione, di vizi tanto poveri da essere vuoti.

Dalle proprie conquiste, o più esattamente dai propri errori, e poi dalle proprie cadute, l’uomo ha tratto piaceri che gli apparivano sommamente eccitanti all’inizio, e che erano in effetti solo veleno, fango, oro falso.

Per quest’oro falso, questo fango, questo veleno, l’uomo e la donna avevano abbandonato e profanato, con i loro sogni e i loro corpi devastati, la gioia interiore, la gioia autentica, il grande sole della gioia autentica. Le vampate di piacere del possesso – materiale o carnale – dovevano, prima o poi, dissolversi perché illusori, viziate sin dall’inizio, e viziose sempre più.

Al cuore dei temporanei vincitori di queste sterili aste è rimasta soltanto la passione di prendere, di prendere in fretta, vampate di ira che li spingono contro tutti gli ostacoli, aliti di odori dolciastri di decadenza appiccicati alla loro vita devastata e fradicia. Frivoli, vuoti, con le mani a penzoloni, essi non vedono neanche giungere il momento in cui l’opera fittizia del loro tempo sprofonderà.

Essa sprofonderà perché è contro le leggi stesse del cuore; e – diciamola, questa grande parola – contro le leggi di Dio. Lui solo, per quanto se ne sia riso, dava al mondo il suo equilibrio, orientava le passioni, apriva loro le chiuse del dono completo e dell’amore autentico, suggeriva un senso ai nostri giorni, quali pur fossero le nostre ore e le nostre sciagure. Si potranno convocare tutte le Conferenze del mondo,  ammassare a branchi Capi di Stato, gli esperti economici e i campioni di tutte le tecniche. Essi risponderanno. Decreteranno. Ma, in sostanza, non riusciranno perché l’essenziale lo sfioreranno soltanto.

La malattia del secolo non risiede nel corpo. Il corpo è malato perché l’anima è malata. E’ questa che occorreva, che occorrerà – costi quel che costi – guarire e nuovamente vivificare. In ciò consiste la vera, la grande rivoluzione da fare. Rivoluzione spirituale. O fallimento del secolo. La salvezza del mondo risiede nella volontà delle anime che credono.

Léon Degrelle, Militia

I nostri maestri|Léon Degrelle: l’agonia del secolo [parte prima]

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Amare? Perché amare?

L’essere umano si è barricato dietro il proprio egoismo e il proprio piacere. La virtù ha abbandonato il suo canto naturale. Ci si burla dei suoi vecchi riti. Le anime soffocano. Oppure esse sono state liquidate dietro lo schermo delle abitudini e delle convenzioni. La felicità è divenuta, per l’uomo e per la donna, un mucchio di frutti che essi divorano in fretta e in cui affondano rapidamente i denti e basta, per poi ributtarli alla rinfusa – corpi rovinati, anime rovinate -, una volta esaurita la frenesia passeggiera, in cerca già di altri frutti più eccitanti o più perversi. L’aria e carica di tutti i rinnegamenti morali e spirituali. I polmoni aspirano invano a un alito di aria pura, alla freschezza di uno spruzzo di mare rasente la sabbia.

I giardini interiori dell’uomo hanno perduto i loro colori e i loro canti di uccelli. L’amore stesso, anch’esso non si dona più. Che cosa rimane ancora dell’amore, la più bella parola del mondo, avvilita al rango di passatempo fisico, istintivo e interscambiabile?

Pure, la sola felicità risiedeva nel dono, la sola felicità che consolava, che inebriava come il profumo intenso dei frutti delle foglie d’autunno. La felicità esiste solo nel dono, nel dono completo; il suo disinteresse gli conferisce i sapori dell’eternità; esso ritorna alle labbra dell’anima con una soavità immateriale.

Donare! Aver visto gli occhi che brillano per essere stati compresi, colpiti appagati!

Donare! Sentire le grandi onde di felicità che fluttuano come acque danzanti su di un cuore pavesato all’improvviso di sole!

Donare! Aver colto le fibre segrete che tessono i misteri della sensibilità!

Donare! Avere il gesto che consola, che toglie alla mano il suo peso di carne, che consuma il bisogno di essere amato! Allora il cuore diventa leggero come il polline. Il suo piacere si innalza come il canto dell’usignolo, voce ardente che nutre le ombre. Noi brilliamo di gioia. Abbiamo vuotato questa potenza di felicità che non avevamo ricevuto per noi, che ci colmava, e noi dovevamo riversarla: così come la terra che non può contenere all’infinito la vita delle fonti e la lascia prorompere sotto i crochi e le giunchiglie, o nelle fenditure delle verdi rocce.

Ma da mille fessure disseccate le fonti spirituali hanno cessato di sgorgare. La terra non riversa più questo dono che la rigonfiava. Essa trattiene la propria felicità. la soffoca.

Léon Degrelle, Militia

I nostri maestri|Léon Degrelle: Il fuoco e le ceneri [parte quarta]

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Questi pensieri, questi fantasticari non sono neanche ordinati. Non li ho conclusi in uno schema. E’ il colmo. Ma non mi sono messo a tavolino come uno scrittore qualificato e metodico. Non ho scritto il “manuale dell’idealista” capitolo dopo capitolo, misurando tutto, dosando tutto. No: niente di simile, niente di tutto ciò. Che fare? 

Le tensioni dell’anima non si graduano come il getto di un apparecchio a gas. La speranza, la passione, l’amore, la fede, il dolore, la vergogna, mi dettano gli scritti che io in particolari momenti gettavo agli uomini, perché li sentivo allora con maggiore intensità. A volte questo avveniva al culmine della mia attività politica. A volte nell’abbandono, nel fango, nel freddo della mia vita lontana di soldato, sofferente nell’immensità del fronte dell’Est. Ma l’anima che viveva queste tensioni seguiva un filo conduttore invisibile a molti: esso era l’arteria che alimentava spiritualmente la mia esistenza. Così queste note non sono poi tanto disorganiche: esse esprimono gli alti e i bassi di un’anima in mezzo ad altre anime, ognuna delle quali ha i propri alti e bassi

Certo, lo spirito arrivato alla “saggezza” inalterabile del cinismo può dominare col sorriso i gelidi marmi del proprio cimitero interiore, e incidere su di essi i suoi rilievi con stile impassibile. ma il fuoco invece, ha fiamme diverse: si alza, si abbassa, rinasce, si avventa. Questo libro è di fuoco, con le esaltazioni del fuoco, gli eccessi del fuoco. Se almeno potesse averne beneficio il calore! Se le anime potessero trovare vicino a lui conforto e vigore, come li trova nel meditare alla sera, presso a un gran fuoco di legna quasi silenzioso. le vibrazioni della sua vita potente penetrano; e si irradiano; e si raccolgono. Esse si offrono completamente, si abbandonano totalmente. il dono, il vero dono è così: l’annientarsi fino all’ultima favilla.

Qui, nel mio caso particolare, si tratta soltanto di un fuoco morto. La mia vita si è schiantata in abissi, è stata sommersa dalle onde di fondo che hanno ricoperto tutto.

ma io voglio credere, malgrado tutto, che queste tensioni che animano le azioni di un uomo già morto agli occhi della maggioranza degli uomini – pur quando egli ha la disgrazia di vivere ancora per sé – potranno ancora raggiungere spiritualmente, qua e là nel mondo, dei cuori ansiosi…

Ricordo tre parole che un giorno aveva decifrato su una tomba di marmo nero giù a Damme in Fiandra, dietro una chiesa della mia patria perduta: ETSI MORTUUS URIT.

“Seppur morto, egli arde…”

Possano queste pagine, ultimo fuoco di quel che io fui, ardere ancora un momento, riscaldare ancora un istante le anime possedute dalla passione di donarsi e di credere: di credere malgrado tutto, malgrado la disinvoltura corrotti e dei cinici, malgrado il triste gusto amaro che ci lasciano nell’anima il ricordo delle nostre colpe, la coscienza della nostra miseria e l’immenso campo di rovine morali di un mondo che, sicuro di non avere più bisogno di salvezza, da questo trae motivi di gloria, ma deve lo stesso essere salvato. Deve più che mai essere salvato.

Léon Degrelle, Militia

I nostri maestri|Léon Degrelle: Grandezza [parte seconda]

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“…Tante persone soddisfatte si lamentano sempre, trovano tutto sgradevole: non sanno mai rallegrarsi sinceramente di nulla!

Tutto sembra loro noioso perché non si donano mai, perché accolgono ogni istante – in cui occorrerebbe offrire una parte di sé stessi – con l’intenzione ben ferma di dare solo l’indispensabile, e anche questo a malincuore.

Tutto è questione di donare.

Gli uomini felici son coloro che si donano.

Gli insoddisfatti, coloro che soffocano l’esistenza in un perpetuo tirarsi indietro, chiedendosi continuamente che cosa stanno per perdere.

Virtù, grandezza, felicità, tutto ruota attorno a questo: donarsi! Donarsi completamente , sempre. Fate ciò che si deve: generosamente, con il massimo impegno, anche se l’oggetto del dovere è senza grandezza apparente.

Dovunque si sia, in alto o in basso, uomo o donna, il problema rimane sempre il medesimo: è il donare che rende le anime chiare o torbide.”

Leon Degrelle, Militia

I nostri maestri|Léon Degrelle: Grandezza [parte prima]

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XXIV. Grandezza

Sovente è nel fare, con la massima nobiltà, mille cose spossanti che si è grandi. 

Tendere mille volte la propria anima, ogni giorno, a servizi di poco conto, riesce infinitamente più difficile che darle un brillante impulsoper un avvenimento di notevole spicco. 

Il merito è esiguo in tal caso. Soltanto la vastità dell dell’occasione passeggera dà all’animala forza di agire, il desiderio di sorprendere, permettendoci inoltre di nutrire la più alta opinione di noi stessi. Si può riuscire a meraviglia in una grande cosa, e rimanere lontani dalla vera grandezza. La grandezza è la nobiltà dell’anima che si adopera, ed effonde per ciascuno dei nostri doveri, sopra tutto quando essi appaiono privi di tutto quel che potrebbe nutrirela nostra vanità quotidiana.

Per la donna come per l’uomo

Per una donna la grandezza sta sovente nel dedicarsi, istante dopo istante, a doveri silenziosi anche se banali. Eppure, chi l’ammirerà? Chi conoscerà le mille battaglie combattute, nel fondo del suo cuore, contro la pigrizia, l’orgoglio, il canto delle passioni, la mollezza che richiama l’anima e il corpo verso le calde sabbie della vita facile? Colei che nonostante tutto questo va avanti, resiste, progredisce, è grande perchè il dono di sé stessa è stato totale – senza il bisogno del richiamo di illusioni!”

Leon Degrelle, Militia

I nostri maestri|Léon Degrelle: L’anima sola conta e deve dominare tutto il resto

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Coloro che esitano davanti allo sforzo sono coloro la cui anima è ottusa. Un grande ideale dà sempre la forza di dominare il proprio corpo, di soffrire la fatica, la fame, il freddo… la facilità addormenta l’ideale. Niente lo risveglia meglio che la sferza della vita dura: essa ci permette di cogliere le profondità dei doveri da compiere, della missione di cui occorre essere degni. Il resto non conta. La salute non ha alcuna importanza. Non si è sulla terra per mangiare in orario, dormire a tempo opportuno, vivere cent’anni od oltre. Tutto questo è vano e sciocco… l’anima sola conta e deve dominare tutto il resto. Breve o lunga, la vita vale soltanto se noi non avremo da vergognarcene nel momento in cui occorrerà renderla.

Léon Degrelle, Militia

I nostri maestri: Leon Degrelle > Il valore della vita

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«Occorre pensare continuamente al valore della vita. Questo è lo strumento ammirevole postoci nelle mani per forgiare la nostra volontà, elevare la coscienza, edificare un’opera di intelletto e di cuore. La vita non è una forma di tristezza, ma di gioia fatta carne. Gioia di essere utile. Gioia di domare quel che potrebbe macchiarci o sminuirci. Gioia di agire o di donarci. Gioia di amare tutto quel che vibra, spirito e materia, perché tutto, sotto l’impulso di una vita retta, eleva, allegerisce, anziché pesare».

Leon Degrelle

I nostri maestri: Leon Degrelle, Militia

Flagge Wallonie 1_ Kompanie„Il secolo non sprofonda per mancanza di supporto materiale. L’universo non è mai stato così ricco, colmo di tanto benessere, grazie a una industrializzazione di tale efficacia produttiva. Non vi sono state mai tante risorse, né tanti beni disponibili. È il cuore dell’uomo, solo lui, ad essere in stato fallimentare. È per mancanza di amore, è per mancanza di fede e capacità di donarsi, che il mondo stesso si abbatte sotto i colpi che lo assassinano. (Leon Degrelle, Militia, pg. 27)“

 

Léon Degrelle [ in memoriam]

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“Morire vent’anni prima o vent’anni dopo poco importa, quel che importa è morir bene, soltanto allora inizia la vita.
Semplice soldato, io posso morire domani, l’umiltà della mia sorte nella vita del fronte mi prepara meglio a una tale conclusione, non essendo vissuto come un santo vorrei morire con l’anima più possibile “in ordine”. Ho forse i giorni contati? Occorre quindi moltiplicare le occasioni per purificarsi. Un tempo avevo vagheggiato una lunga malattia per prepararmi alla morte, ma ciò sarebbe avvenuto in un’atmosfera di consunzione. Qui, invece, è nella potenza, nella pienezza della volontà che viene offerta la mia preparazione.
Mi rendo conto della mia possibilità, ritornerò forse vivo, più vivo di prima? In ogni modo, questa grande ritirata che la vita o la morte chiuderà, sarà una benedizione. Io ne godo liberamente, con pienezza, come un sole sostentatore magnifico. Perchè dovrei tremare sotto i suoi fuochi? L’eroismo sta nel rimanere in piedi, lottare, l’essere sempre vigili gioiosi e forti, nelle miserie senza nome e senza storia del fronte, in mezzo al fango, agli escrementi ed ai cadaveri, all’aria pesante di acqua e neve, ai campi sterminati ed incolori, all’assenza totale di gioia esteriore.”

Léon Degrelle 31/03/1994 – 31/03/2014

Dal Fronte dell’Est

“Sono le collettività a venir aspirate dal vortice dei desideri impos­sibili: desiderio di possedere – cioè di prendere -, desiderio di essere il primo – cioè di colpire -, desiderio di fondare la propria potenza sul­la materia, cioè di soffocare e di eliminare lo spirituale, mediante sforzi Canto più inutili, in quanto l’umano si scioglie nella stretta e lo spirituale sempre risorge, come un rimprovero, o come una maledizione.

L’abiezione ha superato le cerchie elevate delle elite per guadagnare le vaste cerchie delle masse raggiunte – anch’esse, questa volta – dalle onde propagate all’infinito dall’invidia, dall’ambizione, dagli pseudo-piaceri che sono soltanto caricature della gioia.

L’acqua limpida dei cuori si è intorbidita sino agli strati più profondi. Il fiume degli uomini trasporta un diffuso odore di fango.

Il disordine del secolo ha sconvolto tutto quel che un tempo era luce e voli a tuffo di rondini nei canneti.

Gli uomini e i popoli si guardano dall’alto in basso, l’occhio violento, le mani segnate da marchi infamanti e dai morsi che vi hanno lasciato le prede ardenti rapidamente invilite.

Ogni giorno il mondo è più egoista e più brutale.

Ci si odia tra uomini, tra classi, tra popoli, perché tutti si accaniscono nella ricerca di beni materiali il cui possesso furtivo rivela il nulla.

Ma tutti rinunciano ai beni – alla portata d’ognuno – dell’universo morale e dell’eternità spirituale.

Noi corriamo smarriti, la fronte insanguinata per aver cozzato contro tutti gli ostacoli, per strade di odio, o di abiezione, o di follia, urlando le nostre passioni, avventandoci contro tutti, per essere i soli ad afferrare quel­lo che tuttavia non sarà mai afferrato.”

Lèon Degrelle, Militia (1941-1945 Dal fronte dell’Est)