I cattolici grillini sono serviti | Gianfranco Amato


 7 aprile 2017 

 Gianfranco Amato
Quale fosse il nuovo corso dell’amministrazione comunale di Torino con la “sindaca” grillina Chiara Appendino lo si era capito subito. Fu proprio lei, infatti, a vantarsi di aver assunto, quale prima decisione simbolica, quella di declinare la parola famiglia al plurale. In tutti gli atti della città, compresa l’iscrizione all’asilo nido, il sindaco di Torino ha imposto di parlare di “famiglie” in modo da racchiudere in questo concetto qualunque tipo di unione: dalle coppie omosessuali alle unioni civili. E non è un caso che la guida del neo assessorato alle Famiglie sia stata affidata a Marco Alessandro Giusta, ex presidente di Arcigay, il quale se ne uscì, appena nominato, con questa dichiarazione: «Il passaggio dal concetto di famiglia a quello plurale di famiglie negli atti dell’amministrazione non è solo una questione nominalistica, ma un cambio di approccio che consiste nel dare un nome alle cose, a quelle realtà che già esistono e che non trovano un riconoscimento nemmeno nel linguaggio».

Ma il nuovo corso dell’amministrazione torinese a 5 stelle non si è fermato alla rivoluzione grammaticale del termine famiglia.

L’Appendino è andata avanti in maniera tranchant contro tutto ciò che ha il minimo sentore di cattolico e odora d’incenso.

Ora, infatti, è toccata anche alle scuole paritarie. Chiara ha deciso di tagliare del venticinque per cento i contributi previsti proprio per quelle scuole. Un vero e proprio colpo che rischia di compromettere definitivamente la già precaria situazione di quella realtà educativa, e che ha fatto dire all’Arcivescovo di Torino di essere «sorpreso e amareggiato». Ora, con tutto rispetto per Sua Eccellenza, che sia amareggiato lo si può comprendere, ma sulla sua sorpresa ci permettiamo di nutrire qualche perplessità.

Tutti sapevano, infatti, prima di votare, che Federica Patti, assessore all’Istruzione, fosse sostenuta dalla lobby anticlericale che intendeva affossare le scuole materne paritarie. Come ha spiegato bene il consigliere d’opposizione Silvio Magliano in un’intervista rilasciata a “Tempi” il 21 luglio 2016, nel programma elettorale dell’Appendino non è stata prevista neppure una benché minima citazione delle cinquantasei scuole paritarie, proprio per l’espressa opposizione di Federica Patti da sempre contraria a riconoscere l’importanza di quelle scuole. Un’opposizione sostanzialmente ideologica, promessa prima delle elezioni e mantenuta dopo la vittoria. Che la questione di bilancio, poi, sia meramente pretestuosa lo dimostra il fatto che i tagli non hanno minimamente scalfito altre spese decisamente più superflue, come quelle relative alle auto blu degli assessori. Lì non si è risparmiato neppure un euro. Anche su quest’ultimo punto qualcuno ha giustamente ricordato gli slogan demagogici di Luigi Di Maio e gli altri grillini sui tagli alle spese della cosiddetta “casta”, che evidentemente non valgono più quando ad entrare nella casta sono proprio loro.


Pure sulla famiglia Chiara lo era stata di nome e di fatto. Nel programma presentato in campagna elettorale, infatti, l’Appendino aveva messo nero su bianco l’impegno a modificare lo Statuto della Città per introdurre il riconoscimento formale del concetto di “famiglia omogenitoriale”, una mossa che ha portato, tra l’altro alla dicitura “Genitore 1” e “Genitore 2” sui moduli scolastici e sugli altri atti che riguardano le famiglie con figli.

Anche questo lo sapevano tutti prima di votare. Persino quei cattolici, parroci compresi, che hanno votato convintamente per il MoVimento 5 Stelle. Magari con la buona intenzione di punire Renzi.

Bene ora questi cattolici, parroci compresi, sono serviti!

Povera città di don Bosco. Ma, del resto non ci si deve meravigliare che questo sia accaduto proprio a Torino. Vittorio Messori nel suo libro “Il Mistero di Torino”, ha scritto che durante la visita di San Giovanni Paolo II alla Città della Mole, nel 1988, lo stesso Papa proferì queste parole: «La città di Torino era per me un enigma. Ma, dalla Storia della Salvezza, sappiamo che là dove ci sono i Santi entra anche un altro che non si presenta con il suo nome. Si chiama il Principe di questo mondo, il Demonio». A Torino questo Principe è di casa. E a volte ama pure travestirsi con un grembiulino e tenere in mano un compasso.


Sempre durante quella famosa visita, e precisamente il 4 settembre 1988, in Piazza Santa Maria Ausiliatrice il Papa Santo invitò Torino a convertirsi.

Beh, dopo ventinove anni, pare proprio che quell’invito, purtroppo, sia caduto nel vuoto.

Preghiamo per Torino e per i torinesi.

Gianfranco Amato

Il direttore risponde: Massomafia, la massoneria protesta ma è realtà antica e problema vero | Il Direttore di Avvenire risponde al Gran Maestro


Che la Chiesa negli ultimi anni sia stata piuttosto tenera con la massoneria, è fuor di dubbio, è altrettanto vero però, che una risposta del genere non è consueta e fa ben sperare. D’altra parte, si nota come la massoneria non gradisce certi accostamenti e, non essendo probabilmente abituata ad essere messa all’indice, reagisce in modo spigolosetto. Strano per gente che è abituata, a suo dire, a migliorare se stessa e far bene all’umanità, uscisse allo scoperto, si dichiarasse. Che ragione c’è a tenere tutto segreto.  

Centro studi Aurhelio

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La lettera di protesta del Gran Maestro del GOI

Egregio direttore.scrivo questa lettera con grande turbamento e profonda indignazione per quanto ho letto sul suo giornale in un commento di Davide Imeneo pubblicato il 13 luglio scorso dal titolo «Chiamiamola massomafia». Mi duole veramente dirlo ma credo che in questa occasione siano stati superati tutti i limiti del buonsenso e della libera opinione. L’articolista nel raccontare l’inchiesta giudiziaria in corso in Calabria e citando alcune dichiarazioni di pentiti avvalora in chi legge e quindi nell’opinione pubblica una tesi, quella della n’drangheta ormai confluita nella Massoneria, anzi «sotto la Massoneria» che è veramente un pugno nello stomaco per tutti quei fratelli che orgogliosamente e nella piena legalità e trasparenza lavorano secondo i nobili principi della Libera Muratoria Universale per migliorare se stessi e l’Umanità non certo intrallazzando con la criminalità organizzata o addirittura facendola confluire direttamente all’interno dell’Istituzione. Simili accostamenti sono totalmente arbitrari ed estremamente preoccupanti per tutti i massoni delle Obbedienze regolari. Totalmente inaccettabile è poi il fatto che venga coniato un termine «massomafia» che marchia in modo inaccettabile, infamante e totalmente falso una Istituzione che con la Mafia non ha nulla da spartire. Le parole sono come macigni e prima di scriverle bisognerebbe usare la massima cautela. Noi liberi muratori del Grande Oriente d’Italia pretendiamo solamente rispetto, una parola che purtroppo nell’odierna società e nel continuo e devastante decadimento dei valori sta scomparendo dal vocabolario dell’umana intelligenza, e non di essere infangati ed offesi per colpe che non abbiamo ed esposti ai pericoli di folli vendicatori. Pertanto, nel respingere in toto quell’aberrante parola – «massomafia» – e nel rimanere amareggiato per l’increscioso passaggio dell’articolo confido che in futuro, nella più ampia libertà di critica e di opinione, la massoneria non venga ancora additata con un neologismo che non merita e che ne lede l’immagine e la sua grande opera per il bene e non il male dell’umanità.

Stefano Bisi, gran maestro del Grande Oriente d’Italia

Palazzo Giustiniani

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La risposta del Direttore di Avvenire, Marco Tarquinio

Capisco il suo punto di vista, gentile dottor Bisi. E so che è espresso con genuina intenzione, visto che ho avuto modo di conoscerla quando io non ero direttore, lei non era ciò che è oggi ed entrambi eravamo giovani cronisti in un giornale diffuso nella viva provincia italiana tra Umbria e Toscana. Ma penso che nel suo ruolo di Gran Maestro del Goi-Palazzo Giustiniani, ovvero della più numerosa comunione massonica italiana (le stime parlano di almeno 22mila iscritti), lei possa e debba dolersi soprattutto del fatto che affiliati alla ’ndrangheta siano o siano stati anche “fratelli” accettati e riconosciuti in logge massoniche (non sono così esperto della materia da dirle di quale “obbedienza”). E penso anche che possa e debba indignarsi per ben altro e cioè per la verifica da parte della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria del collegamento strutturale tra i gruppi malavitosi che gli atti dell’inchiesta “Fata Morgana” (maggio 2016) definiscono la «’ndrangheta militare» e la «’ndrangheta massonica» illustrandone l’interazione a partire dalla fine degli anni 70 del secolo scorso. Parole e concetti che ricorrono decine di volte negli atti e anche in un illuminante video del Ros dei Carabinieri visibile su internet ( https://youtu.be/3EfZSp1kFkI ). E che appena ieri, sabato 16 luglio, abbiamo dovuto rimettere in pagina dando conto di una nuova riuscita operazione antimafia. Si tratta, come sinceramente spero, di personaggi di una «massoneria deviata»? C’è da augurarsi che emerga. E perché questo accada è necessario che lo si dica, lo si denunci: quei «liberi muratori» non vanno solo smentiti, vanno sconfessati. Per questo – e per come la conobbi ritengo che lei se ne renda perfettamente conto – servono dosi serie di chiarezza e di trasparenza, e il coraggio della ramazza. Che non va usata di certo per mettere la polvere (in questo caso da sparo, o di sporchi affari) sotto al tappeto. Serve, insomma, la stessa sana fatica che altre realtà – civili e anche ecclesiali – affrontano a causa dei “tradimenti” e delle “sporcizie” che emergono al loro interno. Anche così si affianca con efficacia la battaglia per la giustizia della magistratura, delle forze dell’ordine, della buona politica e della vera società civile.

E vengo al termine «massomafia», che tanto la inquieta e che lei considera un «neologismo». In verità non una nostra creazione. È una citazione. È infatti il frutto della fulminante intuizione e sintesi di Giovanni D’Urso, urbanista, accademico, insigne e generoso protagonista della lotta alla mafia, fondatore nel 1984 dell’associazione “I Siciliani” per rendere omaggio e continuare l’impegno di Pippo Fava, grande e scomodo cronista e intellettuale assassinato in quello stesso anno dai sicari di “cosa nostra”. Mi creda, gentile dottor Bisi, «aberrante» non è il termine «massomafia» riproposto con asciutta lucidità nel commento del nostro editorialista, ma la realtà di comitati d’affari e di intrecci tra logge e ’ndrine (o cosche o clan) che esso descrive. Una realtà criminale che non dubito sia diversa dalla massoneria che lei rivendica con orgoglio di rappresentare, ma che purtroppo esiste e inquina da gran tempo e in diverso modo la vita del nostro Paese. La massomafia c’è, eccome: va riconosciuta, portata allo scoperto e sconfitta. A ognuno, massoni compresi, spetta di fare fino in fondo la propria parte. Senza paura delle parole, a viso aperto.

Nuovi milioni di disoccupati in vista: siamo pronti | Maurizio Blondet

  
I media hanno finalmente scoperto che 62 ricchi hanno la ricchezza della metà dell’altra popolazione del mondo. Grazie ad Oxfam, la ong inglese, possono pubblicare dati come se fossero una sorpresa. 7 milioni di italiani, l’11,5% della popolazione, vivono in “grave deprivazione materiale”, e nel 2004 erano solo, si fa per dire, il 6,4 per cento: è stato quasi un raddoppio. Il numero di quelli che, pur avendo un lavoro, sono poveri, è parimenti cresciuti: dall’8,9 all’11per cento. Nel complesso 22 italiani su cento sono miseri, e il loro numero è aumentato- Nello stesso periodo, è triplicato il numero dei miliardari in Italia: erano 13 nel 2004, sono 39 oggi a possedere almeno mille milioni di euro. Ciò mentre il paese ha perso il 25 % delle attività economiche a cominciare dall’entrata nell’euro e poi nella grande depressione dal 2008.La politica dei governi ha solo aggravato le disuguaglianze. Se questi sono stati l’effetto generale del capitalismo globalizzato in tutto il mondo, la particolarità italiana sta nel fatto che è il paese peggio governato dalla UE. E non date la colpa (solo) ai governi; è la Casta multiforme e parassitaria, esemplificata da direttori generali di ministeri con stipendi pari a quello del presidente Usa, o apparati regionali criminosi, che si sono pagate profumatamente per la mancata distribuzione, l’incompetenza, il saccheggio dei produttori.

Fra le cose che non si sottolineano abbastanza, c’è la rivelazione che questa disparità estrema della ricchezza costa 7 punti di Pil: la celebrata “efficienza” del capitalismo senza freni è una reale e concreta palla al piede dell’economia.

Il punto che noi siamo arrivati con questa condizione sociale nel secondo avvitamento della recessione innescata nel 2008 coi subprime americani. Il crollo delle banche italiane, che fa’ stupidamente godere quelli che “il papà della Boschi si è fatto consigliare da Carboni” ( la Massoneria governa le banche toscane dai tempi in cui i Savoia cacciarono il Granduca; mazziniani come Augusto Duchoqué furono al centro del cosiddetto “trasformismo creditizio” a capo della Banca Nazionale Toscana, e al patriota Giacomo Alvisi, con le sue Banche del Popolo social-mazziniane, dobbiamo la prima bolla in cui lasciarono le penne i lavoratori toscani rossi, che ci avevano creduto: niente di nuovo sotto il sole), dicevo la fuga degli “investitori” dalle banche toscane e dai loro titoli a interessi quasi zero, che ha messo a nudo i 200 miliardi di crediti marci del sistema bancario italiano, sono solo la risacca locale del crollo globale in corso.

Nelle prime due settimane del 2016 sono collassate le azioni di Wall Street, collassati i mercati cinesi; si inabissano gli emergenti, precipitano le borse dei petrolieri arabi, cade la Russia in un attimo. Cadono anche i mercati dove le banche centrali pompano liquidità a perdifiato, o dove impongono interessi negativi per i depositi; misure del tutto inefficaci nella colossale tempesta perfetta innescata.

In Usa, la menzogna della ripresa non regge più, e i titoli crollano. “La menzogna consensuale è svanita, qualcosa di grosso è cambiato”; avverte l’analista Wolf Richter. “E’ arrivato il mostro della deflazione, è davvero arrabbiato”, annuncia Chris Martenson, un altro.

Svanita la menzogna “consensuale”, gli operatori Usa scoprono per esempio che le azioni Intel (i microchip)son cadute di oltre il 9% in un colpo; ma come, anche la grande sofisticata industria avanzatissima? La realtà è che il business del digitale è nel pantano. -16% le vendite di PC. Basta dire che a Taiwan – la centrale dell’industria, dove si fabbricano e progettano semiconduttori del mondo intero – ha oggi una disoccupazione al 12 per cento, pari a quella italiana.

Cosa è successo? Quello che il capitalismo fa’ succedere in modo ricorrente, se lasciato agire liberamente: il 1929. La grande depressione, a deflazione maligna. Il motivo è spiegato da una tabella. Riguarda gli Stati Uniti? No, il mondo intero:

Il debito è cresciuto il doppio del Pil

La finanza, mentre toglieva potere d’acquisto ai salari, ha finanziato la “crescita” indebitando i salariati, gli imprenditori, gli stati, il mondo. Risultato: il debito è salito del doppio rispetto alla crescita del Pil. E’ facile capire che se tu prendi prestiti per il doppio dei tuoi guadagni, finisci presto a far la fila alle mense Caritas.

E’ la grande ricaduta, come nel ‘37

I segnali c’erano, e da anni: il calo tremendo dei traffici marittimi segnalati da Baltic Dry Index. Da molto temo la Cina ha preso a “esportare deflazione” nel mondo, svendendo la sua sovrapproduzione, poniamo, di alluminio e acciaio che le sue industrie non assorbono più, e cessando di comprare rame come prima,facendone calare il prezzo. Ma non basta: un giorno gli storici del futuro (se ci sarà un futuro) si domanderanno per quale malvagia idiozia le grandi potenze, tutte insieme – in un clima mondiale di per sé deflattivo da fine del ciclo del debito- si sono messe ad applicare attive politiche per aggravare la deflazione. La monarchia saudita guidando con la sovrapproduzione follemente volontaria,

il calo storico del prezzo del greggio, da 100 a 28 dollari, per distruggere lo shale americano, mettere in difficoltà i russi e contrastare il concorrente-nemico Iran. Washington che sceglie proprio questo momento per far tornare l’Iran all’onore del mondo, in cui gli ayatollah non vedono l’ora di rovesciare milioni di barili del loro greggio, deprimendone i prezzi a livelli che un giorno saranno considerati suicidi. Non bastasse, gli Usa hanno provocato il caos in una parte notevole del mondo, che ha cessato di essere un “mercato” di consumo o luogo di attrazione del turismo; hanno imposto (all’Europa) sanzioni alla Russia che provocano recessione a questa e a quella, con riduzione di consumi. La Unione Europea a guida germanica ha dato il suo decisivo contributo alla deflazione imponendo austerità, il pareggio di bilancio degli stati, il rientro dai debiti, taglio dei salari come unica via per riacquistare competitività mondiale. La cancelliera Merkel passerà alla storia (se ci sarà una storia) come quella che ricalcò le orme del cancelliere Heinrich Bruening, che nel 1930 “curò” la crisi economica (nata dall’America, 1929) e la disoccupazione galoppante con fori riduzioni delle spese dello stato, aumento dei dazi doganali, tagli ai sussidi di disoccupazione (“così quei fannulloni si metteranno a lavorare”) e, nel ’31, “decretò una riduzione generale dei salari, che furono tagliati del 15%” per rendere più competitivi i lavoratori. A quel punto, non-lavoratori: sette milioni di salariati, un terzo della forza produttiva di allora, aveva perso il lavoro, perché le loro industrie, aggravate da costi incomprimibili (leggi: gli interessi sui debiti contratti con la finanza, tasse, ammortamenti ed affitti) cessarono di pagare i debiti, e anche le banche fallirono con loro.

Poi, venne Hitler e il risanamento dell’economia con i metodi creativi del banchiere Schacht, ariano d’onore. Per gli americani, la politica di Roosevelt fallì nel 1937, quando –come oggi – un piccolo tentativo della Fed di alzare i tassi (l’occupazione era un poco migliorata) provocò un nuovo collasso più tragico del ’29 dei mercati azionari (il Dow Jones crollò del 46%!), una nuova recessione, fallimenti a catena di imprese, e i disoccupati aumentarono dal 14 a quasi 20%.

Nel 1937 il Dow Jones crollò, come oggi

La crisi che si apre è molto più grave (allora la Cina non esisteva come mercato né produttore ed esportatore di disordine finanziario), e di lunga durata, perché stavolta nessun dittatore “populista” potrà prendere il potere ad imbavagliare la finanza speculativa e il Bruening del nostro tempo; sicché anche noi avremo altri milioni di disoccupati. Che si andranno ad aggiungere a quelli rimasti sul lastrico dalla crisi del 2008 debitamente aggravata dalle ricette di austerità diligentemente applicate da Monti e Bersani per conto di Bruxelles e di Draghi, e mai riassorbiti – in un paese che ha il tasso di inattività più alto d’Europa. Quanti saranno, anzi saremo? Da 3,5 milioni a 6? Dal 12,4 al 22 per cento della Spagna, al 25% della Grecia? Difficile dirlo.

Teniamo, nel delineare il nostro scenario, che vivono qui 5 milioni di stranieri – che si sentono stranieri, se non estranei e nemici – che finiranno in disoccupazione, ed occuperanno le strade ed i centri di aiuto e provvidenze. Teniamo conto che la depressione globale aggraverà anche le zone del mondod a cui già provengono a milioni i clandestini e i profughi: quanti milioni in più scenderanno nelle nostre coste, si presenteranno ai confini, premeranno per entrare? Saranno disarmati o no? Chi darà l’ordine alla nostre forze armate di sparare? (e quali forze armate?)

Intravvedo uno scenario in cui bisognerà andare a far la spesa al supermercato in convoglio e scorta armata, perché altrimenti centinaia di affamati per le strade ci rapineranno il cibo dal carrello. Le vecchiette che si avventurano da sole dal panettiere si vedranno portar via il borsellino da grossi senegalesi o cosiddetti siriani, o anche da italiani troppo a lungo senza lavoro né speranza di averne mai uno; ai semafori le portiere delle auto verranno aperte da mendicanti minacciosi di tutti i colori.

Esagero?

E’ lo scenario che ha in mente il capo dell’esercito elvetico, generale Andé Blattmann, quando qualche giorno fa ha confidato: “…Le prospettive economiche sono cupe, si assiste a sbarchi imprevisti di flussi migratori di massa. Impossibile non stupirsene. Così, da una parte, alla crisi si aggiunge maggiore concorrenza sul mercato del lavoro, dall’altra dobbiamo sobbarcarci i costi degli aiuti. Inoltre, non si possono escludere disordini sociali; il vocabolario si fa pericolosamente aggressivo». Per concludere: «Dobbiamo prepararci a conflitti, crisi e catastrofi». Per questo, la Svizzera ha pensato bene di riattrezzare il proprio esercito, «pronto a combattere per il Paese e per la nostra gente”. Gli svizzeri si difenderanno. E noi?

 Maurizio Blondet – 19 gennaio 2016 | www.maurizioblondet.it 

Napolitano: tre lettere alla massoneria in 8 mesi

Giorgio-Napolitano

E’ quasi imbarazzante. Mi ritrovo a scrivere della stessa questione per la terza volta in meno di otto mesi. Napolitano c’è ricascato. Ha scritto la terza lettera al Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia Gustavo Raffi. Amore vero, nemmeno fossero due fidanzatini. La farò brevissima. IN QUESTO ARTICOLO documentai le prime due lettere che il Napolitano scrisse direttamente al Gran Maestro Raffi. Ora mi tocca documentare l’invio della terza lettera.

Qui di seguito riporto il testo della lettera che Raffi ha inviato a Napolitano in occasione dell’apertura dei lavori di loggia della Gran loggia di Rimini 2014:

Messaggio del Gran Maestro Gustavo Raffi al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. A nome del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani, in occasione della Gran Loggia 2014 riunita a Rimini, le esprimo, signor Presidente, profondo apprezzamento per il suo ruolo di rigoroso interprete e garante della Costituzione. E nel rivolgerle un rispettoso saluto le ribadisco la nostra lealtà di liberi muratori ai principi in essa contenuti, la nostra forte adesione ai valori laici di libertà, eguaglianza e solidarietà e il nostro impegno a contribuire al progresso di una società equa in un’ Europa che si possa riconoscere in valori condivisi che ispirino azioni miranti a ridurre ben altri spread che quelli tra Btp e Bund, spread che stanno crescendo a dismisura e che sono i differenziali
di cultura, di benessere, di accesso alla conoscenza.

Questo di seguito è l’articolo pubblicato dal sito ufficiale del Grande Oriente d’Italia in merito alla terza letterina del Napolitano: 

Per completezza e correttezza qui di seguito riporto l’articolo che pubblicai il 3 marzo 2014 in merito alle prime due lettere dei fidanzatini Raffi-Napolitano:

Fonte: Radiospada.org

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha inviato un’altra lettera di risposta al Gran Maestro Gustavo Raffi, la seconda lettera in meno di 6 mesi. Questa lettera, datata 28 febbraio 2014, contiene un cordiale e lusinghiero messaggio di saluto ai partecipanti all’inaugurazione del nuovo tempio massonico del Grande Oriente d’Italia a Roma, denominato “Casa Nathan” [Ernesto Nathan fu il Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, ebreo nato a Londra, cosmopolita, repubblicano e mazziniano, massone dal 1887, laicissimo ed anticlericale, Ernesto Nathan fu sindaco di Roma. Ricoprì la carica di gran maestro del Grande Oriente d’Italia dal 1896 al 1904 e dal 1917 al 1919]. Giorgio Napolitano, come si evince dalla lettera, fu invitato per l’inaugurazione del nuovo tempio di Roma, alla quale però ha dovuto cortesemente rinunciare per impegni istituzionali.

Qui di seguito il testo della lettera del 28 Febbraio 2014:

“Il Segretario Generale della Presidenza della Repubblica

Roma, 28 febbraio 2014

Illustre avvocato,
il Presidente Napolitano la ringrazia per l’invito a presenziare alla inaugurazione del Centro polifunzionale del Grande Oriente d’Italia dedicato ad uno dei più grandi sindaci di Roma, Ernesto Nathan, ricordato nella storia cittadina come propugnatore di una amministrazione corretta e moderna, attenta alle esigenze di uno sviluppo pianificato della città e in particolare di una chiara laicità delle istituzioni pubbliche e scolastiche.

Sono spiacente di doverle comunicare che impegni istituzionali già da tempo previsti non consentono, purtroppo, al Capo dello Stato di presenziare alla cerimonia.

Il presidente della Repubblica, nell’auspicare che Casa Nathan possa inserirsi rapidamente nella grande tradizione dei centri culturali della nostra città, invia a lei ed a tutti i partecipanti un cordiale saluto, al quale unisco volentieri il mio personale. ” 

Ciò è quanto si legge nella lettera che il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha inviato al Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, Gustavo Raffi, tramite il segretario generale della Presidenza della Repubblica, Donato Marra.

 

Sono passati meno di sei mesi dall’ultima lettera che Napolitano spedì al Gran Maestro Gustavo Raffi il 17 Settembre 2013.
Qui una parte del testo della lettera del settembre 2013: “”Il Presidente Napolitano esprime apprezzamento per i temi affrontati quest’anno, cultura e fratellanza, che testimoniano il costante e meritorio impegno del Grande Oriente d’Italia nel riaffermare quei principi di solidarietà e di contrasto ad ogni forma di integralismo che sono alla base di un’etica civile fondata sul dialogo e sul rispetto reciproco”. 
Napolitano si dice: “certo che dagli incontri previsti, che vedranno la partecipazione di autorevoli studiosi, potranno scaturire importanti contributi di analisi e riflessione”.

Mi preme specificare che altri legami noti collegano il Presidente Napolitano alla storiografia massonica della Repubblica Italiana. 
Per fare cenno a questi legami riporto uno stralcio di un articolo pubblicato sul sito personale di Luigi Pruneti, Gran Maestro della Gran Loggia d’Italia in merito all’appartenenza massonica del padre del Presidente Napolitano.

L’articolo, di cui riporto solo uno stralcio,  certifica appunto l’appartenenza massonica del padre del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano citando le considerazioni dello storico italiano della massoneria più celebre ed accreditato: Aldo Mola. 
Qui di seguito la parte d’articolo che c’interessa: “ Il prof. Luigi  Pruneti, Gran maestro della Gran Loggia d’Italia, ne ha parlato con il prof. Aldo A. Mola, direttore del Centro per la storia della massoneria. Dal loro colloquio emerge quanto segue. “Il padre di Giorgio Napolitano, Giovanni, nato il 17 febbraio 1883, fu iniziato massone nella loggia “Giovanni Bovio” di Napoli  il 20 giugno 1911, all’obbedienza del Grande Oriente d’Italia (matricola 36.019). “Oltre che avvocato, Giovanni Napolitano (1883-1955) fu poeta di fama e saggista apprezzato, come ricorda Luigi Simonetti nel documentato articolo pubblicato in Cumignano e Gallo alle origini del Comune di Comiziano (Cimitile, ed. Tavolario). “La cosa non deve stupire affatto. Anche il padre di Giorgio Amendola, Giovanni, fu massone attivo e quotizzante, sia pure a fasi alterne: con maggiore assiduità nei momenti della persecuzione totalitaria. “Va aggiunto che nell’Appendice a Malaparte. Vite e leggende (ed. Marsilio, Premio Acqui Storia 2013) Maurizio Serra, Ambasciatore dell’Italia all’Unesco, Giorgio Napolitano ricorda i suoi incontri giovanili a Capri con Curzio Malaparte, “un comunista quasi dichiarato”. Subito dopo lo sbarco a Napoli (27 marzo 1944), Palmiro Togliatti “si precipitò a trovarlo”, attesta Napolitano. Pochi sanno che anche Kurt Suckert (“Malaparte”, appunto) fu iniziato alla Gran Loggia d’Italia dopo la vittoria del Listone fascista nelle elezioni del 6 aprile 1924 e pochi giorni prima dell’assassinio di Giacomo Matteotti. Venne iniziato il 28 maggio 1924 nella loggia “Nazionale”, direttamente all’obbedienza del gran maestro Raoul Palermi (speculare all’altrettanto famosa  “Propaganda massonica”). “La documentazione – concludono Pruneti e Mola – dimostra che tanta parte della storia d’Italia è fluita anche tra le colonne dei templi, ove tanti italiani di valore si sono formati ai principi della libertà e della  tolleranza”. [fine citazione]

Fonte: http://radiospada.org

 

Cristiada

cristiada-film

Gli appassionati di cinema sapranno che il film hollywoodiano Cristiada, diretto da Dean Wright con attori del calibro di Andy Garcia, Peter O’Toole e Eva Longoria, in Italia (e in molti Paesi) non è, non vuole essere e non sarà mai distribuito (alcuni parlano di vera e propria censura).

Il film si basa sulla guerra dei cristeros (1926 – 1929), combattuta dai cattolici messicani contro il governo anticlericale e massonico del presidente Plutarco Elías Calles che osteggiò e perseguitò violentemente la Chiesa cattolica.

Il dittatore, fanatico robespierriano ed emulatore della Rivoluzione francese, adottò una Costituzione ossessivamente laicista, la cui ideologia massonico-leninista intendeva “modernizzare” il Paese liberandolo dalla «superstizione».  Vennero espulsi preti e vescovi che si opponevano al progetto di una «chiesa nazionale» scissa da Roma e agli ordini del solo governo (come oggi in Cina). Seguirono abolizione degli ordini religiosi, confische, divieto di ogni attività per i cattolici. Chiese, conventi, seminari, scuole, istituti di carità, furono chiusi o confiscati, fino ad impedire l’accesso ai sacramenti ai fedeli.

La popolazione cominciò così una protesta non violenta, ma la totale assenza di libertà religiosa fece impugnare le armi ad alcuni, sostenuti dal popolo e dai sacerdoti. I generali dell’Esercito Federale pensavano di sconfiggere in breve tempo quegli insorti inesperti e male organizzati, guidati dal generale ateo ed eroe di guerra Enrique Gorostieta. Nonostante l’appoggio logistico degli Usa che consentiva ai federali di non cedere, l’organizzazione si consolidò in pochi mesi, anche perché sostenuta da gran parte della società civile. Parteciparono milioni di persone ma la reazione dello Stato fu rabbiosa: massacri indiscriminati, campi di concentramento, impiccagioni di massa. 

cristeros

Non furono le armi a sconfiggere i Cristeros ma la diplomazia internazionale con gli Arreglos del 1929. La «Cristiada» stava procurando troppi lutti, la guerra rischiava di durare, occorreva un cessate il fuoco. Il vescovo Pascual Díaz riuscì a far firmare gli accordi senza immaginare che per 10 anni il governo li avrebbe traditi. Quando deposero le armi, i Cristeros furono uccisi a migliaia dai nemici, per vendetta. Il primo a raccontare con equilibrio questa storia dopo decenni d’oblio è stato lo storico francese Jean Meyer. Partito da posizioni ostili, egli ha cambiato il suo giudizio sui Cristeros sino ad arrivare, addirittura, alla conversione.  Come spiegato da padre Francisco Elizalde, missionario messicano, «il governo di Calles non volle mai trattare. Prima si percorsero vie diplomatiche e pacifiche, ma, poi, visto che era tutto inutile, il popolo dovette impugnare le armi. Fu l’exstrema ratio. E fu necessaria, perché un cristiano non può vivere senza i sacramenti. Tanto che, se non li appoggiò ufficialmente, la Chiesa non condannò mai l’azione dei Cristeros». Da qualche mese è uscito il libro di Mario Iannaccone: Cristiada. L’epopea dei Cristeros in Messico (Lindau 2013).

fonte : UCCR