Dove osano gli Lgbt: festival per l’infanzia, si parla di “inclusione” e si arriva al porno di Benedetta Frigerio | La Nuova Bussola Quotidiana 


Dovrebbero mettersi una mano sulla coscienza e fare “mea culpa” tutti quelli (chierici e alti prelati compresi) che parlano di tolleranza dei diversi, di ponti, di “vivere e lasciar vivere” in nome della pace sociale. Dovrebbero chiedere scusa quanti, attraverso ragionamenti arzigogolati, parlano di inutilità dei valori, di desiderio confuso da reindirizzare, tacciando di rigidità bigotta tutti coloro che denunciano una delle più grandi e violente ideologie del nostro secolo. L’ideologia Lgbt. Perché in chi conduce la battaglia arcobaleno non c’è confusione alcuna. I confusi, se mai, siamo noi. Loro, invece, sanno bene di chi sono e dove vogliono arrivare: al male perverso che colpisce gli innocenti. I nostri bambini.

UN LINGUAGGIO SUBDOLO – Guardando al sito “Uscire dal guscio”, festival di letteratura per l’infanzia, di cui sono partner fra gli altri l’associazione “Famiglie Arcobaleno” e “Genitori Rilassati”, si capisce bene cosa si nasconde dietro a quelle terminologie con cui vengono presentati i numerosi progetti, corsi, spettacoli educativi e scolastici e che, piano piano, attraverso un certo linguaggio, spingono ad accettare aberrazioni che si possono, senza essere tacciati di esagerazioni, definire diaboliche. Aprendo il sito, appunto, si apprende innanzitutto della promozione del festival della lettura per bambini 2017, finanziato dal Comune di Castel Maggiore, di Pieve di Cento, di San Pietro in Casale, che ha come partner istituzionali “Città metropolitana di Bologna” e “Unione Reno Galliera” che comprende otto Comuni della provincia bolognese. Lo scopo del festival, si legge, è quello di “andare fuori da sé” per “immaginare nuovi eroi ed eroine”. Ma in che senso nuovi? Lasciamo momentaneamente aperta la domanda. E, intanto, vediamo che giovedì 4 maggio alle 21 a Castel Maggiore, si parlerà di “Maschilità, omofobia e violenze”, mentre il giorno successivo a San Pietro in Casale di “Educare al genere: identità, sessualità, valore della diversità”. Infine, sabato 6 maggio, a Pieve di Cento si terranno tutto il giorno laboratori di lettura per bambini.

OLTRE LA “BELLA” MASCHERA – Proseguiamo leggendo che il progetto serve a “scoprire sentieri fantastici che conducono le bambine e i bambini verso mondi nuovi, luoghi distanti e vicini inosservati o inesplorati, regioni del sé ancora inespresse o censurate dalla uni-direzionalità di certe immagini e di certi schemi narrativi consolidati”. Che c’è di male, si potrebbe pensare, ripetendo a chi denuncia i corsi per “l’inclusione” e “antibullismo” che non si può cercare il marcio dove non c’è? Che non si può mica vivere con l’ossessione del gender. Eppure cliccando su “partenr” e poi su “Progetto Alice” si scoprono legami a dir poco osceni. Infatti, fra i vari link c’è anche quello alla sezione “Sexy shock”, un vero e proprio portale di immagini di cartoni pornografiche. Volti di eroine femminili in atteggiamenti sadomaso che solo a doverne scrivere vengono i conati. Non solo, qui si trovano anche link a siti di lesbo-pornografia, dove ci sono ragazzine orgogliose della loro ribellione autoerotica. E il tutto viene spiegato così: “Pensiamo che le donne debbano riappropriarsi della rappresentazione della sessualità, della pornografia. Perché gli oggetti “del piacere” possano essere finalmente agiti anche dalle donne e da tutti quelli che decidono di arricchire il loro immaginario. Una sessualità più libera non potrà esistere se non nella misura in cui degli uomini e delle donne si vedranno garantito il loro diritto di costruire e ricostruire la loro sessualità”.

DA PROVARE VERGOGNA. In sintesi, eravamo partiti dal leggere di un festival di lettura per l’infanzia che spinge a “mondi nuovi e inesplorati” per poi scoprire che il sito ha collegamenti con il mondo della pornografia. Forse a questo mira l’abolizione degli stereotipi? Alla sessualizzazione dei bambini che piace tanto alla pedofilia? Altro che lotta al bullismo (che per altro la pornografia non fa che incrementare). Domandiamo quindi: sono queste le stesse eroine da proporre ai bambini?; è questo il mondo adulto che organizza festival e corsi per i piccoli? Lasciamo a voi la risposta. Un tempo di fronte a oscenità del genere si sarebbe chiesto quantomeno l’avvio di un’indagine, oggi se va bene si fa si silenzio, se va male si parla di creare ponti. Il tutto mentre ai nostri bambini viene rubata subdolamente, con l’aiuto della nostra inerzia, l’innocenza. Non ci sono commenti da fare, solo una parola: vergogna. Perché di fronte all’accettazione omissiva della violenza sui piccoli, il sentimentalismo tollerante che ci fa sentire buoni e il buonismo stesso sono peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio.

“Educare ai valori Lgbt fin dai 2 anni”, dice la maestra | Benedetta Frigerio – LNBQ

Non è uno scherzo, perché in effetti è già dagli anni Cinquanta che gli attivisti Lgbt lo avevano capito: per riuscire a sovvertire l’ordine naturale della società bisogna incominciare a diseducare gli uomini fin dalla più tenera età, oscurando la prima fra le evidenze, la differenza uomo/donna. E’ così che, instancabilmente, colpo dopo colpo, con pazienza certosina anche quando al mondo apparivano ancora folli, i figli della “rivoluzione sessuale” sono arrivati ad ottenere risultati sconvolgenti come questi.

RIEDUCAZIONE DI STATO – Settimana scorsa l’Associazione nazionale degli insegnanti inglesi ha formulato ufficialmente la sua richiesta al governo di parlare di sessualità ai bambini di due anni, per spiegare loro che le relazioni omoerotiche sono normali. Il governo inglese, che sta già lavorando per l’obbligatorietà dell’educazione sessuale nelle scuole di qualsiasi ordine e grado, invadendo una sfera che dovrebbe essere mera prerogativa della famiglia, dovrà rispondere alla mozione passata con la maggioranza dei voti. All’inizio dell’anno il ministro dell’Istruzione, Justine Greening, aveva annunciato l’avvio di un piano rivolto ai ragazzini delle medie e delle superiori che rendeva non più facoltativa l’ora di “educazione” sessuale: “D’ora in poi – aveva chiarito la Greening – tutte le scuole saranno legate a quest’obbligo”. Ovviamente, anche la Chiesa di Stato inglese si era detta favorevole. Nonostante ciò secondo Annette Pryce, membro della Associazione nazionale degli insegnanti, “l’ala destra e religiosa” avrebbe impedito al ministro di proporre un’agenda più “inclusiva” riguardo alla sessualità che parlasse esplicitamente a tutti gli alunni della normalità delle relazioni fra persone dello stesso sesso. Per questo la mozione sarebbe un passo in avanti.

SENZA ECCEZIONI – Secondo il quotidiano inglese Telegraph il suo contenuto prevede che gli insegnati “si impegnino per promuovere le istanze Lgbt in tutte le scuole dall’asilo nido e per tutti gli stadi educativi”. Senza eccezioni. Questo per via della “mancanza di politiche che promuovano gli Lgbt nelle scuole”, con un “impatto significativamente negativo” sul benessere degli studenti e degli insegnanti che appartengono a tale gruppo. E’ così che, per la buona pace degli adulti, si colpirebbero i bambini utilizzando aberrazioni lontanissime dai loro interessi. In attesa della risposta del ministro, Kiri Tunks, insegnante londinese dell’Associazione nazionale insegnanti, ha aggiunto che “la nuova legislazione è una vittoria”, ma “il cammino è ancora lungo”. Perciò i membri dovranno “continuare a promuovere l’obbligatorietà dell’educazione sessuale in tutte le scuole di ogni ordine e grado”. Il segretario generale dell’Associazione, Kevin Courtney, ha aggiunto: “L’inclusione delle istanze Lgbt” è necessaria “per un modo moderno e all’avanguardia di pensare alla società e di abbracciare le differenze interne alle nostre comunità”. Dulcis in fundo, tutto viene furbamente giustificato come una “necessaria informazione” che dovrebbe combattere la disinformazione legata all’emergenza pornografia. Sebbene così non si faccia che incrementare il problema: “Parlare ai bambini di queste questioni è devastante” e “li deruba della loro innocenza”, ha affermato l’Ad dell’organizzazione inglese Christian Concern, Andrea Williams.

LA VERA SOLUZIONE – Tim Diepped, anche lui membro Christian Concern, ha commentato che “viviamo in una società ipersessualizzata. Un incremento dell’educazione sessuale a scuola non farebbe che ingrandire il problema”. Inoltre le linee guida ministeriali e le lezioni sulla prevenzione, che trattano il sesso come una tecnica o come qualcosa di necessario a soddisfare bisogni fisiologici, ma da cui occorre difendersi, “insegna loro a concepirsi come fossero oggetti sessuali. E a pensare a cose a cui non vorrebbero nemmeno pensare a quell’età”. Quello che occorrerebbe insegnare ai giovani è invece il bisogno di “relazioni stabili”, perché l’unico e “vero posto per la sessualità sono queste”. Dove il “per sempre” e l’apertura alla vita rendono il sesso una donazione priva di egoismo e in cui non bisogna difendersi da nulla, perché si è liberi da qualsiasi paura e preoccupazione sulle sue conseguenze. E’ solo così, dunque, che la sessualità e perfino il piacere sarebbero realmente valorizzati. 

Quando i ragazzi avevano le ginocchia sbucciate… di Roberto Marchesini | LNBQ


È estate inoltrata e ritroviamo i vecchi riti: le vacanze, l’abbigliamento (fin troppo) leggero, le canzoni (sempre meno) allegre, il sole, il mare, i gelati. Al mio immaginario estivo, tuttavia, manca qualcosa che non riesco a considerare secondario: le ginocchia sbucciate. Per quanto mi guardi intorno non riesco a vederne.Ai miei tempi (scrivo ormai come un vecchio…) erano un tatuaggio semi-permanente (da giugno a settembre) che contraddistingueva il ragazzino in gamba: avventuroso, vivace, temprato al dolore, (relativamente) indipendente dalla mamma. Erano il simbolo di una estate vissuta al massimo, ovverosia comprensiva di partite a pallone nel cortile dell’oratorio, gare in bicicletta, arrampicate sugli alberi, gare di salto in lungo dall’altalena.

Ora non si gioca più a pallone nel cortile dell’oratorio: primo perché si suda (!) secondo perché l’oratorio è vuoto e non c’è più con chi giocare. Si va in bicicletta, ma accompagnati da un adulto, in fila indiana su una pista ciclabile, con caschetto e ginocchiere. L’estate passa tra i compiti delle vacanze, i centri estivi (a scuola), vacanze “intelligenti” a misura di bambino, tablet e smartphone.

Le ginocchia sono salve, ma chi insegnerà ai bambini la virtù della fortezza (cioè del coraggio), la capacità di sopportare il dolore pur di compiere il bene? E la virtù della perseveranza (non mollare di fronte alle difficoltà)? E l’ascesi, il continuo miglioramento di sé che in ogni attività competitiva si esercita grazie al concorrente?

Qualche settimana fa ho tenuto una conferenza nell’entroterra della riviera del Conero, uno dei posti più belli d’Italia se non del mondo. A un certo punto è affiorato dalla memoria un gioco infantile di qualche decennio fa, diffusissimo da quelle parti, che i padri presenti ricordavano benissimo: i “carretti” nel maceratese) o “carrioli” (nell’anconetano). Si trattava di un accrocchio costruito di nascosto dalle mamme) con legni di recupero, reso mobile da cuscinetti a sfera: sul davanti un avantreno snodato prometteva (invano) la possibilità di curvare. 

Con questi trabiccoli privi di ogni certificazione europea i bambini si gettavano in picchiata per le ripide discese dei paesi. Ginocchia sbucciate, ematomi e botte erano garantiti, così come una sana manualità, cameratismo e coraggio; il tutto, ovviamente, all’insaputa della mamma. Era solo qualche decennio fa, commentava qualche padre commosso.

Ora questo ed altri giochi “pericolosi” sono scomparsi. Ma il pericolo non è scomparso dal mondo. Semplicemente abbiamo deciso di non educare più i nostri figli ad affrontarlo. Niente più ginocchia sbucciate d’estate.


Fonte: http://www.lanuovabq.it/it/articoli-quando-i-ragazzi-avevanole-ginocchia-sbucciate-16798.htm

Omosessualità, è questo il vero nodo | LNBQ – Riccardo Cascioli


Se non si mette a tema l’omosessualità, poco si capisce delle diverse posizioni – anche tra cattolici – sulle unioni civili. O meglio: si deve dire con chiarezza se si ritiene che l’omosessualità sia una tendenza contro natura oppure una delle possibili variabili della sessualità umana. L’equivoco cattolico nasce proprio da qui.
Ieri abbiamo pubblicato un articolo (clicca qui) che spiega come quello gay non sia in effetti un movimento per i diritti ma l’espressione di una ideologia che vuole cambiare la percezione sociale dell’omosessualità; e come psicologia e magistero della Chiesa abbiano sempre riportato al dato della realtà (rispetto e accompagnamento delle persone nella consapevolezza di una ferita all’origine).

Il rispetto e l’accoglienza di ogni persona, qualunque sia la sua condizione, è sacrosanto ma non significa accettare e passare per buono qualsiasi comportamento o tendenza. Si tratta di due livelli diversi. 

Il punto è che è ormai palese che una parte importante del mondo cattolico che conta, pur senza dirlo troppo esplicitamente, considera superato il Catechismo e si comporta di conseguenza. C’è chi lo fa da militante e chi – per conformismo o per vigliaccheria – si limita a seguire il pensiero unico dominante. Ma se il dato della Creazione – Dio creò l’uomo, maschio e femmina li creò (Gen 1,27) – non vale, allora non c’è più il fondamento su cui poggia la centralità della famiglia naturale nella società. Se il comportamento omosessuale viene considerato normale, naturale, è chiaro che si farà fatica a trovare le ragioni per cui debba essere loro negato il riconoscimento delle unioni civili e financo del matrimonio. Anzi, si sosterrà la positività delle unioni civili e, presto o tardi, si arriverà a considerare anche il vero e proprio matrimonio (esattamente come è successo alle confessioni protestanti).

È proprio il percorso che stanno facendo i vertici della CEI (Conferenza Episcopale Italiana): basterebbe andarsi a riprendere le numerose interviste sul tema rilasciate dal segretario generale della CEI, monsignor Nunzio Galantino, e leggere Avvenire. Lo abbiamo visto in queste settimane: hanno ormai sposato la tesi della normalità dell’omosessualità (clicca qui), al punto da arrivare a condannare la “riprovazione morale” fin qui espressa dalla Chiesa. Di pari passo, e coerentemente, il giornale dei vescovi ha sostenuto la necessità di una legge che regoli le unioni omosessuali che – secondo il direttore Marco Tarquinio – incrementano «il tasso di solidarietà» della nostra società. Non a caso monsignor Galantino non parla mai di famiglia naturale, ma di «famiglia fatta di padre, madre e figli» e molte volte addirittura di «famiglia costituzionale», come se spettasse allo Stato definire cosa è una famiglia.

Questo spiega anche un equivoco che è apparso evidente in questi giorni, nella polemica sui social seguita all’articolo che ho scritto a proposito di Mario Adinolfi e delle sue idee in proposito. Unioni civili e legge Cirinnà (o Renzi-Alfano) non sono sinonimi: come dimostra Avvenire, si può essere a favore delle unioni civili – intendendo un qualche riconoscimento formale delle unioni omosessuali – pur contestando la legge Cirinnà così come uscita dal Parlamento.

Bisogna essere realisti: anche una parte consistente di chi ha promosso il Family Day non avrebbe grandi obiezioni se ci fosse il riconoscimento di unioni civili chiaramente distinte dall’istituto del matrimonio (quindi lasciando da parte anche il discorso figli). Eppure se si ritiene corretto il Catechismo e il magistero della Chiesa sul punto, nessun riconoscimento del genere può essere avallato. La Nota della Congregazione per la Dottrina della Fede del 2003 (Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali), che esclude la legittimità di qualsiasi riconoscimento pubblico, da questo punto di vista è in perfetta continuità con la Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali, pubblicata nel 1986 dallo stesso dicastero.

Ma qui appunto bisogna essere chiari: noi crediamo che questi documenti descrivano esattamente la realtà umana, la quale corrisponde al dato della Rivelazione. Molti pastori invece non lo credono più e insegnano tutt’altro. Ciò che accade in politica, anche tra i cattolici, è la conseguenza di questa confusione in cui anche la Chiesa è immersa. 

Se si perde la consapevolezza di ciò che è natura e ciò che non lo è, non si comprende pienamente la rivoluzione antropologica in atto, la sfida finale lanciata contro il Creatore e quindi contro l’uomo, come disse Benedetto XVI parlando alla Curia romana il 21 dicembre 2012. Perché parlare di natura significa parlare dello scopo per cui ogni essere è stato creato. E alla fine l’opposizione ai matrimoni gay (qualsiasi sia il nome ufficiale che viene dato) distinta dal riconoscimento delle unioni civili (tra persone dello stesso sesso) tenderà a indebolirsi fino all’annullamento e alla totale vittoria di chi vuole distruggere l’uomo.

P.S.: Pare inevitabile che chi pretende di “correggere” la Rivelazione non riesca più a trattenersi nel suo delirio di onnipotenza. Ce ne ha dato una prova ieri il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, trasformatosi in novello inquisitore. Rispondendo ad alcune lettere (clicca qui), quasi tutte puntate contro il portavoce dei Family Day Massimo Gandolfini, si è sentito in dovere di scomunicare lui e tutti quelli che si mobiliteranno per il “no” alle riforme costituzionali. Si possono legittimamente avere opinioni diverse su riforme e modalità di presenza, ma per il direttore di Avvenire «i cattolici non sono quelli del “ve l’avevo detto” e neanche quelli del “ci ricorderemo”». Curioso che proprio coloro che «nessuno è escluso dalla Chiesa», poi siano i primi a dirci «tu non sei cattolico»: senza averne autorità e mentre si fa a pezzi il Catechismo.

Riccardo Cascioli

Fonte: http://www.lanuovabq.it/it/articoli-omosessualitae-questo-il-vero-nodo-16165.htm

Alta infedeltà, il format sfascia famiglie | LNBQ

  
Di modi per cercare di distruggere la famiglia purtroppo ce ne sono parecchi. Uno di questi si chiama Alta infedeltà, un programma televisivo il cui titolo dice già molto, proposto da Real time. Il motivo per cui ne parliamo è semplice: gli ascolti da marzo 2015 (anno della prima edizione) a marzo di quest’anno (seconda edizione) sono più che raddoppiati. Lo share medio è passato dallo 0,7% all’1,58%, da 226mila telespettatori a 441mila, un ottimo successo per la rete tematica italiana di proprietà di Discovery Italia. In altre parole: su cento persone che guarda in quell’ora la televisione, una e mezza guarda “Alta infedeltà”. 
Forse qualche lettore si ricorderà come il programma fu pubblicizzato, con una finta lettera di un marito tradito a tutta pagina sul Corriere della Sera. Un’ottima operazione di marketing perché, credendola vera, tutti i media la ripresero trasformandola in un tormentone. Su Facebook la pagina creata ad hoc arrivò a registrare fino a 50 like al minuto, con una valanga di commenti di solidarietà al marito. L’incipit della lettera: “Amore mio, per te farei di tutto lo sai. E tu invece ti faresti tutti”.

Alta Infedeltà – Mille modi per tradire il sottotitolo – va in onda dal lunedì al venerdì alle 20.40. Trenta minuti in cui i veri protagonisti (così sostiene la rete, ma ha poca importanza) insieme ad attori ricostruiscono il tradimento come fosse un docu-film. Le storie, che sempre la rete giura essere vere, sono raccontate da tre punti di vista: del tradito/tradita, del traditore/traditrice e dell’amante. Perché – spiega Real time – quando c’è di mezzo un tradimento la verità non è mai una sola. Una pluralità di opinioni politicaly correct!

Il target di riferimento del programma sono le donne dai 20 ai 49 anni, molto meno gli uomini. Il messaggio che passa è che tradire è semplice e frequente, che in tutte le coppie c’è sempre un tradito o un traditore e che il matrimonio non è per sempre, come sostengono spesso i protagonisti (otto le puntate che abbiamo visto). Perché hanno tradito? Per curiosità, per noia, la nascita di un figlio cambia la famiglia, non usciamo più alla sera, non più come prima, mia moglie è sempre occupata con il bambino. Mio marito passava le serate a guardare il calcio, per non litigare ha cominciato ad andare al bar, e lì ha conosciuto una tifosa come lui. E poi la passione fisica, lo/la desideravo con tutto/a me stesso/a: come cantava Claudio Baglioni? Ma io ti voglio, quanto ti voglio… 

Mille modi per tradire, ma il risultato è sempre lo stesso: l’avvocato. Con rabbia, delusione, rancore, voglia di vendetta. Tradire è facile, così sembra, però ci vuole attenzione (cancellare sempre gli sms, come insegna il film di Paolo Genovese Perfetti sconosciuti, da vedere per capire dove sta andando la società), poi ci vuole memoria per ricordare le bugie e cura nei particolari. Per chi vuol mettere in campo il tradimento perfetto Alta infedeltà è il prontuario che serve. 

Ma, senza fedeltà, il matrimonio a cosa si riduce? Non è per questo che la comunità omossessuale chiede che venga reinserito l’obbligo di fedeltà nella legge sulle unioni civili? Nel ddl Cirinnà (approvato al Senato ora deve passare alla Camera) è stato tolto dopo il braccio di ferro all’interno della maggioranza, causando anche una protesta di attivisti delle associazioni Lgbt davanti a Palazzo Madama. La proposta di alcuni parlamentari Pd: togliamo l’obbligo di fedeltà anche dal matrimonio eterosessuale, “è una visione superata”. Alta Infedeltà fa scuola.

Ha detto il Papa nell’udienza generale di mercoledì 21 ottobre 2015: “Si può dire che la famiglia vive della promessa d’amore e di fedeltà che l’uomo e la donna si fanno l’un l’altra… Ai giorni nostri l’onore della fedeltà alla promessa della vita famigliare appare molto indebolito. Da una parte perché si affidano esclusivamente alla costrizione della legge i vincoli della vita di relazione e dell’impegno per il bene comune. Dall’altra perché si affidano esclusivamente alla costruzione della legge i vincoli della vita di relazione e dell’impegno per il bene comune”. Ecco perché quella mandata in onda da Real Time è l’anti-famiglia. E basta guardare una puntata per capire cos’è la vera tv spazzatura. 
Elisabetta Broli

Link articolo sul sito: http://www.lanuovabq.it/it/articoli-alta-infedelta-il-format-sfascia-famiglie-15688.htm

Così la Cirinnà legalizza nei fatti l’utero in affitto | Massimo Introvigne

  
Il portale per i professionisti del diritto di famiglia delle Edizioni Giuffré ilfamiliarista.it, in questi giorni molto citato da Repubblica e a suo modo autorevole, scrive che «fuori luogo – o frutto di palese ignoranza giuridica – sono le polemiche sull’utero in affitto», che non avrebbe niente a che fare con la Cirinnà e che comunque è pratica già «sanzionata penalmente». Con tutto il rispetto per un sito che pubblica anche spesso articoli ben fatti e utili, questo argomento sembra piuttosto adatto a un portale per i professionisti del gioco delle tre carte.
Sarebbe strano che gli illustri giuristi che hanno promosso l’appello del Centro Studi Rosario Livatino (clicca qui), tra cui docenti universitari e un presidente emerito della Corte Costituzionale, siano tutti “palesi” ignoranti in materia di diritto. Naturalmente non è così. Non so se chi cura queste pagine del familiarista.it sia ignorante. Tenderei a sospettare che sia piuttosto in mala fede. Perché è vero che non si può affittare (per ora) l’utero delle donne in Italia. Ma ci sono sentenze italiane che affermano che si può affittare all’estero, nei Paesi dove non è vietato, e poi portare il “figlio” in Italia. L’argomento, in verità molto diffuso, secondo cui non bisogna preoccuparsi perché l’utero delle italiane è già tutelato diventa così vagamente razzista perché invece non è tutelato l’utero delle ucraine o delle indiane.

L’articolo 5 della Cirinnà è un po’ pasticciato perché recita: «All’articolo 44, comma 1, lettera b), della legge 4 maggio 1983, n. 184, dopo la parola: “coniuge” sono inserite le seguenti: “o dalla parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso” e dopo le parole: “e dell’altro coniuge” sono aggiunte le seguenti: “o dell’altra parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso” ». L’articolo 44 comma 1 lettera (b) della legge 184 del 1983 recita: «I minori possono essere adottati [senza ricorrere al normale e complesso iter di adozione] … dal coniuge nel caso in cui il minore sia figlio anche adottivo dell’altro coniuge». Con la modifica diventerebbe: «I minori possono essere adottati [senza ricorrere al normale e complesso iter di adozione] … dal coniuge o dalla parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso nel caso in cui il minore sia figlio anche adottivo dell’altro coniuge o dell’altra parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso». Si tratta di capire bene perché l’utero in affitto c’entra.

Per farsi capire perfino da certi giuristi della Giuffré, nulla di meglio di un libricino di una serie destinata a spiegare il gender ai bambini delle elementari, Piccola storia di una famiglia. La storia comincia bene: «per fare un bimbo ci vogliono un ovino e un semino». Fin qui tutti d’accordo? Bene, è già qualcosa. Ci vengono quindi presentati «Franco e Tommaso» che vivono insieme, si vogliono tanto bene e vorrebbero un bambino ma hanno un problema. Bambini e giuristi della Giuffré, alzi la mano chi ha capito qual è il problema. «Ma hanno due semini e manca l’ovino!». Bravissimi. Ecco fatto il secondo passaggio.

Piccola storia di una famiglia ci propone il terzo: come fanno Franco e Tommaso a procurarsi l’ovino? Trovano una clinica che distribuisce ovini e una ragazza gentile che si chiama Nancy: il nome non suona italiano e così forse la legge è rispettata. «I dottori hanno fatto incontrare l’ovino e il semino portati da Franco e da Tommaso e li hanno messi nella pancia di Nancy: lì Lia ha cominciato a crescere! Lia ha due papà: nessuno dei due l’ha portata nella pancia ma entrambi, insieme, l’hanno messa al mondo: sono i suoi genitori». La prima parte i bambini la capiscono, la seconda sembra più da azzeccagarbugli. Come diavolo hanno fatto Franco e Tommaso a «mettere al mondo» Lia? Il bambino intelligente capisce che l’ha messa al mondo Nancy – e poi che fine ha fatto? – e un bambino intelligentissimo potrebbe alzare la mano e chiedere, se l’ovino non è né di Franco, né di Tommaso, e neppure di Nancy, dove diamine lo hanno preso. E chiedere perfino se il semino era di Franco o di Tommaso, perché uno dei due non ha messo nemmeno il semino ed è un “genitore” abusivo. 

Che però diventa legittimo con la Cirinnà. Infatti, l’art. 5 modifica la legge sulle adozioni, la quale ora recita che «i minori possono essere adottati dalla parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso nel caso in cui il minore sia figlio anche adottivo dell’altra parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso». Se il semino di Franco ha funzionato, Lia è figlia biologica di Franco. Se non ha funzionato e si è dovuto chiedere aiuto ai dottori gentili anche per trovare un altro semino, Franco adotterà Lia e la Cirinnà consentirà comunque a Tommaso di adottare anche lui Lia in quanto figlia adottiva di Franco, senza passare dalla normale trafila. Ecco dunque spiegato a chi non sia affetto da «palese ignoranza giuridica» come la Cirinnà favorisce e anzi organizza l’utero in affitto.

Lo fa solo tramite l’articolo 5 per cui, se fosse tolto quello, il problema dell’utero in affitto non si porrebbe più? La risposta è no. Resterebbe, infatti, l’articolo 3 n. 4 che recita: «Le disposizioni che si riferiscono al matrimonio e le disposizioni contenenti le parole “coniuge”, “coniugi” o termini equivalenti, ovunque ricorrono nelle leggi, negli atti aventi forza di legge, nei regolamenti nonché negli atti amministrativi e nei contratti collettivi, si applicano anche ad ognuna delle parti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso. La disposizione di cui al periodo precedente non si applica alle norme del codice civile non richiamate espressamente nella presente legge nonché alle disposizioni di cui al Titolo II della legge 4 maggio 1983, n. 184». 

Torniamo a breve sul resto di questa norma, ma per ora c’interessa la frase finale che sembrerebbe escludere dall’automatica applicazione alle coppie di omosessuali “civilunite” la materia della legge 184 del 1983, cioè la materia delle adozioni. Sembrerebbe, appunto. Perché non sono escluse «le disposizioni della legge 4 maggio 1983, n. 184» ma solo «le disposizioni di cui al Titolo II della legge 4 maggio 1983, n. 184». Dunque, qualcuno potrebbe dire, quelle del Titolo II, ma non quelle degli altri Titoli. Nella legge 184 c’è anche il Titolo III che riguarda l’adozione internazionale. Sappiamo anche noi che si può sostenere che il Titolo II contiene norme generali che in quanto tali si dovrebbero applicare anche alle adozioni internazionali. Ma questa tesi non è ovvia: e come pensa il gentile lettore che i giudici italiani – di cui conosciamo già i salti mortali per far rientrare gli uteri affittati all’estero nella normativa esistente – interpreterebbero questo articolo della Cirinnà?

Cambia qualcosa se anziché di adozioni si parla di «affido rinforzato», secondo la geniale pensata di alcuni parlamentari del Pd? Cambia solo il nome, perché l’affido è concettualmente un’altra cosa, è temporaneo e prevede la possibilità che il bambino possa poi tornare dai genitori – qui Lia tornerebbe da Nancy, che ha affittato l’utero, o dalla signora gentile che ha fornito l’ovino, o da tutte e due? – e quello che è spacciato per affido, tra l’altro con una grave ferita inferta all’istituto dell’affido in genere, che aiuta tanti minori, è in realtà l’adozione sotto altro nome.

Infine, se sparissero l’articolo 5 e nel n. 4 dell’articolo 3 si facesse riferimento a tutta legge 184 e non solo al Titolo II, saremmo tutelati contro l’utero in affitto? In realtà no, perché la giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha già stabilito, in particolare nel caso delle unioni civili austriache (sentenza “X contro Austria”), che nessuno Stato europeo è obbligato a regolare le unioni omosessuali in materia simile al matrimonio (non importa il nome) ma, se lo fa, non può poi discriminare le coppie omosessuali rispetto a quelle formate da un uomo e una donna in materia di adozioni. E dal momento che nelle coppie formate da marito e moglie ciascuno può adottare il figlio biologico o adottivo dell’altro coniuge senza passare dal normale iter dell’adozione, in forza dell’attuale articolo 44 della legge 184, l’estensione dal coniuge al “civilunito” omosessuale dello stesso diritto sarebbe inevitabile applicando una giurisprudenza europea che esiste già.

Quello che fa scattare l’applicazione della giurisprudenza è il fatto che la Cirinnà introduce di fatto il “matrimonio” fra omosessuali, chiamandolo “unione civile” per pure ragioni tattiche. Lo disse all’inizio di questa avventura l’onorevole Scalfarotto, intervistato da Repubblica il 16 ottobre 2014: «L’unione civile non è un matrimonio più basso, ma la stessa cosa. Con un altro nome per una questione di realpolitik». Chi si contenta del fatto che le “unioni civili” della Cirinnà non si chiamino matrimonio, finirà per avere anche il nome “matrimonio”. Il 28 dicembre 2015, sul Corriere della sera, Micaela Campana, responsabile welfare e terzo settore del Pd e attivissima in questi giorni nell’organizzare per conto di Renzi il consenso parlamentare alla Cirinnà, così si esprimeva: «Il Pd, appena dopo l’approvazione delle unioni civili, non può che incamminarsi sulla strada dei matrimoni gay».

In verità, nella Cirinnà c’è già una norma destinata a fare da apripista al cambio di nome delle unioni civili in “matrimoni”. È l’articolo 8, numero 1, lettera (b), che delega il governo, entro sei mesi dall’entrata in vigore della Cirinnà, ad adottare un decreto legislativo che contempli «l’applicazione della disciplina dell’unione civile tra persone dello stesso sesso regolata dalle leggi italiane alle coppie formate da persone dello stesso sesso che abbiano contratto all’estero matrimonio, unione civile o altro istituto analogo». Ecco già introdotta nella legge la parola “matrimonio”. Basterà “sposarsi” in Spagna o in Francia, e ci si potrà anche chiamare marito e marito, o moglie e moglie. A quel punto, spunterà un giudice che dirà che si discrimina chi si “civilunisce” in Italia rispetto a chi si “sposa” all’estero, e che anche quello dei “civiluniti” omosessuali dev’essere chiamato “matrimonio”. E il piatto matrimoniale sarà servito, con contorno di adozioni e utero in affitto.

Ripetiamolo ancora una volta, a scanso di equivoci. Le unioni civili della Cirinnà non andrebbero bene neanche se chiudessero le porte ad adozioni, utero in affitto e cambio di nome in “matrimonio”. Qui abbiamo solo voluto rispondere a chi sostiene, in modo arrogante e maleducato e dando dell’ignorante a chi dissenta, che nella Cirinnà l’utero in affitto non c’è. Mentre è vero precisamente il contrario.

Articolo estratto da La Nuova Bussola Quotidiana

http://www.lanuovabq.it/it/articoli-cosi-la-cirinna-legalizza-nei-fattilutero-in-affitto-14966.htm