Buon compleanno Leon | Un leone attraversa la storia


“Una sola cosa conta: avere una vita valida, affinare la propria anima, aver cura di essa in ogni momento, sorvegliarne le debolezze ed esaltarne le tensioni, servire gli altri, spargere attorno a sè felicità ed affetto, offrire il braccio al prossimo per elevarsi tutti aiutandosi l’un l’altro. Compiuti questi doveri, che significato ha morire a trenta o a cento anni, sentir battere la febbre nelle ore in cui la bestia umana urla allo stremo degli sforzi? Che si rialzi ancora, malgrado tutto! Essa è là per donare la sua forza sino al logoramento. L’anima solo conta e deve dominare tutto il resto. Breve o lunga, la vita vale soltanto se noi non avremo da vergognarcene nel momento in cui occorrerà renderla”. 

Militia

Leon Degrelle 

15 Giugno 1906 – 2017

I nostri maestri|Léon Degrelle: La carne che inizia [ parte seconda ]

maternitc3a0

Esse sanno che quest’anima-fiore, dischiusasi nella notte, sarà domani freschezza, innocenza, se il loro cuore che lo ammanta come il cielo notturno è pieno della dolcezza e della pace delle notti in cui tutto è soltanto stelle e silenzio.

In mezzo al mondo rumorose esse portano questa notte di luce. I loro occhi sognanti contemplano quei vasti paesaggi lunari in cui un mondo da loro sole conosciuto dorme possente e immenso. Esse rimirano queste montagne azzurre, queste acque nere e liscie, questo incanto del cielo trapunto di fuochi incastonati – come pietre inaccessibili – nell’ambra nera delle sere. Nel loro incedere sotto queste trasparenze notturne, il cuore è triste, ma il passo sicuro. Nessun altro viene avanti. L’universo è distratto. Esse soltanto vegliano. Esse soltanto hanno gli occhi della carne. Avanzano, col corpo pesante, l’anima tesa, elevata, come aspirata dalla grandezza delle notti segrete.

Questi mesi in cui la carne fiorisce costituiscono la loro primavera esclusiva, quando le ombre e i profumi, i colori e le luci colgono solo il loro grande amore, teso a braccia aperte alla vita come un giardino del cuore.

Léon Degrelle, Militia

I nostri maestri|Léon Degrelle: La carne che inizia [ parte prima ]

maternita-276211f9-b378-4896-be40-d2b75080171b

Gli uomini possono degradarsi, vivere un’agitazione sempre più frenetica, e milioni di corrotti diventare tronfi: la nobiltà della maternità conserva per migliaia di cuori semplici e vibranti il suo patetico splendore.

Essa commuove oggi come al tempo in cui le prime donne sentirono il loro corpo agitato da indicibili sussulti. 

Da quel momento non sono più le stesse. Ieri esse correvano, l’occhio limpido, l’anima sgombra, le labbra distratte. La vita che nasce in loro come una fioritura nascosta dà ad esse un’improvvisa gravità, una sicurezza, una grande forza superba, la certezza di creare, di donare, e il fascino commosso del mistero vivente che scaturirà un giorno dai dolori.

Esse appaiono ancora ridenti, ma il loro sguardo è più profondo. 

Portano in sé un tesoro i cui palpiti si legano ai loro palpiti più intimi. Le tensioni, le malinconie, il nobile ideale, talora inconfessato, che le solleva e le tormenta, i pensieri e i rimpianti, le gioie e i desideri, si identificano con questa vita invisibile a tutti, presente in ogni istante a loro che le donano sangue e anima in una perfetta comunione di sangue e di cuore.

Esse sono forti e stanche.

Stanche del corpo che si piega, stanche della loro giovinezza curvata come rami troppo carichi di frutti, stanche di sole e di vento.

Ma rigogliose per la nuova vita che il loro seno contiene amorevolmente, in quella carne che le loro più delicate vibrazioni modellano.

Léon Degrelle, Militia

I nostri maestri|Léon Degrelle: Il cuore e le pietre [parte quinta]

images (1)

E’ la casa che ci forma.

Come avremmo un’anima, noi, se la casa non ha alcun volto, se essa è soltanto una maschera che viene mutata in tutti i carnevali degli uomini? La vita la si può fissare solo sui cuori e sulle pietre; il resto se ne va come le lunghe file di tronchi alla deriva sulle acque invernali.

Casa, fortezza e tenerezza…

Tutto, a poco a poco, assume un volto, man mano che arrivano le fatiche e i dolori comuni, e nascono i figli. I muri hanno racchiuso gli amori e i sogni. I mobili belli o brutti sono stati amici e testimoni. Un profumo sale dolcemente da queste anime confuse, e un raccoglimento, una pace, una certezza – invece delle soste trafelate sui pianerottoli dell’esistenza. 

Dolcezza, equilibrio, luoghi di rifugio, testimonianze, esami di sé stessi. Senza la mamma e la casa, dimmi, anima mia, dove saremmo noi?

Léon Degrelle, Militia

I nostri maestri|Léon Degrelle: Il cuore e le pietre [parte quarta]

degrelle

Ognuna di queste camere ha la propria storia, ha conosciuto le sue veglie, i suoi malati, da questa si è scesi una mattina portando in un braccio un corpo amato…

Ah, l’orrore di quegli appartamenti anonimi in cui i nostri figli sono nati o sono morti davanti a scenari senza vita, in seguito abbandonati, in cui altri nomadi, a loro volta, hanno ripreso la loro vita a tappe: senza ricordi d’anima, senza nemmeno essere capaci di fissarli, perché non si saprebbe dove metterli…

Casa di un tempo, con i tuoi poveri “cretonnes”, il tuo cattivo gusto, quel pomo della ringhiera sulle scale, le foto dei bambini in fila indiana, il pesante pianoforte, il focolare nero, la bagnarola di stagno in cui si entrava uno dopo l’altro, quei passi di cui si ode il suono vent’anni più tardi solo a ricordarsene, quei respiri che si sentono alitare di nuovo davanti a sé, il viso della mamma che si rianima in lontananza e che poi è là, davanti agli occhi – quasi impenetrabile e tale da renderti improvvisamente tanto bambino da voler essere accarezzato di nuovo…

Richiami di un affetto immenso affiorano, con profumi lontani di fiori e di fronde; canti d’acqua scorrono in fondo al giardino, con un tepore di sole diverso per ogni luogo del mondo.

Tutto deriva da quei tempi.

Sfortunati quei bambini che non avranno avuto una casa loro, e che non potranno raccogliere questi ricordi che compongono la vita.

 Léon Degrelle, Militia

I nostri maestri|Léon Degrelle: Il cuore e le pietre [parte terza]

degrelle

 

Noi, i moderni spaesati, trascinati d’appartamento in appartamento nelle città dagli occhi vuoti,ci sentiamo strappare il cuore un po’ di più, ogni volta che dobbiamo varcare una nuova soglia, illuminare corridoi troppo bianchi abituarci a maniglie, a imposte, a porte che non reggono, a gas che arde troppo in fretta, ad autobus che passano con un ululato brutale da spezzare l’anima. 

Si sta zitti.

Ma non si dimentica nulla.

E’ l’uomo, immobile come la vecchia cassapanca e il grande orologio, guarda e vede…

La casa natale si ravviva nei ricordi. Eccola.Poche fronde rischiarano la facciata. Due gradini di pietra azzurra. Un grande poggiolo di vite americana che dà sui giardini. Tutto èal proprio posto. Tutto ha un senso, un odore, una forma corporea. Si va nell’armadio: l’armadio, parola magnifica, piena, grave,poiché esso contiene il pane e gli alimenti essenziali. Ad occhi chiusi si può trovare ogni cosa. Quest’angolo sa di tabacco; quell’altro odora del gatto che ha sempre fatto le fusa nel posto più tiepido. Questo rumore è la seggiola della scrivania da cui papà si alza. Questo passo, con qualche sosta: è la mamma che innaffia i fiori della camera da pranzo. Queste camere non rappresentano delle “tappe”. E’ la camera “sopra-il-salotto”; è la camera “sopra lo studio”; è la camera “dei bambini” – anche quando essi sono diventati uomini dai pensieri gravi… 

 Léon Degrelle, Militia

I nostri maestri|Léon Degrelle: Il cuore e le pietre [parte seconda]

degrelle

Noi possiamo evocare senza rimpianto le grandi gioie delle terre straniere.

Esse indorano ancora il nostro sguardo: il giorno che si leva giallo e argento sui palmizi lungo le coste del Mar delle Antille, le nebbie fumanti in mezzo agli ulivi della vetta di Delfi, pescatori che remano nella notte azzurro-chiara delle Cicladi, il palmeto zebrato dal sole vicio alle mura rosse di Marrakech. Ma il ricordo dei viaggi erranti in quelle prigioni che sono le abitazioni senz’anima ci pesa e ci soffoca. Che cosa rimane, nella nostra vita, di questi scambi impersonali? I muri a cui, distrattamente, si sono appesi e da cui si sono staccati i quadri? i rumori confusi dei telefoni? La scala sulla quale ci si incrocia senza conoscersi? Il “cellulare” dell’ascensore, con la sua doppia inferriata? …

Noi guardiamo questo scenario di vita e di morte con occhi velati, carichi di vera disperazione.

Che ci dicono questi muri divisori, questa cucina aperta su orribili cortili, lunghi pochi metri, senza un angolo non previsto, senza un capriccio, senza una fronda naturale e senZun nido? Che ci dicono questi letti e questi mobili disposti alla meno peggio, a disagio, imbarazzati come se non si sentissero a casa propria, poveri, infelici e nomadi come noi?

Perchè i mobili un’anima ce l’hanno.

Questa vecchia cassapanca che ingombra il corridoio, questa cassa d’orologio che non risuona più per non dar noia ad alcuno, un tempo hanno vissuto, un tempo hanno conosciuto una vera casa: per cento, duecento anni hanno avuto il loro posto, i loro fruscii il loro odore. I loro sportelli battevano come ali. le ore scoccavano come segnali.

Povera cassapanca e povero orologio, lontani dal pavimento di legno tirato a cera, dell’odore di lavanda, dell’acqua che veniva gettata sulla scala consunta, delle voci vicine, dal saluto del sole entrato bruscamente dalla porta aperta…

Léon Degrelle, Militia

I nostri maestri|Léon Degrelle: La terra d’origine [parte terza]

v14n3p20_Weber1

Noi possiamo pur essere leggeri, correre il mondo, smarrire l’anima: il suolo natale infonde nei nostri cuori un fluido che non siamo noi a creare e che ci domina.

E basta la voce di una stazione radio captata in un paese lontano, recata da onde indistinte, perchè ricordi, legami e leggi si liberino nuovamente, autentiche filigrane impresse in modo indelebile nella trama dei nostri giorni tormentosi.

Léon Degrelle, Militia

 

I nostri maestri|Léon Degrelle: La terra d’origine [parte seconda]

Screen-Shot-2012-11-03-at-9.26.30-PM-635x357 (1)

Lo stesso avviene per il paese.

Non vi si sfugge. La vista della stampa ingiallita di una delle nostre cattedrali, il ricordo dell’odore delle dune, del colore grigio dei nostri colli, dell’ansa dei nostri fiumi, fa salire in gola un amore che ci soffoca tanto esso è commosso e pulsa.

il passato del paese è scritto sin nel profondo della coscienza e della sensibilità nostra. Tutto per noi, è sopravvivenza, è rinascita – anche a nostra insaputa.

Il passato di un paese rinasce in ogni generazione, come la primavera ritorna, sempre, nelle nuove germinazioni.

Léon Degrelle, Militia

Chi pensa a noi?

Wallonen

Un altro capodanno è alle porte: tanto per capire l’abisso tra quella che oggi consideriamo sofferenza, confrontata a quella di chi al fronte lottava con il freddo e la fame, e sopportava ogni genere di umiliazione corporale, proponiamo questo pezzo tratto da “militia”.

 

“Chi pensa a noi, gli sperduti delle steppe, che abbiamo da bere, per l’anno nuovo, soltanto neve sciolta, striata di frammenti d’erbe gialle, o un po’ di caffè artificiale che sa di sapone?

Particolari meschini, particolari umilianti: già evocarli parrebbe fuori luogo. Chi riesce a immaginare quel che rappresenta per centinaia di noi, con simili freddi, la minima schiavitù di ordine fisico – per esempio l’avvilente, inevitabile dissenteria? Vanità dei nostri corpi di cui, in certi momenti, eravamo così fieri! La bella bestia umana, morbida, ardente, deve sottoporsi a queste umiliazioni! Si ribella, ma deve cedere. […] 

Scrivo vicino a un barile arrugginito, in fondo al quale galleggiano gli ultimi fili d’erba della nostra acqua ghiacciata. Questa povertà, questo isolamento, noi li conosciamo perché abbiamo voluto essere dei puri. E ora più che mai, in questa solitudine in cui i corpi e i cuori si sentono invasi da un freddo mortale, io rinnovo i miei giuramenti di intransigenza. Ora più che mai, io camminerò diritto, senza cedere in nulla, senza venire a patti, duro verso la mia anima, duro verso i miei desideri, duro verso la mia giovinezza.

Preferirei dieci anni di freddo, di abbandono, piuttosto che sentire un giorno la mia anima vuota, sgomenta dei suoi sogni morti. Scrivo senza tremare queste parole che pure mi fanno soffrire. Nell’ora della disfatta di un mondo, c’è bisogno di anime rudi ed elevate come rocce contro cui si infrangeranno invano le onde scatenate.”

Léon Degrelle, Militia

I nostri maestri|Léon Degrelle: La terra d’origine [parte prima]

truthww2-40-3

“Siamo uomini in quanto apparteniamo a un popolo, a un suolo, a un passato. E’ possibile non saperlo, è possibile tentere di dimenticarlo. Ma gli avvenimenti provvedono presto a ricondurci alle fonti della vita.

essi ci riconducono anzitutto agli uomini del nostro sangue: in meniera vergognosa o luminosa, la famiglia ci lega con i suoi vincoli, sempre più stretti e saldi con l’andare del tempo. Talvolta essi scompaiono: di loro però non ci libereremo mai. Che in gioco vi sia il sangue, lo si intuisce. Le ragioni del sangue sopravanzano tutto. Si fa corpo con lui, come se le nostre vene non componessero che un unico organismo e la famiglia non possedesse che un solo cuore: un cuore che proietta il medesimo sangue in ciascuno di noi e da ogni parte lo richiama al focolare vitale.”

Léon Degrelle, Militia

I nostri maestri|Léon Degrelle: vita retta [parte terza]

 

images (2)E’ dolce sognare un ideale ed edificarlo nel pensiero.

Ma, a dire il vero, questo è ancora assai poco.

Che cos’è un ideale se rimane solo un gioco, anche se noi vi mettiamo un sogno davvero puro? Dopo di questo, occorre edificarlo nell’esistenza . E ciascuna pietra è cavata dai nostri piaceri, dalle nostre gioie, dai nostri sonni, dal nostro cuore.

Quando, nonostante tutto, l’edificio, sul finire degli anni, si eleva, quando non ci si ferma per strada, quando dopo ogni pietra più pesante da drizzare, si va avanti, soltanto allora l’ideale si mette a vivere. Esso vive man mano che moriamo noi stessi. 

Quanto è drammatica, in effetti, una vita retta…

I nostri maestri|Léon Degrelle: vita retta [parte seconda]

 

deg_1Quando la dolcezza dei giorni ci invita, e la gioia d’amare, la bellezza di un volto, di un corpo perfetto, di un cielo leggero, e il richiamo di corse lontane, quando siamo sul punto di cedere a labbra, a colori, alla luce, al torpore delle ore di distensione, serriamo dentro i nostri cuori tutti questi sogni fantastici al limite delle evasioni dorate…

l’evasione vera consiste nell’abbandonare queste care prede sensibili, nel momento stesso in cui il loro profumo invita i corpi a smarrisrsi. Nel momento in cui occorre reprimere gli elementi più delicati di sé stessi e portare il proprio amore al dilà del cuore, proprio quando tutto è penoso sino all’inumano, allora un sacrificio comincia ad essere compiuto, a essere puro. Noi abbiamo superato noi stessi, noi doniamo finalmente qualcosa. Prima, era ancora di noi che andavamo alla cerca – e di quella punta di orgoglio e di gloria che rende impuri tanti sentimenti sgorgati dalle nostre anime, e sfruttati anziché donati. Ci si dona per davvero, disinteressatamente – perché tutto é messo da una parte e più nulla è rimasto dall’altra-, solo quando si è ucciso anzitutto l’amore di sé. Questo non avviene automaticamente perché la bestia umana è ostinata. E noi comprendiamo così male gli insegnamenti dell’amarezza…

Léon Degrelle, Militia

I nostri maestri|Léon Degrelle: l’agonia del secolo [vita retta]

Screen-Shot-2012-11-03-at-9.26.30-PM-635x357 (1)

Coloro che esitano davanti allo sforzo sono coloro cui l’anima è ottusa. Un grande ideale dà sempre la forza di dominare il proprio corpo, di soffrire la fatica, la fame, il freddo. Che importano le notti bianche, il lavoro opprimente, gli affanni o la povertà! L’essenziale è avere in fondo al proprio cuore una grande forza che rianima e spinge avanti, che rinsalda i nervi, che fa pulsare a forti battiti il sangue stanco, che infonde negli occhi il fuoco ardente conquistatore. Allora più nulla dà sofferenza, il dolore stesso diviene gioia perchè esso è un mezzo in più per elevare il suo dono, per purificare il suo sacrificio.

La facilità addormenta l’ideale. Niente lo risveglia meglio che la sferza della vita dura: essa ci permette di cogliere la profondità dei doveri da compiere, della missione di cui occorre essere degni. Il resto non conta. La salute non ha alcuna importanza. Non si è sulla terra per mangiare in oario, dormire a tempo opportuno, vivere cent’anni od oltre. Tutto questo è vano o sciocco. Una sola cosa conta: avere una vita valida, affinare la propria anima, aver cura di essa in ogni momento, sorvegliarne le debolezze ed esaltarne le tensioni, servire gli altri, spargere intorno a sè felicità ed affetto, offrire il braccio al prossimo per elevarsi tutti aiutandosi l’u n l’altro. Compiuti questi doveri, che significato ha morire a trenta o a cento anni, sentir battere la febbre nelle ore in cui la bestia umana urla allo stremo degli sforzi?

Che si rialzi ancora, malgrado tutto!Essa è la per donare la sua forza sino al logoramento.

L’anima sola conta e deve dominare tutto il resto. Breve o lunga, la vita vale soltanto se noi non avremo da vergognarcene nel momento in cui occorrerà renderla.

Léon Degrelle, Militia

I nostri maestri|Léon Degrelle: l’agonia del secolo [parte seconda]

deg_1

 

 

Qui risiede l’agonia del nostro tempo.

Il secolo non sprofonda per mancanza di supporto materiale. L’universo non è mai stato così ricco, colmo di tanto benessere, grazie a un’industrializzazione di tale efficacia produttiva. Non vi sono state mai tante risorse, né tanti beni disponibili. E’ il cuore dell’uomo, solo lui, a versare in stato fallimentare. E’ per mancanza di fede e capacità di donarsi, che il mondo stesso si abbatte sotto i colpi che lo assassinano.

Il secolo ha voluto essere soltanto il secolo degli appetiti. il suo orgoglio lo ha perduto. Ha creduto nella vittoria della materia finalmente assoggettata dal proprio spirito. ha creduto nelle macchine, negli stock, nei lingotti sui quali avrebbe regnato sovrano. Egualmente, ha creduto nella vittoria delle passioni della carne spinte oltre ogni limite, nella liberazione delle forme più varie di godimento, moltiplicate senza posa, sempre più avvilite e avvilenti, fornite di una “tecnica” che in genere si rivela, solo alla fine, una accumulazione, senza grande immaginazione, di vizi tanto poveri da essere vuoti.

Dalle proprie conquiste, o più esattamente dai propri errori, e poi dalle proprie cadute, l’uomo ha tratto piaceri che gli apparivano sommamente eccitanti all’inizio, e che erano in effetti solo veleno, fango, oro falso.

Per quest’oro falso, questo fango, questo veleno, l’uomo e la donna avevano abbandonato e profanato, con i loro sogni e i loro corpi devastati, la gioia interiore, la gioia autentica, il grande sole della gioia autentica. Le vampate di piacere del possesso – materiale o carnale – dovevano, prima o poi, dissolversi perché illusori, viziate sin dall’inizio, e viziose sempre più.

Al cuore dei temporanei vincitori di queste sterili aste è rimasta soltanto la passione di prendere, di prendere in fretta, vampate di ira che li spingono contro tutti gli ostacoli, aliti di odori dolciastri di decadenza appiccicati alla loro vita devastata e fradicia. Frivoli, vuoti, con le mani a penzoloni, essi non vedono neanche giungere il momento in cui l’opera fittizia del loro tempo sprofonderà.

Essa sprofonderà perché è contro le leggi stesse del cuore; e – diciamola, questa grande parola – contro le leggi di Dio. Lui solo, per quanto se ne sia riso, dava al mondo il suo equilibrio, orientava le passioni, apriva loro le chiuse del dono completo e dell’amore autentico, suggeriva un senso ai nostri giorni, quali pur fossero le nostre ore e le nostre sciagure. Si potranno convocare tutte le Conferenze del mondo,  ammassare a branchi Capi di Stato, gli esperti economici e i campioni di tutte le tecniche. Essi risponderanno. Decreteranno. Ma, in sostanza, non riusciranno perché l’essenziale lo sfioreranno soltanto.

La malattia del secolo non risiede nel corpo. Il corpo è malato perché l’anima è malata. E’ questa che occorreva, che occorrerà – costi quel che costi – guarire e nuovamente vivificare. In ciò consiste la vera, la grande rivoluzione da fare. Rivoluzione spirituale. O fallimento del secolo. La salvezza del mondo risiede nella volontà delle anime che credono.

Léon Degrelle, Militia

I nostri maestri|Léon Degrelle: l’agonia del secolo [parte prima]

1024px-Léon_Degrelle_à_Charleroi_-_02

Amare? Perché amare?

L’essere umano si è barricato dietro il proprio egoismo e il proprio piacere. La virtù ha abbandonato il suo canto naturale. Ci si burla dei suoi vecchi riti. Le anime soffocano. Oppure esse sono state liquidate dietro lo schermo delle abitudini e delle convenzioni. La felicità è divenuta, per l’uomo e per la donna, un mucchio di frutti che essi divorano in fretta e in cui affondano rapidamente i denti e basta, per poi ributtarli alla rinfusa – corpi rovinati, anime rovinate -, una volta esaurita la frenesia passeggiera, in cerca già di altri frutti più eccitanti o più perversi. L’aria e carica di tutti i rinnegamenti morali e spirituali. I polmoni aspirano invano a un alito di aria pura, alla freschezza di uno spruzzo di mare rasente la sabbia.

I giardini interiori dell’uomo hanno perduto i loro colori e i loro canti di uccelli. L’amore stesso, anch’esso non si dona più. Che cosa rimane ancora dell’amore, la più bella parola del mondo, avvilita al rango di passatempo fisico, istintivo e interscambiabile?

Pure, la sola felicità risiedeva nel dono, la sola felicità che consolava, che inebriava come il profumo intenso dei frutti delle foglie d’autunno. La felicità esiste solo nel dono, nel dono completo; il suo disinteresse gli conferisce i sapori dell’eternità; esso ritorna alle labbra dell’anima con una soavità immateriale.

Donare! Aver visto gli occhi che brillano per essere stati compresi, colpiti appagati!

Donare! Sentire le grandi onde di felicità che fluttuano come acque danzanti su di un cuore pavesato all’improvviso di sole!

Donare! Aver colto le fibre segrete che tessono i misteri della sensibilità!

Donare! Avere il gesto che consola, che toglie alla mano il suo peso di carne, che consuma il bisogno di essere amato! Allora il cuore diventa leggero come il polline. Il suo piacere si innalza come il canto dell’usignolo, voce ardente che nutre le ombre. Noi brilliamo di gioia. Abbiamo vuotato questa potenza di felicità che non avevamo ricevuto per noi, che ci colmava, e noi dovevamo riversarla: così come la terra che non può contenere all’infinito la vita delle fonti e la lascia prorompere sotto i crochi e le giunchiglie, o nelle fenditure delle verdi rocce.

Ma da mille fessure disseccate le fonti spirituali hanno cessato di sgorgare. La terra non riversa più questo dono che la rigonfiava. Essa trattiene la propria felicità. la soffoca.

Léon Degrelle, Militia

I nostri maestri|Léon Degrelle: Il fuoco e le ceneri [parte quarta]

degrelle

Questi pensieri, questi fantasticari non sono neanche ordinati. Non li ho conclusi in uno schema. E’ il colmo. Ma non mi sono messo a tavolino come uno scrittore qualificato e metodico. Non ho scritto il “manuale dell’idealista” capitolo dopo capitolo, misurando tutto, dosando tutto. No: niente di simile, niente di tutto ciò. Che fare? 

Le tensioni dell’anima non si graduano come il getto di un apparecchio a gas. La speranza, la passione, l’amore, la fede, il dolore, la vergogna, mi dettano gli scritti che io in particolari momenti gettavo agli uomini, perché li sentivo allora con maggiore intensità. A volte questo avveniva al culmine della mia attività politica. A volte nell’abbandono, nel fango, nel freddo della mia vita lontana di soldato, sofferente nell’immensità del fronte dell’Est. Ma l’anima che viveva queste tensioni seguiva un filo conduttore invisibile a molti: esso era l’arteria che alimentava spiritualmente la mia esistenza. Così queste note non sono poi tanto disorganiche: esse esprimono gli alti e i bassi di un’anima in mezzo ad altre anime, ognuna delle quali ha i propri alti e bassi

Certo, lo spirito arrivato alla “saggezza” inalterabile del cinismo può dominare col sorriso i gelidi marmi del proprio cimitero interiore, e incidere su di essi i suoi rilievi con stile impassibile. ma il fuoco invece, ha fiamme diverse: si alza, si abbassa, rinasce, si avventa. Questo libro è di fuoco, con le esaltazioni del fuoco, gli eccessi del fuoco. Se almeno potesse averne beneficio il calore! Se le anime potessero trovare vicino a lui conforto e vigore, come li trova nel meditare alla sera, presso a un gran fuoco di legna quasi silenzioso. le vibrazioni della sua vita potente penetrano; e si irradiano; e si raccolgono. Esse si offrono completamente, si abbandonano totalmente. il dono, il vero dono è così: l’annientarsi fino all’ultima favilla.

Qui, nel mio caso particolare, si tratta soltanto di un fuoco morto. La mia vita si è schiantata in abissi, è stata sommersa dalle onde di fondo che hanno ricoperto tutto.

ma io voglio credere, malgrado tutto, che queste tensioni che animano le azioni di un uomo già morto agli occhi della maggioranza degli uomini – pur quando egli ha la disgrazia di vivere ancora per sé – potranno ancora raggiungere spiritualmente, qua e là nel mondo, dei cuori ansiosi…

Ricordo tre parole che un giorno aveva decifrato su una tomba di marmo nero giù a Damme in Fiandra, dietro una chiesa della mia patria perduta: ETSI MORTUUS URIT.

“Seppur morto, egli arde…”

Possano queste pagine, ultimo fuoco di quel che io fui, ardere ancora un momento, riscaldare ancora un istante le anime possedute dalla passione di donarsi e di credere: di credere malgrado tutto, malgrado la disinvoltura corrotti e dei cinici, malgrado il triste gusto amaro che ci lasciano nell’anima il ricordo delle nostre colpe, la coscienza della nostra miseria e l’immenso campo di rovine morali di un mondo che, sicuro di non avere più bisogno di salvezza, da questo trae motivi di gloria, ma deve lo stesso essere salvato. Deve più che mai essere salvato.

Léon Degrelle, Militia

I nostri maestri|Léon Degrelle: Il fuoco e le ceneri [parte terza]

1024px-Léon_Degrelle_à_Charleroi_-_02

Il mondo in cui viviamo è diventato veramente, per larga parte, un mondo di amorali, tanto sicuri di loro stessi?… Coloro che si ostinano a immaginare ancora una umanità che elevate virtù potrebbero abbellire, sono veramente esseri anacronistici, non evoluti, attaccati alle fissazioni, i quali vivono fuori degli uomini, fuori del loro tempo, fuori della moda, fuori del reale? …

Io sono arrivato a questo punto. Avevo sognato un secolo di Cavalieri, forti e nobili, dominatori di sé prima che dominatori di altri. Duro e puro dicevano le mie insegne. mi trovo stordito con il mio carico di sogni tramontati. So che sentimenti come quelli che ho tentato di esprimere non vengono più sentiti, sembrano addirittura “penosi” a certuni. Ma io ne ho viste tante, ho sofferto tanto che una amarezza di più, al punto in cui sono arrivato, non mi sposserà. Quindi, tanto peggio! Questi sogni, io li ho avuti veramente. Questi slanci, sì, io li ho provati. Questo amore per gli altri mi ha bruciato, mi ha consumato veramente. ho voluto scorgere nell’uomo un cuore da amare, da entusiasmare, da elevare, un’anima che – pur mezza asfissiata dalla pestilenza delleschiavitù – aspirava a trovare un soffio di purezza e a volte attendeva solo una parola, uno sguardo per liberarsi e rinascere…

Siamo chiari. Diritto a esporre, per uso altrui, considerazioni morali o spirituali, io non ne ho affatto. Lo uso fin troppo bene. Ho avuto la mia parte di miserie, ahimè, come tanti altri; e, anche se non le avessi subite, me ne hanno attribuite tante, che riesco a provare, analizzandomi, solo confusione e una tristezza infinita.

Tuttavia, le tensioni ideali che infiammano questo libro hanno divorato ogni giorno della mia esistenza. Certo, avrei dovuto lasciare ad altri, meno colpiti di me, la cura e la responsabilità di comporre veri canti umani inondati di luce. ma questo fuoco mi infiammava. Oggi, soffocato da una sorte implacabile, il grande incendio di un tempo ha lasciato solamente le ceneri. Malgrado tutto io vi ritorno con l’anima, ostinatamente, perché esse evocano i momenti di ardore della mia vita, le tensioni più profonde, il fondamento spirituale stesso del mio agire. Eccole dunque, per amore o per forza, abbandonare al ventoche le disperderà rapidamente…

Léon Degrelle, Militia

I nostri maestri|Léon Degrelle: Il fuoco e le ceneri [parte seconda]

deg_1

Allora, se io dubito della mia carne, delle mie ossa, di quel che ha formato un tempo il mio agire politico, se dubito della realtà del mio passato e della parte che ho potuto avere in alcuni anni di edificazione della storia degli uomini, che cosa posso ancora credere riguardo agli ideali che nascevano in me, che io progettavo: riguardo al valore delle mie convinzioni di allora, dei sentimenti, di quel che pensavo dell’umanità, di quel che sognavo di fare per essa?

Ogni essere umano compone una successione di esseri umani, così diversi gli uni dagli altri come i passanti di cui noi scrutiamo per la strada i volti dissimili. A cinquant’anni, in che cosa rassomigliamo ancora al giovane di vent’anni di cui tentiamo di ricordarci e di cui vogliamo, a tutti i costi, essere la sopravvivenza? Anche la sua carne non è più la medesima carne: se n’è andata, si è rifatta, rinnovata. neanche un millimetro della sua pelle è la pelle di allora. E l’anima, dunque? E i nostri pensieri? E i sentimenti che ci movevano all’agire? E i sentimenti che, come aliti di fuoco, trapassavano il cuore?…

Egualmente, quanti uomini diversi rinserriamo dentro di noi: che si combattono, si contraddicono, o anche si ignorano? Noi siamo il bene e siamo il male, siamo l’abiezione e il sogno: siamo le due cose insieme, avviluppate in resti inestricabili.

Ma il fatto atroce del destino non risiede in questo. Il fatto atroce consiste nel rompere quelle stesse reti per gettare a mare la propria anima; l’atroce risulta nel dal doversi dire che l’essenziale della propria vita fu oggetto di caricatura, venne alterato da mille impurità e mille rinnegamenti.

Chi non ha conosciuto questi crolli?..

Gli uni si rendono conto del loro fallimento, dolorosamente. Gli altri lo registrano cinicamente, col sorriso scaltro di quelli o di quelle cui non la si da a bere: convinti come sono che la conoscenza dell’uomo e della superiorità dello spirito consistono nell’aver attraversato tutte le “esperienze”, nell’aver deliberatamente svuotato i succhi più perversi, senza eccessiva sorpresa e senza eccessivo rimpianto – avendo trovato, mediante la pratica e la profanazione di tutto, l’informazione, la condiscenza e l’equilibrio di una “etica” di decomposizione, sciolta da ogni vincolo di ordine spirituale.

 Léon Degrelle, Militia