I cattolici grillini sono serviti | Gianfranco Amato


 7 aprile 2017 

 Gianfranco Amato
Quale fosse il nuovo corso dell’amministrazione comunale di Torino con la “sindaca” grillina Chiara Appendino lo si era capito subito. Fu proprio lei, infatti, a vantarsi di aver assunto, quale prima decisione simbolica, quella di declinare la parola famiglia al plurale. In tutti gli atti della città, compresa l’iscrizione all’asilo nido, il sindaco di Torino ha imposto di parlare di “famiglie” in modo da racchiudere in questo concetto qualunque tipo di unione: dalle coppie omosessuali alle unioni civili. E non è un caso che la guida del neo assessorato alle Famiglie sia stata affidata a Marco Alessandro Giusta, ex presidente di Arcigay, il quale se ne uscì, appena nominato, con questa dichiarazione: «Il passaggio dal concetto di famiglia a quello plurale di famiglie negli atti dell’amministrazione non è solo una questione nominalistica, ma un cambio di approccio che consiste nel dare un nome alle cose, a quelle realtà che già esistono e che non trovano un riconoscimento nemmeno nel linguaggio».

Ma il nuovo corso dell’amministrazione torinese a 5 stelle non si è fermato alla rivoluzione grammaticale del termine famiglia.

L’Appendino è andata avanti in maniera tranchant contro tutto ciò che ha il minimo sentore di cattolico e odora d’incenso.

Ora, infatti, è toccata anche alle scuole paritarie. Chiara ha deciso di tagliare del venticinque per cento i contributi previsti proprio per quelle scuole. Un vero e proprio colpo che rischia di compromettere definitivamente la già precaria situazione di quella realtà educativa, e che ha fatto dire all’Arcivescovo di Torino di essere «sorpreso e amareggiato». Ora, con tutto rispetto per Sua Eccellenza, che sia amareggiato lo si può comprendere, ma sulla sua sorpresa ci permettiamo di nutrire qualche perplessità.

Tutti sapevano, infatti, prima di votare, che Federica Patti, assessore all’Istruzione, fosse sostenuta dalla lobby anticlericale che intendeva affossare le scuole materne paritarie. Come ha spiegato bene il consigliere d’opposizione Silvio Magliano in un’intervista rilasciata a “Tempi” il 21 luglio 2016, nel programma elettorale dell’Appendino non è stata prevista neppure una benché minima citazione delle cinquantasei scuole paritarie, proprio per l’espressa opposizione di Federica Patti da sempre contraria a riconoscere l’importanza di quelle scuole. Un’opposizione sostanzialmente ideologica, promessa prima delle elezioni e mantenuta dopo la vittoria. Che la questione di bilancio, poi, sia meramente pretestuosa lo dimostra il fatto che i tagli non hanno minimamente scalfito altre spese decisamente più superflue, come quelle relative alle auto blu degli assessori. Lì non si è risparmiato neppure un euro. Anche su quest’ultimo punto qualcuno ha giustamente ricordato gli slogan demagogici di Luigi Di Maio e gli altri grillini sui tagli alle spese della cosiddetta “casta”, che evidentemente non valgono più quando ad entrare nella casta sono proprio loro.


Pure sulla famiglia Chiara lo era stata di nome e di fatto. Nel programma presentato in campagna elettorale, infatti, l’Appendino aveva messo nero su bianco l’impegno a modificare lo Statuto della Città per introdurre il riconoscimento formale del concetto di “famiglia omogenitoriale”, una mossa che ha portato, tra l’altro alla dicitura “Genitore 1” e “Genitore 2” sui moduli scolastici e sugli altri atti che riguardano le famiglie con figli.

Anche questo lo sapevano tutti prima di votare. Persino quei cattolici, parroci compresi, che hanno votato convintamente per il MoVimento 5 Stelle. Magari con la buona intenzione di punire Renzi.

Bene ora questi cattolici, parroci compresi, sono serviti!

Povera città di don Bosco. Ma, del resto non ci si deve meravigliare che questo sia accaduto proprio a Torino. Vittorio Messori nel suo libro “Il Mistero di Torino”, ha scritto che durante la visita di San Giovanni Paolo II alla Città della Mole, nel 1988, lo stesso Papa proferì queste parole: «La città di Torino era per me un enigma. Ma, dalla Storia della Salvezza, sappiamo che là dove ci sono i Santi entra anche un altro che non si presenta con il suo nome. Si chiama il Principe di questo mondo, il Demonio». A Torino questo Principe è di casa. E a volte ama pure travestirsi con un grembiulino e tenere in mano un compasso.


Sempre durante quella famosa visita, e precisamente il 4 settembre 1988, in Piazza Santa Maria Ausiliatrice il Papa Santo invitò Torino a convertirsi.

Beh, dopo ventinove anni, pare proprio che quell’invito, purtroppo, sia caduto nel vuoto.

Preghiamo per Torino e per i torinesi.

Gianfranco Amato

Il Comitato Illica Vive, presente al sit-in di protesta di ieri a Grisciano | Lo Stato si è dimenticato dei suoi cittadini 

ANSA-FOCUS/ Con disagi cresce malumore zone sisma, proteste Sit-in Accumoli. Marche contro Norcia per casette (ANSA)


ROMA, 15 GEN – Con il gelo e la neve arrivano le proteste nelle zone del centro Italia colpite dai terremoti dei mesi scorsi. Ieri alcuni sindaci di Comuni delle Marche hanno espresso malumore per il mancato arrivo delle casette – a differenza del Lazio (Amatrice) e dell’Umbria (Norcia) dove le prime verranno sorteggiate -; oggi nel Reatino e’ andato in scena un sit-in di abitanti delle frazioni di Accumoli, vicino ad Amatrice, fra i centri piu’ disastrati. A Grisciano 400 persone, non solo reatini, anche marchigiani hanno manifestato stamani. Ad organizzare l’iniziativa i comitati spontanei sorti all’indomani del sisma per dare voce alla popolazione. Tra i temi della protesta la mancanza di comunicazione con le istituzioni centrali e regionali, ma anche con il Comune di Accumoli; dubbi sulla gestione delle macerie, in particolare sulle modalita’ di smaltimento dei rifiuti speciali nel centro di stoccaggio di Terracino (Rieti), come nel caso dell’eternit. I comitati chiedono anche “misure concrete, maggiore comunicazione e coinvolgimento nelle scelte in vista della ricostruzione”. “A distanza di piu’ di 4 mesi dal sisma – dice Elvira Mazzarella del Comitato ‘Illica vive’, frazione di Accumoli -, la situazione e’ la stessa del 24 agosto. Non c’e’ comunicazione, il freddo ha fermato le poche iniziative che erano state prese. Ci dicono che e’ stata avviata la rimozione delle macerie, come nel caso di Grisciano, invece vengono spostate da un posto all’altro. Vorremmo risposte sullo smaltimento dell’amianto, sui cimiteri e sullo stoccaggio dei mobili. Dal 24 agosto non abbiamo avuto modo di confrontarci neanche con il sindaco di Accumoli (Stefano Petrucci, assente oggi alla manifestazione, ndr)”. “Sia chiaro non siamo in polemica contro Curcio, Errani o le altre istituzioni – dice Luigi Rendina, presidente del Comitato ‘Ricostruiamo Grisciano’ – il nostro e’ solo un grido d’allarme. Abbiamo bisogno di fatti per consentire a chi e’ nato e cresciuto qui di tornare a vivere questi luoghi”. Solidali con la protesta i deputati Cinquestelle. “E’ sacrosanta, comprensibile e condivisibile – dicono -. A stupire e’ semmai il fatto che questa sia soltanto la prima, vera, iniziativa di questo tipo, a dimostrazione del fatto che la gente di quei territori e’ ‘tosta’ e che, se hanno deciso di scendere in strada, significa che sono allo stremo e ne hanno abbastanza. Prendiamo molto sul serio questo segnale, perche’ evidentemente rabbia e frustrazione sono arrivate oltre i livelli di guardia”. “Sfollati abbandonati a loro stessi, pendolarismo forzato per i lavoratori, allevatori allo stremo a causa del gelo – elencano tra i problemi -, burocrazia farraginosa, rimpalli di responsabilita’, lentezza nelle operazioni di abbattimento e di messa in sicurezza delle strutture, personale amministrativo a tutt’oggi in molti casi insufficiente”. “E’ necessario – concludono i deputati M5S – cambiare rotta rispetto al modello adottato fino ad ora”. LAL 15-GEN-17 18:24 NNNN

MA SAPETE CHI VI HA COMPRATO LO SMARTPHONE, RAGAZZI? | Maurizio Blondet 

 Maurizio Blondet 8 ottobre 2016 27


 

Ormai è raro aver bisogno di fiammiferi da cucina. Ieri ne ho comprato una scatola. Dietro, c’è la scritta: “Prodotto da Swedish Match Tidaholm, Svezia”. Dunque non produciamo più nemmeno i fiammiferi. E importiamo – e nemmeno dal Terzo Mondo; dal primissimo mondo degli alti salari, la Svezia.
Non siamo più competitivi nemmeno in questo. Scusate, ma per uno della mia età, dietro una scatola di fiammiferi c’è sempre stato scritto SAFFA, che stava per Società Anonima Fabbriche Fiammiferi e Affini. La storica SAFFA di Magenta, fra Milano e Novara, che esisteva dall’800, che impiegava centinaia di operai.
Io me la ricordo perché in anni lontani, quando il Papa dichiarò venerabile Gianna Beretta Molla, la mamma pediatra che morì pur di non abortire il suo terzo bambino, io ci andai per intervistare il marito: l’ingegner Pietro Molla, da tempo immemorabile direttore generale della SAFFA. Sapevo di trovare un sant’uomo, scoprii un uomo santo. Un ingegnere e imprenditore la cui santità consisteva nell’escogitare tutti i modi trovare da lavorare per i suoi lavoratori e non licenziare.
Era una lunga tradizione, alla SAFFA. Già negli anni ’30 alla fabbrica dei fiammiferi aveva affiancato la produzione di compensati di pioppo – il pioppo padano che viene sù veloce e tenero – prima per imballaggi, poi per farne mobili. Incredibile, dalla SAFFA uscì una linea di mobili firmati da Gio Ponti: il Made in Italy ante litteram. Nel ’35 la ditta acquisì una impresa torinese da cui apprese il know how (ma allora non si diceva) per la fabbricazione di”acciarini a rotella”, ossia quelli degli accendini. Giunse ad aggiudicarsi un contratto con la Cartier, quella degli accendini d’oro e argento. Nel ’54 la SAFFA vinse il Compasso d’Oro, il gran premio italiano per il Design (allora non si chiamava così) per la prima cucina componibile, prodotta dalla SAFFA dall’architetto Augusto Magnaghi Delfino, allora non meno famoso di Gio Ponti (aveva inventato il primo divano-letto per la Busnelli, curato arredi per le navi da crociera Raffaello e Michelangelo).
Il direttore della SAFFA ci abitava

Negli anni’60, fu l’ingegner Molla, credo – ben consapevole del ridursi del mercato per fiammiferi e dei cerini, ma anche degli accendini a rotella – che convertì la SAFFA parzialmente per la produzione di accendini a gas e piezoelettici. Oggi nei master alla Bocconi si parlerebbe di “riconversione”, di “riposizionamento dell’azienda nei settori alti del consumo”, nel “settore del lusso”; di “Made in Italy” di “eccellenza del design”, della capacità di una ditta vecchissima di “stare sul mercato”. L’ingegner Molla, quello che s’ingegnava per fare stare la SAFFA “sul mercato”, non usava questi termini. Per lui si trattava di non licenziare operai. Compensando la fabbrica di fiammiferi, settore “maturo” a basso valore aggiunto, con quelle a valore aggiunto alto. In modo che il reparto che guadagnava di più mantenesse quello che guadagnava meno, o cominciava a perdere.

L’ingegnere, felice con la moglie Gianna

Del resto, la SAFFA era una famiglia. La sua famiglia: attorno alla ditta c’erano le case fatte dalla SAFFA per i dipendenti, e lui abitava lì, a Ponte Nuovo, nelle case create per i dirigenti. Lì la moglie Gianna allevò i figli, lì tornava l’ingegnere, sempre tardi la sera. Sotto gli occhi degli operai che vedevano la cilindrata della sua auto, i vestiti dei bambini, il suo stile di vita, tutto. E come si ingegnasse per trovare loro sempre nuovi lavori, come il padre di famiglia, responsabile dei suoi.

I tempi non sono più quelli. Ora fa’ parte del management avanzato licenziare gli operai, per diventare più competitivi. Leggo su Wikipedia che la SAFFA “si avviò verso il proprio termine naturale venendo ufficialmente dichiarata chiusa in ogni sua parte produttiva nel 2002”. Contesto il “termine naturale”. Magari si è cessato di lottare, di sentirsi responsabili come pater familias della comunità.


Non la fare così tragica, direte, per una scatola di fiammiferi Made in Sweden. Siamo nell’epoca della globalizzazione, dell’interscambio mondiale, si vanno a comprare nel mondo le cose che ci servono, laddove vengono fabbricate a prezzi minori da aziende più competitive – è la perfetta razionalità, l’oggettività dell’economia del mercato globale.

Io continuo a stupirmi della leggerezza con cui si tratta di queste cose. Il punto è che le maestre elementari ci inchiodavano nella mente un concetto economico-base, che evidentemente aveva martellato in loro il Fascismo (erano ancora in servizio, quelle maestre): “L’Italia è un paese privo di materie prime; per comprarle dall’estero dobbiamo spendere una quantità di preziosa valuta estera; essa non deve essere sprecata in acquisti superflui”. La valuta serviva per comprare petrolio, minerali di ferro e per cavarne alluminio; essa era sempre scarsa, perché l’industria italiana non esportava abbastanza, e doveva esportare di più – ingegnarsi, sforzarsi, produrre ciò che poteva all’interno della nazione, dove si spendeva in lire nostre, non in dollari o in marchi. Ci parlavano delle centrali idroelettriche sulle Alpi, che consentivano di risparmiare sull’import di carbone, e le maestre ci rendevano orgogliosi del fatto che il genio italico (sic) era riuscito a ricavare “carbone bianco”, come lo chiamavano loro. Ci dicevano che il turismo era un modo importantissimo per guadagnar valuta, dunque che si doveva esser gentili con i visitatori che venivano a vedere la nostra bella Italia. Bella ma povera di materie prime.

Insomma ci è stato inchiodato nella mente per sempre che l’economia è, anzitutto, un fatto morale. Di responsabilità . Ci veniva insegnato che eravamo nati in una famiglia povera, e lo Stato italiano era, esattamente come i nostri genitori, preoccupatissimo di non spendere i pochi guadagni se non oculatamente, tirchiamente addirittura.

Non so. Tutte le volte che vedo uno dei nostri bietoloni, ragazzi e ragazze, fissi a bocca aperta – non troppo intelligenti – sul loro smartphone (Asus, Samsung, Huawei…) da 600 euro, vorrei gridargli: hai presente, bietolone, che questo smartphone non l’hai pagato tu? Che te l ‘ha comprato qualcuno?

No, non intendo il tuo papà. Te l’ha comprato, dalla Cina o dalla Corea o dal Giappone, un lavoratore italiano che tu nemmeno conosci, che sgobbando nella sua azienda competitiva sul piano mondiale, ha prodotto merci che il mondo desidera e richiede; e con queste ha guadagnato i dollari – diciamo 700-800 – con cui si compra uno smartphone.

Questo lavoratore, questo estraneo a te sconosciuto, si trova probabilmente nel Nord Italia, fra Piemonte Lombardia e Veneto, o nel centro; molto meno probabilmente è un meridionale. Non te lo dico, bietolone, per suscitare in te un po’ di gratitudine per quegli italiani sconosciuti che magari tu disprezzi come “Polentoni”.

Ti voglio solo far notare quanti sono gli smartphone che noi in Italia non fabbrichiamo, comprati all’estero: milioni. E milioni di tablet, computer, portatili. Nulla di ciò che interessa voi giovani lo produciamo noi, qui. E nemmeno le vostre Nike, i vostri Lewy-Strauss, i vostri Ray Ban, produciamo. Tutto ciò che volete, che vi fate comprare, non lo sappiamo – non lo sapete – fabbricare. E lo comprate dall’estero.
Più precisamente, lo comprano quei lavoratori che, in ditte moderne e competitive, nel Nord, riescono ancora ad esportare Made in Italy. Ci riescono eroicamente, nonostante uno Stato ormai composto di parassiti incompetenti faccia di tutto per rendere difficile – invece che aiutare – la produzione, a forza di controlli, norme , adempimenti e tassazione – perché il Fancazzista Collettivo guarda a quelli che lavorano con sospetto che siano evasori fiscali, che gli nascondono il suo stipendio di fancazzisti. 

Pensa solo questo: che sono decine di milioni i tablet cinesi o coreani, milioni gli smartphone che vi hanno comprato quei lavoratori e imprenditori esportatori . E vogliamo parlare della auto? BMW, VW, Toyota, Kia…è raro vederne una italiana, ed è pure giusto perché la Fiat fa’ schifo. Ve le comprano sempre loro. E non dimentichiamo la coca e le altre sostanze da discoteca, che l’italiano consuma con entusiasmo: tutta roba importata, per miliardi annui – di dollari che quei lavoratori guadagnano- Loro che già devono guadagnare i dollari che servono per comprare le cose essenziali : il petrolio, il gas, i minerali ferrosi e non ferrosi che le nostre industrie trasformano per poi esportarle: per centinaia di milioni di dollari, miliardi. E sono aziende che quando cercano un fabbro, un elettricista, un calderaio non lo trovano, perché voi bietoloni schifate questi mestieri e nemmeno li sapete fare.

Non pretendo che siate grati a questa gente che vi compra tutto ciò che non sappiamo, non sapete, non volete più fare. Voglio solo farvi notare quanti milioni sono gli smartphone e i tablet, milioni – e quanto pochi sono i lavoratori che in Italia riescono ancora ad esportare per comprarvi tutto, dal telefonino al riscaldamento, alle Nike che avete ai piedi. Sono pochissimi. Hanno a carico i Fancazzisti Collettivi di cui devono pagare gli stipendioni.

Anzi, sono sempre meno, perché l’euro è troppo “forte” e sopravvalutato per l’industria italiana, ed è invece sottovalutato per l’industria tedesca, che esporta di più, e ci ha rubato la clientela estera. Ne stanno morendo giorno per giorno. E i dollari che guadagnavano per voi, per i vostri lussi oltre che per le spese essenziali, sono sempre meno. Alla prossima e imminente nuova crisi finanziaria, ne spariranno ancora. Perché siamo nel mercato globale, e un collasso a Wall Street provoca decenni di recessione mondiale.

Il prossimo smarthpone non potrete comprarvelo, bietoloni.

Maurizio Blondet

http://www.maurizioblondet.it/sapete-vi-comprato-lo-smartphone-ragazzi/

Ustica | Videoproiezione a Raido – Roma


USTICA

Regia di R. Martinelli, 2016

(Film mai trasmesso in tv)

Il Regista ha analizzato carte e articoli su uno dei più bui misteri d’Italia. Il film è la ricostruzione della tesi che sostiene cioè che la sera del 27 Giugno 1980 nel cielo di Ustica vi sia stata una collisione in volo tra un caccia F5E dell’aviazione statunitense e il DC9 italiano. Il caccia Usa, assieme ad un velivolo omologo, stava inseguendo un Mig libico in fuga verso la Libia nascosto a poche centinaia di metri sulla scia dell’aereo civile. E’ la cosiddetta “quarta ipotesi” su Ustica, dopo quella del cedimento strutturale, della bomba a bordo, e del missile, in 35 anni in cui si sono susseguite indagini, sentenze, depistaggi, morti sospette di testimoni.

@Raido, Via Scirè 21/23, Roma

Venerdì 30 Settembre 2016

Inizio film: ore 21:30

Ingresso + consumazione: 5 euro

Il (falso) mito dell’educazione sessuale | Giuliano Guzzo


Che differenza c’è fra un’inchiesta giornalistica e uno spot propagandistico? Apparentemente sono cose diversissime come diversissime, si sa, sono l’informazione e l’ideologia. Vi sono tuttavia casi nei quali la propaganda, per apparire autorevole – ed essere quindi più efficace -, assume le mendaci sembianze dell’inchiesta giornalistica. Un esempio lampante è quello delle due intere pagine – la 24 e la 25 – con cui il Corriere della Sera di ieri, proponendo ai suoi lettori formalmente un’inchiesta, ha in realtà confezionato un formidabile spot a favore dell’educazione sessuale obbligatoria nelle scuole. La linea che su questo delicato argomento il primo quotidiano d’Italia sposa senza esitazioni è tutta già condensata nelle prime righe dell’articolo: «La scuola dovrebbe occuparsene di più. Parlare di amore, relazioni, sesso. Dei corpi che crescono e cambiano, delle emozioni che si agitano, come stagioni impazzite, dentro cuori impreparati. E invece, dopo 25 anni di proposte, non c’è una legge che istituisca corsi obbligatori» (p. 24). Ora, al di là della dubbia qualità poetica di certe espressioni – «emozioni che si agitano, come stagioni impazzite, dentro cuori impreparati» -, il senso del discorso è fin troppo chiaro: urge una legge che introduca «corsi obbligatori» nelle scuole nei quali si parli «amore, relazioni, sesso».

A suffrago della sua tesi, il Corriere presenta da un lato la solita carrellata di pareri più o meno autorevoli e più o meno generici e, dall’altro, mostra ai lettori un’immagine della situazione europea mettendo in luce il fatto che diversi Paesi hanno già provveduto ad introdurre quell’educazione sessuale obbligatoria rispetto alla quale «l’Italia resta, sola in Europa, senza un quadro normativo di riferimento» (p.25). Sopra l’articolo, la foto di due ragazzi che si fissano: quello a sinistra è un ragazzo, mentre il sesso del soggetto a destra, dai capelli corti e dall’aspetto androgino, non è chiaro: un piccolo capolavoro di propaganda, insomma, per scardinare pure visivamente l’idea che l’amore possa o debba essere fra maschio e femmina. Torniamo però a quanto afferma la discutibile inchiesta, e cioè l’assenza di una legge che in Italia istituisca a scuola «corsi obbligatori» nei quali si parli «amore, relazioni, sesso»: cosa vera. Benché se ne parli dal tempo (la prima proposta di legge risale al 1975 ed era del Partito Comunista), il nostro Paese non ha una norma in tal senso. C’è però da chiedersi – dilemma che il Corriere neppure si pone – se ciò sia un male o sia un bene. Il solo modo per chiarire questo dubbio evitando riferimenti confessionali o morali (che pure sono di massima importanza, considerando il primato educativo della famiglia), è guardare alla situazione europea per confrontarla con quella italiana.

Ora, in teoria i Paesi nei quali l’educazione sessuale nelle scuole è prevista da tempo dovrebbero mostrare un quadro ben più confortante di quello dell’arretrata Italia: meno malattie sessualmente trasmissibili, meno gravidanze fra le giovanissime, meno episodi di bullismo, meno casi di “omofobia”. E’ così? Prima di vederlo, occorre prima intendersi su quale educazione sessuale vada oggi per la maggiore in Europa. La illustra bene Il bambino denudato (Fede&Cultura, 2016), il nuovo libro dello psicologo-psicoterapeuta Gilberto Gobbi – testo di cui consiglio a genitori ed educatori l’acquisto – nel quale viene esaminata l’educazione sessuale secondo le schede dello Standard/OMS. Trattasi di schede diffuse dall’Ufficio Regionale per l’Europa dell’OMS nel 2010, dopo averle commissionate al BZga di Colonia, Centro già noto per le posizioni abortiste, e che – come ben spiega Gobbi nel suo libro – apparentemente promuovono l’educazione sessuale olistica, cioè onnicomprensiva di tutti gli aspetti e le implicazioni della sessualità umana, ma in realtà considerano «solo alcuni aspetti della persona, quelli fisici e psicologico» mentre la dimensione spirituale e religiosa non viene considerata «neppure come possibilità» (pp.15-38). Morale: più che educazione sessuale, è apologia della contraccezione e del piacere fine a se stesso.

Chiarito quindi quale tipo di (dis)educazione sessuale verosimilmente si vorrebbe introdurre anche in Italia, passiamo ora a considerare i “successi” conseguiti dai Paesi ritenuti più evoluti dell’Italia. Successi che, francamente, diventano difficili da apprezzare. Infatti l’Europa da cui dovrebbe prendere esempio il nostro Paese è quella nella quale le malattie sessualmente trasmissibili sono in aumento; in particolare – segnala un rapporto dell’European center for diseases control – è allarme clamidia: peccato che oltre l’80% di queste infezioni si concentri in appena quattro Paesi: Svezia, Norvegia, Gran Bretagna e Danimarca. Trattasi non solo di Paesi dove l’educazione sessuale scolastica è diffusa, ma fra i quali c’è la Svezia: il primo Paese europeo a rendere obbligatorio il suo insegnamento nel lontano 1956, sin dalle elementari. Come mai allora questa situazione? Sarebbe bello che il Corriere, abbandonando l’attuale parzialità, realizzasse un’inchiesta su questo. Allo stesso tempo, sarebbe bello che i giornalisti del primo quotidiano d’Italia – e con loro quanti credono opportuna l’educazione sessuale nelle scuole, fra i quali vi sono intellettuali notevoli, come Rocco Siffredi – cercassero di capire come mai i Paesi nei quali questa è diffusa da molti anni sono pure quelli nei quali le gravidanze fra le giovanissime sono più diffuse.

Avete letto bene: considerando la situazione di Paesi nei quali l’educazione sessuale è insegnata nelle scuole – in Francia, per esempio, è inserita nei programmi scolastici fin dal 1973 – si vede come in questi le ragazze abortiscano fino a quattro volte di più rispetto alle altre, fra cui le Italiane. L’educazione sessuale non c’entra, dirà qualcuno? Strano, perché vi sono studi che suggeriscono come programmi scolastici volti a diffondere nei giovani la contraccezione abbiano ottenuto un aumento del numero delle gravidanze. «Quali sono – si chiede dunque il medico e bioeticista Renzo Puccetti – le prove a sostegno del fatto che il più vasto ricorso alla contraccezione ridurrebbe il numero di aborti? La risposta della scienza è: nessuna» (Vita e morte a duello, Fede&Cultura 2014, p.80). Se l’educazione sessuale nelle scuole è così inefficace – si penserà – almeno sarà utile come forma d’incentivo al rispetto dell’altro, contro il bullismo. Bella ipotesi: peccato non sia – neppure questa – suffragata da dati: infatti in Italia, che dovrebbe essere messa malissimo da questo punto di vista, appena il 5% dei giovani fra gli 11 ed i 15 anni risulta vittima di accertati episodi di bullismo: in pratica siamo a livelli svedesi e messi molto meglio di Spagna, Germania e Austria (AA.VV. (2015) Skills for Social Progress. The Power of Social and Emotional Skills. «Organisation for Economic Co-operation and Development»: p.20).

Dulcis in fundo, neppure considerando l’”omofobia” la “medievale” Italia sfigura: i dati dell’European Union Agency for Fundamental Rights (2012) basati sulla percentuale di cittadini LGBT dichiaratisi vittime di violenza o minacce negli ultimi cinque anni, infatti, vedono la Gran Bretagna (31%), il Belgio (27%), la Francia (26%), la Danimarca (23%) e la Germania (22%) – Paesi osannati come fari del progresso – messi peggio di noi (19%). Un dato, questo, che – sommato a gli altri – non può non far scaturire una domanda: perché? Come mai Paesi che da decenni investono fiumi di danaro sull’educazione sessuale scolastica sono nella situazione dell’Italia (raramente) o in una molto più drammatica (assai spesso)? I motivi son almeno tre. Il primo riguarda il fatto che un’educazione sessuale disgiunta dai valori della responsabilità e della fedeltà di coppia, semplicemente, educazione non è e non modifica i comportamenti; la seconda ragione sta nella cosiddetta “compensazione del rischio”, meccanismo in base al quale, credendosi al riparo da pericoli perché informati su rischi e rimedi (contraccezione, pillola del giorno dopo, ecc.), gli individui tendono a condotte più rischiose di quelle altrimenti adottate, peggiorando la situazione. Il terzo – il più importante – riguarda il primato educativo della famiglia: irrisa e dileggiata, la “cellula fondamentale della società” è ancora, per quanto in crisi, la migliore agenzia educativa. In Italia, in particolare, la famiglia conta ancora: e si vede.

La verità, detto ciò, è che educare è un mestiere difficile in primo luogo perché non frazionabile: un giovane non ha bisogno di uno che lo educhi al senso civico, uno che lo introduca al rispetto del prossimo, un altro ancora che gli sveli i segreti di «amore, relazioni, sesso». No: ha bisogno di qualcuno che lo educhi con la pazienza che in fondo solo un genitore – o un educatore che comprenda appieno il senso della sua missione – può avere. Inoltre, con la pazienza (e la conoscenza!) è fondamentale un altro aspetto: la credibilità. Il processo educativo, infatti, non si basa solo su dei contenuti ma anche – se non soprattutto – su una testimonianza: io non ascolto te solo perché hai qualcosa da dirmi, ma anche perché ci credi e lo dimostri; perché sei un esempio, un maestro. Ecco perché – con tutto il rispetto per il mondo scolastico – pretendere di scorporare un tema cruciale quale quello della sessualità sia da un disegno educativo più ampio sia dalla credibilità di un educatore che sia pure testimone, lasciando così tutto e solo nelle mani di “esperti”, è la premessa ad un fallimento: perché in questo modo non si insegna nulla, si veicolano solo contenuti fintamente neutrali e si considerano i ragazzi come imbuti nei quali versare nozioni precotte, che tutto trasmettono fuorché la bellezza di vivere il regalo della sessualità nei confini della responsabilità e del vero Amore.

Giuliano Guzzo

Fonte: https://giulianoguzzo.com/2016/05/09/il-falso-mito-delleducazione-sessuale/

Olio di oliva italiano? Occhio all’etichetta! | SalutePiu.info


Occhio all’etichetta dell’olio d’oliva: le nuove normative europee impongono modifiche che se da un lato aiutano certamente chi voglia commercializzare oli di scarsa qualità, dall’altro consentono al consumatore smaliziato di individuare con certezza gli oli migliori. Ma andiamo per ordine.

Decaduti i 18 mesi dall’imbottigliamento

Ha fatto urlare allo scandalo il fatto che la normativa europea abbia eliminato il termine massimo di 18 mesi per il consumo dell’olio dal momento dell’imbottigliamento. In altre parole, è ancora necessario indicare in etichetta “da consumarsi preferibilmente entro” ma il limite può oltrepassare i 18 mesi dall’imbottigliamento.

Di cosa stiamo però parlando veramente? Del nulla. Perché adesso come anche prima la scadenza parte dal momento dell’imbottigliamento e non da quello della produzione. Un criterio veramente curioso che però permetteva e permette a quei commercianti d’olio che lo desiderino di mischiare l’olio vecchio con quello nuovo (o di darti tutto olio vecchio) e giovarsi di una scadenza di altri 18 mesi per un olio che è stato già stoccato per un anno o più (l’olio vecchio, appunto).

Ma lo volete voi l’olio vecchio ? Se la risposta è Si, allora compratevelo. Se la risposta è No, continuate a leggere l’articolo.

Chi deve indicare la data di produzione ?

L’obbligo di evidenziare in etichetta la “campagna olearia di produzione”, cioè la data di produzione, vale solo per chi voglia commercializzare olio extravergine d’oliva 100% italiano e tutto prodotto in una sola annata. Quindi solo i produttori italiani di olio di qualità avranno l’obbligo di scrivere in etichetta quando hanno prodotto l’olio ed in quale annata ed il consumatore sa che tutto l’olio di quella bottiglia appartiene a quella annata.

Conclusione: volete comprare olio d’oliva tutto italiano e tutto nuovo ? Leggete l’etichetta !

I produttori di olio italiano di qualità avanzano però qualche sospetto, probabilmente fondato. “Il provvedimento apparentemente a favore dei produttori olivicoli speriamo non si riveli un boomerang come di recente accaduto con il portale informatico SIAN – spiega Stefano Petrucci, Presidente del Consorzio Sabina DOP che opera per la tutela e la valorizzazione dell’Olio della Sabina – che introdotto per contrastare le contraffazioni degli spacciatori di falso olio italiano e le grande industrie, secondo le organizzazioni professionali, si è rivelato un macigno burocratico in capo ai piccoli agricoltori che si sono visti recapitare negli ultimi mesi centinaia di multe tra i 2.000 € ed i 6.000 € per non aver soddisfatto i requisiti burocratici della norma. Da sempre muoiono più agnelli che pecore figuriamoci se qualcuno tocca i lupi”.

Indicazione d’origine delle miscele d’oli d’oliva

Il burocrate di Bruxelles che usa il burro del Nord Europa anziché l’olio delle nostre verdi colline (tanto il colesterolo si alza a lui, mica a noi) ha pensato bene di eliminare “l’evidenza cromatica” con la quale in etichetta andava spiegato al consumatore quale cocktail di oli ci fosse mai nella bottiglia con su scritto “olio extravergine di oliva” che chiunque di noi (ingenuo) pensa provenga tutto dallo stesso pittoresco oliveto sulla collina verde.

Del resto, siamo nel giusto noi ad illuderci: avete mai mischiato mezza bottiglia di chianti e mezza di barolo per poi berli insieme ? E perché qualcuno dovrebbe far lo stesso con l’olio ? Per guadagno ?

Per fortuna, però, la legge prescrive ancora che: “L’indicazione dell’origine delle miscele di oli di oliva originari di più di uno Stato membro dell’Unione europea o di un Paese terzo, … deve essere stampata, … in un punto evidente in modo da essere visibile, chiaramente leggibile e indelebile”.

Dunque fate ben attenzione quando leggete l’etichetta e lasciate che sia il burocrate di Bruxelles a condire con il cocktail la sua insalata allevata in serra e che non sa di nulla.

L’evoluzione della criminalità cinese in Italia. Fenomeno da non sottovalutare |laogai.it


Se da un lato queste forme criminali confermano i loro interessi delittuosi tipici,quali: sfruttamento immigrazione e lavoro nero, traffici internazionali di droga, armi, organi e rifiuti con utilizzo dei porti, contraffazione e falso, estorsioni, usura, riciclaggio denaro sporco in numerose attività commerciali, sfruttamento prostituzione, gioco d’azzardo-, dall’altro,si assiste ad un salto qualitativo e alla contemporanea uscita dall’isolamento delle forme criminali cinesi.La mutazione incorso, come dimostra il fatto di essere usciti dal contesto proprio delle chinatown, non è da sottovalutare: le organizzazioni criminali cinesi non vivono più all’interno delle proprie isole culturali. L’ultima operazione avvenuta a Prato nel mese di giugno 2016 conferma una simile tendenza.
Uno strumento ripreso dal passato di cui si servono in modo moderno quelle che potrebbero essere definite come le triadi 2.0, è l’utilizzo delle associazioni culturali creandone una propria,oppure infiltrandosi in una di quelle esistenti,la criminalità cinese si erge a difesa dei propri concittadini vessati dalle rapine e dalla così detta assenza dello stato. Siamo così di fronte alla tipica ricerca di consenso sociale criminale e/o mafioso. Cosa fare?

Innanzitutto serve monitorare costantemente l’evoluzione della criminalità cinese. Serve poi sensibilizzare la popolazione cinese a reagire difronte alla propria criminalità,cosa che purtroppo non avviene spesso,così come non avviene per gli italiani vessati dalle mafie italiane. Inoltre, bisogna avere tolleranza zero verso il non rispetto delle regole ove ciò avvenga. La criminalità cinese, come tutte le forme di criminalità, si muove benissimo in assenza di regole e trova terreno fertile in un contesto sociale dove ognuno fa quel che vuole. Non deve esistere nessuna zona franca.

Fonte: Ufficio Stampa Fondazione Antonino Caponnetto

Gonews,25/07/2016

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La mia vita distrutta da un padre gay| esce in italia il libro – UCCR


Pochi giorni fa sono stati pubblicati su “Social Science Research” due studi molto interessanti sulle problematiche dei bambini cresciuti all’interno di una relazione omosessuale. Il primo in particolare si è basato sul più grande campione rappresentativo casuale a livello nazionale e ha fatto parlare direttamente i “figli” (ormai cresciuti) di genitori omosessuali, dimostrando un significativo aumento di disturbi psicofisici rispetto ai figli delle coppie eterosessuali.Per coincidenza, proprio in questi giorni è uscito in Italia il libro “Fuori dal Buio, la mia vita con un padre gay” (edizioni Ares 2012), di cui abbiamo già avuto modo di parlare. A parlare è Dawn Stefanowicz, che ha scelto coraggiosamente di scrivere un libro sulla sua vita di ragazzina cresciuta con un padre omosessuale. Anche lei, come i “figli” intervistati nello studio scientifico citato sopra, ha parlato di sofferenze indicibili subite e si è fatta portavoce di altri “figli” dei gay con cui è entrata in contatto: «Informandomi sull’argomento ho conosciuto diverse persone, in Nordamerica, che essendo cresciute con un genitore dalle tendenze omosessuali hanno reso pubblici alcuni aspetti delle loro storie e hanno raccontato le difficoltà che quell’ambiente famigliare aveva creato per la loro crescita», ha scritto nella prefazione. Ha agito «per difendere i bambini innocenti che non possono difendersi da soli», come scrive nella dedica del volume, «contro una nuova, inaudita forma di abusi sui minori, legalizzata e promossa dagli Stati che hanno abbracciato un’ideologia del tutto falsa, per la quale ogni tipo di vissuto e ogni forma di convivenza vengono considerati leciti ed equivalenti».

L’amore per il padre emerge nel libro, lui non ha voluto farle male in modo consapevole, ma purtroppo «ciò che desiderava più di ogni altra cosa era di essere accettato e appartenere a qualcuno. Cercava di ottenere quel tipo di compagnia e di amore maschile che da bambino non aveva mai conosciuto. Ma, cercando di soddisfare le sue esigenze affettive attraverso l’omosessualità, spesso ignorò le esigenze legittime dei suoi figli». L’omosessualità, dunque, come ricerca dell’affetto di un uomo, mancata nell’infanzia. Dawn racconta: «sono stata esposta a chat sessualmente esplicite, stili di vita edonistici, sottoculture GLBT e luoghi di vacanza gay. Sono stata esposta a manifestazioni della sessualità di tutti i tipi tra cui il sesso negli stabilimenti balneari, travestitismo, sodomia, pornografia, nudità gay, lesbismo, bisessualità, voyeurismo e sadomasochismo. Droga e alcol hanno spesso contribuito ad abbassare le inibizioni nelle relazioni di mio padre». Egli la vestita sempre in modo unisex, «non ho mai visto il valore delle differenze biologiche complementari tra uomini e donne, né mai ho pensato al matrimonio». Con papà, racconta, «non c’era scampo: se uscivo con le femmine diceva che ero lesbica (…), la promiscuità mi sembrava la cosa più normale». La cosa peggiore, racconta Dawn, era «l’audacia di papà nella sua condotta omosessuale sempre più evidente», dovuta al fatto che «non c’era più nessuno a cui sentiva di dover rendere conto (…) una nuova aria di permissivismo permeava la società». E ancora: «Ero indignata per la vita delle persone dello stesso sesso, i continui abusi domestici, le avances sessuali verso minori e la perdita di partner sessuali come se le persone fossero prodotti da utilizzare»

Dawn è cresciuta tra gli omosessuali di Toronto, come scrive nel suo sito web, e suo padre è uno specchio di quel mondo: «Era una persona insicura», perché l’omosessuale, spiega l’autrice raccontando dei tantissimi incontrati nel mondo gay, è «narcisista, concentrato su se stesso e tanto bisognoso di conferme e di affetto da parte di altri uomini […], lui portava dentro una grandissima rabbia irrisolta, che ribolliva e traboccava in scene spaventose […] lottava anche contro la depressione e qualche volta pensava al suicidio (…). Viveva una vita tormentata, il suo modo di affrontare il proprio disagio era seppellirsi negli straordinari di lavoro e poi la sera e nei fine settimana, fuggire verso attività sessuali compulsive». Per questi disturbi del padre e dei suoi amanti, la donna non ha scaricato la colpa sulla società, la quale anzi è sempre stata fin troppo aperta.

Due incontri hanno dato a Dawn la forza di venirne fuori, come recensisce Tempi.it: la sua vicina di casa, innanzitutto, da cui spesso si rifugiava da piccola e che a differenza di tutti gli adulti che «in nome dell’ideologia politically correct fingevano di non vedere (…), parlava delle cose così com’erano, non come apparivano», spiegando alla piccola che «il papà fa delle cose che non dovrebbe fare perché sono sbagliate». Grazie ad un altro vicino, «conoscendo i suoi genitori ebbi finalmente un’idea di quello che dovesse essere una famiglia». Dopo aver cercato di realizzare la sua legittima esigenza di affetto paterno attraverso rapporti omosessuali transitori e promiscui, oggi Dawn Stefanowicz -anche grazie alla analisi- è sposata con due figli, ed è anche riuscita a perdonare il padre.
Fonte: http://www.uccronline.it/2012/07/09/la-mia-vita-distrutta-da-un-padre-gay-esce-in-italia-il-libro/

Profanazioni democratiche | La tomba del Dottor Micheletti 

  
Ancora una volta, a Pola, la tomba del Dottor Micheletti, il medico eroe della strage di Vergarolla, è stata profanata. Il vile gesto, resterà impunito? Probabile, le profanazioni che non riguardano i feticci dell’Italia democratica e resistenzialista, possono passare anche inosservate. 

Noi siamo qui per ricordare – Noi non dimentichiamo

Comitato 10 Febbraio – Centro Studi Aurhelio

Una prospettiva islamica sulla famiglia* | Mohammad Ali Shomali

  
Una delle prerogative che contraddistinguono il Centro studi Aurhelio, è quella di cercare le analogie tra la nostra civiltà – intesa nella sua accezione tradizionale e quindi religiosa- e le altre tradizioni che giungono da verità rivelate. In questo caso, il contributo dell’associazione Imam Mahdi, ci fa scoprire come vi sia molta più similitudine tra la nostra concezione della famiglia e quella islamica, che con le stravaganti idee che oggi attraversano l’Occidente moderno. Non è un caso che proprio nelle scuole di Roma, a difendere una sana educazione dei figli ed una corretta concezione della famiglia, dalla propaganda gender e omosessualista, siano proprio i rappresentanti di quelle culture fortemente radicate religiosamente. Ciò vale ovviamente non solo nel caso di famiglie islamiche ma anche cristiane o indù che molto spesso rappresentano un argine ben più solido rispetto al laicismo e al materialismo indifferente di molto genitori italiani. 


  

Secondo il Corano, Dio ha onorato gli esseri umani (17:70) e li ha creati con la potenzialità di agire come Suoi luogotenenti sulla terra (2:30; 38:26). Sia nella Sua creazione che nella Sua legislazione, Dio ha predisposto ogni cosa onde permettere agli esseri umani di prosperare e raggiungere questa posizione. Come altre forme di esseri viventi, gli esseri umani sono stati creati in coppia e non potrebbe essere completi altrimenti (36:36). Ciò è incomparabile con Dio, Colui che non necessita di un partner (72:3; 6:101). Dio dice nel Santo Corano:“Fa parte dei Suoi segni l’aver creato da voi, per voi, delle spose, affinché riposiate presso di loro, e ha stabilito tra voi amore e tenerezza. Ecco davvero dei segni per coloro che riflettono.” (30:21)

“Dio vi ha dato spose della vostra specie, e da loro vi ha dato figli e nipoti e vi ha concesso le cose migliori. Crederanno al falso e disconosceranno la benevolenza di Dio?” (16:72)

Uno dei segni della saggia creazione di Dio è che Egli ha creato per noi spose da noi stessi. Per essere completo un uomo necessita di una donna e viceversa. Anche quando le genti si recano in Paradiso, esse necessitano di essere con le loro spose. Il Corano dice:

“E annuncia a coloro che credono e compiono il bene, che avranno i Giardini in cui scorrono i ruscelli. Ogni volta che sarà loro dato un frutto diranno: “Già ci era stato concesso!”. Ma è qualcosa di simile che verrà loro dato; avranno spose purissime e colà rimarranno in eterno.” (2:25; cfr. Anche 3:15; 4:57; 43:70)

Quando Dio disse ad Adamo di andare in Paradiso, Egli disse:

“…O Adamo, abita il Paradiso, tu e la tua sposa…” (2:35)

E’ interessante che quando Dio avverte Adamo sull’inimicizia di Satana, Egli gli dice che Satana vuole ingannarli e trarli fuori dal Giardino:

“Dicemmo: “O Adamo, in verità quello è un nemico manifesto, per te e per la tua sposa. Bada a che non vi tragga, entrambi, fuori dal Paradiso, ché in tal caso saresti infelice.”(20:117)

Adamo e sua moglie fanno ingresso insieme in Paradiso e anche se dovessero uscirvi lo farebbero insieme. Il Corano dice:

“Poi Iblîs li fece inciampare e scacciare dal luogo in cui si trovavano. E Noi dicemmo: “Andatevene via, nemici gli uni degli altri [L’inimicizia di cui parla il versetto si riferisce a quella sempiterna tra gli uomini e i dèmoni e non già tra l’uomo e la donna come si potrebbe equivocare]. Avrete una dimora sulla terra e ne godrete per un tempo stabilito”. Adamo ricevette parole dal suo Signore e Dio accolse il suo [pentimento]. In verità Egli è Colui Che accetta il pentimento, il Misericordioso. Dicemmo: “Andatevene via tutti [quanti]! Se mai vi giungerà una guida da parte Mia, coloro che la seguiranno non avranno nulla da temere e non saranno afflitti”.” (2:36-38)

E’ interessante che il Corano ci rende edotti che gli angeli che sostengono il Trono Divino e lo circondano, pregano per i credenti ed una delle cose che continuamente chiedono per loro a Dio è di lasciarli entrare in Paradiso insieme con le loro spose:

“Coloro che sostengono il Trono e coloro che lo circondano, glorificano e lodano il loro Signore, credono in Lui e invocano il perdono per i credenti: “Signore, la Tua misericordia e la Tua scienza, si estendono su tutte le cose: perdona a coloro che si pentono e seguono la Tua via, preservali dal castigo della Fornace. Signore! Falli entrare nei Giardini di Eden che hai promesso loro, e a quanti fra i loro padri, le loro spose e i loro discendenti saranno stati virtuosi. Sì, Tu sei l’Eccelso, il Saggio.” (40:7-8)

La formazione della famiglia, in principio formata da un uomo ed una donna, è uno degli elementi fondamentali del disegno di Dio per la vita umana. Egli ci ha benedetto ancor di più dandoci dei bambini. I bambini possono essere ben protetti e cresciuti soltanto nell’atmosfera della famiglia dove vi sia un padre e una madre che si amano reciprocamente e amino i loro bambini, vedendo nei loro figli un dono proveniente da Dio, avvicinandoli ulteriormente uno all’altro.

  
Il matrimonio: un patto sacro

Poiché la famiglia è un aspetto cruciale della creazione divina dell’umanità e un’istituzione sacra, il matrimonio è considerato come un patto sacro tra il marito e la moglie e Dio è il testimone tra loro. Mantenere solidi i legami matrimoniali e familiari è essenziale. In un ben noto detto (hadith), il Profeta Muhammad è riportato aver detto:

“Nell’Islam non è stata edificata nessuna costruzione più amata agli occhi di Dio del matrimonio.” (Bihar al-Anwar, vol. 100, pag. 222)

Pertanto ogni cosa deve essere orientata verso la protezione e promozione della vita familiare. Dall’altro lato, il divorzio è considerato come l’atto permissibile più riprovevole. Il Profeta Muhammad (S) ha detto:

“Non vi è nulla più detestato da Dio di una casa distrutta dalla separazione.” (Al-Kafi, vol. 5, p. 328)

Causare la separazione tra un marito ed una moglie è considerato un peccato maggiore e un tipo di miscredenza (kufr) (2:102).

Il matrimonio non è soltanto una sistemazione finanziaria o fisica per avere relazioni sessuali o vivere insieme. Non si tratta neanche di un mero contratto legale tra un uomo e una donna. Il matrimonio è un patto sacro tra i due e Dio ne è il testimone; un dono divino per gli esseri umani per completarsi reciprocamente e consolarsi gli uni con gli altri.

La violazione di questo sacro patto attraverso adulterio o relazioni omosessuali è proibita e unanimemente rifiutata da tutti i sapienti musulmani. Dato l’alto valore della vita umana, l’Islam vi ripone un’attenzione particolarmente speciale prima del suo inizio e che continua anche dopo la sua fine con la morte. L’unica via appropriata e legittima per avere figli è attraverso il matrimonio. In altre parole, un uomo e una donna possono avere un figlio soltanto quando essi apprezzano il valore della vita umana e si impegnano quindi ad assumersi pienamente la responsabilità di crescere un bambino nell’istituzione sacra della famiglia. Appare quindi immorale l’uso moderno della biotecnologia scavalcando il matrimonio e riproducendo esseri umani artificialmente e al di fuori del contesto della famiglia. Ovviamente una coppia sposata può utilizzare tecniche biomediche legittime per la genitorialità. Il Corano dice:

“Egli è Colui Che dall’acqua, ha creato una specie umana e la ha resa consanguinea ed affine. Il tuo Signore è potente.” (25:54)

Il matrimonio costituisce quindi un’unità sacra sulla quale dobbiamo costruire una società, e deve essere molto solida. Per stabilire e rafforzare questa unità, Dio ha osservato certi aspetti nella Sua creazione ed ha osservato altri aspetti nella Sua legislazione. Si tratta di due realtà in armonia reciproca, ma qui possiamo fare riferimento soltanto ad alcuni aspetti della Sua creazione.

Il matrimonio secondo la creazione divina

Nella Sua creazione, Dio ci ha reso desiderosi il sesso opposto, vale a dire che all’uomo ha infuso il desiderio di una donna e alla donna di un uomo, e così a vari livelli. Alcune persone possono forse sperimentarlo soltanto al livello più basso, quello sessuale. Ma il desiderio di un uomo per una donna o viceversa non deve essere animato soltanto dalla concupiscenza, perché questo essere sperimentato a livelli più profondi, prima psicologicamente e poi spiritualmente.

Coloro che andranno in Paradiso avranno ancora bisogno di avere un coniuge non perché vorranno avere mere relazioni sessuali ma perché troveranno completa tranquillità e conforto nel rapporto generale con lui. Troviamo che il nostro elemento mancante, l’unica cosa che può farci sentire completi, è una donna per un uomo e un uomo per una donna. Dio ci ha creati quindi in modo che possediamo questo desiderio profondo di un coniuge e la sua natura in alcuni aspetti simile e in altri differente rende perfetto l’incontro.

Questo desiderio porta un uomo ed una donna ad unirsi nonostante il fatto che la prima scelta potrebbe essere quella di rimanere liberi e non assumersi impegni e responsabilità. Dio ci ha reso però così bisognosi di questa unione al punto di darci la forza di sopportare ogni tipo di difficoltà e ad intraprendere molteplici responsabilità nel cercare e preservare il nostro coniuge. Ovviamente le persone più compassionevoli e spirituali non trovano particolarmente difficile “ospitare” un’altra persona nella loro sfera e invece di pensare soltanto al loro ego, fanno ogni cosa per il bene e il miglioramento dell’estensione de proprio sé, cioè la famiglia. Ma per coloro che sono individualisti ed egoisti, il matrimonio è una grande sfida. Essendo abituati a compiere ogni cosa come vogliono e volendo rimanere liberi da ogni impegno, è per essi difficile trovarsi in qualche modo limitati e con responsabilità. In ogni caso il desiderio sessuale, psicologico e spirituale conduce le persone di sesso opposto le une verso le altre.

Non solo gli esseri umani nutrono un desiderio verso la persona di sesso opposto, ma nella Sua Saggezza, Dio ha creato gli uomini e le donne con differenti personalità. Gli uomini e le donne condividono molte cose e quindi sono idonei l’uno con l’altro. Se un uomo non condivide nulla con una donna essi non potrebbero allora essere buoni coniugi l’uno per l’altro; ma allo stesso tempo la cosa bella è che vi sono alcune differenze tra loro, perché se una persona fosse esattamente come noi, perché ne avremmo bisogno e come potrebbe donarci conforto o completarci? Abbiamo bisogno di qualcuno simile a noi in alcuni aspetti ma tuttavia differente in altri.

Quindi il carattere di un uomo è differente da quello di una donna, ma non a tal punto da rendere impossibile una comprensione reciproca. E’ possibile comprendersi reciprocamente perché abbiamo molti aspetti in comune ma abbiamo bisogno anche di comprendere e apprezzare le differenze che abbiamo naturalmente. Se un uomo desidera che sua moglie pensi e si comporti esattamente come lui, o se una donna vuole che suo marito pensi e si comporti esattamente come lei, mostrano una mancanza di comprensione. Ciò che è importante e cruciale per un marito e una moglie è sforzarsi per comprendere e apprezzare queste differenze e operare congiuntamente per utilizzarle a vantaggio della loro famiglia e società.

Il Corano richiede ai membri della famiglia di avere amore e misericordia l’uno verso l’altro. Per esempio leggiamo:

“Comportatevi verso di loro convenientemente.”(4:19)

“Il tuo Signore ha decretato di non adorare altri che Lui e di trattare bene i vostri genitori. Se uno di loro, o entrambi, dovessero invecchiare presso di te, non dir loro “uff!” e non li rimproverare; ma parla loro con rispetto, e inclina con bontà, verso di loro, l’ala della tenerezza; e di’: “O Signore, sii misericordioso nei loro confronti, come essi lo sono stati nei miei, allevandomi quando ero piccolo” (17:23-24)

“[e mi ha imposto]… la bontà verso colei che mi ha generato.” (19:31)

Il Profeta (S) ha detto:

“Guardare il proprio coniuge con affetto e gentilezza è un atto di adorazione.” (Ibid, Vol. 71, pp. 80-84)

“Dio è compiaciuto quando una persona compiace i suoi genitori, e Dio è adirato quando una persona causa la loro ira.” (Ibid, Vol. 74, p. 151)

“Il Paradiso risiede sotto i piedi delle madri.” (Nuri, Mustadrak Wasa’il al-Shi‘ah, Vol. 15. p. 180; Muttaqi Hindi, Kanz al-‘Ummal, Vol. 16, p. 461)
* Articolo apparso sul quotidiano “Il Foglio” con il titolo “La Famiglia e il Profeta” il 19 Marzo 2014.
Traduzione a cura di Islamshia.org © E’ autorizzata la riproduzione citando la fonte

Nuovi milioni di disoccupati in vista: siamo pronti | Maurizio Blondet

  
I media hanno finalmente scoperto che 62 ricchi hanno la ricchezza della metà dell’altra popolazione del mondo. Grazie ad Oxfam, la ong inglese, possono pubblicare dati come se fossero una sorpresa. 7 milioni di italiani, l’11,5% della popolazione, vivono in “grave deprivazione materiale”, e nel 2004 erano solo, si fa per dire, il 6,4 per cento: è stato quasi un raddoppio. Il numero di quelli che, pur avendo un lavoro, sono poveri, è parimenti cresciuti: dall’8,9 all’11per cento. Nel complesso 22 italiani su cento sono miseri, e il loro numero è aumentato- Nello stesso periodo, è triplicato il numero dei miliardari in Italia: erano 13 nel 2004, sono 39 oggi a possedere almeno mille milioni di euro. Ciò mentre il paese ha perso il 25 % delle attività economiche a cominciare dall’entrata nell’euro e poi nella grande depressione dal 2008.La politica dei governi ha solo aggravato le disuguaglianze. Se questi sono stati l’effetto generale del capitalismo globalizzato in tutto il mondo, la particolarità italiana sta nel fatto che è il paese peggio governato dalla UE. E non date la colpa (solo) ai governi; è la Casta multiforme e parassitaria, esemplificata da direttori generali di ministeri con stipendi pari a quello del presidente Usa, o apparati regionali criminosi, che si sono pagate profumatamente per la mancata distribuzione, l’incompetenza, il saccheggio dei produttori.

Fra le cose che non si sottolineano abbastanza, c’è la rivelazione che questa disparità estrema della ricchezza costa 7 punti di Pil: la celebrata “efficienza” del capitalismo senza freni è una reale e concreta palla al piede dell’economia.

Il punto che noi siamo arrivati con questa condizione sociale nel secondo avvitamento della recessione innescata nel 2008 coi subprime americani. Il crollo delle banche italiane, che fa’ stupidamente godere quelli che “il papà della Boschi si è fatto consigliare da Carboni” ( la Massoneria governa le banche toscane dai tempi in cui i Savoia cacciarono il Granduca; mazziniani come Augusto Duchoqué furono al centro del cosiddetto “trasformismo creditizio” a capo della Banca Nazionale Toscana, e al patriota Giacomo Alvisi, con le sue Banche del Popolo social-mazziniane, dobbiamo la prima bolla in cui lasciarono le penne i lavoratori toscani rossi, che ci avevano creduto: niente di nuovo sotto il sole), dicevo la fuga degli “investitori” dalle banche toscane e dai loro titoli a interessi quasi zero, che ha messo a nudo i 200 miliardi di crediti marci del sistema bancario italiano, sono solo la risacca locale del crollo globale in corso.

Nelle prime due settimane del 2016 sono collassate le azioni di Wall Street, collassati i mercati cinesi; si inabissano gli emergenti, precipitano le borse dei petrolieri arabi, cade la Russia in un attimo. Cadono anche i mercati dove le banche centrali pompano liquidità a perdifiato, o dove impongono interessi negativi per i depositi; misure del tutto inefficaci nella colossale tempesta perfetta innescata.

In Usa, la menzogna della ripresa non regge più, e i titoli crollano. “La menzogna consensuale è svanita, qualcosa di grosso è cambiato”; avverte l’analista Wolf Richter. “E’ arrivato il mostro della deflazione, è davvero arrabbiato”, annuncia Chris Martenson, un altro.

Svanita la menzogna “consensuale”, gli operatori Usa scoprono per esempio che le azioni Intel (i microchip)son cadute di oltre il 9% in un colpo; ma come, anche la grande sofisticata industria avanzatissima? La realtà è che il business del digitale è nel pantano. -16% le vendite di PC. Basta dire che a Taiwan – la centrale dell’industria, dove si fabbricano e progettano semiconduttori del mondo intero – ha oggi una disoccupazione al 12 per cento, pari a quella italiana.

Cosa è successo? Quello che il capitalismo fa’ succedere in modo ricorrente, se lasciato agire liberamente: il 1929. La grande depressione, a deflazione maligna. Il motivo è spiegato da una tabella. Riguarda gli Stati Uniti? No, il mondo intero:

Il debito è cresciuto il doppio del Pil

La finanza, mentre toglieva potere d’acquisto ai salari, ha finanziato la “crescita” indebitando i salariati, gli imprenditori, gli stati, il mondo. Risultato: il debito è salito del doppio rispetto alla crescita del Pil. E’ facile capire che se tu prendi prestiti per il doppio dei tuoi guadagni, finisci presto a far la fila alle mense Caritas.

E’ la grande ricaduta, come nel ‘37

I segnali c’erano, e da anni: il calo tremendo dei traffici marittimi segnalati da Baltic Dry Index. Da molto temo la Cina ha preso a “esportare deflazione” nel mondo, svendendo la sua sovrapproduzione, poniamo, di alluminio e acciaio che le sue industrie non assorbono più, e cessando di comprare rame come prima,facendone calare il prezzo. Ma non basta: un giorno gli storici del futuro (se ci sarà un futuro) si domanderanno per quale malvagia idiozia le grandi potenze, tutte insieme – in un clima mondiale di per sé deflattivo da fine del ciclo del debito- si sono messe ad applicare attive politiche per aggravare la deflazione. La monarchia saudita guidando con la sovrapproduzione follemente volontaria,

il calo storico del prezzo del greggio, da 100 a 28 dollari, per distruggere lo shale americano, mettere in difficoltà i russi e contrastare il concorrente-nemico Iran. Washington che sceglie proprio questo momento per far tornare l’Iran all’onore del mondo, in cui gli ayatollah non vedono l’ora di rovesciare milioni di barili del loro greggio, deprimendone i prezzi a livelli che un giorno saranno considerati suicidi. Non bastasse, gli Usa hanno provocato il caos in una parte notevole del mondo, che ha cessato di essere un “mercato” di consumo o luogo di attrazione del turismo; hanno imposto (all’Europa) sanzioni alla Russia che provocano recessione a questa e a quella, con riduzione di consumi. La Unione Europea a guida germanica ha dato il suo decisivo contributo alla deflazione imponendo austerità, il pareggio di bilancio degli stati, il rientro dai debiti, taglio dei salari come unica via per riacquistare competitività mondiale. La cancelliera Merkel passerà alla storia (se ci sarà una storia) come quella che ricalcò le orme del cancelliere Heinrich Bruening, che nel 1930 “curò” la crisi economica (nata dall’America, 1929) e la disoccupazione galoppante con fori riduzioni delle spese dello stato, aumento dei dazi doganali, tagli ai sussidi di disoccupazione (“così quei fannulloni si metteranno a lavorare”) e, nel ’31, “decretò una riduzione generale dei salari, che furono tagliati del 15%” per rendere più competitivi i lavoratori. A quel punto, non-lavoratori: sette milioni di salariati, un terzo della forza produttiva di allora, aveva perso il lavoro, perché le loro industrie, aggravate da costi incomprimibili (leggi: gli interessi sui debiti contratti con la finanza, tasse, ammortamenti ed affitti) cessarono di pagare i debiti, e anche le banche fallirono con loro.

Poi, venne Hitler e il risanamento dell’economia con i metodi creativi del banchiere Schacht, ariano d’onore. Per gli americani, la politica di Roosevelt fallì nel 1937, quando –come oggi – un piccolo tentativo della Fed di alzare i tassi (l’occupazione era un poco migliorata) provocò un nuovo collasso più tragico del ’29 dei mercati azionari (il Dow Jones crollò del 46%!), una nuova recessione, fallimenti a catena di imprese, e i disoccupati aumentarono dal 14 a quasi 20%.

Nel 1937 il Dow Jones crollò, come oggi

La crisi che si apre è molto più grave (allora la Cina non esisteva come mercato né produttore ed esportatore di disordine finanziario), e di lunga durata, perché stavolta nessun dittatore “populista” potrà prendere il potere ad imbavagliare la finanza speculativa e il Bruening del nostro tempo; sicché anche noi avremo altri milioni di disoccupati. Che si andranno ad aggiungere a quelli rimasti sul lastrico dalla crisi del 2008 debitamente aggravata dalle ricette di austerità diligentemente applicate da Monti e Bersani per conto di Bruxelles e di Draghi, e mai riassorbiti – in un paese che ha il tasso di inattività più alto d’Europa. Quanti saranno, anzi saremo? Da 3,5 milioni a 6? Dal 12,4 al 22 per cento della Spagna, al 25% della Grecia? Difficile dirlo.

Teniamo, nel delineare il nostro scenario, che vivono qui 5 milioni di stranieri – che si sentono stranieri, se non estranei e nemici – che finiranno in disoccupazione, ed occuperanno le strade ed i centri di aiuto e provvidenze. Teniamo conto che la depressione globale aggraverà anche le zone del mondod a cui già provengono a milioni i clandestini e i profughi: quanti milioni in più scenderanno nelle nostre coste, si presenteranno ai confini, premeranno per entrare? Saranno disarmati o no? Chi darà l’ordine alla nostre forze armate di sparare? (e quali forze armate?)

Intravvedo uno scenario in cui bisognerà andare a far la spesa al supermercato in convoglio e scorta armata, perché altrimenti centinaia di affamati per le strade ci rapineranno il cibo dal carrello. Le vecchiette che si avventurano da sole dal panettiere si vedranno portar via il borsellino da grossi senegalesi o cosiddetti siriani, o anche da italiani troppo a lungo senza lavoro né speranza di averne mai uno; ai semafori le portiere delle auto verranno aperte da mendicanti minacciosi di tutti i colori.

Esagero?

E’ lo scenario che ha in mente il capo dell’esercito elvetico, generale Andé Blattmann, quando qualche giorno fa ha confidato: “…Le prospettive economiche sono cupe, si assiste a sbarchi imprevisti di flussi migratori di massa. Impossibile non stupirsene. Così, da una parte, alla crisi si aggiunge maggiore concorrenza sul mercato del lavoro, dall’altra dobbiamo sobbarcarci i costi degli aiuti. Inoltre, non si possono escludere disordini sociali; il vocabolario si fa pericolosamente aggressivo». Per concludere: «Dobbiamo prepararci a conflitti, crisi e catastrofi». Per questo, la Svizzera ha pensato bene di riattrezzare il proprio esercito, «pronto a combattere per il Paese e per la nostra gente”. Gli svizzeri si difenderanno. E noi?

 Maurizio Blondet – 19 gennaio 2016 | www.maurizioblondet.it 

“Grillo a bordo del Britannia nel 1992” | Radio IRIB, riporta una notizia che fa comprendere le attuali dinamiche politiche

  

Mentana: “Beppe Grillo era a bordo del famoso Britannia nel 1992.”
Emma Bonino: “Non so a che titolo fosse lì”

Beppe Grillo, nel 1992, era a bordo della Britannia – Da Radio IRIB

Sì, proprio quella Britannia, sulla quale i potentati della perfida Albione costrinsero il Governo Italiano a dare il via alle privatizzazioni industriali, ovviamente allo scopo di arricchire ancora di più chi tiene in mano. Assieme all’attuale leader del M5S erano presenti Mario Draghi, Mario Monti, Emma Bonino, Giuliano Amato, vari esponenti della famiglia Agnelli, il presidente della Banca Warburg, Herman van der Wyck, il presidente dell’ Ina, Lorenzo Pallesi, Jeremy Seddon, direttore esecutivo della Barclays de Zoete Wedd, il direttore generale della Confindustria, Innocenzo Cipolletta e decine di altri manager ed economisti internazionali, invitati dalla Regina Elisabetta in persona.

Mentana era al porto di Civitavecchia con la troupe del TG5, intervistò per qualche minuto Beppe Grillo che era sbarcato dal tender del panfilo Britannia, Grillo al microfono che lei impugnava disse che a bordo del Britannia erano state discusse cose molto interessanti. La sua risposta è importante, perchè colloca Grillo in una posizione netta rispetto alla politichina che sta tentando di affermare manipolando giovani cervelli.

Anche Emma Bonino ha confermato la presenza a bordo del comico genovese: “Non so a che titolo fosse lì, ma la cosa mi parve abbastanza strana. Oggi tutto è più chiaro”

In quei giorni vi furono indignate prese di posizione della stampa nazionalista. Vi furono preoccupate interrogazioni parlamentari di esponenti del Msi. E vi fu un coro di voci allarmate che denunciarono la «regia occulta» dell’incontro, le strategie dei «poteri forti», la «svendita dell’industria italiana». L’uso del panfilo della Regina Elisabetta sembrò dimostrare che la crociera del Britannia era stata decisa e programmata dal governo di Sua Maestà. E il fatto che l’evento fosse stato organizzato da una società chiamata «British Invisibles» provocò una valanga di sorrisi, ammiccamenti e battute ironiche.

Cominciamo dal nome degli organizzatori. «Invisibili», nel linguaggio economico-finanziario, sono le transazioni di beni immateriali, come per l’appunto la vendita di servizi finanziari. Negli anni in cui fu governata dalla signora Thatcher, la Gran Bretagna privatizzò molte imprese, rilanciò la City, sviluppò la componente finanziaria della sua economia e acquisì in tal modo uno straordinario capitale di competenze nel settore delle acquisizioni e delle fusioni. Fu deciso che quel capitale sarebbe stato utile ad altri Paesi e che le imprese finanziarie britanniche avrebbero potuto svolgere un ruolo utile al loro Paese. «British Invisibles» nacque da un comitato della Banca Centrale del Regno Unito e divenne una sorta di Confindustria delle imprese finanziarie. Oggi si chiama International Financial Services e raggruppa circa 150 aziende del settore. Nel 1992 questa organizzazione capì che anche l’Italia avrebbe finalmente aperto il capitolo delle privatizzazioni e decise di illustrare al nostro settore pubblico i servizi che le sue imprese erano in grado di fornire.

Come luogo dell’incontro fu scelto il Britannia per tre ragioni. Sarebbe stato nel Mediterraneo in occasione di un viaggio della regina Elisabetta a Malta. Era invalsa da tempo l’abitudine di affittarlo per ridurre i costi del suo mantenimento. E, infine, la promozione degli affari britannici nel mondo è sempre stata una delle maggiori occupazioni del governo del Regno Unito.

  
Il link sul sito: http://italian.irib.ir/analisi/articoli/item/167041-mentana-“beppe-grillo-era-a-bordo-del-famoso-britannia-nel-1992-”-emma-bonino-“non-so-a-che-titolo-fosse-lì”

Il Segreto di Italia | Finalmente in DVD, il film sulla strage di Codevigo che non piace ai gran sacerdoti della verità storica

 Puoi richiederlo tramite mail a cst.aurhelio@gmail.com

 
“Il Segreto di Italia”, film di Antonello Belluco sulla strage di Codevigo, di cui abbiamo spesso parlato, non solo è stato osteggiato in ogni modo in fase di produzione ma, com’era facilmente prevedibile, dopo la sua uscita nelle sale è stato e continua ad essere oggetto di indecenti e sistematici boicottaggi da parte della solita perversa “intellighenzia” di sinistra con l’immancabile cricca partigiana al seguito. Censure, ostacoli, recensioni volutamente negative da parte dei giornali e delle riviste allineate (Repubblica, L’Espresso, con tanto di decine di commenti on-line inqualificabili per cattiveria e inciviltà da parte dei cosiddetti “lettori”, ecc.), interventi a gamba tesa dell’anpi con comunicati di fuoco alle redazioni dei giornali per chiedere di censurare ogni notizia sul film, con conseguenti “dimenticanze” nelle pagine di vari quotidiani.

E così a Roma, ad esempio, il film è uscito dalla programmazione, nel mese di novembre, dopo soli 5 giorni di stentata sopravvivenza soltanto al Cinema Fiamma; nel resto d’Italia si è riusciti a far uscire pellicola in pochissime città e, allo stesso modo, per poco tempo; solo al The Space Cinema di Limena di Padova il film è “orgogliosamente” rimasto in programmazione per tre settimane, fino allo scorso 10 dicembre, riscuotendo un grande successo, con sale sempre piene e pubblico affluito da diverse città, lontane talvolta anche centinaia di chilometri.

Belluco e la casa di produzione Eriadorfilm sono riusciti ad ottenere una programmazione a Verona (Cinema Teatro Alcione) il 12 e 13 dicembre, a Venezia (Cinema Astra) il 15 dicembre, mentre a Cesena (Multisala Aladdin) il film sarà proiettato dal 20 gennaio 2015.

Questa tristissima vicenda è dunque un’altra “perla” dell’italietta (con la “i” volutamente minuscola) della “libertà” e della “democrazia” a senso unico, quella dei leccapiedi e degli ipocriti, dei cialtroni, dei vili e dei menzogneri di professione. Ma Antonello Belluco (che ha annunciato la prossima lavorazione di un film su Norma Cossetto) non si arrende: ancora onore a lui ed alla Eriadorfilm per il coraggio e la voglia di continuare a lottare.

di Annamaria Gravino

(secoloditalia.it) – Non esagera il regista Antonello Belluco quando dice che «su facebook ricevo migliaia di commenti di apprezzamento». La sua pagina e quella dedicata al film sono, di fatto, il primo motore di promozione de Il Segreto di Italia, la pellicola sulla strage partigiana di Codevigo, nel padovano, che lui ha voluto realizzare nonostante il boicottaggio registrato fin dalla stesura della sceneggiatura e passato attraverso la grancassa dell’Anpi. Ci sono i post «commossi» di cui parla lui, ci sono quelli di incoraggiamento, c’è anche chi pubblica la foto del biglietto. Quasi una rarità, perché l’ultimo ostacolo che si frappone fra il pubblico e la storia di Italia, interpretata da Romina Power, è proprio quello della distribuzione. Un paradosso, visto che il film dove è in cartellone va più che bene. «Al The Space di Padova – spiega Belluco – il film era programmato per due settimane, invece è andato così bene che stato prorogato anche per la terza. Un fatto praticamente inedito sotto Natale».

Perché allora Il Segreto di Italia non trova distribuzione?

Perché funziona così: la prima settimana in sala si paga e noi non abbiamo questi mezzi. Ci hanno tagliato le gambe da tutte le parti, ma andiamo avanti. Iniziamo ad avere richieste da diverse città, ci chiamano direttamente gli esercenti: il loro pubblico chiede di vederlo e loro ci contattano. Stasera faccio una prima a Verona, poi in programma abbiamo Asti e Cesena. Poi spero che vada a buon fine un contatto che ho avuto con La Russa e Meloni per un intervento della Fondazione Alleanza Nazionale.

Di cosa si tratta?

Di un impegno per una distribuzione un po’ più strutturata nel corso della settimana del Giorno del Ricordo. Per me sarebbe particolarmente significativo: io sono figlio di esuli. So che domenica presenteranno il trailer. La Fondazione diede anche un piccolo contributo per la produzione, sarebbe un modo anche per dare seguito a quel sostegno.

Quindi, la sua ostinazione nel voler realizzare a ogni costo la pellicola sta avendo ragione.

Sì, da parte di chi ha visto il film ricevo commenti positivi, senza distinzione di provenienza sociale, culturale, politica. Il problema è allargare la platea degli spettatori. Non possiamo permetterci di proiettare il film una tantum, abbiamo bisogno che sia in sala almeno un fine settimana.

Oggi quale pensa che sia il primo problema da affrontare?

La comunicazione. In molti non sanno nemmeno che questo film esiste, bisogna aver visto Vespa o letto qualche articolo uscito sui giornali nazionali per conoscerlo. Il successo di Padova, dove sono sui giornali più di Bitonci, e le richieste del pubblico dimostrano questo. Se in tutta Italia fosse come a Padova, altro che costi di produzione e distribuzione. Saremmo record d’incassi. Poi bisogna far capire che questo è un film che tratta una tematica delicata, ma è anche un lavoro.

Le chiedono di vederlo gratis?

Talvolta. Questo film è certamente espressione del mio modo di pensare la vita, in termini cristiani, culturali, politici, ma è anche il mio mestiere. Ed è il frutto del lavoro di tutti quelli che ci hanno lavorato, a dispetto di tutto. Ha comportato un grande sforzo e grandi sacrifici. Non è solo testimonianza politica. E penso che sarebbe svilente svenderlo. Anche alcuni amici me lo hanno detto: “Non farlo”.

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Per Natale, una azione che vale il doppio

Regalare a te o ad un tuo amico, un film coraggioso dove si affronta un pezzo di storia italiana rimossa e dall’altra dare un sostegno al nostro centro studi. 

   
 

IV NOVEMBRE | Prima Guerra Mondiale – Anniversario della Vittoria 

  
Salutiamo i Padri, figli, eroi, santi e combattenti di tutta Europa che il clima di questo tempo dominato da eunuchi e pacifinti vorrebbe far scomparire nell’oblio. Aldilà delle ragioni degli Stati, delle ombre delle massoneria, dell’utilizzo degli stati-nazioni per abbattere gli ultimi caposaldi di una Europa imperiale e cristiana, oggi noi ricordiamo la vittoria della nostra Patria.

Contro ogni misera strumentalizzazione, nel ricordo dei frutti che sbocciarono dal combattentismo ardito.

Santa Marinella | FISHFESTA – La solita vetrina per l’impresario Passerini

Occorre innanzitutto sottolinearlo, è una bella iniziativa, si porta dietro però il vizietto della malapolitica e, ci dispiace, molto. Molto perché il ragazzo è in gamba, serio, preparato, educato. Mantiene però in sè, la stramba impostazione mentale che intende far calare dall’alto della propria posizione di vantaggio, della proposte e dei progetti che dovrebbero essere condivisi con la popolazione, le associazioni, con le attività del luogo dove vengono proposte. A dire il vero questa volta, evidentemente memore delle solite critiche che gli rivolgiamo, qualche foglia di fico – per coprire sapientemente le vergogne – è stata messa, male, ma è stata messa.
Programma ricco, assortito, interlocutori di qualità, c’è tutto. Conferenze stampa a Roma, coinvolgimento di professionisti, musicisti, Radio, giornali (che guarda caso non pubblicano mai le critiche che gli vengono rivolte).
Peccato che questa bella festa è una sorta di stazione spaziale calata da Marte, che con il territorio non ha nulla a che spartire.
Sulla scia della ben più nota organizzatrice di feste e spettacoli, la Delegata Befani, anche l’impresario Passerini – novello Torelli de noantri – propone il suo diktat all’intrattenimento, alla promozione del territorio (e Marcozzi?), alla cucina tipica (e i delegati al commercio e alle sagre?). Insomma ci cucina la sua ricetta, su come i santamarinellesi debbono divertirsi, impiegare il loro tempo, essere educati. Una sorta di Delegato all’Etica Paesana.
Del resto lo aveva promesso in campagna elettorale. Tante cose aveva promesso, però l’unica cosa che non gli riesce proprio ad organizzare è la formazione e il coinvolgimento delle associazioni locali ai progetti. Eppure è in gamba, basta andare a spulciare gli archivi della comunità europea (non è difficile), per verificare quanti bei progetti gli siano stati approvati, peccato però che poi i suoi interlocutori sono sempre gli stessi.  I PROGGETTI se li costruisce, se li fa approvare e se li gestisce per conto suo, con qualche aiutino da parte dei suoi Fratelli italiani, salvo poi tenerli fuori dai conti che, a volte – vedi il caso del Festival del Mare e il Teatro del Sorriso – non tornano. Come non tornano, a militare – vista l’emorragia di persone in gamba che se ne vanno dalla sua organizzazione politica – le tante persone che – compresa l’antifona, hanno deciso di approdare su altri lidi. La manodopera no, quella rimane, del resto c’è sempre lavoro con l’impresario Passerini. Impresario di lotta e di governo. Insomma siamo alle solite, l’amministrazione dà in appalto fette di cultura, intrattenimento, enogastronomnia, turismo, marketing territoriale, alle bande che popolano la maggioranza. Santa Marinella, assorta, rimane a guardare …. 

 

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Santa Marinella | Monumento ai Caduti | Centenario Prima Guerra Mondiale

monumento caduti aurhelio

Non poteva essere altrimenti, in un Comune nel quale sono più importanti le paillettes delle Miss e i raggi laser delle passerelle. Non poteva essere altrimenti, per una amministrazione con uno scarsissismo senso della cultura, della Storia e della memoria.

Nel Centenario dell’inizio della Grande Guerra, non solo il monumento ma tutta l’area che insiste intorno allo stesso, è in uno stato di profondo degrado. Tra l’altro in questa stagione che vede numerosi turisti e villeggianti, visitare la nostra incantevole Perla del Tirreno.

Il Monumento con i nomi dei martiri della Prima e della Seconda guerra mondiale è in uno stato di totale abbandono. Corone rinsecchite, colonnine divelte, sporcizia, cancello dell’area riservata sempre aperto, il piccolo  parco e le panchine distrutte, completamente abbandonate a loro stesse.

Quello che dovrebbe essere un recinto sacro, magari accompagnato in questo periodo da iniziative degne di nota per la doverosa rievocazione dell’immenso eroismo dei combattenti italiani ed europei, viene lasciato a se stesso.

Non ci meraviglia, in effetti questa distrazione fa il paio con la volontà ventilata, di vendere qualche immobile di proprietà del Comune, come se qualcuno gliene avesse dato mandato, per operazioni di triangolazione immobiliare.

Noi non crediamo che i nostri antenati meritino tutto questo, noi non crediamo che i nostri nonni e bisnonni si siano sacrificati per vedere questo scempio.

Noi crediamo e onoriamo il loro sacrificio. Per questo intimiamo all’amministrazione e in particolare al Sindaco Bacheca, di trovare i fondi opportuni, di risanare immediatamente l’area e rendere il doveroso omaggio ai martiri della nostra nazione.

Civitavecchia 2015/1943 | Chiesa dei Santi Martiri Giapponesi

Riprendiamo la nostra rubrica sul bombardamento del ’43 questa volta analizzando la Chiesa dei Santi Martiri Giapponesi, gioiello spirituale, culturale e architettonico della Città che, seppur gravemente danneggiata, si è riusciti a recuperare. L’attacco vile subito da questa Chiesa, un vero e proprio ponte spirituale tra il Giappone e l’Europa come vedremo dalla descrizione che seguirà, acquista una maggiore simbologia se si pensa anche alla sorte che dovette subire il Paese del Sol Levante durante la Seconda Guerra Mondiale. 

La prima pietra per la costruzione della chiesa fu posta nel 1863 con il “nulla osta” del Papa Pio IX e venne dedicata alla causa di canonizzazione dei Santi Martiri Francescani del Giappone. I lavori si protrassero per oltre otto anni e soltanto il 13 giugno 1872, giorno della festività di S. Antonio da Padova, la Chiesa venne consacrata ed i Frati Francescani Minori fecero il loro ingresso ufficiale nella realtà ecclesiale di Civitavecchia. La Chiesa, come la conosciamo oggi, sbocciò solo nel 1950. Il bombardamento del 30 agosto 1943, (il secondo dei 52 bombardamenti che la città subì) fece crollare quasi tutto il corpo della costruzione ad eccezione di parte della facciata e del campanile. 

Solo il 4 ottobre del 1950, anno del grande Giubileo venne consacrata la Nuova Chiesa, nel giorno della festa di San Francesco d’Assisi. Nel 1950 a Roma arrivò Lucas Hasegawa, famosissimo artista giapponese, convertitosi al cattolicesimo, giunto nella capitale per celebrare l’anno Santo.
L’incaricato del Giappone presso la Santa Sede, Agostino Kanayama, venne a Civitavecchia proprio il 4 ottobre per la consacrazione della Chiesa dei Martiri Giapponesi e, vedendone le pareti spoglie, pensò subito di farle affrescare dal famoso pittore nipponico. La proposta scattò celermente e Luca Hasegawa accettò con emozione l’incarico. Lavorò a quelle pareti, condividendo la vita conventuale, fino al 1957; tornò in Giappone e nel 1967 si mise di nuovo in viaggio per Civitavecchia con l’intenzione di continuare l’affresco della volta della Chiesa, ma, giunto a Roma, fu stroncato da un infarto, e il progetto meditato rimase custodito nella sua anima.

Attualmente molti fedeli del Giappone visitano la Chiesa Santi Martiri Giapponesi, unica in Europa dedicata ai 26 protomartiri, non solo per motivi religiosi, ma anche perché attirati dalla bellezza degli affreschi del pittore Luca Hasegawa che ornano le cappelle laterali e l’abside.

Ogni anno, inoltre, in occasione della festa dei Santi Martiri giapponesi che ricorre il 6 febbraio, la domenica precedente o posteriore a questa data, viene celebrata la Santa Messa dedicata al loro martirio, con la partecipazione di alti prelati del Vaticano , degli ambasciatori del Giappone presso la Santa Sede e presso lo Stato Italiano, delle autorità civili, militari e religiose della Città e della comunità cattolica giapponese.

Concludiamo ammirando l’incolumità negli anni, oltre che durante i bombardamenti, della statua di San Francesco d’Assisi che fiduciosa e piena di fede continua a dominare la piazza con il suo esempio anche oggi. 

Fonte: santimartirigiapponesi.jimdo.com
Fonte foto storica: Società Storica Civitavecchiese, Osteria della Memoria Civitavecchiese