INTERVISTA AL SEGRETARIO HOSSEYN MORELLI SULLA “MEZZALUNA SCIITA” (OFCS.REPORT)

Pubblicato il 12 aprile 2017 in Difesa e Sicurezza Nazionale/Internazionale da Mary Tagliazucchi


“Questo fronte non ha dei criteri di tipo religioso, etnico o settario, ma politico. Ne fanno parte integrante, attiva e centrale i movimenti militanti palestinesi, che sono principalmente di ispirazione religiosa e di scuola sunnita. Già questo dovrebbe indicare l’inconsistenza della cosiddetta mezzaluna sciita”. Ad affermarlo, parlando con Ofcs.report, è Marco Hosseyn Morelli, convertito sciita e portavoce dell’Associazione islamica Imam Mahdi in Italia, a cui abbiamo chiesto un’opinione non solo sulla nuova, strategica, alleanza creatasi fra i movimenti musulmani sciiti, ma anche sui recenti eventi che infiammano il medio oriente.

Il termine ‘mezzaluna sciita’ venne usato per la prima volta da Abdullah II di Giordania, nel 2004 per via della salita al potere, in Iraq, di un governo a maggioranza sciita, nonché alleato dell’Iran che l’ha da subito presentata come una naturale e fisiologica alleanza fra i movimenti sciiti dell’India, Pakistan e soprattutto Kashmir, Iran, Iraq, Siria e l’est dell’Arabia Saudita. Nel dettaglio, può spiegarci quali, secondo lei, sono i veri motivi di queste alleanze?

“All’indomani della vittoria della Rivoluzione Islamica dell’Iran guidata dall’Imam Khomeyni nel 1979, i governi oppressivi occidentali e i regimi a loro asserviti nel vicino Oriente furono colti dal panico. Si trattava infatti di una Rivoluzione che, estranea alla logica dei due blocchi materialisti che allora si contendevano il mondo, aveva una base squisitamente religiosa e spirituale e rappresentava una speranza e una fonte di ispirazione non solo per gli iraniani o gli sciiti, e nemmeno soltanto per i musulmani, ma per tutti gli oppressi e diseredati del mondo. Uno dei principi fondamentali di questa Rivoluzione, che in seguito divenne un vero e proprio articolo costituzionale della Repubblica Islamica dell’Iran, è il sostegno attivo agli oppressi di qualunque luogo, a prescindere dalla loro religione, etnia o nazionalità. Questa posizione, piuttosto che il frutto dell’influenza di ideologie terzomondiste, trae origine dal Sacro Corano e dalla Tradizione del Profeta e degli Imam.


MARCO HOSSEYN MORELLI, SCIITA E PORTAVOCE DELL’ASSOCIAZIONE ISLAMICA IMAM MAHDI IN ITALIA

Il Sacro Corano insegna: ‘Perché mai non combattete per la causa di Dio e dei più deboli tra gli uomini, le donne e i bambini che dicono: ‘Signore, facci uscire da questa città di gente iniqua; concedici da parte Tua un patrono, concedici da parte Tua un alleato?” (Surah an-Nisaa, 4:75) Il Profeta Muhammad ha detto: ‘Chiunque sostiene l’oppresso contro l’oppressore sarà in mia compagnia in Paradiso’ e il primo Imam della Shi’a, l’Imam ‘Ali, in punto di morte, nel suo testamento al figlio, disse: ‘Combatti l’oppressore e sostieni l’oppresso’.

Tra gli strumenti utilizzati dalle centrali propagandistiche dell’imperialismo mondialista e sionista per frenare l’ondata di sostegno e ammirazione che i popoli, soprattutto quelli musulmani e della regione, nutrivano verso la Rivoluzione Islamica e la sua saggia e illuminata Guida, la tesi delle “insanabili differenze” e del “naturale scontro” tra sciiti e sunniti è probabilmente quella che ha avuto, purtroppo, maggiore successo. Re Abdullah II, o chi per lui, ha pertanto semplicemente coniato un nuovo termine per la vecchia agenda colonialista dei suoi padroni americani e israeliani.

Sebbene l’Islam Sciita, per delle sue peculiarità dottrinali, ha rappresentato storicamente lo stendardo della lotta per la giustizia e contro l’oppressione – ed è pertanto naturale che tali temi ricevano maggiore attenzione tra i seguaci di questa scuola dell’Islam – ciò nonostante il Fronte della Resistenza che si è delineato negli ultimi decenni e che vede la Repubblica Islamica alla sua guida, rappresenta un sentiero aperto e possibile per tutti i musulmani e per tutti gli uomini nobili e liberi di ogni latitudine. Non a caso ne fanno parte integrante, attiva e centrale i movimenti militanti palestinesi, che sono principalmente di ispirazione religiosa e di scuola sunnita. Già questo dovrebbe indicare l’inconsistenza della cosiddetta ‘mezzaluna sciita’. Questo fronte non ha quindi dei criteri di tipo religioso, etnico o settario, ma politico. Chiunque si oppone al progetto americano-sionista nella regione e nel mondo è benvenuto, a prescindere dal suo retroterra. Per questo il Segretario Generale di Hezbollah del Libano, Seyyed Hassan Nasrallah, ebbe a dire chiaramente e pubblicamente: ‘Se dobbiamo scegliere tra due alleanze: una che va da Beirut a Damasco, da Teheran a Gaza e a Ramallah, da non importa quale capitale del mondo fino al nostro fratello Chavez in Venezuela…e un’alleanza che va da Tel Aviv agli Stati Uniti e ai loro alleati, senza alcun dubbio noi saremo nella prima alleanza’. Il sostegno e l’appoggio della Repubblica Islamica dell’Iran, ovunque sia avvenuto, dall’Afghanistan al Pakistan, dalla Palestina all’Iraq, dallo Yemen alla Siria, dalla Bosnia al Libano, non ha mai avuto ragioni e obiettivi settari o materiali, ma è stato dettato da valori spirituali, politici, etici e umani. Ricollegandoci alla sua domanda e per non dilungarci, possiamo citare proprio l’esempio dell’Iraq. Sono stati gli stessi esponenti e capi dei partiti, movimenti e tribù sunniti dell’Iraq, le cui popolazioni sono state quelle che maggiormente hanno patito le crudeltà dell’Isis in quella nazione, ad aver riconosciuto e ringraziato il governo di Teheran quale primo e unico Stato che sin da subito si è attivato e adoperato concretamente per proteggerli quando i miliziani del sedicente “califfo” hanno conquistato la parte settentrionale del paese arabo e minacciavano direttamente la capitale Baghdad”.

Nonostante l’Iran presenti questa alleanza come una mano tesa all’Occidente, che è a tutt’oggi impegnato contro il terrorismo, di matrice sunnita dell’Isis, le cancellerie europee appaiono decisamente titubanti ad accogliere questo ‘aiuto’ che sembra, a detta di molti, una strategia ben mirata su una precisa area geografica. Che ne pensa al riguardo?

“La Repubblica islamica dell’Iran piuttosto che all’Occidente ha teso la mano in primo luogo ai popoli occidentali. Nelle due storiche lettere che l’Imam Khamenei, l’attuale Guida della Rivoluzione Islamica, ha indirizzato in particolare ai giovani europei e statunitensi, egli ovviamente condanna come estranei agli insegnamenti del Sacro Corano e alla tradizione islamica le azioni terroristiche di certi gruppi e movimenti criminali che dicono di rifarsi all’Islam, ricordando però anche il sostegno, il supporto e la copertura offerti loro dai servizi segreti e dai governi dell’Occidente. Sottolineo come questa mano sia stata tesa ai popoli piuttosto che ai governi, non perché la Repubblica islamica rifiuti a priori di collaborare e cooperare con le istituzioni occidentali, ma perché conscia della loro ipocrisia nella cosiddetta “lotta al terrorismo” e della totale subordinazione delle cancellerie europee ai voleri di Washington e Tel Aviv.

Un’Europa libera, indipendente e sovrana potrebbe rappresentare in realtà, per i molti aspetti storici e culturali comuni e per la propria importante posizione geografica, un interlocutore naturale e perfino privilegiato del mondo islamico. Purtroppo vediamo però come, nonostante il terrorismo takfiri abbia iniziato a colpire anche in Occidente, il sostegno logistico, economico e militare fornito da vari governi occidentali a questi gruppi terroristici non sia cessato. D’altro canto è un fatto riconosciuto da tutti gli analisti e giornalisti onesti e con una conoscenza diretta della situazione che la Repubblica Islamica dell’Iran, che in passato è stata una delle principali vittime del terrorismo, rappresenta oggi lo Stato che più di ogni altro sta combattendo, realmente e sul terreno, il terrorismo dell’Isis e di altre bande takfiri, donando come martiri in questa dura lotta alcuni dei suoi migliori figli. L’Iran è pertanto ovviamente disponibile a collaborare persino con i governi europei, anche se la cosa è a nostro avviso irrealizzabile data l’attuale struttura del potere politico dell’Europa in mano ai “poteri forti” finanziari e mondializzatori. Mi permetto di sottolineare che ideologicamente l’origine del terrorismo che ha colpito soprattutto il mondo islamico e solo di riflesso il mondo occidentale non è da rinvenirsi nell’Islam sunnita, bensì nel Wahhabismo, un’ideologia moderna sorta nella Penisola Arabica alla fine del Settecento e alla cui ascesa politica e militare – che si è andata saldando nell’alleanza con la dinastia dei Saud – non fu estranea l’opera nefasta del governo britannico”.


L’analista egiziano Ahmad Khaled, nel 2012, scrisse che il vero motivo del sostegno dell’Iran alla Siria è che questo paese facente parte della ‘mezzaluna sciita’, è ben vista dalle autorità di Teheran. Se fosse realmente così, perché?

“Dare una connotazione settaria al governo siriano e alle ragioni del conflitto che da più di sei anni sconvolge quel paese significa coprire i veri intenti e obiettivi dei governi occidentali e arabi che hanno programmato l’insurrezione e sostenuto in tutti questi anni i ribelli – tanto tra le file dei cosiddetti “moderati” quanto tra quelle dei cosiddetti “estremisti” – che manu militari vogliono rovesciare il legittimo governo di Damasco. Bisogna, però, prima di spiegare le ragioni che hanno portato l’Iran ad un’alleanza di natura politica e militare con la Siria, fare delle precisazioni. Innanzitutto dobbiamo dire che la scuola alawita è molto differente dalla scuola sciita maggioritaria, prevalente in Iran e tra gli altri sciiti del mondo, e conosciuta come Imamita o Duodecimana. Questo dal punto di vista religioso. Dal punto di vista politico, la Repubblica Araba Siriana, piuttosto che caratterizzarsi come un governo guidato da una “cricca alawita”, come leggiamo quasi quotidianamente sui nostri quotidiani, riflette nelle istituzioni la multiformità religiosa della sua popolazione, a maggioranza sunnita. Nell’attuale governo guidato da Bashar al-Assad, sposato con una musulmana sunnita, ed eletto dal popolo in seguito a regolari elezioni, troviamo pertanto che i Ministeri chiave come quello di Primo Ministro, degli Interni, degli Esteri, degli Affari Religiosi e delle Comunicazioni sono tutti in mano a musulmani sunniti. Non dobbiamo dimenticare inoltre che l’Iran è una Repubblica Islamica mentre la Siria una Repubblica laica, sebbene non nel senso inteso comunemente da noi in Occidente. Le motivazioni di questa salda alleanza sono pertanto di natura politica. Il governo di Damasco, oltre ad essere stato l’unica nazione araba – insieme alla Libia sunnita di Gheddafi – ad aver sostenuto l’Iran durante gli otto lunghi anni di guerra imposta dall’Occidente a Teheran tramite l’Iraq di Saddam Hussein (che godeva anche dell’appoggio economico, politico, militare e mediatico di tutte le petro-monarchie arabe), è uno dei pochi Stati arabi davvero sovrani e indipendenti. Questa indipendenza, unita ad una posizione nobile e unica nel mondo arabo, gli ha permesso di ricoprire, compiendo anche errori e mosse non esenti da critiche (vedi la prima guerra del Golfo e le trattative con il regime sionista), un ruolo importante nel contrastare il progetto israeliano e americano nel Vicino Oriente. E’ stata la Siria di Assad a facilitare l’Iran nella creazione di Hezbollah in Libano prima e nel proteggere e sostenere la Resistenza libanese e palestinese poi. Non a caso fu a Damasco, non a Riyadh o ad Amman, che molti dirigenti dei gruppi resistenti sunniti palestinesi come Hamas e Jihad trovarono rifugio. Ciò che pertanto ha condotto l’Iran a questa alleanza non è la “comune fede sciita” dei due Stati, ma la posizione della Siria a sostegno del progetto di Resistenza dei popoli della regione e di rifiuto dei diktat del sionismo internazionale, posizione che si sposa con i valori e principi della Rivoluzione Islamica e della Repubblica Islamica da essa partorita.

Non va dimenticato inoltre che l’esercito siriano è l’ultimo esercito regolare arabo schierato sulla frontiera della Palestina occupata nota come Israele e che la Siria ospita alcuni importanti luoghi santi, in primo luogo per gli sciiti ma anche sunniti, che questi gruppuscoli takfiri si sono ripromessi di distruggere dalle fondamenta. Sarà bene ricordare infine che è stato il governo e l’esercito regolare di Damasco, tanto demonizzati in Occidente, a difendere e proteggere in tutti questi anni la comunità cristiana siriana, verso la quale i takfiri hanno sempre infierito senza pietà nel silenzio complice dei capi sedicenti cristiani europei e americani”.

Seyyed Ali Khamenei, guida suprema dell’Iran, ritiene invece che la ‘mezzaluna sciita’ sia un termine coniato apposta dalle potenze nemiche dell’Iran per creare timori rispetto a Teheran che persegue solo la difesa del proprio territorio e dei propri diritti. C’è un che di verità in queste affermazioni?

“I governi neo-colonialisti occidentali insieme ai loro sottoposti arabi e al regime sionista, grazie alle ingenti risorse a disposizione e all’enorme macchina propagandistica alle loro dipendenze, utilizzano due spauracchi tra i popoli arabi in particolare e i musulmani in generale. L’obiettivo è quello di allontanarli dall’Iran e di presentare la Repubblica Islamica quale loro avversario principale, salvando così Israele e presentando il regime sionista come loro naturale alleato di fronte a questo comune nemico. Per evocare lo scontro settario si utilizza lo spauracchio della cosiddetta “mezzaluna sciita” mentre per agitare lo scontro etnico si evoca un sedicente “progetto persiano” o “neo-safavide”. Non vi è alcuna agenda persiana o sciita e l’esempio più chiaro, dei tanti che potremmo fare, è quanto avvenuto nel conflitto che intercorse tra l’Armenia e l’Azerbaijan. Nonostante quest’ultima si auto-dichiari “Repubblica Islamica” e sia composta da una popolazione a maggioranza sciita, l’Iran sostenne la cristiana Armenia. Perché? Perché l’Azerbaijan ha un governo completamente allineato all’agenda politica della Nato, degli Stati Uniti, di Israele e dell’Arabia Saudita, oltre ad essere fortemente ostile alla religione. L’Imam Khamenei è oggi il principale alfiere dell’unità islamica nel mondo, principio coranico e profetico che egli ha ribadito in molte occasioni e che gli è spesso valso la critica degli ambienti più ottusi ed estremisti tra gli stessi sciiti. La Guida della Rivoluzione ha emesso delle storiche fatwa (responsi giuridico-religiosi) proprio per scongiurare ogni possibile odio e scontro settario in questo frangente particolarmente importante per la Comunità Islamica mondiale. La Repubblica Islamica ha infatti da sempre sostenuto e aiutato, tanto a livello umanitario quanto politico, economico e militare, popolazioni totalmente sunnite, come quella palestinese, somala o bosniaca. Per questo anche l’attuale Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran, Hassan Rohani, nel corso di una conferenza sull’unità islamica tenutasi a Teheran nel dicembre scorso e nella quale ero personalmente presente, ha giustamente dichiarato: “Non c’è una mezzaluna sciita né un triangolo sunnita. Sciiti e sunniti sono fratelli e seguaci dell’Islam e del Profeta.”

L’Islam, nei paesi del Medio Oriente è di fatto la religione praticata dalla stragrande maggioranza degli abitanti della zona, e si divide in due principali rami dottrinali: quello dei sunniti e quello degli sciiti. È una divisione piuttosto profonda e che esiste da secoli, ma negli ultimi decenni ad essa si sono intrecciate anche le vicende politiche locali, diventando sempre più rilevanti nel decidere eventuali guerre, alleanze e interessi. Quanto ha influito tutto questo secondo lei?

“L’esistenza del ramo sciita e di quello sunnita risale alle origini stesse dell’Islam. A fianco a innegabili e importanti differenze di natura teologica e giuridica, i musulmani sciiti e sunniti condividono però moltissimi principi dottrinali e riti religiosi fondamentali: l’Unità e Unicità di Dio (Tawhid), la fede nella Profezia di Muhammad e che egli sia stato l’ultimo Inviato di Dio e il ‘Sigillo’ delle precedenti rivelazioni, la fede nel Giorno del Giudizio e dell’Aldilà, la fede nello stesso Libro sacro (il Sacro Corano), la stessa Qiblah, le cinque Preghiere, il Pellegrinaggio a La Mecca, il digiuno nel mese di Ramadan, ecc. I conflitti e le tensioni esistenti in buona parte del mondo islamico hanno però una natura, un’origine e degli obiettivi di tipo prettamente politico, non religioso o settario, conflitti e tensioni in questi ultimi due secoli spesso aizzati dai governi occidentali, in primo luogo dagli inglesi e poi successivamente anche dagli americani. Ci troviamo sostanzialmente davanti a due fronti: da una parte i governi legati a doppio filo a quelli occidentali e al regime sionista e dall’altra gli Stati, i movimenti e i popoli che vogliono auto-determinarsi e scegliere liberamente il proprio destino e la propria forma di governo senza dover chiedere conto a Londra, a Washington o a Tel Aviv. La vera divisione non è pertanto quella tra sciiti e sunniti, ma tra i seguaci di quell’ ‘Islam’ che l’Imam Khomeyni definì “americano” e i seguaci dell’Islam puro del Profeta Muhammad (S). L’ ‘Islam americano’ è quello che pur indossando esteriormente i panni islamici serve in realtà i nemici della Comunità Islamica, alimenta il fuoco della divisione tra i credenti e invece di affidarsi a Dio si affida ai Suoi nemici. E’ quello che invece di combattere il sionismo e l’arroganza, combatte e uccide i musulmani e gli innocenti. E’ un’ideologia priva di logica e di spiritualità, una parodia dell’Islam del Sacro Corano e del Nobile Profeta”.


Qual è il suo personale parere su questa alleanza e quali sono gli eventuali, futuri, scenari anche in base ai conflitti ora in corso?  

“Grazie a Dio il Fronte della Resistenza, dalla Palestina al Libano, dalla Siria all’Iraq, dallo Yemen all’Iran continua ad avanzare, a scapito del vero ‘Asse del Male’ incarnato da Stati Uniti, dall’Inghilterra, da Israele e dall’Arabia Saudita. Noi, come credenti, siamo certi che gli oppressori non prevarranno e la vittoria finale spetterà agli oppressi. E’ una promessa divina e Dio non viene meno alle Sue promesse. Ciò che si sta verificando soprattutto nel vicino Oriente ma non solo, trova peraltro precisi riscontri nell’escatologia, e non solo in quella islamica. Se vogliamo davvero comprendere gli scenari attuali ma soprattutto futuri, oltre a considerazioni di natura geopolitica, sociale ed economica, dobbiamo allora tenere in considerazioni anche questi fattori”.

@MaryTagliazucch

Fonte: https://ofcs.report/internazionale/islam-sciiti-terrorismo-no-alleanze-occidente-israele/

Ringraziamo l’Associazione Imam Mahdi, dal cui sito abbiamo estratto l’intervista. 

 

Il ruolo della Religione nella vita | Un contributo dell’Associazione Imam Mahdi

  
Cambiare vita significa ricreare sulla Via Retta rivelata da Dio l’orientamento integrale dei propri Atti, Pensieri e Parole verso Dio Signore dei Mondi e ciò con una radicale rottura con le nostre abitudini inveterate. Ciò va di fato attuato con la ricerca di un modo di vita che sia conforme e che predisponga all’osservazione della Legge, dei Suoi Ordini e dei Suoi Precetti.Laddove vi sono situazioni che per esperienza risultano immodificabili e che ostacolano l’Anima nel suo compito, esse vanno tagliate con la spada della discriminazione e col cambiamento del terreno nel quale queste abitudini trovarono il loro ambiente ideale di proliferazione.

Stapparsi dal comodo terreno, velenoso ricetto delle nostre false abitudini ereditate dall’aggregato malato di preconcetti e desideri vani – disgregare tale aggregazione attraverso un atto di conoscenza e volontà diretto esclusivamente al Bene di Dio che è il nostro stesso Bene.

Il veicolo di tale atto non può che essere la Determinazione intellettuale che vede ciò che è meglio per l’anima sulla Via di Dio e predispone la vita a portare il peso, la responsabilità, il destino di un’esistenza “per” Dio e “per” la Sua Verità, non “per” il mondo e la Sua Vanità. Tale atto è un atto che determina l’esistenza al servizio di Dio e che “testimonia” il Suo Ordine in se stessi e nel mondo – è un atto ad un tempo Spirituale, Religioso e Politico: spirituale perché determina il proprio orientamento interiore nei confronti della conoscenza di Dio che è conoscenza del Sé autentico e del principio spirituale dell’essere umano, Religioso perché tale orientamento si realizza qui e ora nella pratica di una Legge Rivelata e nella Comprensione dei Suoi Significati, Politico perché testimonia un agire altro rispetto a quello del mondo attuale.

Il nostro agire religiosamente conforme ai Principi che ci sono stati trasmessi dai Profeti (AS) e dagli Imam (AS) non può non essere visto dagli altri come un atto politico nel senso reale del termine, vale a dire teso a determinare un retto orientamento dell’agire umano che, contemplando tutti i piani della realtà, si oppone e ostacola i disegni di un modo che vuole essere svincolato dal principio Divino non riconoscendolo, non accettandolo e non volendo chiaramente che la Sua Volontà sia Guida all’azione e all’insegnamento e determini il destino degli uomini e delle società.

Il nostro agire conformemente alla Legge ci farà altri, estranei e pericolosi per questo mondo, in quanto la Legge di Dio e i disegni degli esseri umani sono irriducibili e inconciliabili.

La determinazione spirituale efficiente che ci rende necessaria la conoscenza di Dio determina quest’ultima informandola in una Rivelazione che è frutto di salvezza per chi la riconosce, la accetta e la vive – e vivere una Rivelazione che pone una Realtà unica che va realizzata senza che vi sia contrasto tra ciò che uno pensa e ciò che uno fa. E’ un Atto Politico che si pone come segno di discriminazione per un mondo nel quale Dio e la Sua Volontà sono stati rimossi, accantonati e apparentemente neutralizzati.

La nostra Fede è un segno distintivo che fa ritrovare alla nostra esistenza il suo asse portante – ordine che non è solo nostro ma di tutti gli esseri dotati di intelletto e quindi potenzialmente capaci di comprenderlo.

Si tratta quindi di non separare i vari piani e aspetti dell’esistenza ma di rimetterli tutti “integralmente” a Dio che li ricollegherà e penetrerà col Suo Spirito ricostituendone l’equilibrio interno, unico modo per non cadere nell’impossibilità di difendere e mantenere la dignità di esseri umani in cerca della Sua Conoscenza e della Sua Verità, pronti a testimoniarne la Via, l’Ordine e la Rivelazione.

E’ necessario quindi ritrovare un’identità chiara e stabile in tutti gli elementi e rapporti della nostra vita nella quale coltivare interamente la nostra Via verso il Vero, senza fratture tra l’interiore e l’esteriore, tra l’io e gli altri, ma con perfetta consapevolezza che le manifestazioni dell’agire dell’uomo o convergono verso un unico Fine o si disgregano in fini molteplici e vari che disgregano ad un tempo l’anima e l’intelletto dell’essere umano.

In sintesi, lo spazio della Religione nella nostra vita deve essere lo spazio stesso della nostra vita.

A cura di Islamshia.org © E’ autorizzata la riproduzione citando la fonte

Il Digiuno | Le esigenze e potenzialità dell’essere umano, Imam Musa Sadr

Quello che segue è il sermone sul digiuno, tenuto dall’Imam Musa Al-Sadr nella cattedrale latina di Marluis dei Padri Cappuccini a Beirut il 18 febbraio 1975. Si ringrazia l’Istituto Imam Musa Sadr di Teheran (www.imam-sadr.com) per averci gentilmente concesso l’autorizzazione a pubblicarlo sul nostro sito (dell’associazione Imam Mahdi). 

  

Ti lodiamo Dio e Ti ringraziamo, nostro Signore, Dio di Abramo e di Ismaele, Dio di Mosè, Gesù e Muhammad, Signore degli oppressi e Signore dell’intero creato.

La Lode appartiene a Dio, che rassicura chi ha paura, che salva i buoni, che innalza gli oppressi, che umilia i superbi, che fa perire i re e li sostituisce. La lode appartiene a Dio, che sprezza i tiranni, che annienta gli oppressori, che raggiunge i fuggitivi, che infligge punizioni esemplari agli ingiusti, che soccorre chi chiede aiuto.

Ti lodiamo Dio nostro Signore, in quanto ci hai donato il successo con la Tua Divina Provvidenza, ci hai radunato con la Tua Guida, hai unito i nostri cuori con il Tuo Amore e la Tua Misericordia. Eccoci incontrare le Tue mani in una delle Tue case, nel periodo di digiuno a Te dedicato. I nostri cuori a Te si rivolgono, le nostre menti da Te ricevono la luce e la guida, considerando che ci hai invitati a camminare vicini nel servire il Tuo creato ed a perseguire l’armonia per la gioia delle Tue creature. Allora, alla Tua porta abbiamo bussato e nei luoghi di preghiera da Te indicati abbiamo pregato.

Ci incontriamo per l’essere umano a cui erano rivolte le religioni, una sola all’epoca – l’una annunciava quella successiva e l’altra confermava quella precedente –e con essa Dio trasse gli esseri umani dall’oscurità alla luce, li salvò da molte discordie sterminatrici fonte di divisione ed insegnò loro a percorrere il sentiero della pace.

Le religioni erano una sola, in quanto questa serviva per il raggiungimento di un unico obiettivo: avvicinarsi a Dio e servire l’essere umano, entrambi essendo due facce di un’unica verità. Le differenze tra le religioni sorsero quando queste ultime si posero al servizio di loro stesse: fu allora che, intorno ad esse, un interesse autoreferenziale crebbe a tal punto da mettere a repentaglio il vero scopo, aumentando ed intensificando i contrasti ed accrescendo le afflizioni dell’essere umano e della comunità.

Le religioni erano una cosa sola e con un unico obiettivo: la guerra alle “divinità” della terra e agli oppressori (taghut) ed il sostegno ai diseredati, entrambi essendo le due facce di un’unica verità. Quando esse ebbero la meglio donando la vittoria anche ai diseredati, costoro scoprirono a loro spese come gli oppressori avessero solamente cambiato abito da guerra; questi ultimi, avendo compreso come ciò andasse a loro beneficio, presero a governare in nome delle religioni issandone lo stendardo: come conseguenza per gli oppressi ebbe inizio la lunga terribile tribolazione, e le religioni vennero funestate da afflizioni e discordie. Non esistono contrasti se non per alimentare gli interessi dei profittatori.   

Le religioni erano una sola secondo il principio per cui Dio è uno, il destinatario è uno – l’essere umano – e uno è il cammino dell’universo. Quando dimenticammo lo scopo e ci allontanammo dal servire l’essere umano dimenticammo Dio ed Egli si allontanò da noi, ci dividemmo in infiniti gruppi e sentieri, fummo afflitti, nacquero divergenze tra di noi e l’intero universo ne risultò diviso; appagammo gli interessi personali, adorammo divinità al di fuori di Dio e schiacciammo l’essere umano sino a lacerarlo.

Adesso è tempo di far ritorno alla giusta via, di tornare all’essere umano affinché Dio torni da noi; torniamo all’essere umano sofferente per salvare noi stessi dalla punizione divina. Troviamo un punto comune nell’essere umano oppresso, schiacciato e lacerato per ritrovarci in ogni cosa, per ritrovarci in Dio. Solo allora le religioni torneranno a diventare una.

“Ad ognuno di voi abbiamo assegnato una via e un percorso. Se Dio avesse voluto avrebbe fatto di voi una sola comunità.Vi ha voluto però provare con quel che vi ha dato. Gareggiate in opere buone: tutti ritornerete a Dio” [Sacro Corano; Sura La Tavola Imbandita, 48].

In questo momento, nella chiesa, nei giorni di digiuno, durante il sermone religioso e su invito da parte dei devoti responsabili, mi trovo al vostro fianco nel mezzo del cammino. Trovo me stesso nel ruolo di predicatore, ma anche di chi riceve insegnamenti, di chi parla ed ascolta. Parlo con la lingua e ascolto con il cuore. Se la storia ci è testimone, allora ascoltiamola; poi testimoniamo per lei: essa a sua volta ci darà ascolto. La storia testimonia che il  Libano è la nazione dell’incontro, il paese dell’essere umano, la patria degli oppressi ed il rifugio di chi ha paura. In questo clima ed in questo sublime orizzonte possiamo ascoltare i puri inviti celesti, poiché siamo vicini alle sorgenti.
Ecco il nobile [Gesù], magnificato sia nell’amor suo, gridare irritato: “No! Non si può amare Dio e odiare l’essere umano”. E mentre la sua voce continua ad echeggiare nelle menti ecco sollevarsi un’altra voce, la voce del Profeta della misericordia [Muhammad]: “Non crede in Dio e nel Giorno del Giudizio chi è sazio mentre il suo vicino è affamato”.

Con il passare del tempo le due voci quasi si fondono  fino a che l’eco di entrambe viene a manifestarsi nelle parole di un grande Pontefice il quale, in occasione del digiuno, disse: “Il messia e il povero sono una sola persona”; egli nella sua illustre lettera “Popolorum Progressio” si infuria riguardo alla dignità dell’essere umano e, sull’esempio di Gesù nel Tempio, dichiara: “Grande è la tentazione di respingere con la violenza simili ingiurie alla dignità umana” aggiungendo ancora: “Meno umane: le strutture sono oppressive, sia che provengano dagli abusi del possesso che da quelli del potere, dallo sfruttamento dei lavoratori che dall’ingiustizia delle transazioni.”

In cosa discorda questa pura voce da ciò che è menzionato nelle solide fonti islamiche? “Io sono presso coloro che hanno il cuore afflitto. Io sono presso il malato nella sua guarigione, presso il povero nel suo soccorso e presso il bisognoso nel soddisfare la sua necessità.”

Inoltre riguardo al metodo, ogni sforzo per affermare la giustizia e sostenere gli oppressi fu ritenuto come lotta sul sentiero di Dio e sincera preghiera. Dio è l’unico garante per la vittoria. 

Tramite queste testimonianze torniamo all’essere umano per cercare la forza che opprime e la forza che divide! l’essere umano: questo dono divino, questa creatura plasmata negli attributi sulle sembianze del Creatore e vicario di Dio sulla terra, l’essenza dell’esistenza e l’inizio della società, la meta e il motore della storia! Questo essere umano equivale a tutte le sue energie, non dal punto di vista filosofico o fisico come è inteso in questo nostro secolo sotto forma di scambi o trasformazioni tra materia ed energia, bensì per quello che confermano le religioni e le esperienze scientifiche, “invero, l’uomo non ottiene che il frutto dei suoi sforzi” [Sura La Stella, 39], ovvero che le opere sono eterne e che egli non vale nulla se non per la luce che emana agli orizzonti. Perciò più custodiamo ed accresciamo le potenzialità dell’essere umano, più l’onoriamo e lo rendiamo eterno.

La fede nella sua dimensione celeste fornisce all’essere umano l’illimitatezza nei sentimenti e nelle ambizioni, una eterna speranza, un annullamento delle preoccupazioni, una completa sintonia con se stesso e con i suoi simili da una parte e con se stesso e tutte le creature dall’altra. Se la fede da un lato concede all’essere umano una elevata posizione e bellezza, dall’altra essa lo protegge e custodisce, rendendo doverosa la sua salvaguardia. La fede sarebbe assente qualora venisse meno l’impegno nel servire l’essere umano. 

Tutte le potenzialità dell’umanità e di ogni singolo essere umano devono essere custodite e sviluppate; per questo motivo troviamo che il principio della ricerca della perfezione sia presente fin dalle prime rivelazioni, giungendo sino a questo benedetto messaggio del Santissimo Padre in cui viene riportato: “E’ necessario, per raggiungere un autentico progresso, che esso sia completo, ovvero che fortifichi ogni essere umano e l’intera umanità”. E’ per questo che riscontriamo come tutte le religioni abbiano proibito, per esempio, il rubare, in quanto usurpamento  delle potenzialità dell’essere umano e degli effetti da esse posseduti; oggi, viceversa, vediamo il rubare apparire sotto forma di sfruttamento e speculazione, con la scusa del progresso industriale, o peggio ancora mediante bisogni artificiali indotti dai mezzi di produzione obbliganti l’essere umano a percepire falsi desideri con un conseguente aumento dei consumi. Oggigiorno le nostre quotidiane necessità non sono affatto dettate da noi stessi, ma sono il frutto di artifici scientemente veicolati da mass-media sotto il diretto controllo del sistema produttivo.

Così ogni giorno ci vengono imposti nuovi bisogni che impegnano la totalità delle nostre forze e l’essere umano finisce  con lo sprecare tutte le proprie energie senza però impiegarle nel percorso voluto. Allo stesso modo notiamo un cambiamento radicale nelle molteplici forze che osteggiano le energie umane, distruggendole o dividendole. Tali forze rimangono uguali nella loro essenza anche mutando il loro aspetto con l’avanzare del progresso.

La religione ha combattuto per esempio la menzogna, l’ipocrisia, l’arroganza e la superbia le quali, se analizzate nella loro essenza, ci portano a comprendere quanto questi attributi influenzino le energie della persona e della società. La menzogna falsifica le realtà e le energie predisposte per un interscambio tra gli esseri umani. L’essere umano di solito cresce nel donare e ricevere tali energie che purtroppo, falsificate dalla menzogna, finiscono per diventare sconosciute e corrotte. Si alterano quindi gli elementi di interscambio e le energie. Orgoglio e arroganza di contro paralizzano l’essere umano che sente di aver raggiunto un livello di autosufficienza; come conseguenza l’arrogante si rifiuta di ricevere e quindi di perfezionarsi, la gente si rifiuta di ricevere da lui e perfezionarsi per suo tramite e lo spazio per la reciproca ricezione e donazione viene a scomparire del tutto. Questa è la morte delle capacità e potenzialità dell’essere umano. Anche gli altri vizi simili alla menzogna, ipocrisia arroganza e superbia, hanno questo effetto.

  
Un altro esempio è la libertà: essa rappresenta il clima adatto per accrescere le potenzialità dell’essere umano e palesare le sue doti quando vi è l’occasione. Tale libertà è stata sempre soggetta ad aggressioni e usurpamenti da parte di chicchessia e con i pretesti più disparati poiché rappresenta l’atmosfera ideale per l’arricchimento delle potenzialità dell’essere umano, delle sue energie e delle sue doti; essa può essere ritenuta a buon diritto la madre di tutte le potenzialità. Ci furono quindi battaglie ed amari conflitti. Quando viene usurpata la libertà dell’essere umano le potenzialità della persona e della società sono limitate allo spazio concesso dall’usurpatore, con l’inevitabile ridimensionamento della persona e della società. Quando l’essere umano rifiuta questo ridimensionamento e tenta – nei limiti della propria fede – di delimitare le oppressioni di questa forza separatrice e distruttrice, in realtà egli difende la nostra umanità e protegge le potenzialità e la dignità dell’essere umano, al di là delle dimensioni e delle forme che questa forza possa assumere con il prolungarsi del tempo.

Le forme che limitano la libertà e distruggono l’essere umano sono mutate nel corso della storia: si è passati dalla tirannia alla colonizzazione, dal feudalesimo al terrorismo intellettuale, fino all’ arrogarsi la rappresentanza dei popoli in nome di una non meglio definita immaturità intellettuale. Si è andati dal neocolonialismo alle imposizioni fatte a singoli ed a popoli interi attraverso pressioni economiche, culturali e intellettuali, dalla politica di abbandono e di rimozione totale o parziale delle opportunità fino a giungere alle politiche di ignoranza forzata e di privazione dell’igiene, della dinamicità e dello sviluppo… diversi sono i modi e le forme per usurpare la libertà e distruggere le energie.

Il denaro; il più grande idolo; quello che il Messia giudicò portatore di impedimenti all’ingresso nel Regno dei Cieli maggiori  di quelli che potrebbe trovare un cammello che si provasse ad attraversare la cruna di un ago. Questo denaro è foriero di sedizione. Se è sfruttato nei limiti e nei posti adeguati risulta una grazia e una misericordia, se invece diventasse lo scopo, allora verrebbe adorato all’infuori di Dio e per l’essere umano si tramuterebbe nel più santo tra i santi, finendo egli per dipenderne orbitandovi intorno. Il denaro iniziò a crescere a scapito delle altre esigenze della persona e dell’umanità, diventando una forza schiacciante e separatrice che influenza profondamente la vita delle persone facendo valere la regola del più grande che mangia il più piccolo.

Lo stesso effetto hanno tutte le esigenze umane che crescono a spese di altri bisogni Ogni esigenza rappresenta una spinta e una scossa che alimenta il movimento dell’essere umano nella vita; se però questa esigenza dovesse crescere a scapito di altre, produrrebbe dei disastri. Questa è in effetti la causa della nostra grande responsabilità di fronte al potere, alla ricchezza, al prestigio, all’autorità ed alle altre tentazioni umane.
Se la fede, che crea un legame e un contatto costante tra Dio e l’essere umano, non diventa la base e la radice della nuova civiltà, avremo una civiltà fragile. Osservando la storia, vediamo che nella civiltà moderna ci si trovi di fronte ad una crescita monodimensionale dell’essere umano. La politica, l’amministrazione, il mercato e la costruzione hanno una crescita squilibrata perché non basate sui principi della fede, che è la fonte dell’equilibrio e dell’ordine al servizio di tutti. La politica, l’amministrazione, il mercato e la costruzione si sono trasformate in colonialismo, in guerre, in ricerca di nuovi mercati e in una pace con corsa agli armamenti. Questo ha fatto diventare la vita dell’umanità completamente immersa tra guerre calde e guerre fredde e tra il sanare le ferite e la corsa agli armamenti.

L’amore del sé, che è il motore della ricerca della perfezione per l’essere umano, quando si trasforma in egoismo diventa problematico. Subentrano quindi gli scontri, le discriminazioni razziali, il disprezzo degli altri, gli amari conflitti dalla famiglia alla comunità internazionale, che sono tutti conflitti di diverse forme ma con un’unica origine.

Questi conflitti, che sono stati considerati come parte integrante della creazione, sono una conseguenza dell’amore del sé trasformato in adorazione dell’io. L’egoismo colpisce anche la società; essa è stata costruita per servire l’essere umano il quale ha un innato senso di appartenenza alla comunità possedendo egli ben due dimensioni: una individuale ed un’altra comunitaria. Quando l’egoismo si impossessa profondamente della società sorgono allora dei problemi in vari ambiti. Si passa dall’egoismo individuale a quello familiare, tribale, confessionale e religioso, che hanno trasformato i valori celesti in attributi terresti, svuotando la religione del suo contenuto e distruggendo i valori nobili. Lo stesso settarismo, che commercializza i valori religiosi, alla fine diventa un nazionalismo egoista. Anche il patriottismo, che è una delle più nobili caratteristiche umane, si trasforma in razzismo, a tal punto che la persona giunge ad adorare la propria patria al posto di Dio ed è pronta a costruire la grandezza della propria patria e civiltà sulle rovine delle nazioni e civiltà altrui, ed elevare il livello del proprio popolo a costo di impoverire gli altri popoli. Il nazismo, che ha incendiato più volte il mondo, è uno dei chiari esempi di questo razzismo.

Noi abbiamo adorato questi sentimenti egoistici che si sono trasformati in catene e distruzioni, ma l’amore del sé, l’amore per i genitori, per la famiglia, l’amore per la comunità, il patriottismo e l’appartenenza nazionale sono attitudini benevole nella vita dell’essere umano se rimangono nei giusti limiti. A questo punto possiamo fare luce sul titolo scelto per questa conferenza: “Le esigenze e le potenzialità dell’essere umano”.

Una società che abbraccia l’essere umano deve essere coordinata nel suo insieme, laddove anche la persona deve essere in sintonia con se stessa. Ogni volta che l’essere umano dà maggiore spazio ad una esigenza a scapito di altre, ogni volta che la persona o le sue esigenze crescono a scapito delle altre persone ed ogni volta che crescono i gruppi o le loro esigenze a scapito di altri gruppi, si finisce invece nel disastro. L’equilibrio si ottiene con la sensibilizzazione, permettendo all’essere umano di percepire il dolore degli altri come il proprio. Questo è quello che viene richiesto dal digiuno. Questo equilibrio è la garanzia per la salvaguardia della crescita coordinata della persona e della comunità.

La nostra nazione è il Libano, il Paese la cui prima ed ultima riserva è l’essere umano che ha scritto la gloria del Libano con il suo sforzo, la sua emigrazione, i suoi pensieri e le sue iniziative. L’essere umano è colui che deve essere custodito in questa nazione. L’umanità è una ricchezza non solo per la nazione, ma anche per la persona, che ha come ricchezza la propria umanità. Per questo i nostri sforzi in Libano sono indirizzati a tale scopo, partendo dai luoghi di culto, ma anche dalle università e dalle istituzioni. Il nostro sforzo è indirizzato a salvaguardare il Libano ed a custodirlo, preservandone l’essere umano dalle differenti potenzialità che vive nelle varie sue regioni.

Perciò, se vogliamo preservare il Libano, esercitare il nostro spirito nazionale e applicare il nostro senso religioso tramite i principi che si sono affrontati, allora dobbiamo custodire l’essere umano in Libano con tutta la sua umanità e la sua potenzialità.

Vivendo in Libano rileviamo ogni giorno privazioni dovute a negligenze nell’amministrazione la cui responsabilità è di tutti noi. Come abbiamo sentito nel benedetto discorso, per l’essere umano la severità è consentita nei limiti necessari e a condizione che non lo danneggi.

Le regioni dove viviamo e vive la nostra gente sono un bene che noi e i responsabili [del paese] dobbiamo tutelare. Per Dio e per la patria occorre proteggere il sud e tutte le regioni, pertanto è indispensabile essere attenti nella progettazione e nella realizzazione, poiché un’errata progettazione ed esecuzione generano due tradimenti: un tradimento che porta ad una corruzione diretta, e uno ulteriore che sottrae opportunità alla popolazione e porta allo spreco di denaro e ad una carenza nei diritti pubblici. Imporre delle iniquità, in qualunque modo esse vengano presentate, causa discordia. 

Il Libano, la nazione dell’uomo e dell’umanità, mostra la realtà umana tramite il confronto vissuto con il nemico, scoprendosi basato su una società razzista che esercita l’oppressione e la divisione in ogni sua forma: finanziaria, culturale, politica e militare. Ha avuto addirittura il coraggio di distorcere la storia, ebraicizzare la Santa Quds (Gerusalemme) e distruggere i suoi antichi reperti.

La nostra patria deve essere allora custodita non solo per Dio e per la persona che ci vive, ma per l’intera umanità, per svelarne la vera immagine e sfidare chiunque voglia distorcerla. Ora ci troviamo davanti ad una opportunità irripetibile: l’inizio di una nuova fase del Libano.

Troviamo un denominatore comune nell’essere umano con tutte le sue caratteristiche. Incontriamoci per l’essere umano in Libano, nel sud, a Hermel, ad Akkar, nelle periferie di Beirut, a Karentina, a Hay Assullum. Nessun essere umano è escluso o classificato; preserviamo quindi l’essere umano del Libano per proteggere questa nazione, una nazione che la storia e Dio ci hanno affidato.

La Pace, la Misericordia e la Benedizione di Dio siano su di voi.

   

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Il deposito tradizionale sciita | La gnosi nell’Islam

Un contributo serio e approfondito, sulla portata tradizionale dell’Islam sciita, a cura degli amici dell’associazione “Imam Madhi”. In questo periodo di confusioni e approssimazioni, una lettura non solo opportuna ma doverosa. 

  
Di fatto il deposito tradizionale conservato dalla Shi’a come pure il suo ‘sapere’ sono quasi totalmente sconosciuti al di fuori dei confini naturali nei quali essa ha trovato naturale sviluppo. Le poche cose che si sanno di ciò in Occidente si basano fondamentalmente su quello che di essa hanno detto i suoi detrattori. Su tali fonti si basano generalmente anche i ricercatori accademici e perciò le ricerche condotte sinora nelle nostre università non hanno aiutato a chiarire le reali istanze che stanno alla base della contrapposizione fra “sciismo” e “sunnismo”. Un caso a parte è l’opera dello studioso francese Henry Corbin che per 20 anni è stato a stretto contatto con le genti fra le quali tale Tradizione è ancor viva. Che la Shi’a sia, nella sua essenza, l’esoterismo dell’Islam è una constatazione che scaturisce dai testi stessi, in primo luogo dall’insegnamento degli Imam (AS). 

Ecco ad esempio, l’interpretazione del versetto coranico 33:72: 

“Noi proponemmo il deposito dei nostri segreti (al-amana) ai cieli, alla terra e ai monti: tutti rifiutarono di assumerselo, tutti tremarono al pensiero di riceverlo. Ma l’uomo accettò di incaricarsene; è un violento, un incosciente” 

Il significato di questo versetto grandioso, che fonda, per il pensiero islamico, il tema “de dignitate hominis”, non suscita dubbi nei commentatori sciiti. Il versetto fa allusione ai segreti divini, all’esoterico della profezia che i santi Imam (AS) hanno trasmesso ai loro adepti. Questa esegesi può appellarsi a una esplicita dichiarazione del sesto Imam (AS), secondo la quale ciò che si intende in questo versetto è la walayat di cui l’Imam è fonte. E gli esegeti sciiti si applicano a dimostrare che in questo caso la violenza e l’incoscienza dell’uomo non vanno affatto a suo biasimo, ma a sua lode, poiché era necessario un atto di sublime follia per assumersi quel deposito divino. 

L’uomo, simboleggiato in Adamo(AS), ha la forza di portare quel temibile fardello soltanto finché ignora l’esistenza di altro che Dio. Quando egli cede alla coscienza che esiste altro che Dio, tradisce il deposito: o lo respinge abbandonandolo a chi ne è indegno, o semplicemente ne nega l’esistenza. Nel secondo caso egli riduce tutto alla lettera apparente. Nel primo caso egli infrange la “disciplina dell’arcano” ordinata dagli Imam, conformemente alla prescrizione del versetto 4:61:  

“Dio vi ordina di restituire i depositi ricevuti a coloro cui appartengono” 

Ciò significa: Dio vi ordina di non trasmettere se non a colui che ne è degno, colui che è un “erede”, il deposito divino della gnosi. La nozione di una scienza che è eredità spirituale si trova qui già chiaramente delineata. Per questa ragione il quinto Imam, Mohammad Baqir (AS), dichiarava (e tutti gli Imam lo hanno ripetuto dopo di lui): 

“La nostra causa è difficile, essa impone un duro sforzo, soltanto un angelo del più alto rango, un profeta inviato o un adepto fedele cui Dio abbia messo alla prova il cuore per fortificarne la fede, possono assumerselo” 

Il sesto Imam Jafar as-Sadiq (AS) precisava ulteriormente: 

“La nostra causa è un segreto (sirr) dentro un segreto, il segreto di qualcosa che rimane velato, un segreto che solo un altro segreto può spiegare: è un segreto su di un segreto che si appaga di un segreto” 

O ancora: 

“La nostra causa è la verità e la verità della verità; è l’essoterico, ed è l’esoterico dell’essoterico, ed è l’esoterico dell’esoterico. E’ il segreto di qualcosa che rimane velato, un segreto che si appaga di un segreto” 

Alcuni versi del quarto Imam, ‘Ali Zainu al-Abidin (AS), preannunciavano già la portata di queste dichiarazioni: 

“Della mia conoscenza io celo le gemme – Per paura che un ignorante vedendo la verità ci schiacci… O Signore! Se io divulgassi una perla della mia gnosi – Mi direbbero: sei dunque un adoratore degli idoli? – E quanti musulmani troverebbero lecito che il mio sangue venisse versato – Essi trovano abominevole quanto di più bello si presenta loro” 

Gli sciiti veri sono dunque coloro che si assumono i segreti degli Imam (AS). Tutti coloro che invece pretendono di limitare l’insegnamento degli Imam all’essoterico, a questioni di diritto e di rituale, mutilano ciò che è la vera essenza della Shi’a. 

L’affermazione dell’esoterico non significa abolizione pura e semplice della shari’ah, della lettera e dell’essoterico (zahir); essa significa che, privata della realtà spirituale (haqiqat) e dell’esoterico (batin), la religione positiva è opacità e servitù; essa si riduce a un catalogo di dogmi o a un catechismo, invece di rimanere aperta allo schiudersi di significati nuovi e imprevedibili. 

L’esoterismo si muove attorno ai due poli della shari’ah e della haqiqat, la religione della Legge, religione sociale, e la religione mistica, quella che si fa guidare dal Senso Spirituale della Rivelazione Coranica.

Molti ricercatori farebbero bene a chiedersi quindi come mai in tutti questi secoli siamo stati così lontani o forse meglio – siamo stati tenuti così lontani – dallo Spirito e dai Fondamenti dell’Islam, nella sua integrità. Una vera onestà intellettuale è indispensabile per comprendere ciò che è in gioco con la Shi’a e per accostarsi, senza pregiudizi, alle fonti originarie dell’Islam. La Shi’a non è certo una “setta eretica” come alcuni sedicenti “eruditi” affermano sulla base di informazioni infondate e pretestuose poiché essa conserva e manifesta il Deposito integrale dell'”Eredità della Conoscenza profetica” che i “veri credenti” (mu’minin) riconoscono. 

L’Imam ‘Ali (AS) in un suo colloquio con Kumayl ha detto: 

“O Kumayl Ibn Ziyad! I cuori sono dei vasi, i migliori sono quelli la cui capacità è più grande. Tieni a mente ciò che ti sto per dire. Gli uomini sono di tre categorie: vi è il saggio divino (alim rabbani); vi sono coloro che ricevendo il suo insegnamento, sono condotti alla liberazione; è vi è infine la massa della gente comune, che segue un qualsiasi agitatore e gira nel senso di non si sa quale vento, costoro non sono affatto rischiarati dalla conoscenza e non s’appoggiano certo su di un saldo pilastro.

O Kumayl! La conoscenza (la gnosi) val più di tutti i beni materiali; è essa che veglia su di te mentre vegli sui beni materiali. La ricchezza si riduce nel dispensarla mentre la conoscenza s’accresce nel prodigarla: la conoscenza è ‘ciò che giudica’, la ricchezza è ‘ciò che è giudicato’. 

O Kumayl! Il tesoro dei beni materiali perisce mentre gli gnostici sono ‘viventi’ d’una vita che perdura nei secoli dei secoli. Le loro persone fisiche scompaiono, ma altri i cui ‘cuori’ sono simili ai loro ne prendono il posto.” 

L’Imam a quel punto designando con un gesto della mano il suo proprio cuore, prosegue: 

“Vi è qui una ‘gnosi’ sovrabbondante. Se solo trovassi degli uomini tanto forti da sopportarla! Certo, talvolta m’accade di incontrare qualche spirito sottile, ma non posso dargli la mia confidenza, poiché le cose religiose per lui sono un ‘mezzo’ ch’egli mette al servizio degli interessi di questo mondo: per lui i doni di Dio sono un pretesto per prevalere sui servitori di Dio, e le risorse del sapere un pretesto per avere il sopravvento sugli amici di Dio. M’accade talvolta d’incontrare qualche spirito docile fra i dottori ma che nel suo conformismo è totalmente sprovvisto di visione interiore e il dubbio penetra nel suo cuore alla prima difficoltà che gli si presenta. No! Né questo né quello son degni della mia confidenza e della mia gnosi. Altre volte incontro qualcuno che non è mai sazio del piacere e che si lascia condurre docilmente dai suoi appetiti carnali, oppure talaltro con la passione d’accumulare e tausarizzare. Né gli uni né gli altri possono essere in qualche modo dei pastori della religione: lungi da ciò. Quello che assomiglia maggiormente a loro è il bestiame al pascolo. Bisogna allora che in quest’epoca muoia la ‘conoscenza’ (la gnosi), poiché muoiono coloro che ne sono i supporti? Ebbene no! Mai la terra è sprovvista di uomini che rispondendo per Dio, s’assumono mantenimento della Sua testimonianza, che lo facciano allo scoperto e senza velo, o che lo facciano restando nascosti e totalmente sconosciuti. E’ grazie a loro che le testimonianze divine e la comprensione del loro senso proprio non vengono mai annientate. Quanti sono? Dove sono? Chiamo Dio a Testimone! Il loro numero è infimo, ma il loro rango è sublime. E’ per essi che Dio conserva le Sue testimonianze e Suoi segni in questo mondo, affinché essi li trasmettano ai loro ‘amici’ e ne affidino i semi ai cuori di coloro che si assomigliano. A costoro, la gnosi si mostra d’un subito, secondo tutta la verità della visione interiore. Essi mettono in opera la gioia della certezza. Essi trovano facile ciò che i ‘tiepidi’ trovano arduo. Essi hanno confidenza con ciò che sgomenta gli ignoranti. Essi sono in questo mondo in compagnia di corpi i cui spiriti rimangono sospesi nella dimora suprema. 

O Kumayl! Quest’ultimi sono i califfi di Dio sulla Sua terra, coloro che chiamano alla Sua vera religione. Ah! Quale ardente desiderio avrei di vederli!”

Per questo l’Imam disse in un’altra occasione: 

“Noi (gli Imam) siamo i Sapienti che impartiscono l’insegnamento. Il resto, ahimè, è la schiuma trascinata dal torrente”. 

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Karbala, di Roberto Ruhollah Arcadi

  

Proponiamo un articolo dell’amico Arcadi che approfondisce il significato della tensione religiosa ed etica del mondo sciita, nella specifica occasione dell’anniversario del martirio dell’Imam Husayn (as). Riteniamo sicuramente utile la lettura per chi, a seguito di una certa interpretazione esageratamente umanitarista, ritiene di doversi rifugiare nella religione – come se fosse una sorta di custodia per un sonnacchioso vivere al riparo da sacrifici e rinunce. 

Quel che ha sempre stupito gli osservatori esterni a proposito delle commemorazioni dei luttuosi eventi di Karbala, è il fatto che esse siano invariabilmente contraddistinte da una tensione spirituale, etica, eroica, e persino emotiva che nulla sembrerebbe a prima vista poter avere a che vedere con una vicenda la quale, da un punto di vista meramente storico, resterebbe inevitabilmente sepolta nel più lontano passato. Superstizione, fanatismo, oscurantismo, e via dicendo: queste sono le solite frasi fatte che vien sempre voglia di ripetere da tutti coloro che, del tutto incapaci di cogliere il senso intimo, eppure palese, di questo evento e di questi riti la cui tensione anche soltanto emotiva veramente sconvolgente ed affatto incomprensibile per un profano, non sanno fare di meglio che ricorrere ai più vieti luoghi comuni del secolarismo progressista e modernista, assolutamente insignificanti, ma dal sicuro impatto emotivo su chi sia a ciò predisposto, ed oltre a ciò, in sovrappiù, anche a certi paragoni equivoci, spuri, se non addirittura oltraggiosi, con talune torbide fenomenologie della decadenza occidentale.

Ma qual’è allora la spiegazione di uno spettacolo tanto sconvolgente per una mentalità mondana? Com’è che milioni e milioni di fedeli di tutto il mondo islamico si riuniscono per celebrare all’unisono, con i toni altamente drammatici di una partecipazione e di una presenza reale, oseremo dire persino tangibile, quella che all’occhio miope, di un osservatore laico potrebbe non sembrare null’altro che una sanguinosa disfatta lontana nel tempo, più da dimenticare che da celebrare?

Quella che ci sembra essere la nota distintiva indiscutibile di questa partecipazione, non soltanto per un musulmano sciita, ma anche per un osservatore estraneo, è invero, come si è già accennato, una presenza reale: la presenza reale e perenne dell’Imam Husayn (as) e dei seguaci che ne condivisero il sacrificio nella pianura di Karbala, al cospetto delle moltitudini di fedeli che ancor oggi nel celebrano il martirio con un fervore indomito, non attenuato dal trascorrere dei secoli. Questa presenza è un elemento decisivo di spiegazione per chi, alla ricerca di una ragione sufficiente di tutto ciò, non si accontenti delle frasi fatte, dei soliti luoghi comuni, o di argomentazioni pseudoscientifiche, o di termini di paragone inaccettabili; giacché, al di là di ogni malafede e incomprensione da parte di chi non possa e non voglia comprendere, quel che abbiamo al nostro cospetto in occasione di questo anniversario d’Ashura sempre ripetuto con pur sempre commovente dedizione ed ardore, è lo spettacolo di una comunità di credenti perennemente fecondata dal sangue dei martiri, che esso cementa, fortifica, edifica, estendendola nel mondo ed elevandola verso Dio, nella conformità della Sua Legge, imprescindibile sì, ed eterna, ma pur sempre in procinto di essere disattesa dal torpore dei deboli e degli ignavi e dalla malizia degli increduli e degli ipocriti.

Nulla pertanto ch’abbia alcunché a che vedere con gli empiti emozionali e subrazionali di tutta una fenomenologia o settaria e pseudoreligiosa, o laica e materialista, particolarmente diffusa nell’Occidente contemporaneo, del tutto incapace di sottrarsi ai suoi idoli ributtanti, e vittima predestinata di una forza disgregatrice subumana la cui ragione sufficiente va ricercata non in alto, ma in basso, da dove essa procede e dove essa riconduce. La presenza reale e propiziatrice dell’Imam Husayn (A) nella prossimità divina è invece quel che consente ai credenti la partecipazione santificante al suo stesso martirio, al suo sacrificio rigeneratore, giacché, come ci dice il Sacro Corano, “Di coloro che sono caduti sulla Via di Dio, non dite che sono morti, perché essi invece sono vivi, ma voi non ve ne avvedete” (II, 154).

L’Imam Husayn (A) d’altra parte, vivo nel cospetto di quel Dio Unico di cui egli è un Waly, uno degli intimi, degli approssimati, in virtù della dignità e della funzione che ci viene dato di ravvisare individuando la ragione sufficiente ed i tratti peculiari dell’Ashura, assurge al rango di archetipo della figura del martire, carattere che gli viene riconosciuto dalla tradizione sciita con l’appellativo di “Signore dei Martiri” (Seyyed al-Shuhada) comunemente attribuitogli. Con ciò nulla si vuole togliere, è ovvio, al sacrificio di tutti gli altri Intimi di Dio (giacché tutti gli Imam successori del Profeta (S), tranne il XII°, vennero martirizzati), e di tutti gli altri credenti a cui sia concesso il privilegio di seguirli su questa via. Solo che il martirio, unico nella sua essenza, è individuato dalle circostanze obiettive e soggettive che lo inverano nella realtà effettuale e della concretezza storica, e delle dimore paradisiache di luce e di gloria.

Ora, da un punto di vista soggettivo, quel che lo determina e qualifica è indubbiamente il rango spirituale della persona del martire. Dal che risulta palese l’immenso valore e l’incomparabilità con le nostre misure ristrette, del sacrificio di tutti gli intimi di Dio che da Alì (as) al XII° Imam dimostrarono, a prezzo della propria vita, la loro dedizione a quella Walayat muhammadica di cui essi erano, e sono, i garanti e i continuatori. E’ certo più gradito a Dio ciò che ha maggior valore perché Gli è prossimo e più risplende della Sua Luce, ed è così che il sacrificio del Suo Waly assume un valore eminente al Suo cospetto, ed incommensurabile per noi. Ma d’altro canto, è pur vero che le circostanze obiettive del martirio di Husayn (A) lo rendono unico ed incomparabile. Crediamo che la cosa sia palese per chiunque abbia un minimo di conoscenza di quelle vicende che qui oggi, da noi e tra noi, vengono commemorate. Giacché, quanto più esse sono gravi e tremende, e persino infamanti per l’Imam e la sua gente, tanto più risalta per contrasto il fulgore di quella luce che si tentò allora, così come si tenta tuttavia, d’offuscare, e che si configura invece come il termine finale di questo tentativo empio, assurdo e vano, ma a suo modo provvidenziale, di capovolgere la natura stessa delle cose: lo splendore della gloria divina, e la luce dell’Islam, del suo Profeta (S), dei suoi Imam (A), e di tutti i credenti, non solo Sciiti, che ne siano in qualche misura partecipi.

Lo stesso orrore suscitato da questa immane tragedia, ivi inclusi i fatti che precedettero e seguirono l’uccisione dell’Imam (A) ed il quasi completo annientamento della discendenza del Profeta (S), l’usurpazione, le fellonie, le crudeltà, l’oltraggio ed il ludibrio non risparmiato ai superstiti ed al corpo stesso di Husayn (as) dagli scherani di un beone figlio di un fedifrago, tutto questo non fa in definitiva che dare maggiore lustro alla gloria dei martiri nella prossimità divina, ed esaltare ancor di più la purezza luminosa e perenne dell’Islam, a dispetto di tutti gli assalti interni ed esterni, di tutti i tradimenti, di tutte le prevaricazioni, di tutte le distorsioni, ed innanzitutto, delle umane debolezze e dei peccati degli stessi credenti. Tutto questo è destinato a perdurare sino all’avvento del Mahdi Atteso (AJ), che colmerà la terra di giustizia e d’armonia. Ma Dio sa pur sempre, nella Sua Sapienza e Potenza Infinite, volgere al bene l’opposizione tra bene e male, contro tutte le apparenze ingannatrici di questo nostro mondo.

Nell’aurea catena che va da Dio al Profeta (S), e da questi a Fatima (A) e agli altri 12 Purissimi, la stazione di Husayn (A) è dunque quella del martirio, che è pertanto il singolo carattere la cui forma compendia in sé, così come avviene per gli altri Imam, il riflesso della luce muhammadica che ne costituisce l’essenza intima. L’eroismo e il martirio sono dunque la nota dominante della sua natura propria, così come la gnosi in quanto porta che conduce ai tesori della conoscenza profetica lo è per Alì (A), la mitezza contemplativa dei puri di cuore per Hassan (A), il fiore fulgente della bellezza spirituale per Fatima (A), e la vittoria come termine finale di ogni jihad, di ogni sforzo, atto e carattere della Via di Dio, per l’Imam Mahdi (AJ). Il martirio di Husayn (A) va pertanto visto come aureo anello di questa mistica catena che procede da Dio e dal Profeta (S), da cui esso trae la sua dignità eminente, per terminare nell’Imam Occulto, nel Mahdi Atteso (AJ), nella cui vittoria finale essa culminerà. Ed è appunto su quest’ultimo legame che desideriamo brevemente soffermarci.

A nostro avviso, il martirio di Husayn (A) ha senso solo e soltanto in rapporto al trionfo finale dell’Islam, che verrà assicurato da Dio tramite l’Imam Mahdi (AJ). Sicché esso diviene a questa stregua premessa imprescindibile e garanzia preziosa di sicura vittoria. Ma questa stessa vittoria ha d’altro conto due aspetti, distinti sì, ma complementari ed inscindibili. Da un lato essa è la vittoria del singolo credente su sé stesso, sulle sue pulsioni inferiori, al termine della Via che lo conduce dall’illusione all’Essere, al Signore dei Mondi, che ha voluto effondere la Sua Grazia, le Sue Benedizioni sulla Comunità dei Credenti e sull’umanità intera, per il tramite del Profeta (S) e degli Imam (A), di Muhammad (S) e della sua Discendenza. Il martirio di Husayn (as) rappresenta a questa stregua l’archetipo stesso del Grande e del Piccolo Jihad, dello sforzo che riconduce l’uomo a Dio, e sotto questo riguardo esso è luogo privilegiato d’effusione di grazia e d’ausilio per tutti coloro che procedono sulla Sua Via. Questa è la sua funzione diretta, verticale, d’ordine squisitamente metafisico quanto al fine, ma necessariamente concreta, tangibile, quanto all’inizio del procedere.

Ma d’altro canto, questa ascesa personale al godimento dei frutti paradisiaci ed alla visione del Volto Divino, ha un necessario riscontro d’ordine storico e collettivo. La tragedia di Karbala ha come necessario corrispettivo storico la vittoria finale dell’Islam sulla miscredenza, che verrà assicurata dall’avvento dell’Imam Mahdi (AJ). Giacché la prossimità divina è la destinazione finale non soltanto del singolo, ma del mondo intero. E’ naturale che così sia. E’ sempre stato, e sempre sarà così, ma noi non ce ne avvediamo, ingannati dalle apparenze sensibili: il bene avrà ragione del male, l’essere dell’illusione, la verità dell’errore, perché così è e deve essere. Il martirio di Husayn (A) è pertanto la porta che si apre sulle due vie della salvezza e della vittoria, che in realtà sono un’unica Via, quella che conduce a Dio tramite il Profeta (S). La prossimità spirituale al Signore dei Martiri è pertanto la radice della prossimità a Dio e a Muhammad (S), che attuandosi col cuore, si invera inoltre nei dettagli della vita quotidiana sia personale che collettiva. 

  
Il nostro Jihad dunque, che è orientato verso Dio, deve orientarsi anche escatologicamente, nel verso della vittoria finale della Sua Legge nel nostro stesso mondo. E’ stato dunque questo l’insegnamento dell’Imam Khomeyni: non più solo lutto e pianto per le vittime innocenti dell’empietà, ma lotta per la vittoria, lotta contro le nostre imperfezioni e i nostri peccati che è nel contempo sforzo per il trionfo della giustizia sulla terra, senza nessuna separazione tra interiorità ed esteriorità, tra la sfera personale e quella politica e sociale, a dispetto di tutti gli orrori di una miscredenza apparentemente vincente. E’ questo il compito a cui noi tutti siamo chiamati. E’ questo il mondo in cui ciascuno di noi, nonostante tutti i suoi difetti e tutte le sue umane debolezze, sempre conformandosi all’Islam e sempre confidando nella Misericordia Divina, potrà riflettere in sé una scintilla della luce di grazia e gloria che Dio ha voluto effondere sul Suo martire prediletto Husayn (A), che qui noi oggi piangiamo e celebriamo.

A cura di Islamshia.org ©
 

L’ISLAM E’ GIUSTO, NON EGUALITARIO | Shahid Murteza Mutahhari

Nel quadro delle riflessioni sulle religioni, riteniamo opportuno offrire un contributo dello Shahid Murteza Mutahhari circa la visione islamica come argine alle aberrazioni sorte con la rivoluzione francese.
 
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 “La società islamica senza classi signfiica una società priva di discriminazioni, di povertà, di tirannia, di ingiustizia e di disuguaglianze, non una società con una mancanza di differenze che porta con sé tirannia e ingiustizia. Vi è una profonda differenza tra la discriminazione e la difformità, perché nell’ordine naturale del mondo esistono la varietà e la differenziazione, grazie alle quali è possibile che il mondo sia bello, assortito e sviluppato e reso alla perfezione: ciò non corrisponde a una discriminazione.
 
La città virtuosa islamica è una città antidiscriminatoria, non omologatoria. La società islamica è una società di uguaglianze, di reciprocità e di fratellanza, ma non è paritaria in negativo, bensì in positivo. Essere paritari in negativo significa non considerare i meriti naturali delle persone e privarli dei loro diritti acquisiti pur di raggiungere un ideale di uguaglianza. Essere paritari in positivo, invece, significa creare pari condizioni per tutti, garantendo l’inviolabilità dei diritti acquisiti da ogni individuo; in caso contrario, si tratterebbe di una forma di coercizione.
 
La parità in negativo è simile al senso dell’uguglianza che traspare da questa storia: in una comunità di montagna viveva un individuo prepotente che ospitava i viandanti che si trovavano a passare da quelle parti. Per riposare o trascorrere la notte, l’ospite veniva accompagnato dalla servitù del crudele signore fino a un letto, e veniva invitato a sdraiarsi. Se per caso la lunghezza del letto corrispondeva alle dimensioni dell’ospite, i servi gli consentivano di dormire, altrimenti al forestiero veniva riservato un triste destino. Infatti, se era più lungo del letto, egli veniva accorciato o dalla parte della testa o dei piedi, in modo da equipararlo al letto. In caso contrario, se l’ospite era più corto, i servi lo tiravano per allungarlo e renderlo della stessa misura del letto. Si può facilmente intuire la tragica fine del nostro ospite.
 
Invece la parità in positivo si può paragonare all’imparzialità di un maestro retto che guarda in maniera equa i suoi allievi. Se le loro risposte alle sue domande fosse eguali tra loro, egli darà a tutti lo stesso voto; ma nel caso in cui le risposte fossero diverse, egli darà a ciascuno un voto diverso a seconda del merito e delle risposte.”
 
Tratto da: Shahid Murteza Mutahhari, “La visione unitaria del mondo” (Semar Edizioni), pag. 48-49.
 
Contributo offerto dall’Associazione Islamica Imam Mahdi