Gender in classe | Ecco i libri che insegneranno agli scolari italiani ad essere più moderni dei loro «genitori omofobi»

Dal «ritratto dell’individuo omofobo» all’empatia con i gay fino alla teoria delle “nuove famiglie”. Abbiamo letto gli opuscoli Unar che saranno proposti nelle scuole del nostro paese

È così che la teoria del “gender” verrà insegnata nelle scuole italiane sin dalla più tenera età. Come anticipato nelle famose “linee guida” approvate all’epoca del governo Monti dall’allora ministro del Lavoro con delega alle Pari opportunità, Elsa Fornero, sono pronti i «percorsi innovativi di formazione e aggiornamento per dirigenti, docenti e alunni sulle materie antidiscriminatorie, con particolare focus sul tema Lgbt e sui temi del bullismo omofobico e transfobico».

 «ESSERE GAY INFORMED». 

Questi percorsi sono delineati in tre libretti partoriti nell’ambito della nuova “strategia nazionale” anti omofobia, affidata per decreto del governo Letta a 29 associazioni del mondo Lgbt e finanziata dai contribuenti con 10 milioni di euro. In sostanza i volumi sono pressoché identici, con qualche variante per “adattarli” ai diversi gradi di scuola: superiore, media inferiore ed elementare. Sotto il generico titolo Educare alla diversità nella scuola, l’obiettivo è diffondere l’idea che omosessuali si nasce, così come si nasce etero. Per averli basta richiederli al sito dell’istituto Beck che li ha prodotti su incarico dell’Unar con l’intento di convincere gli insegnati e quindi gli alunni. Perché, come si legge, non è più sufficiente «essere gay friendly (amichevoli nei confronti di gay e lesbiche), ma è necessario essere gay informed (informati sulle tematiche gay e lesbiche)». Per evitare, cioè, discriminazioni che nascono da affermazioni o comportamenti che «gli insegnanti devono evitare», non basterà impegnarsi a non insultare o a non assumere atteggiamenti di esclusione. D’ora in poi i docenti dovranno evitare «analogie che facciano riferimento a una prospettiva eteronormativa (cioè che assume che l’eterosessualità sia l’orientamento normale)», poiché queste possono tradursi nella pericolosa assunzione «che un bambino da grande si innamorerà di una donna». Attenzione quindi a non dividere mai i maschi dalle femmine o ad assegnare loro diverse attività. Vietato anche elaborare compiti che non contengano situazioni diverse, occorre formulare problemi così: «Per esempio; “Rosa e i suoi papà hanno comprato tre lattine di tè freddo al bar. Se ogni lattina costa 2 euro, quanto hanno speso?”».

«NON PUOI CAMBIARE». 

A dar retta a questi opuscoli, l’identità sessuale sarebbe formata da quattro componenti. La prima componente è l’identità biologica che si riferisce al sesso. La seconda è l’identità di genere che dipende dalla percezione che si ha di sé. E «non sempre l’identità di genere e quella biologica coincidono». Infatti «a volte – si legge – il disagio rispetto al proprio sesso biologico è così forte che la persona è disposta a sottoporsi a cure ormonali e operazioni chirurgiche». La terza componente è poi il ruolo di genere, imposto dalla società, per colpa del quale, ad esempio, una donna «deve imparare a cucinare» o «deve volere un marito e dei figli». Infine c’è l’orientamento sessuale, quello da cui dipende l’attrazione verso altre persone. Le quali ovviamente possono essere indifferentemente di un altro sesso o dello stesso. L’unica cosa che non è normale è che esistano «individui attratti dal proprio sesso che non hanno comportamenti omosessuali o alcuna attività sessuale»: gli scolari italiani impareranno presto che queste persone «hanno forti sensi di colpa rispetto alla propria omosessualità». Secondo i teorici del gender si chiama «omofobia interiorizzata» ed è dovuta a «pregiudizi e discriminazioni che possono rendere più difficile l’accettazione del proprio orientamento». Quanto alle cosiddette «terapie riparative», sono cose «estremamente pericolose». Punto. Segue per sicurezza un bel «ritratto dell’individuo omofobo», che di solito è di «età avanzata» ed è accecato da un alto «grado di religiosità» e di «ideologia conservatrice». Si va dall’«omofobo di tipo religioso che considera l’omosessualità un peccato» a quello «scientifico che la considera una malattia», fino ai «genitori omofobi». Nelle pagine successive vengono poi forniti i dati sulla discriminazione, presi direttamente da Gay.it.

TUTTA  COLPA DEI MEDIA. 

Nei libretti anti-omofobia sono forniti anche alcuni strumenti: oltre al questionario per misurare il proprio livello di omofobia, si consiglia vivamente di coinvolgere nel progetto anche i genitori, inviando loro una lettera di cui viene presentato un modello tipo. Le due pagine successive sono dedicate alle risposte alle domande più frequenti, come quella sul perché ci sono persone con attrazioni dello stesso sesso, a cui si deve replicare che è così «per la stessa ragione per cui altri individui sono attratti da persone del sesso opposto». A chi domanda se esista una cura per l’omosessualità si deve risponde ovviamente di no, ricordando che «chiunque dica il contrario diffonde un pregiudizio».

COSA GUARDARE IN TV. 

C’è poi un’ultima sezione dedicata all’insegnamento pratico. Qui viene sottolineato il ruolo dei media italiani che discriminano le famiglie omosessuali, invitando i docenti a chiedere agli alunni come mai «in Italia non ritraggono diverse strutture familiari». Quindi viene caldeggiata la visione di film con modelli di «famiglie allargate» come Modern Family, oppure serie tv su famiglie eterosessuali litigiose come Tutto in famiglia o La vita secondo Jim. Viene proposto inoltre il “Gioco dei fatti e delle opinioni” in cui, ad esempio, se uno studente dice «“due uomini che fanno l’amore sono disgustosi”, a quel punto l’insegnante deve far notare che questa è un’opinione che deriva dal fatto che siamo poco abituati dal cinema e dalla tv a vedere due uomini che si baciano o fanno l’amore». E se questo non bastasse, ecco “Caccia agli stereotipi”, che permette di assicurarsi che gli alunni abbiano capito bene: «L’unica scelta che un omosessuale può fare è accettare questi sentimenti».


MASTURBAZIONE COME GIOCO

Dopo di che gli insegnanti dovranno tentare di fare immedesimare gli alunni “eterosessuali” con gli “omosessuali” e mettere gli alunni «in contatto con sentimenti e emozioni che possono provare persone gay o lesbiche». Ci sono storielle, attività e strumenti anche per questo, ed è proposto un elenco di documentari come Kràmpack, in cui la masturbazione fra due ragazzi è presentata come esplorazione e «gioco», e L’altra metà del cielo, che racconta «le vite di donne che amano altre donne» le quali «si sono scontrate con l’omofobia della propria famiglia».

ATTENZIONE AI GENITORI. Non poteva mancare qualche idea per aiutare le maestre a cambiare nelle teste dei loro alunni il concetto di famiglia. Ecco un esempio: «L’insegnante utilizza un tabellone e incolla a caso le immagini di famiglie differenti (ad esempio, l’immagine di una famiglia multi-razziale: due persone bianche con un bambino nero; le foto di un uomo vecchio, di una donna e di un cane; di due donne; di due uomini ecc). Chiede, allora, agli studenti se, secondo loro, le persone nelle foto potrebbero essere una famiglia (…). L’insegnante fa riferimento, dunque, alla definizione comune di famiglia e ricorda agli studenti che non si tratta di come appare, ma piuttosto di come i membri si supportano tra loro, si amano e si accudiscono a vicenda».

@frigeriobenedet

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Alcol e Marijuana | La mattanza scolastica 


(Reuters Health) – Alcol e marijuana “rovinano” le medie scolastiche ed universitarie, senza fare differenze tra “secchioni” e studenti meno brillanti. A rivelarlo è uno studio australiano-statunitense condotto tra studenti del college. L’abuso di sostanze è stato a lungo correlato a scarsi risultati, voti più bassi e difficoltà a trovare e mantenere buoni lavori. Questo nuovo studio esamina più da vicino le medie dei voti degli studenti USA che iniziano il college con un analogo potenziale accademico, ma fanno uso di diversi quantitativi di marijuana e alcol.La premessa

Rispetto ai giovani che si astengono da queste sostanze, quelli che bevono molto ma non fumano tanta marijuana tendono a ottenere voti più bassi nel primo semestre del college, ma riescono ad alzare la media in seguito. Chi invece fa un grande uso sia di marijuana che di alcool continua a prendere voti bassi per tutto l’anno. “Siamo rimasti sorpresi dal fatto che gli studenti che consumavano grandi quantità di alcool e pochissima marijuana non avessero un calo consistente nella media dei voti”, ha affermato l’autore principale dello studio Shashwath Meda, dell’Olin Neuropsychiary Research Center e dell’Hartford Hospital in Connecticut.

“Chi ha moderato l’abuso di sostanze durante il periodo di studio è stato capace di riprendersi e ottenere migliori prestazioni a livello accademico”. Sia l’alcool che la marijuana possono compromettere memoria, attenzione, funzione esecutiva e capacità di individuare differenze visive e spaziali tra gli oggetti”. Ciò rende gli studenti meno efficienti nello studio e nel memorizzare le informazioni in classe”, hanno scritto i ricercatori su PLoS ONE.

Lo studio

Il team ha esaminato i dati di sondaggi mensili sull’uso di sostanze e alcool completati da 1.142 studenti in quattro semestri a partire dal primo anno di università. I questionari chiedevano per quanti giorni nel mese precedente i ragazzi avessero fumato marijuana o si fossero ubriacati e quanti drink avessero consumato ogni volta che avevano bevuto.

Gli studenti sono stati divisi in tre gruppi: quelli che consumavano poco alcool o facevano uno scarso uso di marijuana, quelli che bevevano molto, ma non fumavano tanti spinelli e i grandi consumatori di entrambe le sostanze. I ricercatori hanno raccolto dati anche sulle medie dei partecipanti rivolgendosi ai funzionari di college e università e basandosi sui risultati degli esami di attitudine scolastica (SAT) per l’ammissione al college.


Le conclusioni

“I tre gruppi non presentavano differenze nei punteggi ottenuti nei SAT all’inizio del college”, ha dichiarato Wayne Hall, del Center for Youth Substance Abuse Research della University of Queensland in Australia. Per il primo semestre, il gruppo “più sobrio” aveva una media di 3,1, mentre quello più attivo nel bere presentava una media di 3,03, una differenza statisticamente significativa, anche se entrambi si avvicinano al grado B. Non tutti i college e le università usano lo stesso sistema di valutazione.

I grandi bevitori e fumatori di marijuana sono rimasti più indietro, con una media di 2,66, che potrebbe rappresentare un B- o un C+ nel sistema scolastico statunitense. Gli studenti che hanno ridotto la marijuana sono migliorati con il tempo rispetto ai giovani rimasti grandi consumatori di alcool e marijuana per tutto il periodo di studio.

“I nuovi risultati chiariscono i reali rischi accademici per gli studenti del college provocati dall’uso combinato di alcool e marijuana ad alti livelli”, dice Mark Olfson, ricercatore in psichiatria presso la Columbia University di New York non coinvolto nello studio. “I genitori dovrebbero essere incoraggiati a parlare apertamente di alcool e marijuana con i loro ragazzi prima che vadano al college”.

N&P

Fonte: PLoS ONE 2017

La lettera della Guida della Rivoluzione Islamica a tutti i giovani nei paesi occidentali

  
Col Nome di Dio Clemente e Misericordioso

A tutti i giovani nei paesi occidentali

I recenti amari eventi di cieco terrorismo avvenuti in Francia mi hanno spinto nuovamente a rivolgermi a voi giovani. È per me spiacevole che siano questi eventi a creare un’occasione per parlare, ma la verità è che se le sfide dolorose non creano un’opportunità di dialogo e scambio di opinione, le conseguenze negative si raddoppieranno.

Le sofferenze di un essere umano, in qualsiasi angolo del mondo, sono dolorose di per sé e per gli altri essere umani: la scena di un bambino che vede la morte dei suoi più cari di fronte ai propri occhi, quella di una madre che vede svanire in pochi secondi la felicità della propria famiglia, quella di un marito che tiene il braccio il corpo inanime della moglie oppure quella di uno spettatore che non sa che nei momenti successivi vedrà l’ultima scena della propria vita, sono tutte scene che scuotono i sentimenti e le emozioni di qualsiasi essere umano. Chi possiede un pò di amore e umanità si rattrista e addolora vedendo queste scene in Francia, in Palestina, in Iraq, in Libano e in Siria.

Un miliardo e mezzo di musulmani è rimasto indubbiamente sconvolto e indignato per quanto accaduto e prova odio e ripugnanza verso gli autori di questi crimini. La questione è però che se le sofferenze di oggi non ci spingono a costruire un futuro migliore e più sicuro, si ridurranno a meri amari e inutili ricordi. Sono certo che soltanto voi giovani riuscirete a trarre lezioni dalle difficoltà attuali per poi scoprire nuovi sicuri sentieri per costruire il futuro e ostacolare le deviazioni che hanno condotto l’Occidente nella situazione in cui si trova oggi.

È vero che oggi il terrorismo è il dolore comune tra noi e voi, ma dovete sapere che l’insicurezza e l’angoscia che avete sperimentato nei recenti eventi possiede due importanti differenze rispetto alle sofferenze che hanno provato in tutti questi anni il popolo iracheno, yemenita, siriano e afghano: la prima è che il mondo islamico da lungo tempo e su larga scala è vittima della violenza e dello spargimento del terrore, e la seconda è che purtroppo queste violenze sono state sempre, in modi differenti ed ‘efficaci’, sostenute da alcune grandi potenze. Sono ormai pochi a non conoscere il ruolo degli Stati Uniti nella creazione, rafforzamento e armamento di al-Qaeda, dei Taliban e del loro malvagio seguito. Accanto a questo sostegno diretto, i sostenitori noti ed espliciti del terrorismo takfiri – nonostante il loro sistema politico sia tra i più arretrati – sono stati sempre tra gli alleati dell’Occidente, mentre i più illuminati pensieri sorti dal dinamismo popolare nella regione sono stati crudelmente repressi. Questo atteggiamento iniquo dell’Occidente contro i movimenti di risveglio nel mondo islamico è un esempio chiaro delle contraddizioni della politica occidentale.

Un altro aspetto di questa contraddizione è visibile nel sostegno al terrorismo statale di Israele. Sono più di sessanta anni che il sofferente popolo palestinese sperimenta la peggiore forma di terrorismo. Se oggi le genti d’Europa sono costrette a rimanere a casa per qualche giorno e a non apparire nei luoghi pubblici, è da decine di anni che a causa della macchina di distruzione e di massacro del regime sionista una famiglia palestinese non si sente sicura nemmeno nella propria casa. 

Quale violenza è paragonabile nelle atrocità alla costruzione di colonie illegali da parte del regime sionista? Il regime sionista continua a distruggere case, frutteti e campi dei palestinesi senza nemmeno dare il tempo di traslocare o di raccogliere il frutto delle coltivazioni, senza ricevere mai critiche serie ed efficaci da parte dei suoi alleati influenti e nemmeno da parte delle istituzioni internazionali apparentemente indipendenti. Tutto questo avviene davanti agli occhi terrorizzati e in lacrime delle donne e dei bambini palestinesi che sono testimoni del brutale pestaggio, imprigionamento e delle spaventose torture dei loro parenti [da parte dei sionisti]. Conoscete forse altre atrocità di queste dimensioni, gravità e continuità in altre parti del mondo oggi? Se sparare a una donna indifesa in mezzo alla strada per il solo ‘reato’ che protesta contro un soldato armato fino ai denti non è terrorismo, allora che cosa è? Questa barbarie, solo perché perpetrata dalle forze armate di un governo occupante, non devono essere quindi definite “estremismo”? Oppure queste scene, solo perché trasmesse ripetutamente e da più di sessanta anni dalle televisioni, non dovrebbero destare più le nostre coscienze?

Le invasioni militari avvenute negli ultimi anni nel mondo islamico, che hanno provocato numerose vittime, sono un altro esempio della logica contraddittoria dell’Occidente. Le nazioni che sono state invase, oltre ad aver patito perdite di vite umane, hanno subito ingenti danni alle infrastrutture economiche e industriali, si sono viste rallentare o bloccare la strada del progresso e dello sviluppo e in alcuni casi sono state riportate indietro di decenni. Nonostante ciò ad esse viene chiesto con arroganza di non considerarsi oppresse. Come si può ridurre in macerie una nazione, trasformando le sue città e villaggi in cenere, e poi dirgli: “Per favore non consideratevi oppressi”! Non sarebbe forse meglio scusarsi sinceramente invece di invitarle a ignorare o dimenticare queste tragedie? La sofferenza che il mondo islamico ha patito in questi anni a causa dell’ipocrisia e delle imposture degli invasori non è minore dei danni materiali subiti.

Cari giovani! Spero che voi, adesso o in futuro, possiate cambiare questa mentalità intrisa di inganno la cui ‘arte’ è quella di nascondere gli obiettivi lontani e mascherare le intenzioni perfide. A mio giudizio il primo passo per ristabilire la sicurezza e la pace è quello di modificare questa mentalità che origina violenza. Finché nella politica occidentale domineranno il sistema dei due pesi e delle due misure, fino a quando il terrorismo agli occhi dei suoi potenti sostenitori viene diviso in “buono” e “cattivo” e fino al giorno in cui gli interessi dei governi precedono i valori umani e morali, non bisognerà cercare le radici della violenza altrove. Purtroppo nel corso degli anni queste radici hanno penetrato nel profondo le politiche culturali dell’Occidente ed hanno prodotto un’invasione ‘morbida’ e silenziosa.

Molte nazioni nel mondo sono orgogliose della propria cultura nazionale e autoctona, ed oltre ad essere creative e vitali, hanno nutrito per centinai di anni le società umane, e il mondo islamico non è un’eccezione in questo. Ma nell’epoca attuale il mondo occidentale, con l’utilizzo di mezzi avanzati, insiste nell’uniformare e omologare le culture nel mondo. Ritengo questa imposizione della cultura occidentale alle altre nazioni, e il considerare le culture di queste ultime come inferiori, una violenza silenziosa e particolarmente dannosa. Questa umiliazione delle ricche culture e l’offesa dei loro aspetti più rispettati accade mentre questa cultura che viene proposta non possiede assolutamente le capacità per sostituirle. Gli elementi della violenza e della dissolutezza morale, per esempio, che purtroppo sono diventati le caratteristiche principali della cultura occidentale, hanno perso la loro posizione e approvazione persino dove sono sorte.

Adesso la domanda è questa: se noi non vogliamo una cultura aggressiva, volgare e che fugge dalla spiritualità, siamo forse peccatori? Se cerchiamo di bloccare il diluvio devastante che si dirige verso i nostri giovani sotto forma di prodotti cosiddetti ‘artistici’, siamo forse colpevoli? Non nego l’importanza e il valore dei legami culturali. Questi legami, quando hanno avuto luogo in una situazione naturale e col rispetto per la società che li riceveva, hanno prodotto sempre crescita, ricchezza e prosperità. Al contrario, i legami disomogenei e imposti hanno sempre creato danni e insuccessi. Devo dire con profondo dispiacere che gruppi abietti come DAESH (ISIS) sono figli di questi accoppiamenti infelici con le culture importate. Se il problema fosse stato davvero dottrinale, saremmo dovuti essere testimoni di fenomeni del genere anche prima dell’avvento del colonialismo nel mondo islamico, mentre la storia dimostra il contrario.

Le fonti storiche autentiche dimostrano chiaramente che l’unione tra il colonialismo e un pensiero fanatico ed emarginato – esistente tra l’altro soltanto in una tribù beduina – ha coltivato il seme dell’estremismo in questa regione. Come sarebbe possibile altrimenti che dal cuore di una delle più etiche e umane confessioni religiose del mondo, che ha tra i propri principi quello secondo cui uccidere un essere umano equivale all’uccisione dell’intera umanità, esca una spazzatura come DAESH (ISIS)?

Dall’altra parte bisogna poi chiedersi come mai persone nate in Europa e che lì hanno ricevuto la loro educazione culturale e spirituale, vengano attratte da questi gruppi? È forse possibile pensare che una persona, dopo aver fatto uno o due viaggi nelle zone di guerra, diventi così estremista da poter massacrare i propri concittadini? Sicuramente non bisogna dimenticare l’effetto di una vita di insano nutrimento culturale in un ambiente inquinato e creatore di violenza. Bisogna condurre un’analisi completa in questo campo per trovare le contaminazioni palesi e nascoste della società. Forse l’odio profondo che nel corso degli anni dello sviluppo industriale ed economico è stato coltivato a causa delle iniquità e ingiustizie legali e strutturali tra i diversi ceti della società occidentale ha creato dei complessi che di tanto in tanto sorgono come una malattia.

Tuttavia siete voi che dovete strappare le superfici della vostra società, trovando e rimuovendo i nodi e rancori presenti. Bisogna riparare le crepe piuttosto che renderle più profonde. Il grave errore nella lotta al terrorismo sono le reazioni affrettate che non fanno che aumentare le divergenze attuali. Qualsiasi azione emotiva e frettolosa che isoli o spaventi le comunità islamiche – formate da milioni di persone responsabili e attive residenti in Europa e negli Stati Uniti – e limiti ancor di più i loro diritti emarginandole dalla società, non solo non risolverà i problemi ma aumenterà anzi le distanze e i rancori. Le iniziative superficiali e reazionarie, soprattutto se legalizzate, non produrranno altro che l’aumento delle bipartizioni e crisi future. Secondo le notizie che mi sono giunte in alcune nazioni europee sono state approvate delle leggi che spingono i cittadini a spiare i musulmani; questo atteggiamento è oppressivo e sappiamo tutti che la caratteristica dell’oppressione è quella, prima o poi, di ritorcersi contro chi la commette, a prescindere dal fatto che i musulmani non meritino questa irriconoscenza. Il mondo occidentale da secoli conosce bene i musulmani: sia quando gli occidentali sono stati ospitati nella terra dell’Islam e hanno gettato il proprio sguardo avido sulle ricchezze dei padroni di casa, sia quando sono stati loro ad ospitare i musulmani utilizzandone il lavoro e l’ingegno. Nella maggior parte dei casi non hanno visto che gentilezza e pazienza. Chiedo pertanto a voi giovani di creare le basi per un rapporto giusto, rispettoso e nobile con il mondo dell’Islam, fondato su una corretta e approfondita conoscenza e traendo lezione dalle esperienze negative. Così facendo vedrete in un futuro non molto lontano che l’edificio costruito su queste solide fondamenta irradierà la luce della tranquillità e della fiducia sui suoi architetti, donando loro il calore della sicurezza e serenità, e illuminerà il mondo intero con la luce della speranza in un futuro luminoso.

Seyyed ‘Ali Khamenei

8 Azar 1394 – 29 Novembre 015

Traduzione a cura di Islamshia.org © E’ autorizzata la riproduzione citando la fonte

ALIENA TEMPORA CURRUNT, di Caterpillar

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Sono tempi strani.

Mi sveglio, il televisore appena acceso (vecchia abitudine galeotta) manda canzoncine ridicole, sigle di cartoni animati  e già nell’alzarmi dal letto la giornata ha assunto i contorni della farsa mesta e tragica. Esco e mi sento già stanco, mi guardo intorno e dentro di me, e il Nemico è dappertutto.

Le persone oscillano tra una mesta docilità, una rabbia inespressa (Facebook è diventato la valvola di sfogo della nazione) ed il caratteristico vittimismo.

Gli sfoghi cominciano solitamente con le parole «dovrebbero» o «bisognerebbe». Chi sarebbe il salvatore, o i salvatori, non è dato saperlo. Forse Renzi, o Grillo o Savini, addirittura la Meloni (lei? salvare chi? al massimo le sue parassitarie prebende!), spesso è genericamente «la gente» che «vedrai tu quando…». Il «quando» fissa una prospettiva fosca – quando non ci sarà più da mangiare, quando staremo tutti per strada, quando avremo toccato il fondo, quando i clandestini ci avranno invaso – oppure un decisivo momento di rottura – quando ci sveglieremo, quando «avremo vinto». Allora li saremmo (chi?) «andati a prendere».

A questo si aggiunge il bombardamento mediatico che forgia le menti e le coscienze, riportando tutti sul giusto binario del «dialogo». È indispensabile essere «civili». Essere «pazienti». Qualsiasi cosa che escadagli steccati costruiti dai media viene liquidata (e condannata) come «violenza». Non so come, ma la dottrina del «politicamente corretto» si sposa perfettamente con gli eccidi virtuali del «quando».

«Vergogna» e «dignità» continuano ad essere i termini più apprezzati mentre guardo intontito le immagini delle esecuzioni dell’ISIS, delle rivolte in Ucraina scorrere sullo schermo del televisore.

I TG dicono tutto ed il contrario di tutto perché non sanno bene che posizione prendere – dilaniati tra la generica linea anti-russa e la presenza in piazza di nazionalisti. Così la rivolta è opera di «neonazisti». Poco dopo è di «cittadini che chiedono di entrare in Europa».

Così come per gli sbarchi e i naufragi sulle nostre coste. Un giorno accusiamo la Germania e la culona della cancelliera Merkel che ci dice di tenerceli, un giorno la esaltiamo perché li accoglie tutti (ma non i nostri, i siriani che vengono dall’Ungheria)

Intanto sempre i TG ci parlano di «giovani drogati» che per una dose sterminano i nonni, di padri disperati che uccidono figli tossici e si suicidano, di bimbi, di madri, di pensionati falciati sul marciapiede dai soliti «automobilisti ubriachi», mentre dilagano le baby adolescenti «di buona famiglia» che si prostituiscono per qualche capo «griffato» con professionisti, manager e rispettabili padri di famiglia. Nessuno ci fa caso. Manco la Mussolini, che si è subito ripresa il pedofilo e fedigrafo consorte…

Ci si suicida perché si è perso il lavoro o perché si deve chiudere l’azienda. Cala un sipario nero, come dimezzanotte, e compare il Nemico, il Calunniatore, il Seduttore… «Chi me lo fa fare, il lavoro, la famiglia…» è il mantra, l’autoassoluzione e scongiuro per tutto.

Ma ci sono «segnali di ripresa». Siamo ormai «fuori dalla recessione» e quasi «fuori dalla crisi» se fossimo stati civili, se fossimo stati responsabili… «Responsabilità» è in effetti una delle parole d’ordine da qualche anno: bisogna «lavorare» e «concentrarsi» sui «problemi reali del paese», perché solo così «ne saremmo usciti», ed ogni deviazione è una mancanza di «responsabilità», ce lo dicono Renzi e Berlusconi, e perfino Grillo. E soprattutto il neo presidente Mattarella, emerso dalle nebbie della prima repubblica e già santificato.

Quotidianamente ci spiegano come avevamo sbagliato tutto (millenni di civiltà) ed eravamo «inadeguati». Siamo in un momento storico (detto «il nostro tempo») in cui il mondo «è cambiato» e dobbiamo adattarci. A dimostrarlo, c’è il fatto che «all’estero» non sono come noi – «all’estero» è un «paese civile», un Eldorado dove il «progresso», Obama e la Merkel hanno risolto ogni problema. Da noi invece in concomitanza delle tornate elettorali vengono arrestati ex ministri, governatori, sindaci, banchieri e faccendieri: tutti, stupiti, al momento dell’arresto ci dicono che «non hanno fatto nulla di illegale, hanno preso, o dato, soldi, sì, ma non lo sapevano…»

«Ondate bibliche» di disperati – bimbi attratti nel paese dei balocchi – sbarcano a Lampedusa, o ce li andiamo a prendere con la Marina Militare a poche miglia dalle coste dell’Africa: le immagini commuovono e muovono politici, sacerdoti, intellettuali, giornalisti e tutti noi a parole di accoglienza e conforto – e solo parole rimangono, se non occasione di arricchimento e sfruttamento. E di aumento della criminalità, una criminalità feroce e disperata, opera di disperati che non hanno niente da perdere e da fare, .

Sullo schermo del televisore, gli onnipresenti appelli di «Onlus che chiedono soldi» per dei ragazzini africani.

Il «cyberbullismo» è la nuova piaga sociale. Adolescenti si suicidano quasi quotidianamente perché «su siti web dove si può scrivere di tutto» ricevono insulti da parte di «vigliacchi protetti dall’anonimato». L’eroina è ovunque e «gli esperti» (ci sono sempre esperti per ogni cosa) parlano di «ricorsi ventennali delle droghe». Twitter scandisce la dialettica (140 caratteri, hashtag) del dibattito del momento. Intanto, «tanto siamo tutti d’accordo», cominciamo a legalizzare la Cannabis – il nome latino dà un’aura di scientificità, e responsabilità. Giocatori, cantanti e show girl sembra facciano a gara a spacciare le loro «performances» a base di sesso e droga, ed è ritenuto originale e spiritoso che un noto maître à penser mimi in televisione un «tiro» di coca. E poi, togliere il soldi alle mafie, e con lo Stato che ci guadagna!

Tutti incollati al proprio tablet o al proprio smartphone, intenti a «whatsappare» e scattare «selfie». Ma «la rete» è presentata come una giungla inesplorata e pericolosa, dove si annidano pericoli (il più temuto: i «neonazisti» e i «pedofili», spesso associati).

La violenza domina l’Italia. E soprattutto le «curve delle opposte tifoserie», e questo è davvero grave. Ogni polemica si risolve in reciproche accuse di «squadrismo». La «democrazia» è costantemente in pericolo. Per fortuna la Roma dei Casamonica e di Mafia capitale, nelle parole del suo sindaco Marino: «ha saputo cacciare fascisti e nazisti». Ma siamo seri!

La «ludopatia» sta conducendo nell’abisso milioni di famiglie, ma lo stato ci guadagna. Lo spettro della Grecia e del «default» sempre presente. 

La «transofobia» serpeggia. I giovani continuano a morire per «il folle gioco alcolico dei social network». «L’ombra del satanismo» incombe e ci sono stati furti nelle chiese e profanazioni. Halloween ha ormai sostituito il Carnevale.«Gender» è la parola chiave, insieme a «genitore 1» e «genitore 2».

«Mala tempora currunt», si annunciano tempi bui, avrebbe detto Cierone. Io invece mi chiedo com’è che si sia potuto arrivare a questo, a questi tempi strani e che io sento estranei… Ma ormai ho smesso di pormi domande, di cercare quale può essere la verità in questo coacervo di inutili luoghi comuni, e procedo per inerzia, come il Governo. Le persone in strada hanno gli occhi bassi ed un’aura di rassegnazione. L’intero Paese sembra giunto al termine di una relazione – quando nessuno dei due ha il coraggio di lasciare l’altro e la storia va avanti per un po’ malgrado sia finita, e gli istanti in cui sembra funzionare di nuovo servono solo a ricordarti quello che hai perduto.

Lo stato sociale è in crisi, si sente parlare di famiglie, di anziani, di bimbi che hanno fame. Si cammina rasente ai muri, come in tempo di guerra. L’altro giorno ho visto una scena che, settantenne, mi ha riportato ai tempi della mia infanzia: due anziani, neanche malmessi, raccoglievano cicche per recuperarne un po’ di tabacco…

Intanto la depressione, il male oscuro, oscura le volontà e le coscienze…

E questa rassegnazione, troppo evidente per essere ignorata dei media, è presentata come il terreno fertile per la presa di potere dei «populisti». Conservare il «rispetto delle istituzioni» è il limite di critica superato il quale si sfocia nello «squadrismo». Ce lo dicono manager e politici dall’alto delle loro prebende milionarie.

Si annuncia uno strano autunno, senza gioia, senza vendemmie, senza frutti: a confondere ansia e desiderio, disincanto ed illusione.

Intanto ho visto in faccia il Nemico, l’ho riconosciuto: e siamo noi, noi in questo è tempo strano ed estraneo di irresponsabilità, di identità generiche al limite del dissolto! Siamo noi questa società, ed è da noi che deve partire il cambiamento! Una piccola comunità di gente che non si prefigge di cambiare il mondo a colpi di “male minore”, di compromessi e luoghi comuni, ma affermando qui e ora tutta la verità, pur sapendo che è ignorata dai media e dall’opinione pubblica. Nella speranza che il tempo la vedrà trionfare! 

La Verità svelata dal Tempo, forse l’opera più personale scolpita da Gian Lorenzo Bernini e ora nella Galleria Borghese di Roma, dovremmo eleggerla a simbolo del nostro impegno. Il fatto emblematico è che Bernini quella scultura non ha mai potuto terminarla. Proprio come accade spesso a ciascuno di noi, quando ci accorgiamo che non avremo abbastanza tempo per adempiere al nostro compito. Altri, però, continueranno il lavoro iniziato. E non taceranno

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All’inferno e ritorno – Christiane F. | Caterpillar

Torniamo sulle vicende che, in questi giorni di fine estate, occupano ampi spazi sui media. Il rapporto dei giovani con le droghe, l’incapacità di misurarsi con la libertà,  la necessità di una seria politica di prevenzione sul territorio. Questo contributo ci viene offerto da un punto di osservazione privilegiata, quello di chi opera quotidianamente a contatto con i giovani che in comunità decidono di uscire dalla trappola delle dipendenze.

Aurhelio

In questi giorni che le cronache televisive ci dicono quotidianamente di giovani morti per droga e di discoteche dove lo sballo sembra prevalere sul ballo,  qualcuno alla fine – di fronte alle inquietanti sirene del consumismo,  del permissivismo, dell’indifferenza, dell’egoismo – ci dovrà pur chiedere conto di questa generazione allo sbando. 

E una potrebbe essere proprio Christiane Vera Felscherinow: in una delle tante pagine facebook a lei dedicate, un utente scrive: “I’m so happy, you are alive”. Alive, viva. 

Allora Christiane F. non è morta, ed è un fatto straordinario per chi ha letto il suo diario maledetto, un cult nell’Europa degli anni ’80, del muro e delle due Germanie, Vir Kinder vom Bahnhof Zoo.In Italia arrivò nel 1981 per Rizzoli con il titolo Christiane F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino.Quel Tiergarten che una generazione prima aveva visto immolarsi la gioventù hitleriana nell’ultima disperata difesa di Berlino… 

image Fu un romanzo generazionale, il resoconto devastante di un’eroinomane tredicenne: possiamo ammettere oggi che, dopo Christiane, la letteratura dell’eroina porta il suo nome. Neanche Giovanni Testori forse arrivò a tanto nel suo In exitu: inarrivabile, eppure forse nemmeno questo colto, raffinato e grandissimo artista riuscì nell’esprimere la tensione tragica dei suoi fantasmi interiori e delle ombre della nostra società come Christiane, questa ragazzina di Gropiusstadt, fatta di ero, di acidi, anfetamine, una che a dodici anni aveva provato il primo chilom, con gli amici della Haus der Mitte, lugubre ricovero psichedelico di un quartiere dormitorio. 

Fu, quel romanzo, la gloomy sunday di almeno due generazioni, fu la canzone del suicidio, della musica suonata da David Bowie nella colonna sonora del film: una partitura per overdose…

Non c’è epopea, ci sono pochi sopravvissuti, i morti in quel diario non presentano mostrine al petto, come Babsi, Babette Doge, titolavano i maggiori tabloid del tempo, “la più giovane vittima dell’eroina”, aveva 14 anni. O Detlef, che faceva marchette, sui marciapiedi del Bahnhof Zoo, con i pederasti, clienti di Atze, Lufo, Bernd, nei gabinetti di Bulowbogen nella Potzdamestrasse. O Stella, stesa sul suo vomito, bella da sembrare viva. Non era una diario e basta, era una serpe covata in seno.

Christiane è viva? Una supplica o piuttosto un sortilegio.   

È sopravvissuta, ha 52 anni, ed è già una notizia; è tornata al suo diario per raccontare la seconda vita, per l’esattezza “La mia seconda vita”, scritta a quattro mani con Sonja Vukovic, presentatoqui in Italia durante la Fiera del Libro di Torino. 

Oggi ha un volto, ma un tempo il suo stigma era il giubbotto di pelle, il fumo della Kurfustendamm che scoloriva dietro di lei, i capelli lisci, i jeans cuciti a pelle, efebica, scavata, era l’icona spettrale di una generazione di automi, e tale era nell’immagine che Natja Brunckhorst restituì nel film omonimo, diretto da Uli Edel.

Come e più del libro, il film contribuì non poco a rendere nota nel mondo occidentale la piaga della prostituzione e della tossicodipendenza giovanile. 

Christiane non fu la rivoluzione, fu un’involuzione – etica e sociale – senza epopea, in quegli anni Ottanta rappresentò una sorta di residuo, di scheggia resistente, in un orizzonte che si faceva ludico e ovattato e in cui il cinema cominciava a tendere verso l’edulcorato e il politicamente corretto – come le nuove droghe e il nuovo atteggiamento della società, di media e degli intellettuali verso di queste. Dopo la stagione degli anni di piombo, la droga come utopia annichilente, come l’interezza assoluta e maledetta cui sacrificare la propria vita, in una sorta di blasfema cupio dissolvi senza alcuna speranza di redenzione, stravolgendo l’anelito paoliniano del perdersi nell’amore in Cristo (Paolo, Filippesi, 1) nell’offerta tossica di sé alla droga e alla morte: una sorta di poetica tragica e necrofila di una contemporaneità vulnerabile, popolata dai suoi paurosi lemuri..

Uno spaccato preciso, esatto, di quegli anni ’80, del rapporto giovani-droga, per vedere il volto osceno e devastato della droga, il suo volto di morte. Perché se i sottoproletari pasoliniani, come i protagonisti di Christiane F., avevano ancora una luce, che era quella della purezza rispetto al conformismo del mondo circostante, invece la tossicodipendenza odierna non ha più nulla di poetico: divenuta purtroppo più banale e superficiale, una moda edonistica e consumistica, e come tale tollerata, se non incoraggiata dal sistema…

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Libro e film maledetti, ma anche capolavori realmente compresi solo da chi ha vissuto dal di dentro l’esperienza infinita della tossicodipendenza, o da chi ha vissuto a diretto contatto con i drogati… 

E uno spietato atto d’accusa contro il mondo degli adulti, spettatori distratti e assenti di un tragico naufragio di cui non si conoscevano superstiti.

Ora sappiamo che una giovane naufraga scampò allora ai gorghi della droga, chissà se nel suo nuovo libro, come un messaggio affidato ad una bottiglia, ci sono le mappe e le rotte di un’altra storia, di una possibile salvezza anche per i giovani e inconsapevoli drogati d’oggi… 

Una resurrezione, quella di Christiane, giovanissima vittima sacrificale di una società e una cultura che ha rinunciato ad ogni valore e ai suoi stessi figli!

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Morta di libertà. Era solo un topino | Maurizio Blondet

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Ha riempito il suo profilo Facebook di proprie foto, la bambina morta a Messina sulla spiaggia. Primi piani dei suoi piercing, la perlina infitta sulla lingua, delle sue pettinature: a cresta, a rasatura alta…tutti per convincersi di esistere, povera sciocca bambina. “Guardatemi, sono qui, sono interessante! Sono dark! “ No poverina, a nessuno interessavi. Le foto che hai postato sono tutti “selfie”, perché chi volevi ti fotografasse, né bella né brutta com’eri? Troppo palesemente fuori posto, ancora bambina, in quel travestimento da dura, con gli occhi infantili che non riuscivano a nascondere lo spavento di essere abbandonata in questo mondo? Eri standard, eri una dei tanti, delle nullità da discoteca. Non hai interessato nemmeno i tuoi “amici” dark, che appena sei caduta in spiaggia se ne sono scappati, e per tre giorni non hanno detto nulla, tremanti come vermi – vermi quali sono, quali sono stati educati a divenire: sballo, egoismo, narcisismo, sensualismo, trasgressione, in una parola, “Libertà”. Eri una di quelle piccole schiave di queste “Libertà” che ti hanno insegnato i sistemi di persuasione mediatica. La libertà di fare sesso ancor prima di poter provare piacere, perché lo fanno tutte e così si deve fare altrimenti “Il gruppo ti esclude”. La libertà di stare nel gruppo – che è il branco schiavizzatore per eccellenza, luogo in cui le piccole, insignificanti sprovvedute come te, povero topino grigio, sono schiacciate e dominate da esseri ignobili della vostra stessa età, è la catena dove si esercitano le più insopportabili, umilianti angherie…e voi le accettate , ragazzine “liberate”, fate i pompini, prendete la droga, fate tutto quello che vi dice il bulletto o la ganga dei farabuttelli senza onore, perchè altrimenti “vi escludono”; e voi non sapete dove andare. Non avete risorse, né mentali, né morali, per sopportare la solitudine.

 Gridate aiuto: ma – disgraziate ignare nullità – su Facebook, inferno di derisioni ed insulti, un luogo di giudizi spietati che feriscono e uccidono, dove centinaia di migliaia di insignificanti topini come te si propongono come “interessanti” perché “amo Lady Gaga  Solar Sonika, Fabri Fibra, Rancore & dj Myke.”  Passioni insignificanti per finzioni insignificanti.

 Bisognava che qualcuno ti guidasse. Qualcuno ti disciplinasse, sapesse darti una direzione, un orgoglio di non buttarsi via perché papà e mamma ti amano, sei importante per loro; che ti vietasse quelle che un tempo i genitori chiamavano “le cattive compagnie”. Prendendosi magari i tuoi urli, le tue ribellioni, le tue insopportabili scenate di sprovveduta che è piena di paura di vivere. Un mestiere di genitori.

A proposito, dove erano i tuoi genitori? Per tre giorni, i giornali non hanno detto nulla. la polizia trova un corpicino sulla spiaggia, un corpicino di nessuno – un piccione morto, un topino grigio – e non riesce subito a sapere chi è. Ci mette qualche giorno, la polizia, a risalire agli amici scappati, che s’erano rintanati in casa senza dire nulla in famiglia. Risalgono alla spacciatrice dalle descrizioni dei dark, duri ormai ridotti a topastri tremanti, che spifferano ed accusano subito: “Noi? No. La droga l’ha passata una coi ricci viola…”. Una che i genitori avevano denunciato per droga, che avevano cacciato di casa.

Ma i tuoi genitori, topino, dove sono? Ti hanno cercata? Erano in angoscia per te? Leggo dai giornali che i tuoi negano di aver avuto verso di te incomprensioni o scontri – per forza, ti hanno lasciato fare tutto quello che volevi, – e come “prova” del clima disteso, “uno dei tre fratelli nati dalle precedenti convivenze del padre, mostra il motorino appena regalato alla ragazza”.

Ah ecco. Il “padre” ha avuto “precedenti convivenze”, più d’una. E sicuramente le “madri”, plurime,   hanno avuto anch’esse le “loro esperienze”. Hanno bevuto a grandi sorsi la libertà magnificata dai media e raccomandata dalla pubblicità. A Messina, nelle periferie orribili del sottoproletariato inutile, di quelli che un tempo si chiamavano “Poveri” o umili non si fanno mancare la libertà sessuale, la trasgressione…si sono emancipati anche loro.

Insomma hanno perduto Dio, il Dio a cui credevano bene o male i nonni; ed hanno perduto tutto.

Come tutto il popolo italiano, che si rigettato Dio, non è più nulla e sta affondando nel nulla del suo degrado. Ma in quei quartieri, in quel Meridione, è peggio: perché non avevano altro che sperare in Dio. E adesso, sperano nella libertà sessuale.

Sono diventati schiavi, anche loro, della libertà.

Certo papà e mamme non potevano insegnarti niente, povero topino. Nè imporsi a darti una disciplina che loro mai hanno saputo cosa fosse, né ingiungerti di non frequentare cattive compagnie, ché loro non fanno che frequentarle. Ti avevano regalato il motorino, cosa volevi di più. Così andavi in giro e non rompevi, ché loro dovevano “vivere la loro vita”.

Ti hanno lasciato cambiare scuola due volte, il fatto che tu ti entusiasmassi e poi deludessi di ogni “scoperta” non li ha potuti indursi a pestare il pugno sul tavolo a cena (quale cena, poi? Coi tre fratelli nati da precedenti convivenze?) Ti lasciavano tutta la tua libertà, che era come la loro: vuota, portante al nulla, al callo sull’anima per non sentire l’insensatezza di tutto ciò. Tu per un attimo – non avevi ancora il callo – nei hai avuto il sentore: che tutto fosse sbagliato. I l giorno 21 aprile, su tuo profilo Facebook, hai scritto: «Il buio è più denso ed io non riesco a trovarci un senso».

Infatti avevi ragione, povero topo morto sulla spiaggia. Non ha un senso una vita così. Ci voleva qualcuno – qualcuno che tu amassi, che stimassi abbastanza da sopportarne le prediche, e anche i divieti – che ti parlasse del senso della vita. Della purezza di cui avevi sete senza saperlo, del non darsi, del non buttarsi via con le cattive compagnie; che di aiutasse a tenere la barra della vita. Il senso della vita, a sedici anni, con l’età mentale e l’aspetto di tredicenne, non si trova da solito. Si è ancora troppo insignificanti, ancora senza alcuna esperienza di vita (se non quelle già spaventose che ti hanno fatto fare). Ti hanno lasciata libera, col motorino. 

Così, sei morta. Uno straccetto sporco e bagnato dalla risacca, un piccione con le piume inzuppate e arruffate. Difficile saperne il nome, persino. Chi eri?

Un nessuno . Nessuno ti amava, ti cercava, ti impediva di farti male. Una piccola vita ancora insignificante.

Sei morta di libertà.

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Tecnodipendenze, nuova frontiera dell’omologazione

(azionetradizionale.com)L’obiettivo finale della globalizzazione è rendere l’uomo una marionetta, priva di legami con la propria terra e le proprie tradizioni, priva di una dimensione spirituale, di un’identità antropologica, sessuale, intellettiva. Un prodotto da omologare, un numero. Uno schiavo da indottrinare, manipolare, orientare a piacimento. In tal senso, la dipendenza dalle nuove tecnologie riveste un ruolo importante, accanto, ad esempio, alla diffusione del genderismo. Le nuove tecnologie sono certamente, se sapientemente usate, uno strumento in grado di aiutare l’uomo in molteplici attività; ma in un’epoca come questa, dove il centro dell’uomo è posto nell’elemento corporeo a sé stante o tutt’al più nei livelli più bassi della psiche, quelli irrazionali e subpersonali, con molta facilità un’abitudine o un input esterno di qualunque natura (soprattutto se sapientemente e continuamente indotto) scatena un’ossessione, un bisogno compulsivo, una dipendenza. L’uso massiccio delle tecnologie più sofisticate produce oggi, volutamente, proprio questi effetti. Il bisogno psicofisico di avere sempre con sé lo smartphone ed il terrore di non essere connessi (la cosiddetta nomofobia) ne sono chiari esempi.

(it.blastingnews.com) – The Impact of iPhone Separation on Cognition, Emotion and Physiology“: questo è il titolo di uno studio realizzato da Russel Clayton, docente presso l’Università del Missouri, e pubblicato lo scorso 8 Gennaio su Science Daily. Russel decide di analizzare e approfondire una tematica oggi come oggi molto scottante e attuale, quella che riguarda il legame, sempre più forte e inappropriato, tra gli uomini e il proprio cellulare. Perchè il professor Clayton ha deciso di trattare tale argomento? Parlando con un ospite è rimasto sorpreso nel vederlo allontanarsi nel bel mezzo della conversazione per aver dimenticato da qualche parte lo smartphone. Fortemente perplesso Russel si pone un interrogativo: il cellulare è davvero diventato una protesi tanto fisica quanto psicologica? Questa è la domanda che si pone e per rispondervi porta avanti un esperimento.

Seleziona un ampio numero di studenti. Dice loro che sono utili per provare un nuovo rilevatore di pressione sanguigna e che devono separarsi per un po’ dai loro smartphone poiché la vicinanza di essi potrebbe falsare i risultati dell’esame. Gli alunni non sapevano che l’esperimento, in realtà, fosse proprio quello. Misurando i battiti cardiaci e la pressione dei presenti, Clayton si accorge che questi sono aumentati nel momento in cui i ragazzi hanno temporaneamente “abbandonato” gli apparati elettronici. L’ansia degli studenti sale. Alcuni pur di non lasciare il cellulare si inventano di essere in attesa di un’importante telefonata. Russel Clayton è dunque giunto alla conclusione che il cellulare è realmente diventato una protesi fisica e psicologica. Gli uomini credono di stare male senza di esso quando, invece, è una delle primarie fonti di stress e angoscia.

Tra gli adolescenti, e non solo, sempre più diffusa è la cosiddetta nomofobia ovvero la paura di essere sconnessi. Questo timore ha preoccupanti e seri risvolti a livello fisico e mentale come ad esempio accelerazione del battito cardiaco, difficoltà nella respirazione, crisi di nervi. Sembra proprio che la tecnologia abbia conquistato l’uomo.

Il rosario per l’Italia: è urgente

rosario_italiadi Maurizio Blondet

Giorni fa nella mia parrocchia (periferia di Milano, un tempo operaia) una bambina di 12 anni ha tentato il suicidio. L’ha detto il giovane parroco in una Messa feriale, a quattro vecchi gatti. Come mai ha voluto ammazzarsi?, gli ho chiesto poi. E lui: «La prendevano in giro».
Casi del genere avvengono con più frequenza di quanto si creda. Solo una parte infinitesima giungono alle pagine di cronaca, quando la vittima muore e quando i genitori sono in grado di denunciare effettivamente qualcuno, cosa rara.
Il parroco mi dice anche che adesso la piccola ha tutto il sostegno psicologico, immagino dell’ASL. Risibile pretesa, che le tecniche di psicologi comunali possano colmare il pozzo nero morale a cui sono ridotte tante scuole, e in cui le ragazzine cadono senza più sapere rialzarsi. Un pozzo nero di cattiveria nativa esercitata da scolari su scolari, che – non più tenuti a freno da alcun controllo – riproducono la crudeltà primigenia dei branchi animali, la gerarchia spietata dove il primo è il più bruto, l’ordine di beccata dei gallinacei, l’abuso senza limite dei deboli e indifesi. Qui manca però l’innocenza della lotta di natura, delle gerarchie fra sciacalli o tacchini in branco: qui agisce la malizia della sensualità malata, appresa dai pornovideo.
So di bambine che «devono» fare fellationes al compagno, o ai compagni di classe, perché così si fa nel gruppo (che impone le sue norme d’acciaio), e perché è la condizione che il dodicenne bruto pone per «fidanzarti». Poi spesso le loro immagini, diciamo, compromettenti, passano da cellulare a cellulare dei ragazzini, e cominciano le derisioni, l’orrore di veder propalato il proprio debole «io» dall’intimità proibita alla piazza dei pari, la coscienza improvvisa della propria dignità perduta – o più precisamente, del fatto che per il branco (che è il «tuo» mondo) non sei più degna, sei solo un oggetto da schernire dovunque. Tutto congiura a questo inferno: smartphone e Facebook, twitters e pedagogia permissiva, pubblicità e incuria degli insegnanti in piena bancarotta etica per primi, retorica pubblica della felicità sessuale e dell’io da «esprimere» narcisisticamente…
E non c’è niente da fare. Provatevi a proporre, che so, il divieto dei telefonini in classe, la punizione scolastica per il possesso di immagini porno, la severità, magari la raccomandazione di fuggire il peccato carnale, se non perché dà la dannazione, perché rovina il carattere per sempre a quell’età… Avrete tutti contro: scuola, pubblicitari, pedagoghi, giornalisti, persino le mamme delle bambine che soffrono e che, a volte, s’impiccano. La libertà sessuale, la felicità dal sesso, resta un viscido caposaldo della mentalità corrente; cieca alla vista di come quella promessa di felicità, portata dal progresso a bambini dalle anime informi (ancora non formate), si tramuta in schiavitù sessuale, dolore inconfessabile e vergogna di cui non si può, a quell’età, parlare nemmeno con se stessi, non essendoci le parole per dirlo.
E il mondo degli italiani adulti non è diverso. Ogni giorno dobbiamo registrare enormi corruzioni pubbliche e private, scandali, parassitismi senza vergogna, lotte per Mammona: dai grand commis avariati (1) fino al superiore generale dei Camilliani che fa sequestrare due religiosi che non volevano riconfermarlo nella carica, ed anche qui affiorano «violente lotte di potere, milioni di euro sottratti alle casse, proprietà intestate ad amanti, affarismo e clientelismo», leggo dai giornali.

E questo tra i successori di san Camillo de Lellis, figuratevi cos’è il resto dell’Italia – quella «laica» che si sente finalmente liberata dell’antiquato, cattolico timor di Dio. Senza più Dio, senza più giudice finale, non c’è più limite al malfare, all’arraffare, al godere: olgettine e travestiti, coca e cibo ingozzato, tutto un porcaio dove sgavazza chi se lo può permettere, a danno di chi è povero e senza potere.
Perché questo è il punto, fateci caso: tutte le promesse della società «liberata» si stanno rovesciando nel loro contrario. La strombazzata liberazione sessuale in miseria sessuale masturbatoria, solitudine, odio fra i sessi, fino alla schiavitù sessuale e violenza sulle donne. La democrazia l’hanno tramutata in oligarchia plutocratica inamovibile, in mostro freddo burocratico. La «società del benessere» sta cambiando velocemente in miseria di massa provocata; la proclamata «eguaglianza» dei cittadini in disparità scandalose fra milioni di poverissimi, e pochi ricchissimi; la «legalità» si traduce in abusi impuniti e continui dei principi del diritto, da parte del Fisco, dei «legislatori» che legiferano a solo loro vantaggio e dei loro compari, del magistrato ideologico e intoccabile: sicché ormai è l’imputato che deve provare la propria innocenza, non l’accusatore la colpevolezza dell’imputato. La «cultura alla portata di tutti» è risultata in crassa ignoranza presuntuosa di una massa che crede di aver diritto alle sue opinioni (e non ha che quelle orecchiate dalle centrali di dominio), in analfabetismo di ritorno persino dei laureati. L’euro doveva metterci le ali ai piedi, ed è la macina da mulino al collo. L’Europa doveva essere la fine dei nazionalismi bellicisti, è l’arena dei più furbeschi egoismi e, soprattutto, dove regna incontrastabile la volontà del più forte.
Le promesse di felicità che si rovesciano nel loro contrario sono – per chi non ha la conformistica paura di nominarlo – il più antico trucco di Satana. «Sarete come dèi», promise, e quelli che ci credettero dovettero strappare alla terra, con fatica inumana, il magro cibo, partorire con dolore che gli animali conoscono, e spesso morire di parto o di fratricidio.
Ma questa volta, il ritiro delle promesse false a cui l’intera umanità crede, ha qualcosa di terminale. Vuol dire che il demonio non ha più bisogno di sedurci, ed ora può mostrarci la sua vera faccia, le zanne maciullatrici. Forse, le seduzioni del benessere e dell’abbondanza, in cui ci siamo compiaciuti come fossero merito nostro, ci sono state date solo il tempo necessario per toglierci le risorse spirituali che ci necessiteranno nel presente-futuro di privazioni, dove pietà è morta, uccisa dal «mercato». È forse il tempo in cui si scatenano i lividi cavalieri da cui una preghiera invocava la salvezza: «A peste, fame et bello libera nos, Domine», da pestilenze, da fame e da guerra liberaci, Signore.

Vedo, e la vedete anche voi, un’Italia che ha perso la strada, che non sa più trovare, smarrita, che sente di essere ad un capolinea fatale. Ed anche qui, non c’è niente da fare: provatevi a proporre le necessarie «riforme» (che tutti vogliono, a parole), ed avrete contro tutto il progressismo, le potenti cosche dei mantenuti dal denaro pubblico, i partiti e i grandi giornali: fascismo!, ci gridano. Volete la disciplina, l’educazione al sacrificio fin dalle scuole, la preparazione gioiosa e nobile alla solidarietà e condivisione nella privazione; volete una rivalutazione dei valori della Cavalleria in una società che ha come sport il calcio, ossia il teppismo in campo; volete il fascismo, peggio – il clerico-fascismo, imporre con la forza i dieci comandamenti, decenza sessuale compresa perché nell’uomo tout se tient, e l’esibizione del vizio in un aspetto, rende possibile l’esibizione della malversazione, della irresponsabilità , dell’abuso dei potere, e della parassiticità pubblica dall’altro, l’arbitrio dei giudici dall’altro ancora, l’esazione strangolatrice che porta alla disperazione e al suicidio anime (deboli) di imprenditori.
Insomma, provatevi a delineare le «riforme» di cui questa massa di amebe ha bisogno, e le avrete tutte contro – anche le vittime. Sono le amebe che da un secolo credono di sapere qual è «la direzione della storia», e che questa direzione non passa più per Dio, il destino eterno dell’uomo, e quindi non occorrono più fede né rispetto di sé in vista dell’Eterno destino.
L’Italia è smarrita, sa di essere perduta, ma è irriformabile. Non ha le risorse mentali nè morali per cambiare; il peggio, temo, è che non ha più le schiere di santi viventi che intercedano per lei, come in qualche modo è sempre stato.
C’è una sola cosa che resta da fare, ed è la grande campagna del Rosario. Il Rosario per l’Italia. Il Rosario per ottenere la liberazione dai nostri oppressori interni e internazionali, interiori ed esteriori. Ne ho già parlato, ma stavolta richiamo all’urgenza; il pericolo è già su di noi e ci travolge. Cominciamo dunque col ripetere a noi stessi la promessa che la Vergine fece a suor Lucia di Fatima: «Per il potere che il Padre ha dato al Rosario in questi ultimi tempi, non c’è problema né personale né familiare, né nazionale né internazionale, che non si possa risolvere con il Rosario».

Inutile perdere tempo a dubitare, sottilizzare; abbiamo forse un’alternativa? Si rafforzi invece la fede. Il nostro modello ideale dovrebbe essere la Crociata Riparatrice del Rosario nell’Austria occupata dai sovietici. Nel 1946 nel Santuario di Maiazell, il cappuccino Petrus Pavlicek , ex prigioniero di guerra, ebbe una voce interiore; da allora girò per la patria per convincere quanti più austriaci possibile a recitare il Rosario per la liberazione dall’Armata Rossa. La sua idea era un Rosario perpetuo: 24 ore su 24 dovevano esserci austriaci che pregavano la Vergine. Portava con sé una statua della Vergine di Fatima donatagli dal vescovo di Leira. Nel ’55, c’erano mezzo milione di austriaci – che erano allora 5 milioni in tutto – che partecipava alla preghiera, nessuna ora del giorno e della notte era senza invocazione a Maria. E nel 1955, fra maggio e ottobre, l’Armata Rossa si ritirò. Spontaneamente e senza un chiaro motivo. La Mosca sovietica non lasciò mai la presa su nessun altro Paese occupato. Non se n’è andata dalla Polonia, né dalla Romania né dall’Ungheria , né tantomeno dal lacerto di Germania che aveva strappato per sé; ma dall’Austria sì.

Come si fa? Non lo so. Non sono un organizzatore né un cappuccino santo. Ci vuole un’autorità religiosa che la decreti o consigli; idealmente, il Papa – che abbiamo visto capace di dare ordini. Intanto, vi chiederei di parlarne al vostro parroco. Io manderò questo ai siti dei vaticanisti che conosco, alcuni possono parlare direttamente al Papa. Si può cominciare anche con poche persone, per qualche ora al giorno.
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1) Mi ha convinto definitivamente dell’invincibilità delle Caste che ci opprimono, lo scandalo del’ATAC, l’azienda trasporti romana, che ha accumulato 1,6 miliardi di debiti (400 milioni più dell’Alitalia). Fra le altre malversazioni, ci sono quelle di due dirigenti, tali Cassano e Gabbuti, che hanno conti esteri a San Marino e sono soci occulti di società che ricevevano appalti dall’ATAC, cosa da codice penale. Questa infedeltà delinquenziale dei due compari è nota fin dal 2010: ebbene, i due non sono mai stati licenziati, sono ancora lì a dirigere l’ATAC. E uno dei due ha uno stipendio, dicono, di 600 mila euro annui, il doppio di quanto prende il presidente USA. Come volete ci si possa liberare di simili individui, evidentemente così ben ammanicati e pronti a spartizioni, da restare al loro posto con sindaci di sinistra e di «destra» (Alemanno?). Solo il ricorso alla violenza fisica, al lanciafiamme, potrebbe servire. Ma in realtà, è molto più probabile che siano lorsignori ad usare la violenza contro i cittadini e contribuenti; sono loro che hanno occupato gli strumenti pubblici della forza, polizia, magistratura, Equitalia, che usano per commettere soprusi non appena vedono nel più vago pericolo i loro emolumenti. Anzi, già hanno cominciato: non appena s’è ventilata una «spending review» appena un po’ seria, o quando le malgestite amministrazioni locali, ridotte al lumicino, provano a ridurre e tagliare i posti, ecco che a Genova i guidatori di autobus , tutti CGIL, bloccano il servizio, non rispondono alla precettazione del prefetto, e commettono atti di minaccia violenta verso il sindaco e gli altri (inqualificabili) amministratori; e strappano per sé altri soldi del contribuente. Tra l’altro, con il plauso della popolazione genovese – il che non mi sorprende – ma anche, peggio, di qualche nostro lettore. No, io sono a metà genovese e non li scuso, i tranvieri. Genova è come l’hanno voluta loro, l’elettorato massicciamente e ottusamente trinariciuto, le caste parassitarie che essendo «rosse» e iscritte alla CGIL bisogna credere siano lavoratori; Genova è da 70 anni guidata da un condominio Pci-Massoneria, ed è condizionata dai «sindacati rossi» e dai «lavoratori» violenti. Nei tranvieri genovesi riconosco i «camalli», gli scaricatori del porto, maneschi e arricchiti milionari perché – proprio loro, i rossi – hanno per decenni chiuso l’accesso al loro mestiere ad altri, formando una casta chiusa corporativa come mai se n’è viste, per restare in pochi a godere la pacchia della movimentazione portuale, e strappando emolumenti eccessivi e condizioni di lavoro incredibilmente vantaggiose per loro. Così vantaggiose, che (complice l’arrivo dei container) ha reso non competitivo il porto e l’ha fatto morire. Alle navi conviene attraccare a Rotterdam, anche se portano merci per l’Italia. Per lo stesso motivo – i «lavoratori» CGIL – Genova ha perduto tutte le industrie, tutte le attività; è la città più vecchia del mondo e dove la denatalità è totale, e la Liguria è la sola Regione del Nord che è in passivo – ossia che, come la Calabria e la Sicilia, riceve soldi dai contribuenti del Nord invece di darli. Una città dove non c’è più nulla, manco ha bisogno di autobus: per andare dove? Ma i camalli del volante vogliono il posto a 1500 netti mensili, dicono che è poco, sono pronti a pestare, agitando la falce e martello. E minacciano il sindaco, il principe Doria, il rampollo dei Signori quattrocenteschi: che loro hanno votato, perché s’è presentato nelle liste Sinistra Ecologia Libertà (un Doria «di sinistra estrema»), ovviamente appoggiato dal Pci e dai massoni. Eccoli i trinariciuti: se il Partito lo ordina, votano anche la regina d’Inghilterra o il cardinale Ruffo di Calabria. No, non mi fanno pena. Anche perché hanno vinto – come sempre – strappando soldi che in Liguria nessuno più guadagna, essendo la Regione improduttiva e passiva. E non fatemi parlare di come i genovesi hanno ridotto il turismo, con le coste più belle del Tirreno occupate da case di proprietà di milanesi, sicché gli alberghi sono pochi e scandalosamente cari…