“Educare ai valori Lgbt fin dai 2 anni”, dice la maestra | Benedetta Frigerio – LNBQ

Non è uno scherzo, perché in effetti è già dagli anni Cinquanta che gli attivisti Lgbt lo avevano capito: per riuscire a sovvertire l’ordine naturale della società bisogna incominciare a diseducare gli uomini fin dalla più tenera età, oscurando la prima fra le evidenze, la differenza uomo/donna. E’ così che, instancabilmente, colpo dopo colpo, con pazienza certosina anche quando al mondo apparivano ancora folli, i figli della “rivoluzione sessuale” sono arrivati ad ottenere risultati sconvolgenti come questi.

RIEDUCAZIONE DI STATO – Settimana scorsa l’Associazione nazionale degli insegnanti inglesi ha formulato ufficialmente la sua richiesta al governo di parlare di sessualità ai bambini di due anni, per spiegare loro che le relazioni omoerotiche sono normali. Il governo inglese, che sta già lavorando per l’obbligatorietà dell’educazione sessuale nelle scuole di qualsiasi ordine e grado, invadendo una sfera che dovrebbe essere mera prerogativa della famiglia, dovrà rispondere alla mozione passata con la maggioranza dei voti. All’inizio dell’anno il ministro dell’Istruzione, Justine Greening, aveva annunciato l’avvio di un piano rivolto ai ragazzini delle medie e delle superiori che rendeva non più facoltativa l’ora di “educazione” sessuale: “D’ora in poi – aveva chiarito la Greening – tutte le scuole saranno legate a quest’obbligo”. Ovviamente, anche la Chiesa di Stato inglese si era detta favorevole. Nonostante ciò secondo Annette Pryce, membro della Associazione nazionale degli insegnanti, “l’ala destra e religiosa” avrebbe impedito al ministro di proporre un’agenda più “inclusiva” riguardo alla sessualità che parlasse esplicitamente a tutti gli alunni della normalità delle relazioni fra persone dello stesso sesso. Per questo la mozione sarebbe un passo in avanti.

SENZA ECCEZIONI – Secondo il quotidiano inglese Telegraph il suo contenuto prevede che gli insegnati “si impegnino per promuovere le istanze Lgbt in tutte le scuole dall’asilo nido e per tutti gli stadi educativi”. Senza eccezioni. Questo per via della “mancanza di politiche che promuovano gli Lgbt nelle scuole”, con un “impatto significativamente negativo” sul benessere degli studenti e degli insegnanti che appartengono a tale gruppo. E’ così che, per la buona pace degli adulti, si colpirebbero i bambini utilizzando aberrazioni lontanissime dai loro interessi. In attesa della risposta del ministro, Kiri Tunks, insegnante londinese dell’Associazione nazionale insegnanti, ha aggiunto che “la nuova legislazione è una vittoria”, ma “il cammino è ancora lungo”. Perciò i membri dovranno “continuare a promuovere l’obbligatorietà dell’educazione sessuale in tutte le scuole di ogni ordine e grado”. Il segretario generale dell’Associazione, Kevin Courtney, ha aggiunto: “L’inclusione delle istanze Lgbt” è necessaria “per un modo moderno e all’avanguardia di pensare alla società e di abbracciare le differenze interne alle nostre comunità”. Dulcis in fundo, tutto viene furbamente giustificato come una “necessaria informazione” che dovrebbe combattere la disinformazione legata all’emergenza pornografia. Sebbene così non si faccia che incrementare il problema: “Parlare ai bambini di queste questioni è devastante” e “li deruba della loro innocenza”, ha affermato l’Ad dell’organizzazione inglese Christian Concern, Andrea Williams.

LA VERA SOLUZIONE – Tim Diepped, anche lui membro Christian Concern, ha commentato che “viviamo in una società ipersessualizzata. Un incremento dell’educazione sessuale a scuola non farebbe che ingrandire il problema”. Inoltre le linee guida ministeriali e le lezioni sulla prevenzione, che trattano il sesso come una tecnica o come qualcosa di necessario a soddisfare bisogni fisiologici, ma da cui occorre difendersi, “insegna loro a concepirsi come fossero oggetti sessuali. E a pensare a cose a cui non vorrebbero nemmeno pensare a quell’età”. Quello che occorrerebbe insegnare ai giovani è invece il bisogno di “relazioni stabili”, perché l’unico e “vero posto per la sessualità sono queste”. Dove il “per sempre” e l’apertura alla vita rendono il sesso una donazione priva di egoismo e in cui non bisogna difendersi da nulla, perché si è liberi da qualsiasi paura e preoccupazione sulle sue conseguenze. E’ solo così, dunque, che la sessualità e perfino il piacere sarebbero realmente valorizzati. 

I cattolici grillini sono serviti | Gianfranco Amato


 7 aprile 2017 

 Gianfranco Amato
Quale fosse il nuovo corso dell’amministrazione comunale di Torino con la “sindaca” grillina Chiara Appendino lo si era capito subito. Fu proprio lei, infatti, a vantarsi di aver assunto, quale prima decisione simbolica, quella di declinare la parola famiglia al plurale. In tutti gli atti della città, compresa l’iscrizione all’asilo nido, il sindaco di Torino ha imposto di parlare di “famiglie” in modo da racchiudere in questo concetto qualunque tipo di unione: dalle coppie omosessuali alle unioni civili. E non è un caso che la guida del neo assessorato alle Famiglie sia stata affidata a Marco Alessandro Giusta, ex presidente di Arcigay, il quale se ne uscì, appena nominato, con questa dichiarazione: «Il passaggio dal concetto di famiglia a quello plurale di famiglie negli atti dell’amministrazione non è solo una questione nominalistica, ma un cambio di approccio che consiste nel dare un nome alle cose, a quelle realtà che già esistono e che non trovano un riconoscimento nemmeno nel linguaggio».

Ma il nuovo corso dell’amministrazione torinese a 5 stelle non si è fermato alla rivoluzione grammaticale del termine famiglia.

L’Appendino è andata avanti in maniera tranchant contro tutto ciò che ha il minimo sentore di cattolico e odora d’incenso.

Ora, infatti, è toccata anche alle scuole paritarie. Chiara ha deciso di tagliare del venticinque per cento i contributi previsti proprio per quelle scuole. Un vero e proprio colpo che rischia di compromettere definitivamente la già precaria situazione di quella realtà educativa, e che ha fatto dire all’Arcivescovo di Torino di essere «sorpreso e amareggiato». Ora, con tutto rispetto per Sua Eccellenza, che sia amareggiato lo si può comprendere, ma sulla sua sorpresa ci permettiamo di nutrire qualche perplessità.

Tutti sapevano, infatti, prima di votare, che Federica Patti, assessore all’Istruzione, fosse sostenuta dalla lobby anticlericale che intendeva affossare le scuole materne paritarie. Come ha spiegato bene il consigliere d’opposizione Silvio Magliano in un’intervista rilasciata a “Tempi” il 21 luglio 2016, nel programma elettorale dell’Appendino non è stata prevista neppure una benché minima citazione delle cinquantasei scuole paritarie, proprio per l’espressa opposizione di Federica Patti da sempre contraria a riconoscere l’importanza di quelle scuole. Un’opposizione sostanzialmente ideologica, promessa prima delle elezioni e mantenuta dopo la vittoria. Che la questione di bilancio, poi, sia meramente pretestuosa lo dimostra il fatto che i tagli non hanno minimamente scalfito altre spese decisamente più superflue, come quelle relative alle auto blu degli assessori. Lì non si è risparmiato neppure un euro. Anche su quest’ultimo punto qualcuno ha giustamente ricordato gli slogan demagogici di Luigi Di Maio e gli altri grillini sui tagli alle spese della cosiddetta “casta”, che evidentemente non valgono più quando ad entrare nella casta sono proprio loro.


Pure sulla famiglia Chiara lo era stata di nome e di fatto. Nel programma presentato in campagna elettorale, infatti, l’Appendino aveva messo nero su bianco l’impegno a modificare lo Statuto della Città per introdurre il riconoscimento formale del concetto di “famiglia omogenitoriale”, una mossa che ha portato, tra l’altro alla dicitura “Genitore 1” e “Genitore 2” sui moduli scolastici e sugli altri atti che riguardano le famiglie con figli.

Anche questo lo sapevano tutti prima di votare. Persino quei cattolici, parroci compresi, che hanno votato convintamente per il MoVimento 5 Stelle. Magari con la buona intenzione di punire Renzi.

Bene ora questi cattolici, parroci compresi, sono serviti!

Povera città di don Bosco. Ma, del resto non ci si deve meravigliare che questo sia accaduto proprio a Torino. Vittorio Messori nel suo libro “Il Mistero di Torino”, ha scritto che durante la visita di San Giovanni Paolo II alla Città della Mole, nel 1988, lo stesso Papa proferì queste parole: «La città di Torino era per me un enigma. Ma, dalla Storia della Salvezza, sappiamo che là dove ci sono i Santi entra anche un altro che non si presenta con il suo nome. Si chiama il Principe di questo mondo, il Demonio». A Torino questo Principe è di casa. E a volte ama pure travestirsi con un grembiulino e tenere in mano un compasso.


Sempre durante quella famosa visita, e precisamente il 4 settembre 1988, in Piazza Santa Maria Ausiliatrice il Papa Santo invitò Torino a convertirsi.

Beh, dopo ventinove anni, pare proprio che quell’invito, purtroppo, sia caduto nel vuoto.

Preghiamo per Torino e per i torinesi.

Gianfranco Amato

Gender in classe | Ecco i libri che insegneranno agli scolari italiani ad essere più moderni dei loro «genitori omofobi»

Dal «ritratto dell’individuo omofobo» all’empatia con i gay fino alla teoria delle “nuove famiglie”. Abbiamo letto gli opuscoli Unar che saranno proposti nelle scuole del nostro paese

È così che la teoria del “gender” verrà insegnata nelle scuole italiane sin dalla più tenera età. Come anticipato nelle famose “linee guida” approvate all’epoca del governo Monti dall’allora ministro del Lavoro con delega alle Pari opportunità, Elsa Fornero, sono pronti i «percorsi innovativi di formazione e aggiornamento per dirigenti, docenti e alunni sulle materie antidiscriminatorie, con particolare focus sul tema Lgbt e sui temi del bullismo omofobico e transfobico».

 «ESSERE GAY INFORMED». 

Questi percorsi sono delineati in tre libretti partoriti nell’ambito della nuova “strategia nazionale” anti omofobia, affidata per decreto del governo Letta a 29 associazioni del mondo Lgbt e finanziata dai contribuenti con 10 milioni di euro. In sostanza i volumi sono pressoché identici, con qualche variante per “adattarli” ai diversi gradi di scuola: superiore, media inferiore ed elementare. Sotto il generico titolo Educare alla diversità nella scuola, l’obiettivo è diffondere l’idea che omosessuali si nasce, così come si nasce etero. Per averli basta richiederli al sito dell’istituto Beck che li ha prodotti su incarico dell’Unar con l’intento di convincere gli insegnati e quindi gli alunni. Perché, come si legge, non è più sufficiente «essere gay friendly (amichevoli nei confronti di gay e lesbiche), ma è necessario essere gay informed (informati sulle tematiche gay e lesbiche)». Per evitare, cioè, discriminazioni che nascono da affermazioni o comportamenti che «gli insegnanti devono evitare», non basterà impegnarsi a non insultare o a non assumere atteggiamenti di esclusione. D’ora in poi i docenti dovranno evitare «analogie che facciano riferimento a una prospettiva eteronormativa (cioè che assume che l’eterosessualità sia l’orientamento normale)», poiché queste possono tradursi nella pericolosa assunzione «che un bambino da grande si innamorerà di una donna». Attenzione quindi a non dividere mai i maschi dalle femmine o ad assegnare loro diverse attività. Vietato anche elaborare compiti che non contengano situazioni diverse, occorre formulare problemi così: «Per esempio; “Rosa e i suoi papà hanno comprato tre lattine di tè freddo al bar. Se ogni lattina costa 2 euro, quanto hanno speso?”».

«NON PUOI CAMBIARE». 

A dar retta a questi opuscoli, l’identità sessuale sarebbe formata da quattro componenti. La prima componente è l’identità biologica che si riferisce al sesso. La seconda è l’identità di genere che dipende dalla percezione che si ha di sé. E «non sempre l’identità di genere e quella biologica coincidono». Infatti «a volte – si legge – il disagio rispetto al proprio sesso biologico è così forte che la persona è disposta a sottoporsi a cure ormonali e operazioni chirurgiche». La terza componente è poi il ruolo di genere, imposto dalla società, per colpa del quale, ad esempio, una donna «deve imparare a cucinare» o «deve volere un marito e dei figli». Infine c’è l’orientamento sessuale, quello da cui dipende l’attrazione verso altre persone. Le quali ovviamente possono essere indifferentemente di un altro sesso o dello stesso. L’unica cosa che non è normale è che esistano «individui attratti dal proprio sesso che non hanno comportamenti omosessuali o alcuna attività sessuale»: gli scolari italiani impareranno presto che queste persone «hanno forti sensi di colpa rispetto alla propria omosessualità». Secondo i teorici del gender si chiama «omofobia interiorizzata» ed è dovuta a «pregiudizi e discriminazioni che possono rendere più difficile l’accettazione del proprio orientamento». Quanto alle cosiddette «terapie riparative», sono cose «estremamente pericolose». Punto. Segue per sicurezza un bel «ritratto dell’individuo omofobo», che di solito è di «età avanzata» ed è accecato da un alto «grado di religiosità» e di «ideologia conservatrice». Si va dall’«omofobo di tipo religioso che considera l’omosessualità un peccato» a quello «scientifico che la considera una malattia», fino ai «genitori omofobi». Nelle pagine successive vengono poi forniti i dati sulla discriminazione, presi direttamente da Gay.it.

TUTTA  COLPA DEI MEDIA. 

Nei libretti anti-omofobia sono forniti anche alcuni strumenti: oltre al questionario per misurare il proprio livello di omofobia, si consiglia vivamente di coinvolgere nel progetto anche i genitori, inviando loro una lettera di cui viene presentato un modello tipo. Le due pagine successive sono dedicate alle risposte alle domande più frequenti, come quella sul perché ci sono persone con attrazioni dello stesso sesso, a cui si deve replicare che è così «per la stessa ragione per cui altri individui sono attratti da persone del sesso opposto». A chi domanda se esista una cura per l’omosessualità si deve risponde ovviamente di no, ricordando che «chiunque dica il contrario diffonde un pregiudizio».

COSA GUARDARE IN TV. 

C’è poi un’ultima sezione dedicata all’insegnamento pratico. Qui viene sottolineato il ruolo dei media italiani che discriminano le famiglie omosessuali, invitando i docenti a chiedere agli alunni come mai «in Italia non ritraggono diverse strutture familiari». Quindi viene caldeggiata la visione di film con modelli di «famiglie allargate» come Modern Family, oppure serie tv su famiglie eterosessuali litigiose come Tutto in famiglia o La vita secondo Jim. Viene proposto inoltre il “Gioco dei fatti e delle opinioni” in cui, ad esempio, se uno studente dice «“due uomini che fanno l’amore sono disgustosi”, a quel punto l’insegnante deve far notare che questa è un’opinione che deriva dal fatto che siamo poco abituati dal cinema e dalla tv a vedere due uomini che si baciano o fanno l’amore». E se questo non bastasse, ecco “Caccia agli stereotipi”, che permette di assicurarsi che gli alunni abbiano capito bene: «L’unica scelta che un omosessuale può fare è accettare questi sentimenti».


MASTURBAZIONE COME GIOCO

Dopo di che gli insegnanti dovranno tentare di fare immedesimare gli alunni “eterosessuali” con gli “omosessuali” e mettere gli alunni «in contatto con sentimenti e emozioni che possono provare persone gay o lesbiche». Ci sono storielle, attività e strumenti anche per questo, ed è proposto un elenco di documentari come Kràmpack, in cui la masturbazione fra due ragazzi è presentata come esplorazione e «gioco», e L’altra metà del cielo, che racconta «le vite di donne che amano altre donne» le quali «si sono scontrate con l’omofobia della propria famiglia».

ATTENZIONE AI GENITORI. Non poteva mancare qualche idea per aiutare le maestre a cambiare nelle teste dei loro alunni il concetto di famiglia. Ecco un esempio: «L’insegnante utilizza un tabellone e incolla a caso le immagini di famiglie differenti (ad esempio, l’immagine di una famiglia multi-razziale: due persone bianche con un bambino nero; le foto di un uomo vecchio, di una donna e di un cane; di due donne; di due uomini ecc). Chiede, allora, agli studenti se, secondo loro, le persone nelle foto potrebbero essere una famiglia (…). L’insegnante fa riferimento, dunque, alla definizione comune di famiglia e ricorda agli studenti che non si tratta di come appare, ma piuttosto di come i membri si supportano tra loro, si amano e si accudiscono a vicenda».

@frigeriobenedet

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Fa’afafine, dallo spettacolo si ritirano le classi prenotate. E un insegnate del Rosmini scrive ai genitori: “A scuola rischio omosessualismo”

Gli attivisti omosessualisti schiumano di rabbia e i media si accodano al sostegno dell’ideologia di   genere. Vi sono ancora forze isolate, una insegnante e un  consigliere provinciale, che riescono a bloccare la diffusione del venefico virus. Non lasciamoli soli. La battaglia è appena iniziataCentro Studi Aurhelio 

Per Ugo Rossi tutto sotto controllo. “Ma sono temi delicati, sullo spettacolo sarebbe stato giusto dare informazioni aggiuntive”. E sull’insegnante: “Un po’ sopra le righe”


TRENTO. Lo spettacolo Fa’afafine che parla di un bambino che non si sente né maschietto né femminuccia dev’essere boicottato, le classi di studenti invitate al Santa Chiara per la messa in scena devono disertare. E a scuola l’educazione sessuale non si faccia, “perché è un pericolo, può portare frutti amari: la pornografia, la pedofilia, l’ideologia omosessualista, l’ipersessualizzazione dell’infanzia e dell’intera società”. 

Queste non sono anatemi inascoltati lanciati da un prete tradizionalista, non sono sermoni incandescenti di qualche mullah che predica in moschea. Questa è la realtà. Siamo a Trento, anno 2017. E succede veramente, ma per Ugo Rossi, governatore e assessore all’Istruzione, va tutto bene: “Tutto sotto controllo”.

Ricapitolando: un consigliere provinciale – Rodolfo Borga, quello che ha impedito l’approvazione del ddl contro l’omofobia, e ora affosserà il ddl sulla doppia preferenza di genere – è riuscito nel suo intento: su quattro classi prenotate per lo spettacolo accusato di voler propagandare il “gender”, tre si sono ritirate. Ne rimane una. Ha vinto la paura.

Il direttore del Santa Chiara non vuole commentare, “non vuole accendere i riflettori”, sembra sia convinto nel voler mantenere in cartellone lo spettacolo, sembra intenzionato a non mollare. Ma le scuole fanno uin passo indietro, se non ci sarà nessuno sarà una sconfitta: una sala deserta è per forza un fallimento.

Borga manda gongolante un comunicato stampa dal titolo: “Fa’afafine: esito positivo dell’impegno di Civica trentina”, il suo partito. “Ora pare che le adesioni allo spettacolo teatrale abbiano subito una battuta d’arresto. Per parte nostra, non possiamo che prendere atto con soddisfazione dell’esito del nostro impegno”. 

Ma, come dicevamo, succede anche dell’altro. Succede che al liceo Rosmini un’insegnante scriva una lettera ai genitori delle sue classi per metterli in allarme, per dire loro che nei prossimi giorni partiranno i corsi sulla sessualità e l’affettività, corsi nefasti, pericolosi, che possono far male ai loro figli. Motivo? Questi corsi insegnano “la disgiunzione tra la componente unitiva e la componente procreativa dell’atto sessuale”.

La dirigente, la professoressa Matilde Carollo, minimizza: “Quella della docente è una posizione personale. Non ortodossa, non in linea con l’idea di scuola del liceo Rosmini”. Ma nessuna contromisura, nemmeno una lettera ai genitori che smentisca quella inviata dall’insegnante che di sesso e affettività non vuol parlare. Una tiratina d’orecchi? Non si sa. Sembra che la strategia sia quella “di non accendere i riflettori”, di non ingigantire un caso isolato.

“Questi corsi ci sono da anni – spiega la dirigente – sono tenuti da professionisti, da uno psicologo e una ginecologa, insegniamo il rispetto per sé e per gli altri”. Ma questa docente parla di rischio omosessualismo addirittura, questa insegna ai ragazzini. Tutto a posto? “E’ un caso isolato – ribadisce – è una precaria”. Alza gli occhi al cielo, allarga le braccia. 

E Rossi cosa dice? “Sullo spettacolo nessun commento. In autonomia le classi si sono prenotate e in autonomia hanno disdettato. Ha forse vinto la paura? “Hanno cambiato idea, è una libera scelta”. Ha vinto Borga? “Ma no, però su questo spettacolo era giusto dare delle informazioni aggiuntive, proprio per dimostrare che non ci sono secondi fini”. Secondi fini? “Sono temi delicati, è importante inserirli dentro un solco che dia sicurezza dal punto di vista pedagogico”. Ma lo spettacolo… “Sullo spettacolo no, nessun commento”. 

E sull’insegnante, presidente? “Ho sentito la dirigente, i corsi avvengono nei criteri di educazione consolidati”. Non le volevo chiedere della validità dei corsi: “Sull’insegnante? Diciamo che ha agito un po’ sopra le righe”. 

Tutto qua. Tutto sotto controllo.
Fonte: http://www.ildolomiti.it/cronaca/faafafine-dallo-spettacolo-si-ritirano-le-classi-prenotate-e-un-insegnate-del-rosmini-scrive

Ideologia Gender e sdoganamento della Pedofilia | Gianluca Marletta


Ben oltre la retorica e lo “specchietto per le allodole” dei cosiddetti “diritti gay”, l’ideologia gender è, in realtà, un vero e proprio progetto di annichilimento d’ogni identità umana e sessuale: l’ideale di un’umanità “fluida” e informe dove, a detta degli stessi “inventori del gender”, la felicità deve risiedere in un “polimorfo” utilizzo del sesso in tutte le sue declinazioni: anche la pedofilia.

QUALI SONO LE BASI DEL “GENDER”?

Senza alcun dubbio, i padri dell’ideologia gender –questa nuova e invadente “visione dell’uomo” che, al giorno d’oggi, viene caldeggiata non solo dai movimenti gay ed omosessualisti, ma da gran parte di quelli che si suole chiamare “poteri forti”- possono identificarsi con le figure dello psichiatra americano Alfred Kinsey e, più ancora, del chirurgo (lavorava in una clinica che praticava “cambi di sesso”) neozelandese ma naturalizzato statunitense John Money. E ad essi che vanno fatte risalire le “basi dottrinali” del gender (l’espressione “teoria di genere” e “identità di genere” al posto di “identità sessuale”, risale più propriamente a Money), le quali possono riassumersi in questi assiomi fondamentali:

L’identità sessuale è, essenzialmente, una “costruzione culturale” rispetto alla quale il dimorfismo fisico uomo-donna ha un’importanza del tutto relativa;

I “generi” sessuali sarebbero innumerevoli (etero, omo, bisex, trans-gender, ecc.) e la maggior parte degli esseri umani avrebbero, in realtà, un’identità “cangiante” e destinata a mutare più volte nel corso della vita;

La sessualità più felice e appagante, in quanto maggiormente libera dagli artificiosi “stereotipi” del passato e dal presunto “falso dimorfismo” uomo/donna, sarebbe quella “polimorfa” di chi, appunto, transita liberamente da un “genere” all’altro;

La creazione di un’umanità felice e liberata soprattutto dalle pulsioni “aggressive”, implicherebbe una precoce “sessualizzazione dell’infanzia”, cosa che implica anche una liberalizzazione dei rapporti tra bambini e adulti (pedofilia) purché vissuti “senza violenza” (Kinsey).

ALFRED KINSEY: “PEDOFILIA SI, MA CON DELICATEZZA”

Kinsey è stato l’autore dei due mastodontici studi pubblicati dalla Fondazione Rockefeller sul tema del comportamento sessuale –Sexual Behavior in the Human Male (1948) e Sexual Behavior in the Human Female (1953)- i quali, benché redatti con criteri deontologici a dir poco discutibili (basti pensare come una gran parte dei “dati statistici” in essa contenuti, e che nell’intenzione avrebbero dovuto offrire una visione realistica della vita sessuale degli americani, siano stati ottenuti intervistando soggetti presi dalla popolazione carceraria, molti dei quali detenuti proprio per reati sessuali), ebbero l’effetto di innescare quella vera e propria “rivoluzione sessuale” da cui l’ideologia gender indubbiamente promana.

Tra i dati propagandati da Kinsey, oltre al ben noto quanto privo di fondamento che indicherebbe come di “tendenza omosessuale” ben il 10% della popolazione adulta, vi è anche il contestato (e per certi versi sconcertante) paragrafo dal titolo Contatti nell’età prepubere con maschi adulti, in cui vengono descritti rapporti sessuali tra bambine e uomini adulti e addirittura la “tabella” riguardante i “tempi” occorrenti ad un bambino per arrivare all’orgasmo che ha suscitato, come ovvio, strascichi polemici e persino penali negli Stati Uniti, dove un’indagine, la H.R. 2749, cerca tutt’oggi di capire come siano stati “sperimentalmente” ottenuti i dati presenti nella tabella.

Secondo Kinsey, addirittura, i rapporti dei bambini con gli adulti potrebbero avere la positiva funzione di “preparare al matrimonio”: 

«Se la bambina non fosse condizionata dall’educazione, non è certo che approcci sessuali del genere di quelli determinatisi in questi episodi [contatti sessuali con maschi adulti], la turberebbero. È difficile capire per quale ragione una bambina, a meno che non sia condizionata dall’educazione, dovrebbe turbarsi quando le vengono toccati i genitali, oppure turbarsi vedendo i genitali di altre persone, o nell’avere contatti sessuali ancora più specifici. (…) L’isterismo in voga nei riguardi dei trasgressori sessuali può benissimo influire in grave misura sulla capacità dei fanciulli ad adattarsi sessualmente alcuni anni dopo, nel matrimonio. (…) Il numero straordinariamente piccolo dei casi in cui la bambina riporta danni fisici è indicato dal fatto che fra 4.441 femmine delle quali conosciamo i dati, ci risulta un solo caso chiaro di lesioni inflitte ad una bimba, e pochissimi esempi di emorragie vaginali che, d’altronde, non determinarono alcun inconveniente apprezzabile»[1].

JOHN MONEY E L’APOLOGIA DELLA PEDOFILIA
Il padre ufficiale dell’ideologia gender (inventore della stessa espressione) è, tuttavia, il chirurgo John Money, fondatore all’interno della John Hopkins University della Clinica per l’Identità di Genere per pazienti con sintomi transessuali e protagonista di “esperimenti” di “cambio di sesso” a dir poco spericolati. Per quello che ci riguarda, tuttavia, è interessante vedere come Money condividesse il sogno della “rivoluzione sessuale” in forma ancora più radicale di Kinsey: egli propugnava infatti una sorta di “democrazia sessuale” nella quale ogni tipo di rapporto sessuale sarebbe stato promosso e legalizzato, compresa la pedofilia.

Secondo Money, infatti, l’erotizzazione dell’umanità fin dalla più tenera età avrebbe avuto l’effetto di sciogliere la componente aggressiva della persona. Egli «espresse anche il suo disappunto per la mancanza di strutture deputate all’educazione sessuale dei bambini».
Nella sua prefazione al libro di Theo Sandfort, Boys on their contacts with men (I ragazzi e i loro contatti con gli uomini), Money scrive:

«La pedofilia e l’efebofilia non sono una scelta volontaria più di quanto lo sia il fatto di essere mancini o daltonici. Non esiste un metodo conosciuto di trattamento attraverso cui essi possano essere modificati effettivamente e in via definitiva. Le punizioni sono inutili. […] Bisogna semplicemente accettare il fatto che esistono, e poi, con un illuminismo ottimale, formulare una politica sul da farsi».

Per il padre dell’ideologia gender, dunque, uno degli scopi dell’umanità futura sarebbe stato (ancor più della liberalizzazione dei “diritti omosessuali”) soprattutto la sessualizzazione dell’infanzia. Del resto, secondo Money, i bambini erano naturalmente «eccitati sessualmente» dalle carezze degli adulti e degli stessi genitori, lasciando intendere come lo stesso “amore genitoriale” non fosse altro che una “sublimazione” dell’attrazione sessuale:

«La maggior parte degli adulti ama carezzare i bambini e i bambini rispondono a questo tipo di intimità eccitandosi sessualmente ed eroticamente. In verità essi sono incapaci di essere eccitati da qualcuno troppo giovane. Per loro non esiste una sovrapposizione tra l’amore genitoriale e quello sessuale».

L’ULTIMO “TABU’” DESTINATO A CADERE?

Se i presupposti dell’ideologia gender sono questi, c’è forse da stupirsi dei sempre più invadenti tentativi di ipersessualizzazione dell’infanzia portati avanti dalla moda, dal cinema e, in alcuni casi, persino dalle scuole?

Naturalmente, è vero che la sensibilità delle masse sembra ancor oggi rifiutare la pedofilia, ma c’è anche da chiedersi quanto questa “sensibilità” possa sopravvivere, poniamo esempio, ad un massiccio e prolungato “attacco mediatico”. Le mutazioni del “sentire comune” indotte dai mass-media nel giro di pochi anni –i cui esempi sono innumerevoli- non fanno certo ben sperare per il futuro…

L’unica possibilità che ci rimane è, almeno finora, quella di informare, utilizzando i mezzi sempre più ridotti che ci vengono concessi. Da questo punto di vista, è importante comprendere che “il progetto gender” va ben oltre le istanze già discutibili riguardanti i cosiddetti “diritti omosessuali” (matrimonio, adozione di bambini, ecc.), ma mira ad una ben più radicale (e drammatica) mutazione antropologica.

[1] Alfred Kinsey, Il comportamento sessuale della donna, Bompiani, Milano 1956, pp. 159-160.

Gianluca Marletta

Fonte: informarexresistere 

Cirinnà, non è una questione di location | LNBQ – Tommaso Scandroglio

4 gennaio 2017 FONTE: www.lanuovabq.it

Laddove non arriva la legge arrivano i giudici. Alcuni sindaci hanno deciso di far celebrare le unioni civili in luoghi differenti rispetto a quelli dove si celebrano i matrimoni. In due casi la decisione è stata recentemente annullata dai tribunali amministrativi regionali. A Padova, dietro ricorso dell’Arcigay, i giudici hanno sentenziato che l’amministrazione comunale “non ha fornito adeguati elementi a giustificazione delle proprie scelte in ordine a giorni e luoghi dedicati alle dichiarazioni di costituzione delle unioni civili, atti a fugare i sospetti di un intento discriminatorio”.

Stesso copione si è ripetuto qualche giorno fa a Stezzano in provincia di Bergamo. Sempre i solerti militanti dell’Arcigay e della Rete Lenford – un gruppo di avvocati che da anni patrocinano le cause a difesa delle rivendicazioni dei gay – hanno trascinato in giudizio l’amministrazione comunale perché aveva destinato una sala differente da quella per i matrimoni per la celebrazione delle unioni civili. In questo caso addirittura il comune dovrà sborsare 4mila euro a favore della coppia omosessuale.

Da una parte scegliere ambienti differenti per la celebrazione dei matrimoni e delle unioni civili rispecchia la lettera della legge Cirinnà la quale qualifica l’unione civile come “specifica formazione sociale” e non come “matrimonio” (art. 1 comma 1). Il rimando, peraltro assolutamente erroneo, è all’art. 2 della Costituzione, non certo all’art. 29 che disciplina il matrimonio. Quindi in punta di diritto se la stessa Cirinnà non ha voluto equiparare matrimonio e unione civile è logico e congruo che questa mancanza di equiparazione sopravviva anche all’atto della celebrazione. Ma passando dalla lettera alla legge alla sua ratio, quindi dagli aspetti formali a quelli sostanziali, è di tutta evidenza che le unioni civili sono matrimoni civili, difettando solo del dovere di fedeltà (ma un recente disegno di legge vorrebbe cancellare tale dovere anche per i coniugi così da togliere anche questa differenza) e della possibilità di adottare qualsivoglia minore. In tal prospettiva il luogo della celebrazione per le unioni civili dovrebbe essere il medesimo di quello deputato alla celebrazione delle nozze.

La questione, al netto dell’ottima volontà di quei primi cittadini contrari alle unioni civili e che cercano dunque di ostacolarle in tutti i modi, è di lana caprina. La duplice bocciatura da parte del Tar delle delibere dei sindaci ci fa comprendere ancora una volta che è strategicamente errato giocare di rimessa sui principi non negoziabili. Assegnare un ufficietto alle coppie gay che si vogliono unire civilmente, delegare la celebrazione a terzi, lottare fino alla morte perché il dovere di fedeltà non venga richiesto anche alle coppie omo è operazione di cabotaggio a corto raggio che prima o poi si rivelerà fallimentare. E’ perdersi nelle sfumature del male, dimenticandosi del male, cioè dell’omosessualità che è diventata con la Cirinnà un bene giuridico.

E’ il solito inganno in cui cadono molti – anche tra i cattolici – seppur in ottima fede e animati da speranze altrettante ottime. E’ l’inganno che ha portato molti a battagliare contro le pillole abortive difendendo l’aborto chirurgico, a lottare per il testamento biologico credendo così di fare terra bruciata a danno di chi vuole l’eutanasia, ad impegnarsi per le provette piene di gameti omologhi credendo così di scampare all’eterologa. Ora si vogliono locali differenti per gli etero e gli omo in comune tentando così disperatamente di far comprendere che unioni civili e matrimoni non sono la stessa cosa. Ma se non si va alla radice del problema cercando di debellarlo la sconfitta sarà a tutto campo e si patirà anche sulle questioni accessorie come queste che riguardano gli spazi per la celebrazione delle unioni civili.

Bene dunque trovare tutti quegli strumenti di deterrenza alle unioni civili, a patto di evitare forme di collaborazione alle stesse, ma senza scordarsi il nocciolo della questione che invece a distanza di poco più di sette mesi è già stato ingoiato e digerito un po’ da tutti: nessun riconoscimento giuridico ad una relazione tra due persone dello stesso sesso. In breve, torniamo ai fondamentali. (Tommaso Scandroglio)

Gender a Roma – Il M5S inserisce il genere nel bilancio


Il Consiglio Comunale di Roma, a maggioranza grillina, ha introdotto il gender pure nel bilancio della Capitale.

“Un bilancio secondo prospettive di genere“, vuol dire spendere soldi pubblici – di tutti – per finanziare la propaganda dell’ideologia gender, che è solo di alcuni e principalmente della minoranza omosessualista della città.

Alcuni Consiglieri “valorosi” erano riusciti a bloccare la mozione del M5S che chiedeva l’inserimento della suddetta propaganda gender nel bilancio di Roma Capitale.

Ma la maggioranza ieri è riuscita a discuterla ed approvarla.

L’unico partito che ha votato contro è stato Fratelli d’Italia. Questa la dichiarazione del consigliere Maurizio Politi, che parla di una “pericolosa deriva ideologica da parte del M5S”.
Il M5S dimostra sempre di più la sua vicinanza alle politiche LGBT tipica della precedente Giunta Marino. L’approvazione avvenuta ieri, con il solo voto contrario di Fratelli d’Italia, del documento con il quale si impegna il Sindaco Virginia Raggi a realizzare un bilancio economico secondo prospettive gender, oltre ad essere inutile, rappresenta l’ ennesimo attacco antropologico alla Famiglia.

Pensare che nel bilancio di Roma Capitale, debbano essere previsti strumenti finanziari e di programmazione che vadano a valorizzare le diverse identità di genere, ha il solo fine esclusivo di attaccare le diversità tipiche dell’uomo e della donna, e nulla a che vedere con la salvaguardia dei giusti diritti.

Pensare di promuovere con i bilanci pubblici le varie teorie sessuali ed economiche tipiche delle associazioni LGBT che hanno portato l’Europa a riconoscere ufficialmente decine di gender diversi, senza alcuna considerazione del dato biologico proprio di ogni persona, rischia di essere propedeutico all’inserimento in pianta stabile, all’interno delle scuole comunali, di teorie che mirano a plagiare lo sviluppo dei nostri figli.

Vigileremo attentamente che la deriva ideologica assunta dal M5S, che nelle sue linee programmatiche di governo della città, aveva affermato: “Siamo portatori di una visione del mondo biocentrica che si oppone all’antropocentrismo che nella cultura occidentale ha trovato la massima espressione (…). Oggi, alla difesa di questi diritti (…) si aggiunge la lotta con lo specismo.”, in pratica negando che esista alcuna differenza tra l’essere umano e qualsiasi altra specie animale, ed oggi, quindi, pensa di usare le risorse pubbliche per scopi meramente ideologici che nulla hanno a che vedere con i problemi dei romani.

Redazione

FONTE: www.notizieprovita.it – 30 Novembre 2016

Formia: gender a scuola con il progetto “Scuole attive contro omofobia e transfobia” |  Osservatorio Gender


Il gender arriva anche nelle scuole di Formia con il progetto “Scuole amiche dei diritti umani”. Il copione è sempre lo stesso. L’iniziativa, promossa dall’Assessorato alla Scuola del Comune di Formia con gli Istituti scolastici della città e la collaborazione della Sezione Italiana e del Gruppo di Formia di Amnesty International, introduce infatti l’indottrinamento all’indifferenza sessuale nelle scuole laziali, celandosi dietro ad un progetto dal nome all’apparenza innocuo. All’iniziativa hanno aderito i seguenti istituti, ognuno dei quali dovrà sorbirsi una lezione specifica riguardante il diktat etico contemporaneo:

Ipseoa “Angelo Celletti”: “Stereotipi, pregiudizi e discriminazione”;

Ipia “E. Fermi”: “Discriminazione”;

Istituto per Geometri “B. Tallini”: “Cyberbullismo” (classi prime) / “Migranti” (triennio)

Liceo “Cicerone – Pollione”: “Contro la pena di morte”;

ITE “G. Filangieri”: “Stop bullismo”.

L’Assessora alla Scuola Maria Rita Manzo ha sottolineato come il progetto si ponga l’obiettivo di coinvolgere attivamente i giovani e affronti tematiche, a suo dire, strategiche e fondamentali come l’educazione sentimentale e il contrasto all’omofobia:

“Il progetto intende promuovere la partecipazione attiva dei giovani informandoli e sensibilizzandoli sui valori e i principi dei diritti umani in tutti gli ambiti della vita. L’idea è nata da un percorso di incontri che l’Amministrazione ha fortemente voluto e che ci ha visto sedere allo stesso tavolo con i rappresentanti degli istituti scolastici e gli esponenti regionali e locali di Amnesty International, Viviana Isernia e Annalisa D’Aniso. Nel corso di un incontro pubblico presenteremo il progetto complessivo alle scuole e all’intera città. Nell’attività in classe saranno approfonditi temi strategici come la lotta alle discriminazioni, l’educazione sentimentale e il contrasto all’omofobia”.

Le scuole partecipanti – continua la Manzo – riceveranno anche un apposito kit, spesato dal Comune di Formia, con tutto l’occorrente per apprendere più in fretta i concetti espressi durante il corso:

“Alle scuole aderenti saranno recapitate valigette messe a disposizione dal Comune che conterranno un kit materiale prodotto da Amnesty per la realizzazione del progetto. Il percorso si chiuderà con un momento finale rappresentativo del lavoro di approfondimento svolto.

L’Assessora alla Scuola conclude, evidenziando l’importanza del ruolo della scuola nell’insegnamento alla nuova “morale pubblica” e precisando come la sua Giunta abbia votato una delibera di indirizzo di adesione al progetto intitolata “Scuole attive contro omofobia e transfobia“.

“Crediamo molto nell’educazione e nel ruolo che la scuola può avere nel percorso di crescita sociale e culturale della nostra comunità. Per questo la giunta ha già votato due delibere di indirizzo: la prima a sostegno del progetto ‘Scuole amiche dei diritti umani’, la seconda di adesione al progetto ‘Scuole attive contro omofobia e transfobia”. La cultura dei diritti si nutre di conoscenza. Il primo passo è lavorare sulle nuove generazioni per prevenire comportamenti deviati che ledano i diritti delle persone”.

Il progetto “Scuole attive contro omofobia e transfobia” è l’ennesima dimostrazione di come l’ideologia gender stia penetrando in maniera sempre più prepotente e capillare all’interno degli istituti scolastici italiani, spesso all’insaputa delle famiglie, checché ne dicano coloro che si ostinano a negare l’esistenza della teoria gender.

Un Bacio Experience: tutti al cinema a scuola di “gender” | La mimesi di una ideologia sovversiva dietro il paravento del bullismo


Cinema e scuola uniscono le forze per promuovere la “bellezza” e la “normalità” gay tra gli adolescenti con il progetto rivolto alle scuole, Un Bacio Experience.
L’iniziativa fa seguito al recente film politically correct, Un Bacio, del super-impegnato regista Ivan Cotroneo. Il lungometraggio, presentato come un lodevole film-denuncia del bullismo e dell’omofobia che racconta in maniera “toccante” la storia della ricerca della felicità di tre adolescenti, è in realtà un vero e proprio spot a favore dell’omosessualità e di ogni tendenza sessuale.

INIZIATIVA TRASVERSALE

A sostenere il progetto numerose ed importanti istituzioni tra le quali il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e il Garante dell’Infanzia e dell’Adolescenza:

Un Bacio Experience – si legge infatti sul sito ufficiale – è un’iniziativa promossa dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e Indigo Film, in collaborazione con Lucky Red, Titanus, Rai Cinema, Agiscuola, con le associazioni che hanno sostenuto il film fin dalla sua uscita, quali il Garante dell’Infanzia e dell’Adolescenza, Telefono Azzurro, Arcigay, AdolescenDay, MaBasta, Agedo e con le più importanti realtà che promuovono la didattica del cinema sul territorio nazionale, quali Alice nella Città, Giffoni, Museo del Cinema, Aiace, Mobydick.

DALLE AULE AI CINEMA

Gli studenti delle scuole italiane saranno portati direttamente al cinema per assistere alla proiezione del film “educativo” e per poi discutere con degli “esperti” della materia, individuati dagli organizzatori del progetto:

“Fino al 31 gennaio 2017, attraverso diverse matinée organizzate nei cinema di tutta Italia, 30.000 studenti potranno vedere Un Bacio. Al termine della proiezione seguirà un incontro moderato da un esperto, individuato attraverso le associazioni partner. Studenti e insegnanti potranno così confrontarsi sulla visione, sui temi trattati dal film e in particolare su tre parole chiave del progetto:#bullismo, #amicizia, #futuro. Dove possibile saranno presenti anche il regista e il cast artistico (sceneggiatrice e attori)“.


TEST DI APPRENDIMENTO

Non è finita qui. Una volta tornati in classe, gli alunni dovranno infatti dimostrare, concretamente, di aver appreso la lezione e produrre un contenuto video o testuale in cui raccontare la propria esperienza riguardo le tre parole chiave del progetto:

«A seguito della proiezione e dibattito, ciascuna classe sarà invitata a produrre un contenuto video o testuale in cui saranno i ragazzi stessi a raccontarsi in relazione alle tre parole chiave. Tutti i contenuti prodotti verranno raccolti su un social media wall, presentato alla fine del progetto, a febbraio 2017. A supporto del percorso in classe, i docenti riceveranno un kit didattico».

Il regista Ivan Cotroneo, ovviamente soddisfatto dell’iniziativa che vede rilanciare il proprio film, ha dichiarato:

«Avere la possibilità di raccontare a così tanti ragazzi la storia di tre coetanei, parlare con loro, dopo il film e attraverso il film, di discriminazione e bullismo, di omofobia e inclusione, del pericolo della violenza e soprattutto dell’importanza di non avere paura, di non provare mai vergogna, mi rende felice e mi emoziona. Passo dopo passo, Un bacio è diventato un viaggio, un’esperienza di conoscenza e di confronto, un terreno comune di incontro fra adulti e adolescenti su temi così importanti, e questo è tutto quello che un autore di storie può desiderare.»

A marzo 2016, in occasione del tour promozionale di “Un Bacio”, Cotroneo era stato ancora più esplicito rispetto agli obiettivi del suo film:

«Magari, rispetto a una volta, l’accettazione sociale di un “diverso” è più diffusa. Però, quando non c’è, il rifiuto raggiunge punte di integralismo e violenza mai viste. Vogliamo parlare dei cartelli al Family Day, con coppie gay e la scritta “sbagliato”? La sessualità non si sviluppa secondo un modello unico, è complessa e sfaccettata, soprattutto nell’adolescenza».

RIFLESSIONI

Il lancio del progetto per le scuole, Un Bacio Experience, induce alcune riflessioni rispetto a tre temi: educazione, linguaggio e “gender” a scuola.

EDUCAZIONE

Riguardo l’educazione, è evidente come il progetto sia stato pensato dai suoi promotori come una vera e propria iniziativa di indottrinamento dei giovani alunni al diktat omosessualista contemporaneo.

Secondo quanto scritto sullo stesso sito di Un Bacio Experience, ben 30.000 studenti saranno infatti costretti ad abbandonare i propri banchi di scuola per andarsi a “sorbire” il filmato “educativo”, per poi, se il messaggio non fosse arrivato sufficientemente chiaro, doversi ascoltare anche il parere dell’ “esperto”, rigorosamente “individuato attraverso le associazioni partner“.

Una volta tornati a scuola, gli alunni dovranno poi dare prova di aver assimilato bene i concetti, superando una sorta di “test” con il supporto dei propri docenti equipaggiati per l’occasione con uno speciale “gender kit” didattico.

L’obiettivo primario del progetto è chiaramente spiegato dallo stesso regista Cotroneo quando afferma che “La sessualità non si sviluppa secondo un modello unico, è complessa e sfaccettata”. Un’affermazione perfettamente in linea con la tendenza “gender fluid” odierna, sempre più diffusa soprattutto tra gli adolescenti. Una repentina e drammatica escalation dovuta al martellante clima culturale odierno di cui il film “Un Bacio” ne costituisce un esempio da manuale. La scuola si sostituisce alla famiglia e si arroga il diritto di impartire arbitrariamente agli studenti l’insegnamento alla nuova “morale pubblica” di Stato.

LINGUAGGIO

Il secondo aspetto riguarda la capziosa neolingua adottata dai sostenitori del progetto per mischiare le carte. Un Bacio viene infatti presentato, subdolamente, come un lungometraggio di denuncia sociale, dall’alto valore educativo, invitando i giovani a riflettere sulle 3 parole chiave del film: #bullismo, #amicizia, #futuro.

Il copione è sempre lo stesso, ci si nasconde dietro vocaboli ambigui e anche condivisibili, per promuovere il proprio sovversivo programma ideologico attraverso una sapiente operazione di ingegneria sociale che pretende di trasformare una “normalità” (imposta e indotta) di tipo sociologico in una normalità di tipo antropologico morale.

Obiettivo dichiarato del film è insegnare ai ragazzi che possono amare come e chi vogliono, indipendentemente da quello che è il proprio sesso biologico di nascita e dai modelli (stereotipi) che vorrebbero imporre la famiglia o la società. Una folle filosofia di vita, completamente capovolta, che istiga i giovani ad “essere quello che sentono o percepiscono di essere” invece di quello che “realmente sono”.

GENDER A SCUOLA ?

Per ultimo, non si può non evidenziare come Un Bacio Experience sia un’iniziativa che gode di un ampio appoggio trasversale che va dalle potenti case cinematografiche ad importanti realtà didattiche fino al MIUR e l’Autorità Garante dell’Infanzia e dell’Adolescenza.

Al di là della impressionante “armata” pro gender che scende in campo a favore della “normalizzazione” gay, è infatti importante sottolineare come ancora una volta il MIUR, guidato dal Ministro dell’Istruzione Stefania Giannini, dia il proprio avvallo istituzionale ad un’iniziativa palesemente pro gender, frugando ogni dubbio (per chi ancora ne avesse…) in merito alla posizione del Governo Renzi in materia di “educazione sessuale”.

MA COSA E’ il GENDER ?

A chi ancora si domanda, per ignoranza o malafede, “che cosa è il gender ?” rispondiamo che il progetto Un Bacio Experience ne rappresenta un esempio magistrale.

L’ideologia “gender” è infatti quel sistema di idee che pretende di distinguere tra sesso biologico e sesso socio-culturale o psicologico. Secondo i teorici del gender occorre infatti distinguere tra il sesso che ci è dato alla nascita e il sesso che ci assegniamo noi stessi, in un secondo momento, sulle base delle nostre soggettive e mutevoli percezioni.

APPRODO PANSESSUALE

Dunque, si nasce di sesso maschile o femminile ma si diventa del genere (gender) che vogliamo.

In questa senso, l’odierna tendenza “gender fluid” , negando l’esistenza di una natura umana, esorta i ragazzi a liberarsi dalle obsolete e bigotte “etichette” sessuali di maschile e femminile per abbracciare la pansessualità e far sì che la propria sessualità, in perenne divenire, fluttui liberamente senza alcun limite morale e naturale.

Rodolfo De Mattei

Fonte: Osservatorio Gender

La famiglia è una, naturale e nel solco tradizionale | Redazione Gli Scritti

Il bisogno di essere confermata in una bambina nata in una coppia di due donne. Breve nota di Andrea Lonardo

– Scritto da Redazione de Gliscritti: 16 /10 /2016 


Una maestra di scuola materna racconta di una bambina di 4 anni giunta alla materna, accompagnata dalle sue due “mamme” che già dal primo incontro si rivolgono alla docente intimandole di non utilizzare i termini “padre e madre” e minacciandola di intervenire in caso contrario.

La bambina, evidentemente facendo eco a ciò che aveva sentito ripetere in casa, nel primo mese insiste ripetutamente nel dire che “i maschi non sono bravi come le donne” e che “per fortuna, in casa, ci sono le sue due mamme e una sorella, tutte donne, senza uomini”. La sua critica alla figura maschile è continua e infarcita di luoghi comuni che, presumibilmente, sono quelli ascoltati in casa. Ma, pian piano, la bambina si affeziona alla maestra che, peraltro, non le fa alcun accenno alla sua situazione familiare.

La maestra mi racconta che, al terzo mese di scuola, la bambina le si fa vicino e le chiede: “Maestra, ma secondo te mio papà mi vuole bene?”.

Nell’intimo portiamo il bisogno di un padre e della sua conferma.

Gender a scuola: promessa del MIUR, azione di ProVita | Francesca Romana Poleggi


Destinare i nostri bambini e i nostri ragazzi all’indottrinamemto gender e all’educazione sessuale globale sappiamo bene che è una priorità per questo Governo e per il Parlamento che lo sostiene.

La signora Giannini, Ministro della Pubblica Istruzione, lo ha detto chiaro chiaro al Corriere della Sera: «entro la prima metà di ottobre verranno presentate le linee-guida nelle scuole italiane. «Il lavoro è praticamente concluso», ha detto, intervenendo all’evento dal titolo «Perché la scuola non parla d’amore», nell’ambito del Tempo delle donne, in Triennale a Milano. Una risposta (tardiva e parziale) alla richiesta che viene dalla Convenzione di Istanbul, insieme all’Organizzazione Mondiale della Sanità, di inserire l’educazione sentimentale nei programmi scolastici» (adesso la chiamano “educazione sentimentale” per non farci “impressionare” con il termine “sessuale”. Pensano che la gente si faccia facilmente imbrogliare dalla loro arte di giocare con le parole).

E noi che da subito abbiamo denunciato lo spirito maligno, ideologico e destrutturante che pervade la “Buona Scuola” e impronta il famoso comma 16, siamo stati presi per pazzi e visionari, minacciati addirittura di denuncia, dalla Giannini in persona.

Sul Corriere, se a qualcuno serve, invece c’è di nuovo conferma che «i principi sono enunciati nel comma 16 della legge 107 (la Buona scuola, ndr), che per la prima volta ha messo nero su bianco la necessità di promozione di una cultura delle pari opportunità in tutte le scuole italiane, di contrasto a ogni forma di discriminazione e di violenza di genere. “Non sarà un insieme di regole e prescrizioni – ha precisato il ministro – ma un’onesta e utile rassegna di come questi temi debbano entrare nelle classi”. Non “un’ora di…”, ma le scuole, in totale autonomia, potranno scegliere le attività più adatte per dare corpo al progetto. «Cultura del rispetto, consapevolezza di sé: finalmente anche a scuola si potrà parlare di questi argomenti, avendo un rapporto aperto con insegnanti preparati a farlo», ha spiegato Giannini. Le risorse ci sono: “Abbiamo per la formazione degli insegnanti 40 milioni all’anno: un segmento sarà dedicato anche all’educazione all’affettività, insieme al digitale, alle competenze linguistiche e tutto il resto”».

Certo. Per questa roba i soldi non mancano, 40 milioni di euro si trovano facilmente. E se no c’è chi può sobbarcarsi l’onore e l’onere di parlare d’amore ai nostri bambini e ai nostri ragazzi: associazioni come ‘l’Ombelico’! (dice il Corriere). Certamente! Basta visitare il loro sito web e vedere i libri di testo cui fanno riferimento.

Sappiamo quindi cosa aspettarci dalle famose e fumose linee guida di cui – insieme con le altre associazioni – abbiamo chiesto conto da prima dell’estate, senza ovviamente ottenere risposta.

Intanto alla Camera sono in ballo ben otto progetti di legge volti a regolamentare l’educazione sessuale in salsa gender per i nostri bambini. Giovedì ProVita sarà davanti alla Commissione Cultura di Montecitorio per un’audizione. I Commissari sono in stragrande maggioranza membri dei partiti di sinistra che finora si sono schierati a favore del gender nelle scuole (perché “il gender non esiste”: ricordate?). ProVita, ancora una volta, proporrà argomenti, documenti e ragionamenti per difendere il futuro delle nuove generazioni.

Chissà: possiamo sperare che il buon senso e la luce della verità riescano a disperdere le nebbie dell’ideologia e del politicamente corretto che ottundono le menti. I Deputati (tra cui molte donne) che fanno parte della Commissione certamente sono dotati di intelligenza brillante e hanno a cuore la salute dei nostri figli e il futuro della società.

Francesca Romana Poleggi

Thérèse Hargot: la nuova schiavitù della rivoluzione sessuale


La cosa incantevole di questa giovane scrittrice, blogger, terapeuta e insegnante, è che le domande che pone sono sempre di più delle risposte che dà. Eppure queste sono molte, spesso spiazzanti, quasi sempre controtendenza: il “segreto”, per così dire, sta forse nella formazione filosofica della Hargot, che non approccia il sesso quale quintessenza e fine della vita umana, bensì come orizzonte privilegiato in cui si manifesta il mistero della persona umana.

Thérèse Hargot è una giovane sessuologa belga (nata nel 1984) con una laurea in filosofia e un master in scienze sociali alla Sorbona. Sposata, con tre figli, Thérèse ama sfidare la vulgata corrente. È fermamente convinta che la rivoluzione sessuale abbia apportato una liberazione senza libertà sicché, in luogo di renderci più liberi, ci ha fatti transitare da una obbedienza all’altra. In particolare la cosiddetta «liberazione sessuale» ha asservito il corpo della donna.

È quanto espone in Une jeunesse sexuellement libérée (ou presque) [Una gioventù sessualmente liberata (o quasi)], arrivato a vedere 15 mila copie. Nel libro, uscito a febbraio in Francia (è in corso la traduzione italiana per Sonzogno), la Hargot si sofferma sull’influenza della liberazione sessuale sul nostro rapporto col sesso. È forte la sua critica al sesso tecnicizzato, igienizzato, ridotto alla combinazione meccanica dei corpi. Il paradosso, dice la sessuologa belga, è che la sessualità non è mai stata tanto «normata» come nel nostro tempo per via del combinato disposto tra il culto della performance (imposto dall’industria pornografica) e l’ansietà derivata da una morale igienista.

Fondamentalmente, confessa a «Le Figaro», è cambiato soltanto il nostro modo di relazionarsi alle cose del sesso:«Se la norma è cambiata, il nostro rapporto con la norma è lo stesso: restiamo all’interno di un rapporto di dovere. Siamo semplicemente passati dal dovere di procreare a quello di godere. Dal «non bisogna avere relazioni sessuali prima del matrimonio» al «bisogna avere relazioni sessuali il prima possibile». Una volta la norma era dettata da un’istituzione, principalmente religiosa, oggi è dettata dall’industria pornografica. La pornografia è il nuovo vettore normativo nel campo della vita sessuale».

La differenza è che la norma ora è stata interiorizzata, individualizzata. «Mentre un tempo le norme erano esteriori e esplicite, oggi sono interiorizzate e implicite. Non abbiamo più bisogno di una istituzione che ci dica quello che dobbiamo fare, l’abbiamo assimilato da soli. Non ci viene più detto esplicitamente quand’è che dobbiamo avere un figlio, ma tutte abbiamo compreso molto bene il «momento buono» per essere madri: soprattutto non troppo presto, e quando le condizioni finanziarie sono favorevoli. È quasi peggio: siccome ci crediamo liberati, non abbiamo più coscienza d’essere sottomessi a delle norme». 

Ma quali sono le coordinate psicologiche disposte dalla nuova normatività sessuale? «La novità», risponde la Hargot, «sono le nozioni di performance e di successo, che si sono insediate al centro della sessualità. Questo tanto per il godimento quanto per il nostro rapporto con la maternità: bisogna essere una buona madre, crescere bene il proprio bebé, essere una coppia di successo. E chi dice performance e efficacia dice angoscia di non farcela. Questa angoscia crea della disfunzioni sessuali (perdita dell’erezione, ecc.). Abbiamo un rapporto molto angosciato con la sessualità, perché siamo costretti ad avere successo». 

Questa nuova normatività nelle cose del sesso tocca tanto gli uomini quanto le donne, ma in maniera differente. Non si esce dagli stereotipi: «l’uomo dev’essere performante nel suo successo sessale, la donna nei canoni estetici».

La norma si trasmette sotto forma di discorso igienista, andato a sostituire la vecchia morale di un tempo. Si fomenta così una psicologia individuale straziata, oppressa dalla simultanea presenza del piacere e della paura. Il sesso è piacere, ma è anche un sesso pericoloso, che infetta e uccide, attenta alla vita fisica: «L’AIDS, le malattie veneree, le gravidanze indesiderate: siamo cresciuti, noi nipoti della rivoluzione sessuale, con l’idea che la sessualità fosse un pericolo. Ci dicono che siamo liberi e nello stesso tempo che siamo in pericolo. Ci parlano di «sesso sicuro» e di preservativo, abbiamo sostituito la morale con l’igiene. Cultura del rischio e illusione della libertà, questo è il cocktail liberale che ormai si è imposto anche nel campo della sessualità. Questo discorso igienista è molto ansiogeno. E inefficace: si trasmettono sempre numerose malattie veneree». 

Come sessuologa, Thérèse lavora a stretto contatto con gli studenti liceali, in un’età della vita particolarmente esposta all’immaginario diffuso dall’industria pornografica. Negli adolescenti, osserva, «la cosa più significativa è l’influenza della pornografia sul loro modo di concepire la sessualità. Con lo sviluppo delle tecnologie e di internet, la pornografia viene resa estremamente accessibile e individualizzata. A partire dalla più giovane età, condiziona la loro curiosità sessuale: a 13 anni ci sono ragazzine che mi domandano cosa ne penso delle cose a tre. Più in generale, al di là dei siti pornografici, possiamo parlare di una «cultura porno» presente nei videoclip, nei reality, nella musica, nella pubblicità, ecc.».

Sulla psiche dei più piccoli poi l’impatto della pornografia è devastante: «Come può un fanciullo», si chiede la sessuologa belga, «accogliere queste immagini?». A questa età si è davvero «in grado di distinguere tra la realtà e le immagini?». La risposta è un no senza appello alla sessualizzazione precoce: «La pornografia sequestra l’immaginario del bambino senza lasciargli il tempo di sviluppare le proprie immagini, le proprie fantasie. Crea un grande senso di colpa per il fatto di sperimentare una eccitazione sessuale attraverso delle immagini e crea anche una dipendenza, perché l’immaginario non ha avuto il tempo di svilupparsi».

La sedicente «liberazione sessuale», si legge nel suo libro, sembra non ridursi ad altro che a questo:«Essere sessualmente liberi, nel ventunesimo secolo, vuol dire avere il diritto di fare del sesso orale a 14 anni».

Siamo in diritto di chiederci se una simile «liberazione» non si sia in realtà ritorta contro la donna. La Hargot ne è fermamente convinta: «La promessa «il mio corpo mi appartiene» si è trasformata in «il mio corpo è disponibile»: disponibile per la pulsione sessuale maschile, che non è ostacolata in nulla. La contraccezione, l’aborto, il «controllo» della procreazione non pesano che sulla donna. La liberazione sessuale ha modificato solo il corpo della donna, non quello dell’uomo. Con la scusa di liberarla. Il femminismo egualitario che bracca i «macho» vuole imporre nello spazio pubblico un rispetto disincarnato della donna. Ma è nell’intimità, e specialmente nell’intimità sessuale, che si vanno a ristabilire i rapporti di violenza. Nella sfera pubblica si esibisce rispetto per le donne, in privato si guardano film porno dove le donne sono trattate come oggetti. Introducendo la guerra dei sessi, in cui le donne si sono messe in competizione diretta con gli uomini, il femminismo ha destabilizzato gli uomini, che ristabiliscono il dominio nell’intimità sessuale. Il successo della pornografia, che rappresenta spesso atti di violenza verso le donne, il successo del revenge-porn e di Cinquanta sfumatura di grigio sono lì a testimoniarlo». 

Thérèse Hargot è fortemente critica anche della «morale del consenso», per la quale ogni atto sessuale va considerato un atto libero nella misura in cui è «voluto». Secondo un diffuso senso comune, oggi il consenso individuale è il solo criterio che permette di distinguere il bene dal male. Je consens, donc je suis, dice Michela Marzano: acconsento, dunque sono. Questo nuovo «cogito» permissivo induce gli adulti ad abdicare alla loro funzione educativa e con la sua estensione indiscriminata mette in serio pericolo l’infanzia: «Coi nostri occhi di adulti, tendiamo talvolta a considerare in maniera tenera la liberazione sessuale dei più giovani, meravigliati dalla loro assenza di tabù. In realtà subiscono delle enormi pressioni, non sono affatto liberi. La morale del consenso in linea di principio è qualcosa di giustissimo: si tratta di dire che siamo liberi quando siamo d’accordo. Ma abbiamo esteso questo principio ai bambini domandando loro di comportarsi come degli adulti, capaci di dire sì o no. Ora, i bambini non sono capaci di dire no. Nella nostra società c’è la tendenza a dimenticare la nozione di maturità sessuale. È molto importante. Al di sotto di una certa età riteniamo che vi sia una immaturità affettiva che non rende capaci di dire «no». Non c’è consenso. Bisogna davvero proteggere l’infanzia». 

Andando controcorrente, la giovane sessuologa arriva ad esaltare i metodi naturali, biasima il discorso femminista e la medicalizzazione del sesso indotta dalla pillola. Quest’ultima viene elevata a «emblema del femminismo, un emblema della causa delle donne». Ma della bontà di un simile feticcio, afferma tranchant, «c’è da dubitare, visti gli effetti sulla salute delle donne e sulla loro sessualità! Sono le donne che vanno a modificare il proprio corpo, e mai l’uomo. È una cosa completamente iniqua. È in questa prospettiva che mi interessano i metodi naturali, perché sono i soli a coinvolgere equamente l’uomo e la donna. Sono basati sulla conoscenza che le donne hanno del loro corpo, sulla fiducia che l’uomo deve avere nella donna, sul rispetto del ritmo e della realtà femminili. Lo trovo in effetti molto più femminista che non distribuire un medicinale a donne in perfetta salute! Facendo della contraccezione una faccenda unicamente femminile, abbiamo deresponsabilizzato l’uomo».

Non fa eccezione a questo quadro la pratica dell’utero in affitto, «perché sopprimere la madre sarebbe l’ultima tappa del dominio maschile», osserva la sessuologa-filosofa. Con la Gpa «un uomo può creare la vita senza una donna. Certo, ha ancora bisogno del «corpo femminile», ma non si tratta più di una donna, cioè di una persona umana che per principio non può essere utilizzata come un mezzo, quali che siano il fine e le modalità. Dopo il sesso con la prostituzione, le ovaie con la riproduzione artificiale, l’utero è l’ultimo bastione conquistato dalla volontà di disporre del corpo delle donne. La sottomissione delle donne a scopi commerciali o caritatevoli tocca il suo apogeo. Da madre diventa operaia, da donna diventa serva che risponde ai comandi e alle esigenze di coloro a cui appartiene il progetto di paternità». 


Si tratta di un ritorno puro e semplice alla sottomissione precedente alle conquiste del femminismo? «In una certa maniera sì», replica la Hargot, ma è altrettanto vero che «senza il femminismo alla Simone de Beauvoir il ragionamento ideologico della «gestazione per altri» non sarebbe stato possibile». È stato questo femminismo ideologico a «fornire armi e strumenti propri a una logica liberale incontrollabile. Per arrivare qui c’è voluta la contestazione per separare il corpo dallo spirito, per denigrare le esperienze carnali a vantaggio dell’espressione onnipotente della volontà. Riducendo la riproduzione al suo carattere animale, negando l’esperienza umana e spirituale che essa porta in germe e a cui può addivenire, questa ha perduto il suo carattere sacro. Il corpo non è più che una cosa esteriore alla persona. Dopo essere stato frazionato, il corpo può ormai essere dato in prestito, può essere acquistato, affittato o venduto in parti di ricambio e secondo le esigenze di servizio. Le donne escono così dalla riproduzione per entrare in un rapporto di produzione, col rischio di vedere legittimato, generalizzato e istituzionalizzato lo sfruttamento del corpo. L’esito di questo femminismo che ha dimenticato l’essenziale si ritorce oggi in primo luogo contro le donne stesse: l’affascinante vittoria della volontà lascia intravedere un mondo disumanizzato in cui il valore della persona dipende solo dalla sua utilità». 

Sulla questione dell’omosessualità, che oggi tormenta alquanto gli adolescenti, Thérèse ricorda quanto sia riduttivo identificare la persona con un orientamento sessuale: «“Essere omosessuale” è anzitutto una battaglia politica. In nome della difesa dei diritti sono state riunite sotto una stessa bandiera arcobaleno delle realtà diverse che non hanno niente a che vedere le une con le altre. Chiunque dica di “essere omosessuale” ha un vissuto differente, che si inscrive in una storia differente. È una questione di desideri, di fantasie, ma non è per niente una identità propriamente detta. Non bisogna porre la questione in termini di essere, ma in termini di avere. La questione ormai ossessiona gli adolescenti, costretti a scegliere la loro sessualità. La visibilità del «coming out» interroga molto gli adolescenti che si domandano «come si fa a sapere se uno è omosessuale, come sapere se lo sono?». L’omosessualità fa paura, perché i giovani si dicono «se lo sono, non potrò mai ritornare indietro». Definire le persone come «omosessuali» vuol dire generare dell’omofobia. La sessualità non è un’identità. La mia vita sessuale non determina chi sono». 

Che fare dunque con i giovani? Bisogna aiutarli a svilupparsi sessualmente, magari coi soliti corsi di educazione sessuale? «Non bisogna insegnare agli adolescenti a svilupparsi sessualmente», replica ferma. Piuttosto «bisogna insegnare ai giovani a diventare uomini e donne, aiutarli a sviluppare la propria personalità. La sessualità è secondaria in rapporto alla personalità. Invece che parlare ai ragazzi di profilattici, di contraccezione e di aborto bisogna aiutarli a costruirsi, a sviluppare una stima di sé. Bisogna creare uomini e donne che possano essere capaci di entrare in una relazione reciproca. Non occorrono dei corsi di educazione sessuale, ma dei corsi di filosofia!». 

(apparso, con qualche variazione, su La Croce Quotidiano del 14 luglio 2016)

Thérèse Hargot, il blog ufficiale: http://theresehargot.com/

SALUTE Associazione Americana di Pediatria: l’ideologia di genere è un abuso infantile! | Aleteia


L’Associazione Americana di Pediatria esorta gli educatori e i legislatori a respingere tutte le politiche che condizionano i bambini ad accettare come normale una vita di personificazione chimica e chirurgica del sesso opposto. Sono i fatti a determinare la realtà, non l’ideologia.
1. La sessualità umana è un tratto biologico binario oggettivo: “XY” e “XX” sono marcatori genetici di salute, non di un disturbo. La norma per il progetto umano è essere concepito come maschio o come femmina. La sessualità umana è binaria per progetto, con l’ovvio proposito della riproduzione e del fiorire della nostra specie. Questo principio è evidente in sé. I disturbi estremamente rari di differenziazione sessuale (DDS) – anche, ma non solo, la femminilizzazione testicolare e l’iperplasia surrenale congenita – sono tutti deviazioni medicalmente identificabili della norma binaria sessuale, e sono giustamente riconosciuti come disturbi del progetto umano. Gli individui con DDS non costituiscono un terzo sesso.

2. Nessuno nasce con un genere, ma tutti nascono con un sesso biologico. Il genere (una consapevolezza e una percezione di sé come uomo o donna) è un concetto sociologico e psicologico, non un concetto biologico oggettivo. Nessuno nasce con una consapevolezza di se stesso come maschile o femminile; questa consapevolezza si sviluppa nel corso del tempo, e come tutti i processi di sviluppo può essere sviata da percezioni soggettive, relazioni ed esperienze avverse del bambino, fin dall’infanzia. Le persone che si identificano come se si sentissero “del sesso opposto” o “in qualche punto tra i due sessi” non costituiscono un terzo sesso. Restano uomini biologici o donne biologiche.

3. La convinzione di un lui o di una lei di essere qualcosa che non è indica, nella migliore delle ipotesi, un pensiero confuso. Quando un bambino biologicamente sano crede di essere una bambina, o una bambina biologicamente sana crede di essere un bambino, esiste un problema psicologico oggettivo, che è nella mente, non nel corpo, e dev’essere trattato in quanto tale. Questi bambini soffrono di disforia di genere (DG). La disforia di genere, prima chiamata disturbo di identità di genere (DIG), è un disturbo mentale riconosciuto dall’edizione più recente del Manuale di Diagnosi e Statistica dell’Associazione Psichiatrica Americana (DSM-V). Le teorie psicodinamiche e sociali della DG/DIG non sono mai state confutate.

4. La pubertà non è una malattia – e gli ormoni che bloccano la pubertà possono essere pericolosi. Reversibili o meno, gli ormoni che bloccano la pubertà inducono a uno stato malato – l’assenza di pubertà – e inibiscono la crescita e la fertilità in un bambino fino a quel momento biologicamente sano.

5. Cerca il 98% dei bambini e l’88% delle bambine confusi riguardo al proprio sesso finiscono per accettare il proprio sesso biologico dopo essere passati naturalmente per la pubertà, secondo il DSM-V.

6. I bambini che usano sostanze che bloccano la pubertà per essere del sesso opposto richiederanno ormoni dell’altro sesso alla fine dell’adolescenza. Questi ormoni (testosterone ed estrogeni) sono associati a rischi per la salute, come aumento della pressione arteriosa, formazione di coaguli di sangue, incidenti vascolari cerebrali e cancro.

7. L’indice di suicidio tra gli adulti che usano ormoni del sesso opposto e si sottopongono a interventi di cambiamento di sesso – anche nei Paesi che sostengono maggiormente i cosiddetti LGBTQ, come la Svezia – è 20 volte superiore. Quale persona ragionevole sarebbe capace di condannare bambini e giovani a questo destino, sapendo che dopo la pubertà circa l’88% delle bambine e il 98% dei bambini finirà per accettare la realtà avendo una buona salute fisica e mentale?

8. Condizionare i bambini perché credano che una vita intera di personificazione chimica e chirurgica del sesso opposto sia normale e salutare è un abuso infantile. Approvare la discordanza di genere come normale attraverso la rete pubblica di istruzione e di politiche legali servirà a confondere i bambini e i genitori, esponendo più bambini alle “cliniche di genere” e ai farmaci che bloccano la pubertà. Questo, a sua volta, garantisce praticamente che questi bambini e adolescenti “scelgano” una vita intera di ormoni cancerogeni e tossici del sesso opposto, oltre a pensare alla possibilità della mutilazione chirurgica superflua di parti sane del loro corpo quando saranno giovani adulti.

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Michelle A. Cretella, M.D.

Presidente dell’Associazione Americana di Pediatria

Quentin Van Meter, M.D.

Vice-Presidente dell’Associazione Americana di Pediatria, Endocrinologo Pediatrico

Paul McHugh, M.D.

Docente universitario di Psichiatria della Johns Hopkins Medical School ed ex psichiatra responsabile del Johns Hopkins Hospital. 

[Traduzione dal portoghese a cura di Roberta Sciamplicotti]

Fonte: http://it.aleteia.org/2016/07/15/associazione-americana-pediatria-ideologia-genere-abuso-infantile/2/

Aborto, gay e gender: il nuovo ordine mondiale dell’Onu | Tommaso Scandroglio – LNBQ


Il 17 giugno scorso il Consiglio per i diritti umani dell’Onu ha discusso una relazione del Gruppo di lavoro sulla discriminazione delle donne datata 18 aprile 2016. Il Consiglio ha espresso apprezzamento per il lavoro svolto ed ha posto un paio di domande al Gruppo di lavoro su alcuni aspetti che, per quanto a noi interessa, appaiono marginali.Vediamo invece il contenuto di questa relazione, la quale è stata implicitamente accettata dal Consiglio dato che questo, nelle domande rivolte al Gruppo, non ha sollevato nessuna obiezione in merito agli aspetti più macroscopici che andremo qui ad illustrare seppur in modo sintetico. La relazione da una parte stigmatizza giustamente certe pratiche non lecite (infibulazione, matrimoni combinati, violenza domestica, etc.), ma dall’altro approva e mira a diffondere in tutti gli Stati membri omosessualità, transessualità, aborto e contraccezione, tutte cose la cui disanima da parte del Gruppo di lavoro occupa tre quarti del report. 

Per prima cosa il Gruppo di lavoro dà una definizione di «strumentalizzare il corpo delle donne». Strumentalizzare significa «assoggettare le funzioni biologiche delle donne ad un indirizzo politico di carattere patriarcale», cioè – si spiega nel report – perpetuare certe pratiche e idee che vedono le donne subordinate agli uomini e che le considerano in modo stereotipato soprattutto a partire dal loro ruolo di madre. Subito dopo si illustra meglio quale è il percorso per uscire da questa visione “patriarcale” del ruolo della donna: riconoscerle i diritti alla salute sessuale e riproduttiva, espressione che per gli organismi internazionali significa contraccezione, sterilizzazione e aborto. Questa è la «chiave per la salute della donna», tiene a precisare il report – altro che lotta ai tumori e alla malattie cardiovascolari – il quale report aggiunge che tali «diritti» abortivi sono ormai sanciti da molti documenti internazionali.

Gli Stati membri, continua il documento di lavoro, devono garantire non solo questi diritti riproduttivi, ma anche quelli inerenti alla pianificazione familiare, all’autodeterminazione della donna sul proprio corpo e alla privacy (altre espressioni per indicare aborto, contraccezione etc.). In particolare si auspica di rendere disponibili le metodiche contraccettive a 225 milioni di donne in tutto il mondo, metodiche attualmente a loro non accessibili, e si invitano tutti gli Stati a «consentire alle ragazze e alla adolescenti incinte di interrompere le gravidanze indesiderate […] in modo che possano terminare la loro formazione scolastica». L’aborto per fini educativi, in buona sostanza. 

Si specifica poi – tramite una circonlocuzione volutamente un po’ fumosa – che sanzionare penalmente l’aborto è «privare le donne di autonomia decisionale», così come permettere al padre di dire la propria nel processo abortivo e al medico di obiettare. Più nel dettaglio si spiega che «sanzionare l’interruzione di gravidanza è uno dei modi più dannosi di strumentalizzare e politicizzare il corpo e la vita delle donne» perché si vuole solo «salvaguardare la loro funzione di agenti riproduttivi». Senza poi contare – continua la relazione – che criminalizzare l’aborto comporta una sua maggiore diffusione, menzogna bella e buona smentita da molti studi. Inoltre, «in alcune situazioni, l’incapacità di tutelare i diritti delle donne alla salute e alla sicurezza personale può costituire un trattamento crudele, inumano o degradante o configurare tortura». Tradotto: non permettere alle donne di abortire significa torturarle. 

É ciò che il Consiglio dei Diritti Umani ha affermato all’inizio di giugno in merito ad una vertenza giudiziaria intercorsa tra una cittadina irlandese, costretta ad espatriare per abortire, e il governo irlandese le cui leggi, non permettendo di abortire sempre e comunque, appaiono all’Onu come disumane e degradanti (clicca qui). Le donne, continua il documento, vengono anche discriminate a motivo del loro orientamento sessuale e della loro “identità di genere” e spesso tale atteggiamento discriminatorio trova fondamento in alcuni principi morali o religiosi. Il report, ovviamente, stigmatizza quelle tesi scientifiche che considerano l’omosessualità e la volontà di “cambiare sesso” come sintomi di disturbi della persona. Va da sé che il Gruppo di lavoro invita tutti gli Stati membri a introdurre la teoria del gender e l’insegnamento delle pratiche contraccettive e abortive in tutte le scuole di ogni ordine e grado.

L’autonomia delle donne è violata anche nel caso in cui l’ordinamento giuridico di uno Stato si permetta di sanzionare la prostituzione, perché la donna deve essere lasciata libera di decidere sul proprio corpo così come più le aggrada. Nella discussione del 17 giugno la dottoressa Frances Raday, membro del Gruppo di lavoro, si è spinta a dire che «sanzionare la prostituzione […] è contrario al diritto internazionale in merito ai diritti umani». Anzi la relazione suggerisce che le forze dell’ordine debbano tutelare queste lavoratrici nei modi più efficaci possibili. Infine, per completare il quadro del politicamente corretto, si dichiara che i cambiamenti climatici possono ledere la salute delle donne. Non bisogna quindi ricorrere a scenari complottistici per comprendere appieno l’espressione “nuovo ordine mondiale”. Questo è il nuovo (dis)ordine mondiale voluto dall’Onu: aborto, contraccezione, omosessualità, teoria del gender, prostituzione diffusi capillarmente in tutti i cinque continenti.

Sara Giromini: la Femen brasiliana convertita | LNBQ


L’ottobre scorso una delle più note femministe anticlericali brasiliane, fotografata nel 2014 su un crocifisso mentre baciava una donna di fronte alla chiesa di Nostra Signora della Calendaria a Rio de Janeiro, aveva chiesto scusa ai cristiani. Ora è tornata a far parlare di sé senza usare mezzi termini, esattamente come quando professava l’opposto, per denunciare le conseguenze devastanti dell’aborto.
Sara Fernanda Giromini, la fondatrice della sezione brasiliana delle Femen nota come “Sara Winter”, ha raccontato la sua storia di fronte al Senato, in seguito alla discussione sull’aborto riaperta a gennaio usando il caso del virus Zika, secondo l’Onu responsabile di alcune malformazioni fetali. L’allarme si era diffuso fino a diventare l’emergenza eccezionale e necessaria a far breccia nell’ordinamento brasiliano antiabortista in modo da far crollare ogni barriera legale all’aborto. Esattamente come avvenne in Italia, quando nel 1976 l’opinione pubblica fu sensibilizzata con una campagna mediatica altamente emotiva sui rischi delle gravidanze delle donne residenti nelle zone di Seveso, in cui la diossina era fuoriuscita da un’azienda chimica. Convinta di poter aiutare le donne a evitare di uccidere il proprio figlio in preda «all’inganno, alla paura o alla solitudine», Giromini, un tempo costretta a prostituirsi e drogarsi, ricevendo molestie sessuali anche dalle donne, aveva poi lanciato un appello: «Da quando ho partorito mio figlio la mia vita ha assunto un nuovo significato». La ragazza, cambiata grazie a un “antifemminista” che le ha voluto «veramente bene», ha spiegato che il risultato di questo incontro ha prodotto una nuova visione e stile di vita, per cui «oggi sono molto più felice».
Per questo, contro la falsità di quella che viene definita una soluzione, “estrema” come piace ripetere a certi pro-choice, ma pur sempre contemplata come tale, l’ex Femen non ha speso tempo per dimostrare che non si può provare che il virus Zika sia associabile alle malformazioni fetali (argomento necessario ma non sufficiente), ma è partita da tutt’altra argomentazione: la condanna all’aborto deve valere anche nel caso in cui il bambino sia effettivamente malato. E, spostando completamente il punto di vista riduttivo con cui si tende a rispondere agli abortisti, ha spiegato che si tratta di un omicidio che «non uccide solo il bambino, ma uccide sua madre». La giovane che aveva raccontato quanto il femminismo in realtà considerasse «le donne come oggetti convenienti e utili allo scopo di infiammare l’odio contro la religione cristiana, l’odio contro gli uomini, l’odio contro la bellezza delle donne, l’odio contro l’equilibrio delle famiglie», anche «facendo da scudo ai pedofili», ha continuato così la sua testimonianza in parlamento: «Non avete idea di cosa significhi vivere con questo senso di colpa e l’incentivo enorme che il movimento femminista produce per facilitare questo crimine».

Poi Giromini ha ricordato quando invano cercò nel movimento femminista «una famiglia, una comunità di mutuo aiuto», finendo solo per trovare persone incapaci di aiutarla quando, incinta e senza un soldo, era bisognosa di uscire da una relazione violenta e abusiva. La sola cosa che le sue “compagne” le seppero dire fu infatti che suo figlio era «un grumo di cellule». Ma se è così non si capisce perché ancora oggi «non dormo di notte, faccio sogni: sogno i pezzi di mio figlio che escono da me e sogno che io provo a respingerli dentro». Eppure le femministe in Brasile vivono e operano costantemente per «legalizzarlo», insieme «alle Ong internazionali che con i loro finanziamenti vogliono cambiare la legge del nostro paese». Sebbene lo scenario nascosto dietro l’apparente unità delle Femen sia la solitudine e la disperazione, con casi di aborti che hanno prodotto «suicidi, depressioni, sindromi post abortive».

Non solo, Giromini ha anche rivelato al Senato che «sono venuta qui a denunciare il fatto che il movimento femminista brasiliano ha un gruppo su Facebook che spinge le donne ad abortire e che si muove per raccogliere fondi e comprare il Cytotec (farmaco che dovrebbe curare l’ulcera, ma che produce contrazioni, ndr). Stavo con loro in cerca di un abbraccio, un aiuto ma la sola cosa che mi hanno dato è il Cytotec. Ho ricevuto le pillole da un medico, un ortopedico, e ho fatto la cosa peggiore che avrei mai potuto fare nella mia via». Ora la neoconvertita usa tutte le sue forze per difendere quello che un tempo odiava, girando le istituzioni e le parrocchie brasiliane: «Non me lo sarei mai immaginata: è solo nella Chiesa che ho trovato persone che aiutano le donne come invece il movimento femminista non ha mai fatto».

Benedetta Frigerio

Fonte http://www.lanuovabq.it/it/articoli-sara-fernanda-giromini-la-femen-brasilianaconvertita-alla-causa-pro-vita-nonostante-zika-16320.htm

Gender all’asilo: i genitori protestano e la bimba viene espulsa | Notizie ProVita

“Mal comune, mezzo gaudio”? L’indottrinamento all’ideologia gender non dilaga solamente in Italia e in Europa.


Il mese scorso una bambina di quattro anni è stata espulsa da una scuola materna di Denver, in Colorado, quando i suoi genitori hanno sollevato perplessità su dei libri letti nella sua classe, che veicolavano l’ideologia gender.

A chi pare che “il gender non esiste” spieghiamo: raccontavano storie di coppie dello stesso sesso e di protagonisti di genere indefinito che si sposavano, per i quali era indifferente mettere l’abito da sposa o da sposo. Non sarà “ideologia gender“, ma è qualcosa che confonde le idee di bambini piccoli nella fase di formazione della loro personalità e di presa di coscienza della loro identità sessuata.I funzionari della scuola hanno spiegato che le storie erano parte del programma di studi anti-discriminazione della scuola, e che non era possibile che i bambini fossero esentati, come avevano chiesto i genitori della piccola in questione.

“Bisogna evitare che i bambini crescano con i pregiudizi”, hanno affermato in una lettera inviata a tutte le famiglie, che venivano invitate a riprendere e approfondire l’argomento anche a casa.

I genitori della piccola hanno spiegato che la bambina cresce in una famiglia bi-razziale, con cultura mussulmana e occidentale. E’ ben predisposta ad accettare le differenze, ma è troppo piccola per porsi il problema di un genere diverso dal sesso biologico. Perché – gli adulti con buon senso – sanno bene che a questa età i bambini al sesso e al genere non ci pensano proprio…

Tra l’altro la bambina un giorno è tornata a casa chiedendo se il padre fosse un uomo o una donna, il che ha indotto i genitori a protestare e la scuola a procedere all’espulsione.

Le autorità hanno fatto presente che gli insegnanti erano stati perfettamente formati in un corso universitario di specializzazione per trattare certi argomenti: l’iniziativa si chiamava Queer Endeavor (“Sforzo queer“), ed era stata intrapresa dall’University del Colorado per 2.500 docenti. Evidentemente, dicono gli ‘esperti’, questi corsi di specializzazione vanno fatti anche per i genitori.

Redazione

http://www.notizieprovita.it/notizie-dal-mondo/gender-allasilo-i-genitori-protestano-e-la-bimba-viene-espulsa/

Un esposto al ministro contro tre corsi | di Andrea Zambrano – Lnbq

  
A seguito dell’episodio di Montevarchi, dove gli alunni di una scuola sono stati portati a forza ad assistere ad una Unione civile in Comune, la commissione Scuola del Comitato Difendiamo i nostri figli, che ha promosso il Family Day, si è attivata presso il Ministero della Pubblica Istruzione e della Ricerca, inoltrando, le segnalazioni da parte di genitori e docenti riguardo percorsi educativi non condivisi e dai contenuti ritenuti non idonei o equivoci. 

Secondo il portavoce Massimo Gandolfini «tali percorsi risultano spesso proposti senza l’adeguata preventiva informazione dei genitori e il loro preventivo consenso – atti previsti dalla normativa vigente e richiamati dalle recenti Circolari Ministeriali. Abbiamo inoltre fatto pervenire al Ministero della Pubblica Istruzione anche le critiche pedagogiche – elaborate da vari esperti – ad alcuni “macro progetti” che stanno coinvolgendo diverse scuole italiane su iniziativa di Soggetti pubblici e privati extrascolastici, spesso senza adeguata informazione dei genitori».

I progetti monitorati dal Comitato sono i cosiddetti percorsi educativi dal titolo “W L’Amore”, “In Vitro” e il percorso teatrale “Fa’ Afafine”. Si tratta di tre progetti che nei mesi scorsi hanno suscitato più di una perplessità, se non aperta ostilità da parte dei genitori che se li sono ritrovati come vera e propria materia da studiare in classe. 

Fa’ Afafine racconta ad esempio di «Alex (che) ha sempre le idee chiare su ciò che vuole essere: i giorni pari è maschio e i dispari è femmina». W L’amore invece, inizialmente diffuso in Emilia Romagna grazie anche al contributo dell’Asl locale, si prefiggeva di insegnare il sesso ai ragazzi approdando anche alla possibilità dell’aborto come una delle opzioni.

«Sulla spinta del Family day e con il grande consenso che centinaia di migliaia di famiglie ci hanno dato, confermo il mio personale impegno – ha proseguito Gandolfini – sui temi dell’educazione dei bambini nel rispetto della loro identità sessuata e del diritto delle famiglie ad avere piena conoscenza dei programmi educativi della scuola». Che ha auspicato «la necessità che il ministero preda una posizione chiara di condanna rispetto a derive ideologiche di questo genere».

Ma i tre progetti presi in esame dal Comitato, su cui il ministro della Scuola Giannini sarà chiamata a dare una risposta, sono soltanto la punta dell’iceberg di un nuovo business, quello dei progetti ideati il più delle volte da militanti di associazioni Lgbt, che grazie all’ambiguità normativa attuale, scaturita anche dal favore con cui nella legge sulla Buona Scuola si guarda a questo tipo di corsi, si propagano corsi di educazione alla gender theory, il più delle volte con la scusa del bullismo omofobico.

L’associazione Pro Vita recentemente ha mappato molti di questi corsi sparsi per tutt’Italia che hanno tutta l’aria di essere un vero e proprio business per i promotori che, grazie ad una pubblicistica ormai fiorente, possono girare in lungo e in largo il Bel Paese, con sicuro guadagno, visto che molte volte sono gli stessi Comuni a finanziare questi corsi. Nel dossier di Pro Vita vengono elencate molte iniziative svolte a scuola.

A Trieste con la lettura del libro l’Acero rosso i piccoli hanno appreso che «si può essere adottati da due mamme o da due papà»; A Bologna lo spettacolo “La bella Rosaspina addormentata”, una delle tappe del progetto arcobaleno rivolto ai bambini di 7 anni che si prefigge lo scopo di andare oltre «le norme e gli stereotipi del maschile e del femminile». Celebre a Roma la lettura al Liceo Giulio Cesare del romanzo “Sei come sei”, che fu oggetto anche di un’interpellanza parlamentare; mentre per i bambini delle scuole dell’infanzia di Roma e degli asili nido nel gennaio 2014 è stato proposto il progetto “La scuola fa la differenza” in cui ai bambini 0-3 veniva spiegata «la pluralità dei modelli familiari e dei ruoli sessuali»; All’istituto comprensivo Coletti di Treviso il progetto “Educazione all’affettività” ha visto la proiezione del film “Le migliori cose del mondo” con scene esplicite di masturbazione mentre a Venezia negli asili nido e nelle scuole comunali sono stati distribuiti i libretti “E con Tango siamo in tre”.

Per gli insegnanti delle medie e delle superiori è in distribuzione un manuale dal titolo “Educare alla diversità a scuola” in cui si avverte che vi è un «modello omofobo di tipo religioso, che considera l’omosessualità un peccato» mentre a Perugia e Città di Castello nel febbraio scorso sono stati distribuiti i libretti dell’Unar con favole gay “Qual è il segreto di papà”. Ma non è finita: questo è solo uno spaccato di una rete ormai che sta letteralmente colonizzando il mondo della scuola statale: a Pontassieve c’è “E.COS. Decostruire per costruire”, mentre a Castelnovo Monti (RE) per gli studenti del liceo Cattaneo sono saliti in cattedra gli attivisti dell’Arcigay con il manuale “SAFER SEX HIV” in cui venivano dati consigli su coime effettuare in sicurezza rapporti anali. A Siena alla Federigo Tozzi i bambini di quinta elementare hanno potuto leggere “Non sono una principessa. Educare al genere attraverso la lettura”; “All Right(s)! Tutti insieme per i diritti, tutti contro la omo-lesbo-transfobia” è stato invece il corso proposto agli studenti di seconda e terza del Meucci di Latina.

Non si sentono da meno nemmeno le parrocchie. A Bari sono stati proposti 25 incontri su “Omofobia: non a casa mia!”, tra i quali: un laboratorio sull’identità di genere svolto nel centro per minori “Mimmo Bianco”; il “Pride game”, gioco da tavola a tematiche LGBTQI con una simulazione ludica dell’organizzazione di un Gay Pride. “Liber* tutt*” invece, con gli asterischi ben marcati, è stato svolto a Massa Carrara nelle scuole di ogni ordine e grado. Come si può vedere ce n’è per ogni gusto. Tranne che per quello dettato da madre natura.

Ringraziamo per l’articolo: La Nuova Bussola Quotidiana 

8 Marzo – Festa del Uonna | Non mazzi di mimose ma cesti di carciofi

 
 Quest’anno vogliamo essere egualitaristi e per la parità di genere, prendendo atto dei desideri dei diritti per tutt*, de* umanitarist* e dell’amore che deve sempre trionfare, facciamo una modesta proposta. 

Aldilà delle autentiche fregnacce che circolano relativamente alla creazione della festa della donna (celebrazione, anniversario, ricorrenza, non si sa più come chiamarla), ci diverte il fatto che fior di esponenti seduti/e in consiglio comunale e rappresentanti di gruppi o movimenti che vantano una radice politico-ideologica di tutt’altra sponda, oggi festeggino la “giornata internazionale della donna”. 

Considerato il clima vigente, nel quale debbono essere rispettate non solo le diversità di sesso – guai! – ma anche di genere e, considerato che non si possono fare discriminazioni sessiste, omofobe, medievali e bigotte, 

DICHIARIAMO UFFICIALMENTE

che da oggi l’8 marzo sarà la festa di tutti i generi (nel caso, visto che vige la libertà, anche dei suoceri, dei consuoceri e dei cognati).
Insomma, se i sostenitori del gender intendono affermare la parità di genere, riteniamo che la festa della donna sia un atto discriminatorio, tale – se la giurisprudenza ci verrà in aiuto, per mezzo della Legge Mancina – da configurarsi al punto di un vero e proprio reato. Quindi da oggi in poi, basta festa delle donne, degli uomini, degli LGBT. L’8 Marzo 2016, sarà ricordato come il grande anno della conquista di tutte le libertà, la libertà di non sapere nemmeno più se uno/una/un* deve festeggiare oppure no. 

È il progresso bellezza!

  
Interessante, la tessera dell’UDI (Unione donne italiane) che nel 2011 dichiarava che “il corpo è mio e non ha prezzo” e adesso invece dare un prezzo al proprio corpo ed ai bambini che vi nascono al suo interno, sarebbe una prova di emancipazione. 

Teoria Gender e presentazione del libro UniSex | A Civitavecchia a cura del Circolo Ordine Futuro

Sabato 5 Marzo, alle ore 17:31, a Civitavecchia presso Viale Guido Baccelli, 204 alla presenza di uno degli autori il Prof. Gianluca Marletta:

Teoria Gender e presentazione del libro UniSex | A Civitavecchia a cura del Circolo Ordine Futuro

 

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L’attacco alla sessualità, nei suoi generi maschile e femminile, rappresenta oggi il più sconcertante tentativo di manipolazione dell’essere umano mai tentato nella storia.
Promossa grazie all’imponente contributo economico e politico delle più potenti lobby dell’Occidente, questa vera e propria “mutazione antropologica” viene oggi imposta attraverso i media, la cultura, lo spettacolo e le legislazioni. Spariscono addirittura i termini “padre” e “madre”, specifici della famiglia tradizionale, e vengono sostituiti dai più generici “genitore 1” e “genitore 2”, quasi a indicare che la maternità e la paternità non hanno più nulla a che vedere con il genere sessuale.
In questo saggio (alla sua Seconda Edizione Aggiornata) gli autori ripercorrono le tappe più recenti di un processo apparentemente inarrestabile, che sembra invadere ogni aspetto del vivere quotidiano, toccando temi scomodi e drammaticamente attuali:
– dalle origini del genderismo all’affermazione
– dell’omosessualismo;
– dall’omosessualismo alla distruzione delle “identità sessuali”;
– dalla propaganda alla manipolazione dei media;
– dall’attacco ai termini “madre e padre” all’imposizione della “cultura gay” nelle scuole;
– dalle connivenze della politica alla legislazione liberticida e alla repressione del dissenso;
– dagli uteri “in affitto” allo sdoganamento della pedofilia.
Lo scopo del presente libro è pertanto quello di cercare di comprendere perché, al giorno d’oggi, si voglia intervenire per rimodellare l’immagine stessa dell’uomo e della donna, per imporre una concezione ideologica della sessualità, avulsa da qualunque retaggio “naturale”, che scinde psiche e corpo: un processo, questo, che, nella sua inerzia nichilistica tecno-scientifica, è destinato a sfociare nel modello di una “umanità artificiale” totalitariamente mercificata.
Un viaggio inquietante e documentato nei meandri dell’ideologia di genere per risvegliare le coscienze di fronte all’ultima frontiera della manipolazione di massa nel mondo contemporaneo.

Siamo tutti sullo stesso barcone | Ciclo di Conferenze a Roma

Per tutti gli amici di ROMA (e Roma Nord in particolare):
  
Quattro Incontri su temi di assoluta attualità e importanza che si terranno nella Parrocchia Santa Gemma Galgani, via Monte Meta 1, zona Montesacro Alto (Piazza Monte Gennaro). VI aspettiamo!

Gli incontri in programma sono:

– Sabato 16 gennaio, h 18.00: GENDER: un’ideologia in guerra con la realtà (G. Marletta);

– Sabato 20 febbraio, h 18.00: PORNOGRAFIA, ciber-sex e nuove tendenze: impatto sulla mente e sulle relazioni (Alessandra Conti, psichiatra)

– Sabato 19 marzo, h 18.00: I SOCIAL NETWORK: per una connessione responsabile (Josy Cusumano, psicoterapeuta);

– Sabato 16 aprile, h 18.00: LA FABBRICA DEGLI SCHIAVI: mode, ideologie e maniopolazione di massa (G. Marletta).