2 Novembre – La Commemorazione di tutti i fedeli defunti | Alfredo Cattabiani, Calendario

Il giorno successivo, 2 novembre, la Chiesa commemora tutti i defunti secondo un’usanza universale che si riscontra in ogni tradizione e non ha mai avuto, se non nell’Occidente moderno, carattere triste e funebre. Vi è però un paese europeo dove la commemorazione assomiglia a una festa familiare durante la quale i morti sembrano confondersi con i vivi. «In Irlanda» scriveva Yeats «il mondo dei morti non è tanto distante da quello dei vivi. Essi sono a volte così prossimi che le cose del mondo paiono soltanto ombre dell’aldilà.» Per questo motivo il luogo dove si riunivano i clans irlandesi era un vecchio cimitero ancora utilizzato oppure fuori servizio, dove si amministrava la giustizia.

Oggi ancora nelle notti di Ognissanti e dei Morti i cimiteri irlandesi sono un mare di
lumini, quasi a continuare la tradizione celtica del Samuin quando si aprivano le tombe e i morti si mescolavano ai vivi: il sentimento di vicinanza era tale che ogni vivente – si diceva – poteva scendere con loro nel mondo infero all’unica condizione di rimanervi fino al Samuin successivo.
In quei giorni di freddo autunno i Celti portavano nei cimiteri fiori a profusione – forse secchi, forse coltivati in serre – per alludere all’aldilà come paradiso. Usavano anche accatastare teschi perché si pensava che il morto appartenesse, per un certo tempo, a entrambi i regni: per quanto, nessuno poteva dirlo. «Il che gli consentiva, e consentiva in particolare al suo cranio» spiega Margarethe Riemschneider «di profetare a beneficio dei rimasti in vita. Egli poteva inoltre, se riverito, irradiare su di loro certe energie paradisiache… L’ossario con i suoi teschi accatastati è più che una forma di sepoltura. La vicinanza dei teschi – che non sono necessariamente di antenati noti – è tale, come dice Yeats, che la loro ombra dall’aldilà cade sui vivi.» (53) Si sono ritrovate case di ossa in Bretagna, Boemia e Carinzia, tutti paesi celtici nell’antichità.
Durante la veglia funebre si dipingevano i teschi custoditi nell’ossario e si trascorreva la notte bevendo, suonando e cantando in compagnia dei morti. Un’eco sbiadita di quelle veglie si ritrova oggi nella notte di Halloween in Irlanda e negli Stati Uniti, durante la quale i ragazzi si mascherano da scheletri o fantasmi mimando il ritorno dei trapassati sulla terra, e girano di casa in casa chiedendo piccoli tributi e minacciando se non li ottengono di giocare qualche scherzo che consiste nell’imbrattare di sapone le finestre o nell’impiastricciare le vetrine.

In una diversa area culturale, in Messico, le feste di Todos los Santos, che comprendono anche il giorno dei Morti, riflettono tradizioni azteche non dissimili da quelle celtiche. I cimiteri sembrano un prato fiorito a primavera, non c’è tristezza ma gioia nella rievocazione dei parenti e degli amici. Per la festa si confezionano dolci di pane in forma di teschi e scheletri a significare che dai morti, dai «semi sotterrati» rinasce la vita, ovvero che i morti «ci nutrono».


D’altronde, anche nel nostro paese si mangiano ancora le «ossa dei morti» al 2 novembre: così si chiamano in Sicilia quei dolci di mandorla che le pasticcerie vendono dalla vigilia fino a tutto il 2 novembre. Ma l’usanza non è limitata alla Sicilia: in varie altre regioni, dalla Sardegna all’Umbria, si vendono per l’occasione i dolci dei morti.
Che i morti portano la vita è dunque una credenza anche italiana: d’altronde, nella stessa Sicilia si dice che i defunti, nella notte a loro consacrata, rechino doni ai bambini, come la Befana; le mamme raccontano ai figli che i morti abbandonano in quelle ore magiche le loro dimore e scendono a frotte verso le case dei vivi portando loro regalini.
Anche gli Etruschi credevano che i defunti sedessero accanto a loro sul bordo dei sepolcri partecipando al pasto funebre: nelle necropoli vivi e morti erano sempre gli uni alla presenza degli altri, quasi non esistesse un confine tra i due mondi per un tempo determinato.


Se i Celti festeggiavano i morti al 1° novembre, gli antichi Romani dedicavano loro nove giorni di febbraio, durante il passaggio dall’inverno alla primavera, dal vecchio al nuovo anno; e anche quando le Calende di gennaio s’imposero come unico capo d’anno si continuò a onorare gli antenati durante i Parentalia che duravano dal 13 al 21 febbraio.
Le cerimonie consistevano nella parentatio tumulorum, che indicava un servizio funebre prestato alle tombe. Si offrivano sul sepolcro familiare corone di fiori, viole sparse, farina di farro con un grano di sale, pane inzuppato nel vino: parva petunt Manes, i Mani si contentano di poco, scriveva Ovidio.
Il giorno culminante e finale dei Parentalia erano i Feralia (il 21 febbraio) che anticamente cadevano nell’ultimo quarto di luna.
Secondo Varrone «Feralia deriva da inferi, morti, e ferre, portare, perché in quel giorno si portavano i funerei cibi al sepolcro della famiglia da chi aveva il diritto di farlo» (54). Festo invece faceva derivare il nome da ferio, ovvero «ferire» le vittime; ma questa interpretazione non sembra giustificata da nessun sacrificio ricordato in quel giorno (55).
I parentes erano anche ricordati singolarmente nel loro dies natalis, ovvero nel compleanno. I familiari si radunavano intorno al sepolcro del defunto per offrire libagioni o presentare alimenti ai suoi manes e per partecipare al refrigerium, al banchetto funebre.
Anche i cristiani cominciarono a onorare i loro defunti che seppellivano nelle necropoli costruite lungo le vie consolari: ogni morto aveva un loculo scavato nel tufo, dove nella ricorrenza non della nascita ma della morte, che come s’è spiegato rappresentava il vero dies natalis, gli si offriva una messa. Ai tempi di sant’Ignazio di Antiochia e di san Policarpo, nella seconda metà del secolo I, l’usanza era ormai diffusa. La Chiesa però volle frenare quelli che considerava abusi e stabilì che la messa fosse celebrata soltanto sui sepolcri dei martiri; successivamente, nel secolo IV proibì anche i banchetti funebri forse per distinguere la commemorazione cristiana dalla pagana.
Ma alcune usanze sopravvissero a lungo: Prudenzio, che visse a cavallo fra il secolo IV e il V, ricorda le viole e i fiori che si spargevano sui sepolcri, come le libagioni sulle tombe dei cari.
Talvolta, attraverso fori praticati sui coperchi dei sarcofagi si facevano gocciolare latte e miele oppure unguenti preziosi direttamente sulla salma.
Poi con le scorrerie dei barbari le catacombe, che si trovavano fuori della cinta delle mura aureliane, divennero insicure e si cominciò a tumulare i morti all’interno delle città, nelle chiese e lungo i narteci.
La Commemorazione di tutti i defunti nacque invece più tardi, nel cuore del medioevo, a imitazione dei bizantini che celebravano un Ufficio in suffragio di tutti i morti al sabato prima della domenica di Sessagesima, ovvero l’ottava prima di Pasqua, nel periodo compreso tra la fine di gennaio e quella di febbraio: furono i monasteri benedettini a introdurre questa pratica nella Chiesa latina durante il secolo X.


Pochi decenni dopo, nel 998, sant’ Odilone di Cluny ordinò ai cenobi dipendenti dall’abbazia francese di far risuonare le campane con i tradizionali rintocchi funebri dopo i vespri solenni del 1° novembre, annunciando ai monaci che dovevano celebrare in coro l’Ufficio dei defunti. Il giorno seguente tutti i sacerdoti avrebbero offerto al Signore l’eucaristia «pro requie omnium defunctorum». evidente la preoccupazione di cristianizzare le cerimonie celtiche che probabilmente sopravvivevano ancora nelle zone rurali non del tutto evangelizzate.
Il rito si diffuse a poco a poco nei rituali diocesani e in quelli di altri ordini religiosi fino al Trecento prima che Roma l’accogliesse: l’Anniversarium omnium animarum – così si chiamava appare per la prima volta al 2 novembre nell’Ordo romanus del secolo XIV. In quel giorno non si celebrava il concistoro né si predicava durante la messa. La quale aveva e ha la funzione di impetrare la misericordia per i defunti sottolineando la comunione dei santi che unisce la Chiesa orante e militante a quella penante ed espiante nel purgatorio: corpo mistico dove dimorano i beati del cielo, i «viatori» della terra e le anime purganti.
Oggi, dopo la messa, ci si reca nei cimiteri per adornare le tombe di fiori, soprattutto crisantemi (simboli in Oriente, da dove sono giunti, di solarità e dunque di immortalità), e per ricordare con tutta la famiglia i parenti scomparsi. Ma diversamente dagli antichi, viviamo questa giornata all’insegna della mestizia e consideriamo i cimiteri come luoghi lugubri, da non frequentarsi se non nelle occasioni tristemente necessarie. E invece i camposanti dovrebbero tornare ad essere luoghi familiari e ridenti perché contengono le nostre radici, tutti coloro che ci hanno preceduto trasmettendoci non soltanto la vita ma anche il patrimonio di tradizioni, di cultura e di regole morali su cui è fondata la nostra comunità. Per questo motivo la Commemorazione dei defunti non è soltanto una ricorrenza religiosa o un’occasione per rievocare i nostri defunti, ma una vera festa della città. E giustamente nel 1987 il Comune di Torino ha invitato i cittadini ad adornare con i fiori, che l’amministrazione metteva a disposizione gratuitamente, tutte le tombe e ha mandato nei cimiteri la Banda dei Vigili urbani perché con le sue note gioiose sottolineasse anche la valenza civile della Commemorazione. Infine, per spingere i torinesi a passeggiare nei camposanti al di fuori della ricorrenza, ha distribuito gratuitamente una guida del cimitero monumentale, intitolata significativamente Le nostre radici: così è nata una nuova usanza che si dovrebbe estendere a tutte le città italiane. 

Alfredo Cattabiani

CALENDARIO

Le feste, i miti, le leggende e i riti dell’anno

Rusconi Libri

Libro di cui consigliamo vivamente la lettura e quindi l’acquisto. Un libro di carta non potrà mai sostituire una lettura su internet. 

È Natale | Trasmettere il vero senso della festa

  

2005 – Benedetto XVI invita a trasmettere alle giovani generazioni il vero significato della festività, mentre una certa cultura moderna e consumistica tende a far sparire i simboli cristiani dalla celebrazione del Natale.

Città del Vaticano (AsiaNews) – Le mille luci che sotto Natale sfavillano nelle strade e nelle vetrine delle nostre città dovrebbero richiamare alla mente “un’altra luce, invisibile agli occhi, ma non al cuore”, quella della nascita del Bambino. E “mentre una certa cultura moderna e consumistica tende a far sparire i simboli cristiani dalla celebrazione del Natale, sia impegno di tutti cogliere il valore delle tradizioni natalizie, che fanno parte del patrimonio della nostra fede e della nostra cultura, per trasmetterle alle nuove generazioni”. Il vero significato della celebrazione del Natale, di fronte al clamore del consumismo, è stato al centro del discorso che Benedetto XVI ha rivolto ai fedeli presenti in piazza San Pietro per l’ultima udienza prima del Natale.

Il Papa che per difendersi dal freddo pungente di questa mattinata romana ha indossato il camauro, un copricapo di velluto rosso bordato di pelliccia bianca, simile a quello usato dai papi del Rinascimento e, da ultimo, da Giovanni XXIII, ha sottolineato il significato della “luce” nel mistero del Natale. “La festa del Natale – ha detto tra l’altro – coincide, nel nostro emisfero, con i giorni dell’anno nei quali il sole termina la sua parabola discendente e si avvia ad allungare gradualmente il tempo di luce diurna, secondo il ricorrente susseguirsi delle stagioni. Questo ci aiuta a meglio comprendere il tema della luce che sopravanza le tenebre. E’ simbolo evocatore di una realtà che tocca l’intimo dell’uomo: mi riferisco alla luce del bene che vince il male, dell’amore che supera l’odio, della vita che sconfigge la morte. A questa luce interiore, alla luce divina fa pensare il Natale, che torna a riproporci l’annuncio della definitiva vittoria dell’amore di Dio sul peccato e la morte. Per questo motivo, nella Novena del Santo Natale che stiamo facendo, sono numerosi e significativi i richiami alla luce”.

“Il Salvatore atteso dalle genti – ha detto ancora Benedetto XVI – è salutato come “Astro sorgente”, la stella che indica la via e guida gli uomini, viandanti tra le oscurità e i pericoli del mondo, verso la salvezza promessa da Dio e realizzata in Gesù Cristo. Preparandoci a celebrare con gioia la nascita del Salvatore nelle nostre famiglie e nelle nostre comunità ecclesiali, mentre una certa cultura moderna e consumistica tende a far sparire i simboli cristiani dalla celebrazione del Natale, sia impegno di tutti – ha esortato il Papa – cogliere il valore delle tradizioni natalizie, che fanno parte del patrimonio della nostra fede e della nostra cultura, per trasmetterle alle nuove generazioni. In particolare, nel vedere strade e piazze delle città addobbate da luminarie sfolgoranti, ricordiamo che queste luci ci richiamano ad un’altra luce, invisibile agli occhi, ma non al cuore. Mentre le ammiriamo, mentre accendiamo le candele nelle Chiese o l’illuminazione del presepe e dell’albero di Natale nelle case – ha concluso – si apra il nostro animo alla vera luce spirituale recata a tutti gli uomini di buona volontà”. (FP)

21/12/2005

Il Papa: le luci del Natale, un richiamo alla vera Luce

Civitavecchia | Halloween all’Oratorio

  
 Vogliamo sperare che sia solo una disarticolazione organizzativa, oppure uno strano equivoco tra animatore e chi affitta le sale ma la locandina parla chiaro. A quanto sembra quel frullato di consumismo statunitense dell’orrore che è la festa di Halloween, dovrebbe trovar posto presso l’Oratorio di San Gordiano. 
Ci auguriamo un veemente intervento del Parroco o del Vescovo, per evitare una simile coincidenza. Come abbiamo già sottolineato in un articolo pubblicato qualche giorno fa su questo blog, la portata sovversiva, tenebrosa e autenticamente nociva per i più piccoli, di questa ricorrenza reinventata di sana pianta, non deve essere sottostimata e ogni tentativo di infiltrazione deve essere annientato. 

  

FISHFESTA – In soccorso dell’evento passeriniano, scatta il giornalismo embedded di TSM

La redazione ha messo le mani e il naso nella FISHFEST A

A seguito del nostro articolo non si è fatta attendere la “excusatio non petita” e chi ha avuto occhi per vedere, orecchie per sentire e nasi per annusare (l’odore del pesce cucinato) – oltre ai cittadini che giustamente si sono chiesti dove fossero tutte queste mandrie di visitatori – sa perfettamente come sono andate le cose. Giornalismo embedded o meno (per confestma dare uno sguardo al video). 

FISHFESTA: I RISULTATI DELLA PRIMA SETTIMANA DELL’IMPORTANTE EVENTO – ABBIAMO CERCATO COME È NATA QUESTA INIZIATIVA NEI DETTAGLI, TRA DELIBERE COMUNALI E RESOCONTI

  
Fishfesta ha concluso la sua prima settimana di manifestazione presentando un risultato lusinghiero, nonostante tutte le polemiche emerse in questi giorni e diffuse su Internet. Il programma di questo primo week-end intitolato “Alice e i suoi amici” ha previsto un menu di delizie fresche e lavorate, salature, affumicature, essiccature e ricette da tutto il mondo guadagnando così l’attenzione dei visitatori locali e romani che hanno premiato il programma già molto intenso di questo primo appuntamento nonostante l’allerta meteo di sabato che ha causato la sospensione per quella giornata.Venerdì si è cominciato con l’inaugurazione alla quale hanno partecipato i rappresentanti di moltissime attività e associazioni locali, oltre ad un pubblico incuriosito dalla struttura sorta nello spazio al centro di Santa Marinella. Tutti gli interventi hanno sottolineato, oltre al carattere divulgativo dell’iniziativa, miscelato a contenuti divertenti e di intrattenimento, anche la grande attenzione sull’argomento sostenibilità e pesca, anticipando opinioni e sensibilità diverse che vedremo a confronto negli incontri delle prossime settimane. Dopo quanto divulgato dal Centro Studi Aurhelio, abbiamo deciso di chiarire le dinamiche sull’affidamento del progetto. Dagli archivi consultabili presso gli uffici comunali possiamo affermare che il progetto nasce grazie al finanziamento del Fondo Europeo della Pesca (FEP) 2007/2013 della Regione Lazio, basato su fondi dell’Unione Europea, che ha scelto di destinare tramite il GAC Lazio Nord ai comuni rientranti nell’area economica ittica. Su proposta del consigliere Andrea Passerini, la giunta comunale di Santa Marinella ha approvato il progetto “Fishfesta, festival della pesca locale e delle filiere di qualità”, ottenendo quindi la concessione del finanziamento da parte della Regione Lazio.

L’iter amministrativo che ha portato alla realizzazione della manifestazione inizia nel 2014, quando successivamente all’atto di concessione da parte della Regione, il Comune ha attivato le prime procedure di affidamento del servizio.

Nel dicembre 2014 è stato indetto un avviso esplorativo finalizzato a ricevere manifestazioni di interesse e procedere all’individuazione di un soggetto gestore del servizio, riservandosi il Comune, di individuare ed affidare aspiranti idonei, considerata la complessità del programma da realizzare.

Nel maggio 2015 con una nuova deliberazione della giunta comunale, che sostanzialmente approva il progetto tecnico definitivo e affida la gestione delle fasi successivi al segretario generale in qualità di RUP, si decide di indire un’apposita gara d’appalto e procedere quindi alla valutazione delle offerte attraverso una commissione giudicatrice ai sensi del Codice Unico degli Appalti.

I lavori della commissione terminano a fine agosto con l’aggiudicazione definitiva a favore della società No Silence di Roma, leader nell’organizzazione di eventi a livello nazionale. La No Silence, dopo aver ottenuto tutte le dovute autorizzazioni, prima fra tutte il parere paesaggistico all’installazione della tendostruttura, l’OSP e l’autorizzazione dell’ACEA, ha dato forte risalto alla pubblicizzazione dell’evento a livello mediatico ed ha coinvolto volutamente il più ampio numero di esercizi commerciali, aziende e associazioni del territorio santamarinellese.

Dunque, è evidente che certe affermazioni rivolte all’indirizzo del consigliere Andrea Passerini risultano del tutto pretestuose.

Fishfesta vi aspetta dal 16 al 18 ottobre con il week-end intitolato “Il pesce oggi, il pesce ieri, il pesce domani”.

Santa Marinella | FISHFESTA – La solita vetrina per l’impresario Passerini

Occorre innanzitutto sottolinearlo, è una bella iniziativa, si porta dietro però il vizietto della malapolitica e, ci dispiace, molto. Molto perché il ragazzo è in gamba, serio, preparato, educato. Mantiene però in sè, la stramba impostazione mentale che intende far calare dall’alto della propria posizione di vantaggio, della proposte e dei progetti che dovrebbero essere condivisi con la popolazione, le associazioni, con le attività del luogo dove vengono proposte. A dire il vero questa volta, evidentemente memore delle solite critiche che gli rivolgiamo, qualche foglia di fico – per coprire sapientemente le vergogne – è stata messa, male, ma è stata messa.
Programma ricco, assortito, interlocutori di qualità, c’è tutto. Conferenze stampa a Roma, coinvolgimento di professionisti, musicisti, Radio, giornali (che guarda caso non pubblicano mai le critiche che gli vengono rivolte).
Peccato che questa bella festa è una sorta di stazione spaziale calata da Marte, che con il territorio non ha nulla a che spartire.
Sulla scia della ben più nota organizzatrice di feste e spettacoli, la Delegata Befani, anche l’impresario Passerini – novello Torelli de noantri – propone il suo diktat all’intrattenimento, alla promozione del territorio (e Marcozzi?), alla cucina tipica (e i delegati al commercio e alle sagre?). Insomma ci cucina la sua ricetta, su come i santamarinellesi debbono divertirsi, impiegare il loro tempo, essere educati. Una sorta di Delegato all’Etica Paesana.
Del resto lo aveva promesso in campagna elettorale. Tante cose aveva promesso, però l’unica cosa che non gli riesce proprio ad organizzare è la formazione e il coinvolgimento delle associazioni locali ai progetti. Eppure è in gamba, basta andare a spulciare gli archivi della comunità europea (non è difficile), per verificare quanti bei progetti gli siano stati approvati, peccato però che poi i suoi interlocutori sono sempre gli stessi.  I PROGGETTI se li costruisce, se li fa approvare e se li gestisce per conto suo, con qualche aiutino da parte dei suoi Fratelli italiani, salvo poi tenerli fuori dai conti che, a volte – vedi il caso del Festival del Mare e il Teatro del Sorriso – non tornano. Come non tornano, a militare – vista l’emorragia di persone in gamba che se ne vanno dalla sua organizzazione politica – le tante persone che – compresa l’antifona, hanno deciso di approdare su altri lidi. La manodopera no, quella rimane, del resto c’è sempre lavoro con l’impresario Passerini. Impresario di lotta e di governo. Insomma siamo alle solite, l’amministrazione dà in appalto fette di cultura, intrattenimento, enogastronomnia, turismo, marketing territoriale, alle bande che popolano la maggioranza. Santa Marinella, assorta, rimane a guardare …. 

 

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Il Ferragosto e le “catene” commerciali, di Francesco Iacovone

Per Ferragosto abbiamo pensato di proporre un articolo divertente e interessante. Aldilà del finale da animella bella e dal solito Moravia melmoso, fino alle ultime righe è ricco di notizie spunti e riflessioni. 
Ringraziamo l’autore per la gentile concessione. 
 
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Il “sorpasso” delle multinazionali del commercio ai danni di oltre duemila anni di storia. Si, potrei cominciare da qui. Da quel capolavoro di Dino Risi che ha immortalato una capitale quasi lunare dove non trovi un tabacchi aperto e neppure la possibilità di fare una telefonata. Altri tempi, immagini surreali che ritraggono il deserto di Ferragosto degli anni Sessanta e che probabilmente rimarranno uniche e irripetibili.
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Quell’indimenticabile capolavoro, più di ogni altro, è in grado di raccontarci il gomito della storia d’Italia, il passaggio dal mondo paleoindustriale a quello consumistico. Non di poco conto, nel simbolismo di Risi, è la scelta non casuale della Via Aurelia, il percorso lungo il quale la vicenda si snoda, l’arteria consolare che esce da Roma e si dirige pigramente verso le riviere di Fregene e dell’alto Lazio, perché è questa la strada che più di altre nel corso degli anni sessanta ha rappresentato un mito collettivo e generazionale: una strada verso la vacanza, l’evasione, il benessere…
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Credo di aver detto molto sulle aperture dei negozi e centri commerciali nei giorni festivi e, più in generale, sull’impatto che generano gli “shopping park” sulle esistenze dei lavoratori e dei cittadini. Ma sono nato a Roma e si avvicina ferragosto… Implacabilmente i miei pensieri vanno all’origine di questa festa.
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Il termine Ferragosto deriva dalla locuzione latina feriae Augusti (riposo di Augusto) e indica una festività istituita dall’imperatore Augusto nell’8 a.C., per celebrare i raccolti e la fine dei principali lavori agricoli. L’antico Ferragosto, oltre agli evidenti fini di auto-promozione politica, aveva lo scopo di collegare le principali festività agostane per fornire un adeguato periodo di riposo, anche detto Augustali, necessario dopo le grandi fatiche profuse durante le settimane precedenti. Finanche gli animali da tiro, buoi, asini e muli, venivano dispensati dal lavoro e agghindati con fiori. Finanche loro…
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Ferragosto, nonostante nel corso del tempo sia stato trasformato da festa pagana in festa Cristiana dalla capitale Pontificia, non ha mai perso i suoi connotati popolari. Il Ferragosto nei secoli moderni è rafforzato dall’usanza della “scampagnata fori porta” molto spesso arricchita da storie d’ amore e “de cortello”. Insomma, il Ferragosto dei fuochi d’ artificio, del pollo coi peperoni, del cocomero e dei gavettoni.
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Duemila anni di storia rinnegati per decreto, quel decreto del governo Monti noto come “salva Italia”, che sta producendo i suoi effetti nefasti ed evidenziando le sue contraddizioni. Molti italiani trascorreranno anche quest’anno il Ferragosto in un centro commerciale,rinunceranno a duemila anni di storia e a un meritato giorno di festa, ormai preda del capitale.
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Credo fermamente che sia giunta l’ora di riprendiamoci le nostre vite di lavoratori e di cittadini: trascorriamo le feste favorendo la socialità, il riposo, la riflessione, la cultura, lo sport, facciamolo creando le giuste alleanze tra “consumatore inconsapevole” e “lavoratore consumato”. Il modello sociale che ci vogliono imporre attraverso lo sfarzo e le luci dei Centri Commerciali è soltanto un inganno in favore dei profitti delle grandi multinazionali del commercio ed un danno per i lavoratori, i consumatori e la società.
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Personalmente utilizzerò le mie “feriae Augusti” per riposarmi e ricaricare le pile, nel rispetto dell’antica tradizione romana, così da poter essere pronto per una nuova stagione di lotte alla riconquista dei diritti e del salario; per cercare di spezzare, insieme a voi, quelle catene imposte dalle multinazionali del commercio a milioni di donne e di uomini. Magari sotto l’ombrellone leggerò “Scherzi di Ferragosto” di Alberto Moravia (Racconti romani), a voi l’incipit del testo:
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“Tutto mi andava male, quell’estate e, come venne Ferragosto, mi trovai a Roma senza amici, senza donne, senza parenti, solo. Il negozio dove ero commesso era chiuso per le ferie, altrimenti, dalla disperazione, pur di trovare compagnia, mi sarei perfino rassegnato a vendere i saldi estivi, mutande, calze, camicie, tutta roba andante. Così, quella mattina del quindici, quando Torello mi venne a strombettare sotto la finestra e poi mi invitò a andare con lui a Fregene, pensai: ‘E antipatico, anzi è odioso… ma meglio lui che nessuno’ e accettai di buon grado. “
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Ora, provate a immaginare il seguito…

Felice Ferragosto!!

 Francesco Iacovone 

Eid-ul-Fitr: una festa di gioia unica per i musulmani

Eid-ul-Fitr: una festa di gioia unica per i musulmani

Sayyid S.A.Rizvi

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Eid-ul-Fitr è una festa unica. Non è relazionata ad alcun evento storico e non è legata ai cambiamenti delle stagioni o ai cicli dell’agricoltura. Si tratta di una festa in alcun modo collegata alle questioni mondane.

Il suo significato è puramente spirituale. E’ il giorno in cui i musulmani ringraziano Dio per aver dato loro la volontà, la forza e la resistenza per osservare il digiuno ed obbedire ai Suoi comandamenti durante il mese sacro del Ramadan.

Questo giorno, nel mondo islamico, porta gioia e felicità. La gioia non è, tuttavia, per la fine del mese di Ramadan; è la felicità che l’uomo prova dopo aver completato con successo un compito importante.

Per quanto riguarda la fine del mese di Ramadan, le guide religiose islamiche dei primi tempi dell’Islam hanno sempre provato profondo dolore quando esso giungeva alla fine, in quanto ritenevano di esser state private delle benedizioni spirituali contenute nel mese di digiuno.

Per conoscere la reale prospettiva islamica sulla fine del mese di Ramadan, verranno citati alcuni passi tratti da un’invocazione (du’a) dell’Imam Zaynul Abidin (as).

Egli dice: “Tu hai stabilito il mese di Ramadan come uno dei mesi prescelti…; e Tu lo hai distinto fra tutti gli altri mesi, e scelto fra tutte le altre stagioni e periodi; e gli hai dato preferenza fra tutti gli altri momenti dell’anno, inviandovi il Corano e la luce della guida, e l’incremento della fede, e avendovi ordinato l’osservanza del digiuno, e avendoci incoraggiato a rimanere in piedi in preghiera durante la notte, e collocando in esso la gloriosa ‘Notte di Qadr’ che è migliore di mille mesi.”

Pertanto, in conformità con il Tuo comando, abbiamo digiunato nei suoi giorni e, con il Tuo aiuto, ci siamo alzati in preghiera nelle sue notti, presentandoci, per mezzo dei suoi digiuni e preghiere, alla Tua Misericordia che offri per noi.

“E, in verità, questo mese di Ramadan è rimasto tra noi [come] un soggiorno piacevole; e ci ha dato una giusta compagnia; riversando su di noi i più eccellenti benefici nell’universo. Ora si allontana da noi, al termine del suo tempo.

“Pertanto lo salutiamo come abbiamo salutato colui la cui partenza è per noi difficile e ci rattrista, e la cui separazione ci fa sentire soli.”

Poi, rivolgendosi al mese di Ramadan, parlando con un tono affettuoso dice:

Quanto ti abbiamo atteso ieri, e quanto intensa sarà la nostra ansia per te domani. La Pace sia su di te e sulle tue eccellenze delle quali siamo stati privati, e sulle tue benedizioni che non saranno più fra di noi.” 

Queste poche parole rappresentano lo specchio che mostra il vero sentimento islamico verso il mese di Ramadan e le sue benedizioni e benefici spirituali.

Eid-ul-Fitr è collegato a un tale mese di benedizioni, perché è in questo giorno che le severe restrizioni del mese precedente rivengono rimosse. Sfortunatamente, in alcuni posti, questo ripristino delle normali attività viene frainteso come una licenza ad indulgere in attività proibite dall’Islam.

Fortunatamente simile tendenza non è ancora comune, ma simili persone devono comprendere il significato di Eid-ul-Fitr. Le prescrizioni religiose di Eid-ul-Fitr sono designate per ringraziare Iddio che ci ha aiutato a raggiungere l’obiettivo del mese di Ramadan.

Certo, sarebbe un affronto a Dio se qualcuno, dopo averLo ringraziato per il completamento di questo periodo di edificazione spirituale, si recasse immediatamente a peccare contro di Lui!

Se questa persona avesse conosciuto il significato e l’obiettivo di Eid-ul-Fitr, non avrebbe continuato simili attività non islamiche. Eid-ul-Fitr può essere interpretato come una benedizione di tre tipi:

In primo luogo fornisce un’occasione in più ai musulmani per ringraziare Dio e ricordare le Sue benedizioni.

In secondo luogo, esso offre l’occasione di un ‘inventario’ spirituale, dopo il mese di Ramadan. Un musulmano può riflettere adesso sulla forza (o debolezza) della sua forza di volontà; egli può vedere, nello specchio del Ramadan, quali erano i punti forti (o deboli) del suo carattere, perché sotto lo sforzo del digiuno, le qualità nascoste (o i difetti) del carattere umano emergono in modo chiaro come, forse, non sarebbe altrimenti possibile. Così un uomo ha la possibilità di una auto-diagnosi dei tratti del suo carattere che, probabilmente, nessun altro potrebbe mai rilevare.

In terzo luogo, esso ingiunge alle persone benestanti di condividere una porzione di ciò che possiedono con i loro fratelli più poveri. Alla vigilia di Eid-ul-Fitr, un musulmano è tenuto a dare ai bisognosi una porzione di cibo stabilita, a nome suo e di ogni membro della sua famiglia, compresi inservienti e ospiti che hanno trovato riparo sotto il suo tetto in quella notte. Dio sarà certamente compiaciuto se non dimentichiamo queste lezioni dopo Eid-ul-Fitr.

Per inciso, qui la differenza tra la prospettiva religiosa e quella materialista si acuisce. La religione esorta l’uomo a donare, di sua libera volontà, una parte della sua ricchezza a coloro che sono meno fortunati, e a farlo per ottenere la benedizione di Dio. Il materialismo insegna a strappare agli altri ciò che hanno ottenuto, senza alcun riguardo per le questioni morali o etiche che ciò comporta.

Pertanto la religione cerca di rafforzare le più alte qualità del carattere umano; il materialismo si sforza invece di renderlo schiavo degli istinti animali più bassi che lo degradano al livello delle bestie.

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In questo giorno, preghiere speciali si tengono in tutto il mondo, tra l’alba e mezzogiorno, quando i musulmani indossano, in incontri comunitari imponenti, i loro abiti migliori, spalla a spalla, dimostrando a tutti la fratellanza universale, che è un’altra caratteristica distintiva dell’Islam, la religione di Dio.

Cerchiamo di ri-dedicare la nostra vita alla causa dell’umanità, che è il miglior modo per dimostrare il nostro amore per Dio. Decidiamo di indirizzare le nostre energie, nel nuovo anno, a rafforzare la società sulla base del rispetto reciproco, dell’amore fraterno e della comprensione universale.

Decidiamo di costruire, per il nuovo anno, un ordine sociale che porti non solo benefici materiali, ma anche soddisfazione spirituale.

E, alla fine, lasciateci pregare Dio con queste parole:

“O Signore, purificaci dai nostri errori con la fine del mese di Ramadan, e facci abbandonare i nostri peccati quando il nostro digiuno arriva alla fine. E benedicici, in questo giorno di Eid, il giorno della festa e della ‘rottura’ del digiuno; e fa che sia il giorno più bello, tra quelli vissuti, e perdona i nostri peccati conosciuti e sconosciuti.”

 

Traduzione a cura di Islamshia.org © E’ autorizzata la riproduzione citando la fonte

I nostri maestri| Julius Evola: Che cos’è il Natale?

evola2Vi sono riti e feste, sussistenti ormai solo per consuetudine nel mondo moderno, che si possono paragonare a quei grandi massi che il movimento delle morene di antichi ghiacciai ha trasportato dalla vastità del mondo delle vette giù, fin verso le pianure. 

Tali sono, ad esempio, le ricorrenze che come Natale ed anno nuovo rivestono oggi prevalentemente il carattere di una festa familiare borghese, mentre esse sono ritrovabili già nella preistoria e in molti popoli con un ben diverso sfondo, compenetrate da un significato cosmico e universale. Di solito, passa inosservato il fatto che la data del Natale non è convenzionale e dovuto solo ad una particolare tradizione religiosa, ma è determinata da una situazione astronomica precisa: è la data del solstizio d’inverno.

E proprio il significato che nelle origini ebbe questo solstizio andò a definire, attraverso un adeguato simbolismo, la festa corrispondente. Si tratta, tuttavia, di un significato che ebbe forte rilievo soprattutto in quei progenitori delle razze indoeuropee, la cui patria originaria si trovava nelle regioni settentrionali e nei quali, in ogni caso, non si era cancellato il ricordo delle ultime fasi del periodo glaciale. In una natura minacciata del gelo eterno l’esperienza del corso della luce del sole nell’anno doveva avere un’importanza particolare, e proprio il punto del solstizio d’inverno rivestiva un significato drammatico che lo distinguerà da tutti gli altri punti del corso annuale del sole. Infatti, nel solstizio d’inverno, il sole, essendo giunto nel suo punto più basso dell’eclittica, la luce sembra spegnersi, abbandonare le terre, scendere nell’abisso, mentre ecco che invece essa di nuovo si riprende, si rialza e risplende, quasi come in una rinascita. Un tale punto valse, perciò, nei primordi, come quello della nascita o della rinascita di una divinità solare. 

Nel simbolismo primordiale il segno del sole come “Vita”, “Luce delle Terre”, è anche il segno dell’Uomo. E come nel suo corso annuale il sole muore e rinasce, così anche l’Uomo ha il suo “anno”, muore e risorge. Questo stesso significato fu suggerito, nelle origini, dal solstizio d’inverno, a conferirgli il carattere di un “mistero”. In esso la forza solare discende nella “Terra”, nelle “Acque”, nel “Monte” (ciò in cui, nel punto più basso del suo corso, il sole sembra immergersi), per ritrovare nuova vita. Nel suo rialzarsi, il suo segno si confonde con quello de “l’Albero” che sorge (“l’Albero della Vita” la cui radice è nell’abisso), sia “dell’Uomo cosmico” con le “braccia alzate”,simbolo di resurrezione. Con ciò prende anche inizio un nuovo ciclo, “l’anno nuovo”, la “nuova luce”. Per questo, la data in questione sembra aver coinciso anche con quella dell’inizio dell’anno nuovo (del capodanno). È da notare che anche Roma antica conobbe un “natale solare”: proprio nella stessa data, ripresa successivamente dal cristianesimo, del 24-25 dicembre essa celebrò il Natalis Invicti, o Natalis Solis Invicti (natale del Sole invincibile). 

In ciò si fece valere l’influenza dell’antica tradizione iranica, da tramite avendo fatto il mithracismo, la religione cara ai legionari romani, che per un certo periodo si disputò col cristianesimo il dominio spirituale dell’Occidente. E qui si hanno interessanti implicazioni, estendendosi fino ad una concezione mistica della vittoria e dell’imperium

Come invincibile vale il sole, per il suo ricorrente trionfare sulle tenebre. E tale invincibilità, nell’antico Iran, fu trasferita ad una forza dall’alto, al cosiddetto “hvareno”. Proprio al sole e ad altre entità celesti, questo “hvareno” scenderebbe sui sovrani e sui capi, rendendoli parimenti invincibili e facendo si che i loro soggetti in essi vedessero uomini che erano più che semplici mortali. Ed anche questa particolare concezione prese piede nella Roma imperiale, tanto che sulle sue monete, spesso ci si riferisce al “sole invincibile”, e che gli attributi della forza mistica di vittoria sopra accennata si confusero non di rado con quelli dell’Imperatore.

Tornando al “natale solare” delle origini, si potrebbero rilevare particolari corrispondenze in ciò che ne è sopravvissuto come vestigia, nelle consuetudini della festa moderna. Fra l’altro un’eco offuscata è lo stesso uso popolare di accendere sul tradizionale albero delle luci nella notte di Natale. L’albero, come abbiamo visto, valeva infatti come un simbolo della resurrezione della Luce, di là della minaccia delle notte. Anche i doni che il Natale porta ai bambini costituiscono un’eco remota, un residuo morenico: l’idea primordiale era il dono di luce e di vita che il Sole nuovo, Il “Figlio”, dà agli uomini. Dono da intendersi sia in senso materiale che in senso spirituale. […] 

Avendo ricordato tutto ciò, sarà bene rilevare che batterebbe una strada sbagliata chi volesse veder qui una interpretazione degradante tale da trascurare il significato religioso e spirituale che ha il Natale da noi conosciuto, riportando all’eredità di una religione naturalistica e per ciò primitiva e superstiziosa. […] Una “religione naturalistica” vera e propria non è mai esistita se non nella incomprensione e nella fantasia di una certa scuola di storia delle religioni […] oppure è esistita in qualche tribù di selvaggi fra i più primitivi. L’uomo delle origini di una certa levatura non adorò mai i fenomeni e le forze della natura semplicemente come tali, egli li adorò solo in quanto e per quel tanto che essi valevano per lui come delle manifestazioni del sacro, del divino in genere. […] la natura per lui non era mai “naturale”. […] Essa presentava per lui i caratteri di un “simbolo sensibile del sovrasensibile”. […] Un mondo di una primordiale grandezza, non chiuso in una particolare credenza, che doveva offuscarsi quando quel che vi corrispose assunse un carattere puramente soggettivo e privato, sussistendo soltanto sotto le specie di feste convenute del calendario borghese che valgono soprattutto perché si t ratta di giorni in cui si è dispensati dal lavorare e che al massimo offrono occasioni di socievolezza e di divertimento nella “civiltà dei consumi”.

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Brani tratti dall’articolo Natale solare ed Anno nuovo apparso sul quotidiano Roma del 5 gennaio 1972. Autore: 

Cerchio Fest 2013

 

Tafferugli? Esercizi intellettuali funambolici? MegaFest SuperStress? 

NO, niente di tutto questo: una bella festa comunitaria tra pranzo, pomeriggio di canti e chiacchiere tra camerati, per salutare le festività natalizie ed il nuovo anno di lotta che avremo davanti! 

 

Sabato 28 Dicembre

Cerveteri

 Cerchio Fest – Solstizio Comunitario

Musica, Canti, Vino, Comunità, Gioia, Buon cibo

 

Pranzo solo su prenotazione, scrivere a cerchio2103@gmail.com
(scadenza per la prenotazione il 25 dicembre !!!)

 Suoneranno:

La Vecchia Sezione
+ Dj Set

L’evento si svolgerà alla cantina vinicola Casale Cento Corvi a Cerveteri(Roma),
sulla via Aurelia al km 45,5.

http://casalecentocorvi.biz/web/

https://www.facebook.com/events/335893183219170/