Cittadella | Edizione integrale a cura di AGA Editrice 


Titolo completo: Cittadella. Versione integrale

Autore: Antoine De Saint-Exupery

Anno: 2017

Pagine: 560

Il libro: «Perché io sono innanzi tutto colui che abita. Cittadella, mia dimora, io ti salverò dalle insidie del deserto e ti ornerò di trombe da ogni parte per suonare contro i barbari!».

«Il pensiero di Saint-Exupéry è filosofico, ma è talmente sottomesso al rigore della forma poetica che sfugge ad ogni sistema, e dirige quella difficile operazione che consiste nel conglobare vita e conoscenza in un medesimo atto di creazione. Saint-Exupéry, a differenza di altri scrittori contemporanei che “subiscono” o hanno “subito” il mondo moderno, lo ha “pensato”. È a questo titolo che si è innalzato spesso al livello intellettuale dei più influenti filosofi di questo mezzo secolo, mentre con la stessa disinvoltura dei poeti più grandi penetrava in quell’universo ove il sensibile eccede l’intellegibile»

«Se si considera l’indubbia similitudine concettuale di Cittadella con il Così parlò Zarathustra di Friedrich Nietzsche — entrambi poemi imperniatati sulla figura di un maestro che, con linguaggio poetico e parabolico, istruisce gli uomini indicando loro la via salvifica — è curioso notare come la data di nascita del francese (29 giugno 1900) rasenti la coincidenza con quella della morte del tedesco (25 agosto 1900): volendo giocare con le suggestioni, la si può leggere come una simbolica staffetta, se non un passaggio di testimone, tra un cantore e l’altro, entrambi profeti di una proposizione dell’Uomo nuovo o Uomo rinnovato nell’epoca della desacralizzazione dell’umanità».

[dall’introduzione di Maurizio Murelli]

Io ho bisogno di abitanti nel mio impero | Cittadella – ADSE

  
“Per quelli che sono emigrati nel regno della morte, questo villaggio era come un’arpa, e i muri, gli alberi, le fontane e le case avevano il loro significato. Ogni albero aveva la sua storia, ogni casa le proprie usanze e ogni muro era diverso per via dei suoi segreti. Quando facevi la tua passeggiata era come se componessi un brano musicale, traendo il suono desiderato da ogni tuo passo. Ma il barbaro accampato nel tuo villaggio non sa farlo vibrare. Egli vi si annoia, e, nell’impossibilità di comprendere, abbatte i tuoi muri e distrugge i tuoi oggetti. Per vendetta contro lo strumento di cui non sa servirsi, vi appicca il fuoco, che lo ripaga almeno con un po’ di luce. Dopo di che si scoraggia e sbadiglia. Poiché è necessario conoscere quello che si brucia perché la fiamma sia bella. Così la fiamma del cero acceso davanti al tuo dio. Ma la fiamma stessa della tua casa non dirà nulla al barbaro poiché non è la fiamma d’un sacrificio.

Perciò l’immagine di una generazione installatasi come un’intrusa nel guscio dell’altra mi ossessionava. E mi sembravano essenziali quei riti che nel mio impero obbligavano l’uomo a tramandare o a ricevere la propria eredità. Io ho bisogno di abitanti nel mio impero, non di campeggiatori che non provengono da nessun posto.”

Antoine de Saint-Exupéry, Cittadella

Cittadella | Antoine de Saint Exupèry

  

Un libro bellissimo e misterioso. Un abbozzo di romanzo, contenuto nella famosa valigetta che Antoine de Saint Exupéry – autore dell’indimenticabile Piccolo Principe – portava sempre con sé e dalla quale si separò solo una volta: prima di partire per il suo ultimo volo di guerra, dal quale non sarebbe più tornato. Lo si può leggere mille volte e trovarvi sempre qualcosa di nuovo, di inaspettato, di vero. Leggiamolo, di nuovo.
Così alla sera io cammino a passi lenti tra il mio popolo e tacitamente lo circondo del mio amore. Sono soltanto inquieto per coloro che ardono di una vana luce, per il poeta pieno d’amore per la poesia ma che non scrive il suo poema, per la donna innamorata dell’amore ma che, non sapendo scegliere, non può divenire; tutti pieni di angoscia, poiché sanno che io li potrei guarire di questa angoscia se permettessi loro di fare quell’offerta che esige sacrificio, scelta e dimenticanza dell’universo. Perché il tal fiore esclude innanzi tutto ogni altro fiore. E tuttavia solo a questa condizione esso è bello. Così avviene per l’oggetto dello scambio. E lo stolto che va a rimproverare a quella vecchia il suo ricamo col pretesto che avrebbe potuto tessere qualcos’altro, preferisce dunque il nulla alla creazione. Così cammino e sento salire la preghiera nell’odore dell’accampamento nel quale tutto matura e si forma in silenzio, lentamente, senza quasi che ci si pensi. Il frutto, il ricamo o il fiore, per divenire, è nel tempo che sono immersi.

Durante le mie lunghe passeggiate ho capito che il valore della civiltà del mio impero non riposa sulla qualità dei cibi ma sulla qualità delle esigenze e sul fervore del lavoro. Questo valore non è dato dal possesso, ma dal dono di sé. E’ civilizzato innanzi tutto quell’artigiano che si ricrea nell’oggetto; in compenso egli diviene eterno, in quanto non teme più di morire. Ma quest’altro che si circonda di oggetti di lusso comperati dai mercanti, non ne trae alcun vantaggio se non ha creato nulla, anche se nutre il suo sguardo di cose perfette. Conosco quelle razze imbastardite che non scrivono più i loro poemi ma li leggono, che non coltivano più la loro terra ma si fondano anzitutto sugli schiavi. Contro di loro le sabbie del Sud preparano incessantemente nella loro miseria creatrice le tribù vive che saliranno alla conquista delle loro provviste morte. Non amo chi è sedentario nel cuore. Quelli che non offrono nulla non divengono nulla. La vita non servirà a maturarli, e il tempo per loro fluisce come una manciata di sabbia disperdendoli. Che cosa offrirò a Dio in loro nome?

Da Cittadella di A. de Saint-Exupéry

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70 anni dalla scomparsa di Antoine de Saint-Exupéry

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Per ricordare la scomparsa di Antoine de Saint-Exupéry vi regaliamo un breve estratto dal suo libro Cittadella, una delle opere più belle e significative e piene di insegnamento mai scritte durante il XX secolo. 

Si fonda quello che si fa e basta. E se tu, perseguendo uno scopo, pretenderai di raggiungere un altro diverso dal primo, sarai creduto abile solo da chi è vittima delle parole. Perché quello che tu fondi in fin dei conti, è soltanto ciò a cui tendi in un primo tempo e nient’altro. Fondi quello di cui ti occupi e nient’altro, anche se te ne occupi per combatterlo. Io fondo il mio nemico se gli faccio guerra. Lo plasmo e lo rafforzo. E se ho la vana pretesa di rendere più dura la mia costrizione in vista di libertà future, quello che fondo è la costrizione. Perché non si può fingere con la vita. [..]

Se faccio la guerra per ottenere la pace fondo la guerra. La pace non è uno stato che si possa raggiungere attraverso la guerra. Se credo nella pace conquistata con le armi, quando disarmo muoio. Perché la pace la posso stabilire soltanto se fondo la pace. [..]

 

L’uomo inferiore inventa il disprezzo, perché la sua verità esclude le altre.

Brano tratto da “Cittadella” di Antoine de Saint-Exupery

Quell’anno morì colui che regnava a est del mio impero. Colui che io avevo aspramente combattuto, comprendendo dopo tante lotte che mi appoggiavo a lui come a un muro. Ricordo ancora i nostri incontri. Si piantava nel deserto una tenda color porpora, che rimaneva vuota, e noi ci recavamo entrambi sotto questa, mentre i nostri eserciti restavano separati poiché è pericolosa la mescolanza degli uomini. La folla vive solo nel suo ventre. Tutte le dorature si scrostano. Così essi ci guardavano con invidia e siccome facevano assegnamento sulle loro armi non si lasciavano prendere da una facile commozione. Aveva ragione mio padre quando diceva: <<Non devi incontrare l’uomo in superficie ma al settimo piano della sua anima, del suo cuore e della sua mente. Altrimenti se vi cercherete negli impulsi più volgari, finirete per versare sangue inutilmente >>. 

Perciò io l’avevo compreso e lo incontravo disarmato e murato in un triplice bastione di solitudine. Ci sedevamo sulla sabbia, l’uno di fronte all’altra. Non so chi di noi due fosse allora il più potente. Ma in quella solitudine sacra la potenza diveniva moderazione. Poiché le nostre gesta scuotevano il mondo, ma noi le moderavamo. Discutevamo allora di pascoli << Ho venticinque mila bestie che muoiono di sete >>, diceva. << Dalle tue parti è piovuto >>.

Ma io non potevo tollerare che portassero da noi le loro usanze straniere e il dubbio che fa marcire. Come potevo accogliere nelle mie terre quei pastori di un altro universo? E gli rispondevo: << Ho venti-cinque mila bambini che devono imparare le loro preghiere e non quelle altrui, perché altrimenti non avranno forma…>>. E le armi decidevano le controversie tra i nostri popoli.  Noi eravamo simili a due maree che vanno e vengono. E se nessuno di noi avanzava, benché premessimo con tutte le nostre forze contro l’avversario, ciò significava che eravamo all’apogeo, avendo rafforzato il nostro nemico con la sua sconfitta. << Tu mi hai vinto, perciò sono io il più forte>>.  

Non che io disprezzassi la sua grandezza, né i giardini pensili della sua capitale, né i profumi dei suoi mercanti, né la fine oreficeria dei suoi cesellatori, né le sue grandi dighe per le acque. L’uomo inferiore inventa il disprezzo, perché la sua verità esclude le altre.

Ma noi che sapevamo ce le verità coesistono, non pensavamo certo di sminuirci riconoscendo quella dell’altro, benché essa fosse il nostro errore. Il melo, che io sappia, non disprezza la vite, né la palma il cedro. Ognuno si aggrappa al più forte, ma non confonde le proprie radici. E salva così la sua forma e la sua essenza poiché si tratta di un capitale inestimabile che non si deve imbastardire. 

Io ho bisogno di abitanti nel mio impero, non di campeggiatori che non provengono da nessun posto

552380_446777208692205_339434465_n<< Per quelli che sono emigrati nel regno della morte, questo villaggio era come un’arpa, e i muri, gli alberi, le fontane e le case avevano il loro significato. Ogni albero aveva la sua storia, ogni casa le proprie usanze e ogni muro era diverso per via dei suoi segreti. Quando facevi la tua passeggiata era come se componessi un brano musicale, traendo il suono desiderato da ogni tuo passo. Ma il barbaro accampato nel tuo villaggio non sa farlo vibrare. Egli vi si annoia, e, nell’impossibilità di comprendere, abbatte i tuoi muri e distrugge i tuoi oggetti. Per vendetta contro lo strumento di cui non sa servirsi, vi appicca il fuoco, che lo ripaga almeno con un po’ di luce. Dopo di che si scoraggia e sbadiglia. Poiché è necessario conoscere quello che si brucia perché la fiamma sia bella. Così la fiamma del cero acceso davanti al tuo dio. Ma la fiamma stessa della tua casa non dirà nulla al barbaro poiché non è la fiamma d’un sacrificio >>.

Perciò l’immagine di una generazione installatasi come un’intrusa nel guscio dell’altra mi ossessionava. E mi sembravano essenziali quei riti che nel mio impero obbligano l’uomo a tramandare o a ricevere la propria eredità. Io ho bisogno di abitanti nel mio impero, non di campeggiatori che non provengono da nessun posto

Antoine de Saint-Exupéry, Cittadella