Martedì appuntamento al Campo della Memoria


Ieri diversi militanti del Raggruppamento Rsi Delegazione Lazio, provenienti da Roma, Cerveteri e Colleverde, hanno partecipato alla manutenzione straordinaria del Campo della Memoria ed ai preparativi per la Commemorazione del 25 Aprile al Campo della Memoria di Nettuno, che si terrà questo martedì.

Ricordiamo a tutti che la memoria si onora con l’azione. 

Le chiacchiere, sui social network o per strada non servono a nulla, anzi, sono dannose. 

Una poesia, alternativa | Mario M. Merlino

  

Riproponiamo questa poesia di Mario M. Merlino, un manifesto dell’anti-materialismo, una reazione alle tesi progressiste e filo-illuministe, reazione che non è mai in senso puramente negativo, ma è anzi affermazione positiva di ciò che al tempo e allo spazio non è soggetto. Con la sua semplicità rende evidente come il progressismo non faccia altro che materializzare ogni valore, sminuirlo per forza. I “maestri del sospetto”, Marx e Freud, ma anche lo stesso Machiavelli, insomma, tutto il mondo moderno, hanno sostituito gli antichi ed eterni valori con una visione del mondo piatta e materialista. Questo componimento centra la questione e si ripropone di ribaltare nuovamente le cose, ritornando all’essenziale, all’origine: ai valori eterni di Onore e Fedeltà, Lealtà e Giustizia, Sacrificio e Verità. Da Azione tradizionale 
Tu sai che sei nato, Ti hanno detto che morirai

Tu sai di essere giovane, Ti hanno detto che invecchierai

Tu sai cos’è l’amore, Ti hanno detto che è la maschera del sesso

Tu sai cos’è l’amicizia, Ti hanno detto che è l’illusione

Tu sai cosa significa Civiltà, Ti hanno detto che è progresso

Tu sai cos’è la bellezza, Ti hanno detto che è l’estetismo

Tu sai cos’è la libertà, Ti hanno detto che è menefreghismo

Tu sai che cos’è la giustizia, Ti hanno detto che è utopia

Tu sai che è bello lottare, Ti hanno detto che è inutile

Tu sai cos’è l’onore, Ti hanno detto che è ipocrisia

Tu sai che cos’è il coraggio, Ti hanno detto che è pazzia

Tu sai cos’è la fedeltà, Ti hanno detto che è servilismo

Tu sai che cos’è la tempra, Ti hanno detto che è spavalderia

Tu sai che esiste Dio, Ti hanno detto che è morto

Tu sai che cos’è l’eternità, Ti hanno detto che sparirai

Tu sai di essere come me, Ti diranno di cacciarmi

Mario Michele Merlino

L’Azione Tradizionale [Parte 2] | Antonio Medrano

  
Il movimento rivoluzionario-tradizionale*
1) Concepisco un movimento rivoluzionario d’ispirazione tradizionale come una realtà:

– che si accresce come qualcosa di vivente, d’organico: più un corpo, un organismo che una «organizzazione». Qualcosa di molto articolato (forse più di una pluralità di corpi o di organismi che un organismo unico) e anche qualcosa di ricco e dalle possibilità inesauribili;

– dall’orizzonte vasto e dalla visione integrale (che comprende tutti gli aspetti e i piani della vita);

– poggiato sulla Contemplazione, sulla Verità fatta vita (il Logos);

– orientato preferenzialmente verso l’Azione (politica e culturale);

– strutturato sulla base di relazioni personali, viventi e gerarchizzate, di fraternità e di lealtà (struttura di tipo feudale).

2) Non deve collegarsi in modo esclusivo ad una particolare forma tradizionale. Ciò equivarrebbe a precludersi delle possibilità, a limitarsi in senso depauperante e sterilizzante. Per forza di cose una simile attitudine sboccherebbe in posizioni esclusiviste, parziali o superficiali.

3) Le sue caratteristiche dovranno essere l’Unità e la Universalità:

– Unità: fondata sulla coscienza della partecipazione ad una stessa realtà fondamentale.

Unità nella diversità e diversità nella unità. Unità nel principio centrale ispiratore, nel nucleo essenziale; diversità nelle forme di espressione. L’unità deve essere costituita attorno all’idea di Tradizione.

– Universalità: apertura a tutto ciò che è tradizionale. La norma ispiratrice deve essere

quella formulata da Schuon: «Tutto ciò che è tradizionale è nostro». O, formulata diversamente: «niente di ciò che è tradizionale ci è estraneo» (benché questa dichiarazione, logicamente, ammette, ed anche esige, delle sfumature in ogni caso particolare). Dal punto di vista cristiano si potrebbe dire con San Giustino: «Tutto ciò che essi (Platone, gli stoici, i poeti, gli scrittori) hanno insegnato di buono appartiene a noi cristiani», «Il Cristo è il primogenito di Dio, il suo Verbo, del quale tutti gli uomini partecipano (…). Quelli che hanno vissuto secondo il Verbo sono cristiani, anche se passano per atei (…)». L’importante è di ben stabilire il criterio: quel criterio che deve determinare le «affinità elettive», che deve definire l’ortodossia, che deve dire ciò che è accettabile e ciò che è da rigettare, dove si trova l’amico e dove il nemico. E questo criterio è chiaro: la Tradizione universale.

L’attitudine potrebbe definirsi come «tolleranza intransigente»: tolleranza (che è comprensione e partecipazione) per tutto ciò che ha valore universale e tradizionale; intransigenza per tutto ciò che è antitradizionale e prodotto della sovversione moderna.

4) Il movimento tradizionalista-rivoluzionario deve essere animato da un profondo desiderio di integrazione, da una vera vocazione unitaria e universale. In questo movimento si debbono intendere e parlare differenti lingue, tutte quelle, tanto dell’Occidente quanto dell’Oriente, che sono assimilabili dall’uomo occidentale. Esso deve essere un movimento integratore al di là delle frontiere e delle differenze di mentalità: al di sopra anche dei limiti delle diverse formule tradizionali (rispettandole tutte): un movimento integratore di uomini e correnti tradizionali dell’Occidente, e di questo stesso Occidente con la vitalità spirituale dell’Oriente. Una vocazione integratrice che non ha nulla a che vedere con un qualunque «sincretismo» amorfo e antitradizionale.

5) I membri che fanno parte di questa di questa èlite tradizionalista-rivoluzionaria debbono avere un legame effettivo con una tradizione determinata – unico mezzo per sviluppare la propria vita in un quadro sicuro e preciso. Ciascuno deve trovare il posto più appropriato alla propria vocazione e natura, ciò che esige la propria capacità e qualificazione. Questo è il terreno in cui giocano un ruolo primario la libertà e la decisione personale.

6) Per riassumere, un movimento rinnovatore è legittimato da:

– la referenza, come organizzazione, alla Tradizione universale (referenza non solo verbale e concettuale, ma reale, vivente effettiva);

-il collegamento personale dei suoi membri a una forma tradizionale (via tramite la quale perviene alla propria realizzazione e trasformazione personale, la qual cosa non mancherà di avere una incidenza sulla comunità di cui si fa parte).

7) Esigenza di base: il rispetto, l’interesse e la comprensione per le altre tradizioni. Ognuno, se deve avere la propria lingua, dovrebbe comprendere e, se possibile, potersi esprimere in altre lingue, la qual cosa vuol dire conoscerle e apprezzarle nel loro giusto valore. Per poter comprendere qualcuno che parla in modo diverso da noi, bisogna conoscerne la lingua. Conditio sine qua non affinché ciò sia possibile: che ciascuno penetri nelle dimensioni più profonde della propria tradizione, laddove essa coincide con le altre. Non è possibile o è estremamente problematica una intesa o una azione parallela, per esempio, con un mussulmano o un cristiano ancorato agli aspetti più superficiali – certamente rispettabili, ma insufficienti e limitati – del proprio credo. La conoscenza in profondità delle altre tradizioni – altri modi di espressione del Logos eterno – aiuta la conoscenza della propria, e viceversa.

8 ) Un movimento tradizionalista-rivoluzionario dovrà forzatamente assumere, nell’Europa del XX secolo delle forme complesse, elastiche, sottili, molto diversificate (tutto il contrario di una setta o di qualunque tipo di organizzazione di tipo moderno). Bisognerebbe concepirlo come una «federazione» (benché tale termine sia totalmente inadeguato per la sua connotazione contrattuale e inorganica tipicamente moderna) o una sintesi organica di cellule minori dotate di piena autonomia, ciascuna d’essa occupandosi di un settore determinato. Questa «sintesi organica» sarà realizzata dall’alto (partecipazione a una stessa verità) e deve essere continuamente attualizzata attraverso la comunicazione vivente e personale. Questa struttura non sarà che l’applicazione del principio ispiratore dell’Impero e lo schema sarà applicabile su scala internazionale e intertradizionale.

9) Il suo fine, la sua missione: la trasformazione e il rinnovamento del mondo, e, più concretamente, la normalizzazione della cultura occidentale, cosa che non è possibile se non attraverso la restaurazione della Tradizione (contro il disordine e la crisi del mondo moderno). Ciò suppone una profonda rivoluzione nei due sensi dell’espressione: alterazione radicale nel corso delle cose e delle condizioni di vita degli individui e dei popoli da una parte; e il ritorno alle origini, ritorno al punto di partenza (revolvere, ritornare). Una rivoluzione realizzata per mezzo di vie e di procedimenti tradizionali e non per mezzo di tecniche moderne.

Sul piano politico l’obbiettivo – lontano, ma non meno reale e possibile – è la restaurazione dell’Impero, come organismo sacrale che garantisce la esistenza tradizionale e come forma suprema di unità dell’Europa e di tutti i popoli dell’Occidente.

10) L’azione da sviluppare: può prendere diverse forme. Tutto dipende dalla vocazione, preparazione e capacità di ognuno. L’importante è che l’azione che si sviluppa sia accompagnata dall’inevitabile contropartita interiore. Il criterio di base deve essere il seguente: in un mondo di oscurità, illuminare; in un mondo di confusione, chiarificare e discriminare (non aumentare ancor di più la confusione, né lasciarsi coinvolgere in essa); in un mondo caotico e disordinato, apportare ordine e la vera organizzazione. L’azione deve essere d’ordine, fondamentalmente, sottile e di lunga portata e non bisogna cercare effetti immediati, né esterni e quantificabili. L’azione deve consistere, innanzitutto, nella presenza, nell’esempio vivente, nella manifestazione di sé stessi in ogni istante (il Wu-Wei, il «non agire» della tradizione estremo-orientale); e, secondariamente, ma simultaneamente, la diffusione di idee, di principi, di simboli di un modo di essere e di vivere la vita. Cioè, come si vede, è «predicare nel deserto» (perché la civiltà attuale è certamente un deserto spirituale, e, per la sua distruzione della natura, essa prende la strada del deserto fisico); ma si tratta di predicare, prima di farlo con i concetti o le parole, con l’azione, con la vita, con il Verbo fatto carne. Non bisogna preoccuparsi tanto di raccogliere, di ottenere dei risultati esteriori (proselitismo «lotta per il potere», etc.) quanto di seminare, di creare ovunque possibilità di resurrezione e di vita.

L’azione deve essere, d’altra parte, allo stesso modo che la strutturazione del movimento, adattata alle possibilità reali – non solo le possibilità dell’istante presente, quelle che vede l’occhio superficiale, ma le più profonde, le possibilità future di trasformazione – e alle condizioni di ogni luogo e momento. Bisogna, dunque, profittare delle opportunità che offre la Provvidenza.

Antonio Medrano

Da Contributi per il fronte della Tradizione – Heliodromos n°18, Gennaio – Febbraio 1983

Nota: *Il testo qui proposto è una risposta di Antonio Mediano ad una domanda postagli da Georges Gondinet durante una riunione del Cercle des Amis de TOTALITE. La domanda era la seguente: «E’ necessario che una organizzazione di tipo “politico” (una organizzazione che scelga la via dell’azione) si ricolleghi ad una forma tradizionale (Islam, Cristianesimo, etc.) o il semplice riferimento alla Tradizione, all’Idea, basta di per sé a legittimarla?».

Da www.azionetradizionale.com

L’Azione Tradizionale #1 | Antonio Medrano

  
Prima di rispondere alla domanda1, debbo porre delle premesse alla domanda stessa, perché, come dice Landsberg, il quid di una domanda (di un problema) non è tanto nella risposta che ad essa si dà, ma piuttosto nel modo stesso in cui è posta. O, come dice un adagio zen, «la risposta è nella domanda».

a) La via dell’azione non deve e non può limitarsi al solo dominio politico. Essa comprende ogni aspetto della vita ordinaria (per esempio: la professione, l’arte, il pensiero, l’amore e la famiglia, lo sport, etc.). Vi sono forme d’azione meno spettacolari dell’elaborare tesi, dell’affiggere manifesti, dell’organizzare meetings o di mettere bombe, ma che sono molto più autentiche ed efficaci.

b) Una organizzazione di tipo tradizionale deve avere raggi e mezzi d’azione più vasti e sottili di quelli di una semplice organizzazione politica. Alla politica è proprio un ambiente troppo ristretto e dalle possibilità molto limitate (e oggi più che mai). Il «politicismo» (cioè il rifarsi al politico), che è in sé un’anomalia propria al mondo moderno, porta ad aberrazioni e a deviazioni pericolose, che oltre ad essere erronee – o giustamente perché sono erronee – sterilizzano ogni sforzo (esempio: «nazi-maoismo»). Il politicismo pretende di porre i valori politici al sommo della scala dei valori e di avere una visione totale partendo da un aspetto parziale e secondario, com’è il caso della politica (questo fu l’errore di fondo del «totalitarismo» fascista e nazionalsocialista). Al contrario, lo sforzo deve essere diretto verso la conquista di una visione totale, partendo dall’unica visione possibile: il Centro della Vita. Occorre una Rivoluzione integrale che comprenda anche la politica, come aspetto supplementare della vita, ma nella quale essa non sia il fattore decisivo e determinante.

c) L’Azione non può essere separata dalla Contemplazione, dall’«azione interiore» e quest’ultima è impensabile senza il contatto vivente con il Centro (il Logos, il Verbo, il Sole spirituale, il Sacro Cuore o il Tao, il Dharmakaya, il Tathata, Amida per usare la terminologia estremo-orientale). Questo Centro cosmico e spirituale, origine di ogni vita, di ogni verità e di ogni forza.

L’Azione deve essere nutrita, animata, guidata dalla dottrina, dalla Teoria (nel senso etimologico del termine: da theoreo, «contemplazione», vedere il mondo divino) in caso contrario essa nascerebbe già morta. Staccata dall’opera di realizzazione interiore, l’azione non è che confusione, vana agitazione, perdita di tempo e di energie, sterile attivismo e condannata al fallimento; essa si trasforma in una azione falsa, illusoria e, di conseguenza, totalmente inefficace, inoperante (si pensi all’esempio offerto dall’arte moderna o a quello delle numerose organizzazioni politiche che abbiamo conosciuto). «Le azioni che non procedono dall’atto interiore della contemplazione sono dissipazione nel mondo della pura pratica, dell’illusione». (Attilio Mordini).

d) Diffidenza per tutte le «organizzazioni» che sono, per essenza, qualcosa di intrinsecamente disorganizzato: creazioni razionali, fredde, artificiali, senza calore umano e senza luce divina, proprie al mondo desacralizzato e snaturato. Più che nella «organizzazione» – che è qualcosa di «esterno», di stereotipato, di poco solido, effimero e inconsistente (l’esempio più caratteristico è dato dai partiti politici, di qualunque segno siano) – io credo nella comunità vivente e personalizzata, nella fraternità, nell’amicizia; in qualcosa che nasce dall’interiore, vivente e caldo, alimentato dallo spirito. Evola l’ha già detto: non un «partito», ma un «Ordine» i cui vincoli interni siano ispirati, non dal criterio schematizzante dei sistemi organizzativi, ma dal soffio vivificante e rinnovatore dell’«aldilà»: la forza dello Spirito, la presenza del Verbo.

e) E’ sottinteso che quando parlo di «Rivoluzione Tradizionale» o di «Movimento tradizionalista-rivoluzionario», penso sempre ad un movimento integrato da una minoranza, da una vera èlite spirituale. Nella condizione attuale ogni altra cosa sarebbe inconcepibile. E’ anche per questa ragione che si impone l’esclusione della azione politica abituale. Poiché quest’ultima esige il controllo delle masse e ciò vuol dire avere strutture di partito con mezzi economici e propagandistici su vasta scala, cose che non solo ci mancano, ma che non sono compatibili con i principi tradizionali. E’ come se la Provvidenza ci chiudesse una via per aprirne altre più sicure e ricche di possibilità.

Antonio Medrano

Da Contributi per il fronte della Tradizione – Heliodromos n°18, Gennaio – Febbraio 1983

Nota: *Il testo qui proposto è una risposta di Antonio Medrano ad una domanda postagli da Georges Gondinet durante una riunione del Cercle des Amis de TOTALITE. La domanda era la seguente: «E’ necessario che una organizzazione di tipo “politico” (una organizzazione che scelga la via dell’azione) si ricolleghi ad una forma tradizionale (Islam, Cristianesimo, etc.) o il semplice riferimento alla Tradizione, all’Idea, basta di per sé a legittimarla?».

Da www.azionetradizionale.com

Comitato 14 Maggio | Civitavecchia, riqualificato il monumento alle vittime del bombardamento del 1943

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Mercoledì 30 Settembre i volontari del Comitato 14 Maggio, nel proseguire l’attività di salvaguardia e di riqualificazione della zona intorno al Monumento alle Vittime dei Bombardamenti, hanno piantato una decina di gerani nei vasi antistante la Lastra di marmo, di cui ormai le erbacce se ne erano quasi completamente impossessati.   

Grazie anche alla collaborazione dei negozianti della zona, i quali hanno fornito attrezzi per la pulizia, il Comitato ha restituito così il decoro e la dignità a una zona destinata a sprofondare nel degrado ogni qualvolta i riflettori sulla cerimonia ufficiale, volta a ricordare i tragici eventi del 1943, si spegono, gettando l’intera area nel dimenticatoio e trasformandola in pattumiera a cielo aperto.

Sin dalla sua fondazione il Comitato 14 Maggio si è assunto l’incarico, attraverso la cura costante della Lapide commemorativa delle vittime dei bombardamenti,  di  sensibilizzare la cittadinanza, attraverso l’esempio, a onorare la memoria della nostra Città attraverso l’agire concreto e disinteressato, donando parte del suo tempo e risorse senza attendersi nulla in cambio. 

Comitato 14 Maggio

L’esoterismo di René Guénon

di Julius Evolaguénon

Per la serietà e la sicurezza delle vedute, per una preparazione veramente particolare in fatto di tradizioni religiose, miti e simbolismi e specialmente di dottrine orientali, per una costante cura nell’affrontare tutti i dettagli pur mantenendo sempre un punto di vista di sintesi, l’opera del Guénon non è da paragonarsi a quella di altri che hanno trattato problemi consimili.

La posizione del Guénon è una posizione di blocco. Si tratta di accettare o meno un dato sistema di riferimento: ma aderendovi è difficile non seguirlo nelle deduzioni che ne trae.

I vari libri del Guénon obbediscono ad un piano prestabilito, che essi vanno ordinatamente svolgendo, il compito iniziale è puramente negativo e se ne può chiarire il senso come segue. Chiuso nella tenaglia del materialismo, l’Occidente negli ultimi decenni è stato preso da un èmpito confuso verso qualcosa di «altro», non sapendo però giungere che a forme equivoche, superstiziose e inconsistenti le quali, contraffacendo la vera «spiritualità», hanno costituito, alla fine, un pericolo altrettanto reale quanto quello del materialismo contro cui erano partite. È così che ilGuénon, per primo, ha creduto opportuno prendersela con i «neospiritualismi» più in voga, eseguendone una demolizione sistematica e, a nostro avviso, salutare.

Primo a cadere sotto i suoi colpi è stato lo spiritismo. Il suo libro L’Erreur Spirite, del 1923, merita veramente di esser letto, perché in nessun altro si trova una mise au point del genere. Bisogna, a questo proposito, comprendere l’attitudine del Guénon: egli non contesta la realtà dei fatti, ritenendosi anzi fondato ad ammettere molto più di quel che non possa qualsiasi spiritista. Quel che egli afferma, conformandosi all’opinione di chi, come gli Orientali, purtuttavia erano così addentro in fatto di fenomeni psichici – quel che egli afferma è che tali fatti (medianità, ecc.) non hanno nessun valore spirituale; che ogni interesse extrasperimentale per essi è malsano e incentivo di degenerescenza; che l’ipotesi spiritica oltre che arbitraria, è in sé stessa contraddittoria e che è soltanto aberrante la pseudoreligione che in certi ambienti ne deriva. Spiragli oltre il «normale» possono pur aprirsene, ma con ben altri metodi e con ben altra attitudine interiore, se si deve parlare di «spiritualità».

Il secondo colpo cade sulla teosofia anglo-indiana e le sue derivazioni più o meno «occultistiche», per le quali vien proposto il termine di «teosofismo» (Le Théosophisme. Histoire d’une pseudo-réligion, 1921). Il Guénon si dimostra terribilmente informato di tutti i retroscena privati del movimento. Simultaneamente, se pur non sistematicamente (e per questo il primo volume è migliore), egli si dà a mostrare quanto, nel teosofismo, si risolva in una morbosa divagazione di menti confuse, mista a singolari travisamenti di dottrine orientali per opera dei peggiori pregiudizi occidentali. Ed anche qui, come l’antispiritismo del Guénon, non vuol dire filisteismo materialista, ma proprio il contrario, così pure il suo antiteosofismo parte unicamente dal bisogno di difendere certe posizioni e dottrine spirituali e tradizionali a cui lo stesso teosofismo vorrebbe rifarsi, non giungendo invece che a delle contraffazioni più dannose.

Ma l’opera negativa del Guénon non si arresta a tanto. Dopo le velleità «neospiritualiste» ecco che l’intera cultura dell’Occidente diviene l’oggetto dei suoi attacchi (Orient et Occident, 1924;La crise du monde moderne, 1927; ed anche: Introduction générale à l’étude des doctrines hindoues, 1921). Più semplicemente, si tratta di ciò a cui l’Occidente ha dato luogo partendo, ad un dipresso, dall’Umanesimo e dalla Riforma. Guénon non esita a riconoscere la perversione più completa di ogni ordine ragionevole di cose. Per chi voglia seguire il Guénon, qui il terreno comincia a farsi difficile, perché difficile, per i più, è il rendersi conto del punto di riferimento assunto dall’ autore.

Il Guénon sostiene che la causa della crisi del «mondo moderno» risiede principalmente in un perduto contatto con la «realtà metafisica» e nel conseguente estinguersi di tradizioni che avessero il deposito di un corrispondente corpus di principi di valori e di insegnamenti.

Per la comprensione del termine «realtà metafisica» come l’usa Guénon, è d’uopo retrocedere a dottrine «premoderne» e «superare», nell’opinione della moderna filosofia: alla scolastica, per esempio, o a Plotino o alle grandi scuole speculative orientali. Di là da tutto ciò che è spaziale e temporale che è soggetto a cangiamento, che è intriso di particolarità, di individualità e di sensibilità, esisterebbe un mondo di essenze intellettuali, ma non come ipotesi o come astrazione della mente, sibbene come la più reale delle realtà. L’uomo potrebbe «realizzarlo», cioè averne un’esperienza diretta così certa, come quella datagli dai sensi fisici, quando riesca ad elevarsi ad uno stato «soprarazionale» di «intellettualità pura», cioè ad un atto trascendente dell’intelletto scisso da ogni elemento propriamente umano, psicologistico, affettivo-soggettivo e così pure «mistico» e individualistico; ed è in relazione a ciò, e non nel riferimento ad una speculazione filosofica, che viene usato il termine: «metafisico».

Cose, come ognuno vede, tutt’altro che nuove. Ma ilGuénon a priori si dichiara avversario irriducibile di tutto ciò che è «nuovo» e «moderno»; e nell’idea che l’esser «originale» e «personale», anzi che l’esser vera, decida dell’importanza di una dottrina, egli accusa una delle più singolari deviazioni della mentalità contemporanea.

Dal contatto con la «realtà metafisica» l’uomo, come si è detto, ricaverebbe un insieme di principi, che renderebbero possibile una visuale non-umana per considerare e ordinare le cose umane: avrebbe dei punti fermi, da cui per adattazione ai vari piani potrebbero esser dedotti principi per conoscenze particolari e varie, ma sempre ordinate «gerarchicamente» intorno ad un asse unico sovrannaturale. Questo, per il Guénon, sarebbe stato il carattere delle «scienze tradizionali» conosciute negli antichi cicli di cultura, in opposto alle scienze moderne, induttivo-esterioristiche, particolaristiche, prive di un punto unitario di riferimento, incapaci di conoscere oltre che di «sapere», puramente «profane».

D’altra parte, trasportata sul piano dell’azione, la «conoscenza» relativamente alla «realtà metafisica» darebbe dei punti di vista superiori, dei principi per dirigere gli interessi terreni, per inquadrare le attività mondane, per prolungare, insomma, la «vita» in qualcosa che è più che «vita».

E a questa seconda applicazione non va dato un valore puramente ideale o contrappuntistico: ciò che non comincia né finisce nell’elemento «uomo», proietta dei precisi rapporti di distinzione e di «dignità» nelle forme di vita; e così nasce la possibilità di quella «gerarchia», che antiche organizzazioni sociali conobbero: nell’India, nell’Estremo Oriente, anche nei centri paleomediterranei sino a quel medioevo cattolico-feudale al quale il Guénon, rivendica uno speciale significato di valore. Invece che un gioco di forze esterne, sarebbe dunque stata l’azione universale e, diciamo così, «catalittica» della «conoscenza metafisica» a instaurare simili strutture d’ordine sin nella vita concreta e politica.

Per la sua natura non-umana, una tale «conoscenza» avrebbe un carattere universale, di una universalità concreta basata sopra un’esperienza trascendente, ripetiamolo, e non astratta o comunque razionale. E come secondo antiche teorie, la potenza del fuoco esisterebbe sempre e ubiqua, per quanto non si manifesti visibilmente che quando siano presenti dati determinismi e ora sotto questa o quella forma contingente, così pure la conoscenza metafisica avrebbe per sue manifestazioni il corpus degli insegnamenti di varie tradizioni e religioni, varie secondo il tempo e il luogo, ma pure riconducibili all’«invariante» di una Tradizione unica o «primordiale», espressione, questa, da prendersi però non in senso temporale e storico, ma in senso metafisico e spirituale.

Dall’Umanesimo in poi, il Guénon vede costituirsi una cultura «involutiva» in quanto basata unicamente sull’«umano». Sono le facoltà razionali che prendono il posto dell’«intellettualità pura»: l’astrazione filosofica si sostituisce alla conoscenza metafisica, l’immanenza alla trascendenza, l’individuale all’universale, il movimento alla stabilità, l’antitradizione alla tradizione. Simultaneamente il polo materiale e pratico della vita si ipertrofizza, si ispessisce, prende la mano su tutto il resto. Nuove manifestazioni dell’«umano», il moralismo, il sentimentalismo, l’esaltazione dell’«io», dell’incomposto agitarsi (attivismo), della tensione senza luce («volontarismo») balenano dappertutto nel mondo moderno, fra una completa mancanza di «principi», fra un caos sociale e ideologico, fra una contaminazione mistica della «vita» e del «divenire» che batte il ritmo ad una specie di corsa verso l’abisso, sotto il cielo arimànico di una grandiosità puramente meccanica e materialistica. E dall’Europa il male si estende altrove come una nuovissima barbarie: l’antitradizione insinua dappertutto il suostandard of living, «modernizzando» quelle civiltà che, come l’Islam, l’India e la Cina, sia pure in lontani riflessi ancora conservano valori dell’altro ordine. Onde – giustamente, a parer nostro – il Guénon dice contro Massis che, se mai, non di un «pericolo orientale» per l’Occidente, bensì di un «pericolo occidentale» per l’Oriente si deve parlare. E gli scatti di reazione, si è visto già dove conducono, in Occidente: sono le deviazioni neospiritualistiche e spiritistiche che esse stesse, riflettono la tirannia delle facoltà infraintellettuali e l’incomprensione per una realtà che si può esser talvolta mostrata, per spiragli luciferinamente socchiusi. E quand’anche non si tratti di teosofismi, spiritismi e simili, la stessa riviviscenza cristiana in sette e in «ritorni» è la più lontana di tutto dal senso di quel severo contenuto di conoscenza ascetica e simbolica, che attraverso il cristianesimo, potrebbe condurre ad un rinnovato contatto con la «realtà metafisica» e con la «Tradizione», al titolo di una liberazione e di una reintegrazione dell’io.

Il panorama dell’«età moderna» si presenta dunque al Guénon in modo non troppo luminoso. Né egli ammette transazioni: dice no allo spirito occidentale preso in blocco e dubita che si sia ancora in tempo per arrestare la corsa che forse già precipita verso un epilogo di catastrofe. Ad ogni modo, a ciò si richiederebbe anzitutto formare delle élites, nelle quali si ridesti il senso della realtà metafisica. Ma fra queste élites (che, fra l’altro, potrebbero già esistere, più o meno fra le quinte) e le grandi masse della società moderna, come si può pensare che si stabilisca una comunicazione? E allora, anche fatto questo passo, la «Tradizione», in senso grande, non resterebbe nuovamente un problema?

Il tentativo di partire da una delle tradizioni ancora esistenti e da là procedere per «integrazione», forse avrebbe migliori possibilità. A questo riguardo, lo sguardo del Guénon si è portato sul cattolicesimo. Egli, come si è detto, ritiene che, più di ogni altra, la tradizione cattolica abbia avuto in Occidente il deposito della «Tradizione primordiale»: deposito anzitutto ricevuto in una forma religiosa e poi, al giorno d’oggi, passato allo «stato latente» come corpo disimboli e di dottrine, nella cui comprensione non entra ormai niente più di metafisico. Occorrerebbe invece che nel cattolicesimo si formasse una élite capace di tanto; e alla reintegrazione, secondo il Guénon, potrebbe servire la conoscenza di dottrine orientali che, come quella vedantina di cui il Guénon ha dato una buona esposizione: L’homme et son devenir selon le Vedanta, 1925, conserverebbero tuttora l’insegnamento «ortodosso» in una forma più pura e più metafisica. Allora il cattolicesimo potrebbe rianimarsi e costituirsi come un principio positivo contro la crisi del mondo moderno.

Quanto siano chimeriche speranze del genere, qui non staremo a rilevarlo: e il Guénon lascia quasi comprendere una certa sua delusione dopo certe «esperienze» personali in proposito. Ma, in ogni caso, resterebbe questo problema: sino a che punto lo stesso cattolicesimo, anche così reintegrato, si può pensare che possa riorganizzare nell’unità di una Tradizione universale il mondo moderno? Come «base», non bisogna illudersi: il cattolicesimo ormai è estraneo al centro del mondo moderno: ed anche là dove ancora domina, il suo dominio è tutto in superficie e non impedisce che la direzione principale della vita e degli interessi miri a tutt’altra cosa, sia laica e antitradizionale.

Diciamo di più: la stessa comprensione della realtà metafisica, come il Guénon la presenta, è tale da essere essa stessa in contrasto con lo spirito dell’Occidente non pure post-umanistico, ma altresì classico, nordico-germanico, ellenico; onde il Guénon deve forzatamente vedere una via senza uscita e ridursi ad un verdetto di condanna privo di effetti. Tuttavia ci si può chiedere: il modo con cui il Guénon concepisce il metafisico è forse l’unico possibile e legittimo?

Qui siamo al punto fondamentale ove la cinta di difesa del Guénon lascia una zona scoperta. Si è che il termine di «intellettualità pura» usato dal Guénon per l’organo della «conoscenza metafisica» cela un equivoco, anzi un paralogismo, perché effettivamente esso vuol dire «realizzazione» e ogni «realizzazione» comprende due aspetti, due possibilità che sono: azione e contemplazione. Il Guénon surrettiziamente identifica il punto di vista metafisico con quello in cui la contemplazione domina sull’azione, laddove è di uguale dignità l’altro, in cui l’azione invece domina sulla contemplazione e viene a fornire essa stessa una via e una testimonianza della trascendenza, così come nelle tradizioni di sapienza eroica degli kshatriya(guerrieri) conosciute dallo stesso Oriente, se pure in frequente contrasto con quelle più predominanti dei brahmana, alle quali si rifà l’attitudine del Guénon. Ma dal punto di vista brahmano, l’antitesi con l’Occidente si fa aspra ed irriducibile, perché lo spirito dell’Occidente ha appunto una tradizione essenzialmente guerriera, epperò rivela possibilità di latenti vie di reintegrazione solamente quando gli si vada incontro partendo dai principi e dalla comprensione del metafisico che sono propri ad una sapienza guerriera: e quei valori occidentali, come quelli dell’affermazione individuale, della pluralità, della libera iniziativa e dell’immanenza, più che negazione, apparirebbero come elementi allo stato materiale da elevare ad un piano spirituale, secondo l’anima di una tradizione veramente occidentale, cioè guerriera.

Si può dunque dire che l’opera del Guénon è positiva nella sua parte negativa e negativa nella sua parte positiva, perché qui la sua leva manca del punto d’appoggio necessario per poter agire su quella realtà, su cui vorrebbe agire. È invece comprendendo la radice guerriero-eroica che tuttora sta dietro alle forme oscure del mondo moderno e mostrando per quale via si possa liberarla da tale piano e condurla a riaffermarsi in un ordine superiore – quelle antiche tradizioni, in cui l’Eroe, il Signore e il Re apparivano simultaneamente come portatori di valori e di influenze non-umane potrebbero, a questo proposito, insegnarci più di una cosa – che si può giungere in Occidente a qualcosa, più che ad una sterile negazione, che ne disconosce la fisionomia.

Guénon resta comunque il merito di aver affermata la necessità del ritorno ad un punto di vista «non-umano» nel senso più integrale, chiaro e virilmente ascetico e soprarazionale del termine: giacché questo è il principio, ciò che, anzitutto, importa e senza di cui il problema dello spirito moderno sarebbe condannato a rimanere tale.

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Tratto dalla presentazione del volume Considerazioni sulla Via Iniziatica di René Guénon.

SEGUIRE LA LUCE, SEGUIRE L’ESEMPIO

Un azione virtuosa rimane tale solo in quanto priva di qualsiasi desiderio egoistico e materialistico. Quando la sporchiamo con l’orgoglio, e col desiderio di ricavarne in cambio privilegio, essa svilisce: Azione come rappresentazione del divino, senza scopi meschini, e compiuta unicamente per il raggiungimento del giusto e del vero a beneficio della comunità. Azione impersonale e diretta, azione senza condizionamenti.
Noi non ci poniamo il dubbio su che pensiero gli altri si facciano della nostra azione, in quanto agiamo col cuore, seguendo la via segnata dalla Tradizione. Noi facciamo e siamo quello che pensiamo.

“Se amiamo la virtù solo per il fatto che vien notata, la macchiamo di orgoglio. Noi non siamo più virtuosi nel momento in cui desideriamo che la virtù, che riteniamo aver raggiunto, sia vista e ammirata. Così avviene per tutte le virtù. esse sono belle, dolci, se le amiamo di per sè stesse, se le coltiviamo per il solo piacere di averle raggiunte.
Noi procediamo nella vita senza neanche pensare al fatto che potremmo non essere compresi. I cuori senza complicazioni non immaginano le complicazioni degli altri. I cuori puri non immaginano che altri cuori siano maligni o impuri”
Leon Degrelle