ARTE SOSTANZIALE | Roberto De Lorenzo Meo


Il compito di un’opera d’arte, pur nascendo come l’espressione viva e privilegiata nell’interiorità dell’artista, è quello di parlare al mondo come una vera forza sociale applicando il processo di partecipazione e comunione tra le persone. Ne consegue che l’artista, per svolgere al meglio il suo ruolo, dovrà spersonalizzarsi per entrare in un’esperienza mistica in modo tale da sentirsi vero strumento di quella voce univesale che rimanda all’assoluto. Quand’anche voglia interpretare il reale per riprodurlo in un modo più simbolico e sfuggente, quindi in forme diverse della bellezza classica, l’artista prosegue in qualche modo l’opera creatrice di Dio che ha plasmato il mondo, sebbene l’uomo non possa creare bensì solo produrre.

Nell’arte contemporanea lo spettacolo dell’inatteso ha soppiantato quello della bellezza, inoltre il progresso dell’esibizionismo è troppo spesso legato alla necessità del mercato con le sue pratiche concorrenziali, ogni tipo di installazioni inerti e sovversive riempiono sistematicamente lo spazio delle gallerie e dei musei. Arte supervalutata, sempre piu spesso inserita in lussuosi cataloghi solo per la sua originalità e per il solo motivo di essere inusuale o trasgressiva, e non importa che sia volgare, puerile o un’improvvisata sperimentazione di cattivo gusto. Così nei musei, pubblici e privati di tutto il mondo, sono finite anche tazze del cesso ( come il celebre urinatoio di Duchamp), sono finite uova sode e scatole contenenti…” merda d’artista”… come quelle di Manzoni o le celeberrime tele tagliuzzate di Fontana, sono finiti i sfarzosi sacchi ammuffiti e sbrindellati del Burri.

E’ vero che non si può proibire a chi ama gli escrementi con le loro forme di evacuazione e conservazione di godere dell’arte che si voglia ma credo che spesso dentro a questi fenomeni possa nascondersi solo esibizionismo, inganno, trasgressione, allucinazione, fantasie maniacali, feticismi, assenza di valori e si sarebbe potuto aggiungere anti-accademismo, ma ormai molti critici e docenti accolgono il kitsch nel campo dell’arte proprio come genialità sregolata. Pablo Picasso rivelò di essersi arricchito anche spacciando per bello ogni schiribizzo che gli passava per la testa.

Le nuove tendenze, evitando di rinchiudersi nel passato, si aprono al progresso in una degenerata idolatria del nuovo e nella dissacrazione dell’antico. I geni dell’arte educati nella tradizione hanno saputo guardare avanti, adottando nuovi stili e creando nuovi contenuti facendo si che però il passato non fosse svanito nel nulla, ma inglobato nel presente sia sopravvissuto senza essere semplicemente sostituito.

In una fase storica come la nostra dove, nella fluidità anarcoide del relativismo progressista, prevarica la materia sullo spirito e le sensazioni sulla ragione, l’obiettivo è quello di reagire, di opporsi e di non adeguarsi, ripristinando regole e ridefinendo giudizi. Nella situazione attuale bisogna riconsiderare la tradizione, osservare le sue forme e i suoi contenuti e vedere quanto sia in grado di parlarci. Diventa opportuno applicare una vera ARTE SOSTANZIALE, che nella piena libertà di inventare cose nuove affondi le radici nella tradizione senza divenire il risultato meccanico della storia. Per far si che avvenga questo è fondamentale riappropriarsi del concetto di bellezza, una bellezza che deve essere assaporata soprattutto nel contenuto di un opera, ma anche nella sua estetica, intesa come perfezione armonica e solare di forme e proporzioni, pur considerando che un concetto di bellezza a volte implica un processo razionale e un’approfondita conoscenza affinchè la sensibilità acquisita possa creare i presupposti per veicolare la propria percezione verso una chiara e meditata contemplazione. Nella società della globalizzazione dove l’appellativo di arte si può attribuire al tutto e al nulla, una preponderante offesa al pudore pretende di essere chiamata arte illuminando la visione dell’osservatore attraverso i canali video in una fatale distrazione.

Balletti di procaci ancheggiatrici lap-danciste, calendari erotici, film pornografici o volgari pitture e sculture di genitali ne fanno un uso scorretto, esasperato, surreale, psicopatologico e falsificante dell’erotismo.

Mentre un espressione artistica Sostanziale tenderebbe ad innalzare il corpo, il nudo, il piacere, il sesso, solo in un contesto morale arricchente, cosi’ che la sua carica seduttiva non comprometta i valori morali. L’eros, lungi dall’essere una concupiscenza, liberato dalle sue ossessioni e’ una rifioritura dello spirito.

Senza mistica l’eros si deteriora in morbosita’ sessuale ed ecco che impudiche esibizioni della sessualita’ e del corpo sono contrabbandate sotto la forma di arte.

Oggi tutto questo per molti puo’ essere una follia se si considera che nei programmi televisivi la fanno da padrone in qualita’ di opinionisti transessuali, scambisti, sado-masochisti, porno-star e traditori libertini inneggiando, alla normalita’ delle loro scelte, ma se l’arte è figlia del suo tempo deve essere madre di un tempo migliore e la celeberrima frase di Dostoevskij “la bellezza salverà il mondo” deve essere la struttura portante di una serena consapevolezza.

L’uomo non deve identificarsi troppo in quello che è, ma nella prospettiva futura di un essere migliore, percio’ l’artista, lungi dall’innalzare un monumento al proprio tempo, deve rinunciare a quell’egocentrismo, il quale non farebbe altro che isterilire il suo spirito, e diventare un artista militante, cioe’ un artista che subordini la propria individualita’ all’opera collettiva, per servire un idea morale che abbia una funzione educatrice nel suo tempo.

In questo modo l’artista libera l’arte dagli elementi soggettivi e arbitrari di cui si nutre la borghesia materialista moderna, che nel gusto del bizzarro e dell’eclettico, ignora lo stile, il realismo, la tradizione e difende il brutto spacciandolo per bello ed originale.

L’unico brutto ammesso nell’arte deve essere una bella rappresentazione del brutto in cui questo brutto viene trasformato, trasfigurato, sublimato e redento; quindi accettato.

Ora il male che l’uomo può esprimere nell’arte deve essere qualcosa che sia riconosciuto come tale e che comporti inevitabilmente la sua condanna, cosi’ chè anche ciò che in natura ci potrebbe far provare ribrezzo, nelle riproduzioni artistiche sarebbe tutto contemplato e rivissuto sullo sfondo della bellezza.

L’elemento fondamentale per il raggiungimento di tali obbiettivi è quel meraviglioso strumento chiamato capacità di discernimento, una particolare illuminazione che permette di giudicare la rettitudine delle opere, per meglio districarsi nella giungla delle contraddizioni generate dal caos.

Il discernimento non è una capacità naturale ma la capacità donata dallo spirito che educa il cuore, dandogli quella particolare sensibilità, che la carne per la sua debolezza non possiede.

Occorre quindi uscire dalla prigionia della carne per entrare nella verità della vita secondo lo spirito.

Il Sacro domina tutta la vita umana nei suoi vari aspetti, si pensi alla sacralità dell’amore, della libertà, della coscienza e così alla sacralità dell’arte non a caso i grandi artisti sono chiamati Divi cioè l’abbreviazione di Divini, il grave rischio è di cadere nella mitologia laica del quale Dostoevskij scrive dicendo che chiunque rigetta Dio si inginocchia davanti agli idoli di questo mondo, infatti gli atei non esistono. Se l’uomo si svincola da una potenza divina cade sotto il dominio di altre potenze.

In ultima analisi ritengo importante ricordare come il filosofo Giovanni Gentile ripetè la giusta tripartizione di Hegel secondo cui l’arte, la religione e la filosofia sono i tre modi fondamentali con i quali lo spirito comprende se stesso.

E’ un trinomio inscindibile che fonda le basi nella nostra interiorità.

 a cura di Roberto De Lorenzo (Pittore e Iconografo)

Il restauro religioso come mezzo di trasfigurazione | Una esperienza davanti alla statua della Beata Vergine Maria

“Ecce ancilla Domini, fiat mihi secundum verbum tuum”. Ecco sono l’ancella (schiava) del Signore, avvenga di me secondo la tua parola.

  
Non appena mi venne chiesto di restaurare una statua della Beata Vergine Maria, da tempo abbandonata alle intemperie, nel cimitero di Prima Porta (Roma), ho preso da subito coscienza che l’operazione non poteva essere finalizzata esclusivamente al discreto risultato di una laboriosa attività artigianale. Solo in corso d’opera, la mutata percezione irradiata dagli scritti di S. Luigi Maria Grignon de Montfort ha individuato l’importante traguardo di una profonda trasformazione personale nel superamento della condizione di figlio a quella di Schiavo.
Nel “Trattato della vera devozione a Maria” egli precisa che ci sono due modi di appartenenza ad un’altra persona e di dipendere dalla sua autorità: la semplice servitù e la schiavitù. Con la servitù, un uomo si impegna a servirne un altro durante un certo tempo, con un salario o una ricompensa. Con la schiavitù, un uomo è totalmente dipendente da un altro per tutta la vita e deve servire il suo padrone senza esigere alcun salario nè ricompensa, come se fosse una delle sue bestie sulla quale si ha diritto di vita e di morte; c’è infatti una sostanziale differenza tra un servo e uno schiavo. Un servo non dà al suo padrone tutto ciò che egli è o che ha, o tutto ciò che può acquisire da altri o da se stesso; lo schiavo invece dà al suo padrone tutto se stesso, tutto ciò che possiede e ciò che potrebbe acquisire, senza nessuna eccezione. Il servo esige una paga per i servizi che rende al suo padrone; lo schiavo invece non può chiedere nulla, qualunque sia il suo impegno, l’importanza e la durezza del suo lavoro. Il servo può abbandonare il suo padrone quando vuole, o almeno quando scade il tempo del servizio; lo schiavo invece non ha il diritto di lasciare il suo padrone quando vuole. Il padrone del servo non ha su di lui nessun diritto di vita o di morte, in modo che se lo uccidesse come una delle sue bestie da lavoro commetterebbe un omicidio ingiusto; invece il padrone dello schiavo ha su di lui diritto di vita e di morte, cosicché egli lo può vendere a chi vuole, o ucciderlo, come farebbe con un suo cavallo. Infine, il servo non è a servizio del suo padrone che per un tempo determinato, mentre lo schiavo lo è per sempre. Non c’è nulla tra gli uomini che ci faccia appartenere a un altro più della schiavitù; allo stesso modo tra i cristiani secondo il Montfort non c’è nulla che ci faccia appartenere più completamente a Gesù Cristo e alla sua Santa Madre che la schiavitù volontaria, secondo l’esempio di Gesù Cristo stesso, che ha preso «la condizione di schiavo» per nostro amore, e della Vergine Santa, la quale si è dichiarata serva e schiava del Signore.

 
 

 L’Apostolo si onora del titolo di «servo di Cristo». Vi sono tre specie di schiavitù: la schiavitù di natura, la schiavitù forzata e la schiavitù volontaria. Tutte le creature sono schiave di Dio nel primo modo: «Del signore è la terra e quanto contiene»; i demoni e i dannati lo sono nel secondo modo; i giusti e i santi lo sono nel terzo modo. La schiavitù volontaria è la più perfetta e rende maggior gloria a Dio: essa riguarda il cuore, esige il cuore e si riferisce al Dio del cuore, o della volontà d’amore; con questa schiavitù si compie la scelta di Dio e del suo servizio, al di sopra di ogni cosa, anche quando la natura non lo esige.

Nella Sacra Scrittura i cristiani sono spesso chiamati servi di Cristo. Il termine di servo, secondo la giusta osservazione di un dotto, un tempo significava schiavo, non essendoci ancora dei servi come sono intesi oggi; i padroni erano serviti solo da schiavi o da liberti. Il Catechismo del santo Concilio di Trento, per non lasciar alcun dubbio circa l’essere schiavi di Gesù Cristo, si esprime con un termine che non può essere equivoco e ci chiama mancipia Christi, schiavi di Gesù Cristo. Ciò detto, San Luigi Maria Grignon de Montfort sostiene che si debba, “appartenere a Gesù Cristo e servirlo non solo come dei servitori pagati, ma come degli schiavi per amore, che si danno a causa di un grande amore e si dedicano a servirlo in qualità di schiavi, per il solo onore di appartenergli. Prima del battesimo noi eravamo schiavi del demonio; il battesimo ci ha reso schiavi di Gesù Cristo; per i cristiani è possibile essere: o schiavi del demonio, oppure schiavi di Gesù Cristo. Ciò che affermo di Gesù Cristo in modo assoluto, lo dico della Vergine Santa in modo relativo, avendola Gesù Cristo scelta come compagna indissolubile della propria vita, morte, gloria e potere, in cielo e sulla terra; le ha così dato per grazia, relativamente alla sua Maestà, tutti i diritti e i privilegi che egli possiede per natura”. Dicono i santi: «Tutto ciò che Conviene a Dio per natura, Conviene a Maria per grazia». Dunque, secondo essi, non avendo i due che una medesima volontà e potere, hanno anche gli stessi sudditi, servitori e schiavi. Secondo il pensiero dei santi e di molti Studiosi autorevoli, possiamo dirci e farci schiavi d’amore della Santa Vergine, al fine di esser in tal modo più perfettamente schiavi di Gesù Cristo. La Santa Vergine è il mezzo di cui il Signore si è servito per venire a noi; ed è anche il mezzo di cui noi ci dobbiamo servire per andare a lui; Ella non è come le altre creature, che potrebbero allontanarci piuttosto che avvicinarci a Dio, se ci attacchiamo ad esse; invece la propensione più forte di Maria è di unirci a Gesù Cristo, suo Figlio; e la più forte inclinazione del Figlio è che si vada a lui per mezzo della sua santa Madre; e gli si fa onore e piacere, come lo si farebbe a un re, facendosi schiavo della regina per diventare più perfettamente suo suddito e schiavo.”

Roberto De Lorenzo Meo

  

Arte sostanziale, una prospettiva tradizionale

Il compito di un’opera d’arte, pur nascendo come l’espressione viva e privilegiata nell’interiorità dell’artista, è quello di parlare al mondo come una vera forza sociale applicando il processo di partecipazione e comunione tra le persone. Ne consegue che l’artista, per svolgere al meglio il suo ruolo, dovrà, (al contrario di una concezione specificatamente “modernista”) spersonalizzarsi per entrare in un’esperienza mistica in modo tale da sentirsi vero strumento di quella voce univesale che rimanda all’assoluto. Quand’anche voglia interpretare il reale per riprodurlo in un modo più simbolico e sfuggente, quindi in forme diverse della bellezza classica, l’artista prosegue in qualche modo l’opera creatrice di Dio che ha plasmato il mondo,  sebbene l’uomo non possa creare bensì solo produrre. Nell’arte contemporanea lo spettacolo dell’inatteso ha soppiantato quello della bellezza, inoltre il progresso dell’esibizionismo è troppo spesso legato alla necessità del mercato con le sue pratiche concorrenziali, ogni tipo di installazioni inerti e sovversive riempiono sistematicamente lo spazio delle gallerie e dei musei. Arte supervalutata, sempre piu spesso inserita in lussuosi cataloghi solo per la sua originalità e per il solo motivo di essere inusuale o trasgressiva, e non importa che sia volgare, puerile o un’improvvisata sperimentazione di cattivo gusto. Così nei musei, pubblici e privati di tutto il mondo, sono finite anche tazze del cesso ( come il celebre urinatoio di Duchamp),  sono finite uova sode e scatole contenenti…” merda d’artista”… come quelle di Manzoni o le celeberrime tele tagliuzzate di Fontana, sono finiti i sfarzosi sacchi ammuffiti e sbrindellati del Burri. E’ vero che non si può proibire a chi ama gli escrementi con le loro forme di evacuazione e conservazione di godere dell’arte che si voglia ma credo che spesso dentro a questi fenomeni possa nascondersi solo esibizionismo, inganno, trasgressione, allucinazione, fantasie maniacali, feticismi, assenza di valori e si sarebbe potuto aggiungere anti-accademismo,  ma ormai molti critici e docenti accolgono il kitsch nel campo dell’arte proprio come genialità sregolata. Pablo Picasso rivelò di essersi arricchito anche spacciando per bello ogni schiribizzo che gli passava per la testa. Le nuove tendenze, evitando di rinchiudersi nel passato, si aprono al progresso in una degenerata idolatria del nuovo e nella dissacrazione dell’antico. I geni dell’arte educati nella tradizione hanno saputo guardare avanti, adottando nuovi stili e creando nuovi contenuti facendo si che però il passato non fosse svanito nel nulla, ma inglobato nel presente sia sopravvissuto senza essere semplicemente sostituito. In una fase storica come la nostra dove, nella fluidità anarcoide del relativismo progressista, prevarica la materia sullo spirito e le sensazioni sulla ragione, l’obiettivo è quello di reagire, di opporsi e di non adeguarsi, ripristinando regole e ridefinendo giudizi. Nella situazione attuale bisogna riconsiderare la tradizione, osservare le sue forme e i suoi contenuti e vedere quanto sia in grado di parlarci. Diventa opportuno applicare una vera ARTE SOSTANZIALE, che nella piena libertà di inventare cose nuove affondi le radici nella Tradizione senza divenire il risultato meccanico della storia. Per far si che avvenga questo è fondamentale riappropriarsi del concetto di bellezza, una bellezza che deve essere assaporata soprattutto nel contenuto di un opera, ma anche nella sua estetica, intesa come perfezione armonica e solare di forme e proporzioni, pur considerando che un concetto di bellezza a volte implica un processo razionale e un’approfondita conoscenza affinchè la sensibilità acquisita possa creare i presupposti per veicolare la propria percezione verso una chiara e meditata contemplazione. Nella società della globalizzazione dove l’appellativo di arte si può attribuire al tutto e al nulla, una preponderante offesa al pudore pretende di essere chiamata arte illuminando la visione dell’osservatore attraverso i canali video in una fatale distrazione. Balletti di procaci ancheggiatrici lap-danciste, calendari erotici,  film pornografici o volgari pitture e sculture di genitali ne fanno un uso scorretto, esasperato, surreale, psicopatologico e falsificante dell’erotismo. Mentre un espressione artistica Sostanziale tenderebbe ad innalzare il corpo, il nudo, il piacere, il sesso, solo in un contesto morale arricchente, cosi’ che la sua carica seduttiva non comprometta i valori morali. L’eros, lungi dall’essere una concupiscenza, liberato dalle sue ossessioni e’ una rifioritura dello spirito. Senza mistica l’eros si deteriora in morbosita’ sessuale ed ecco che impudiche esibizioni della sessualita’ e del corpo sono contrabbandate sotto la forma di arte. Oggi tutto questo per molti puo’ essere una follia se si considera che nei programmi televisivi la fanno da padrone in qualita’ di opinionisti  transessuali, scambisti, sado-masochisti, porno-star e traditori libertini inneggiando, alla normalita’ delle loro scelte, ma se “l’arte è figlia del suo tempo”,  deve essere madre di un tempo migliore e la celeberrima frase di Dostoevskij “la bellezza salverà il mondo” deve essere la struttura portante di una serena consapevolezza. L’uomo non deve identificarsi troppo in quello che è, ma nella prospettiva futura di un essere migliore, percio’ l’artista, lungi dall’innalzare un monumento al proprio tempo, deve rinunciare a quell’egocentrismo, il quale non farebbe altro che isterilire il suo spirito, e diventare un artista militante, cioe’ un artista che subordini la propria individualita’ all’opera collettiva, per servire un idea morale che abbia una funzione educatrice nel suo tempo. In questo modo l’artista libera l’arte dagli elementi soggettivi e arbitrari di cui si nutre la borghesia materialista moderna, che nel gusto del bizzarro e dell’eclettico, ignora lo stile, il realismo, la tradizione e difende il brutto spacciandolo per bello ed originale. L’unico brutto ammesso nell’arte deve essere una bella rappresentazione del brutto in cui questo brutto viene trasformato, trasfigurato, sublimato e redento; quindi accettato. Ora il male che l’uomo può esprimere nell’arte deve essere qualcosa che sia riconosciuto come tale e che comporti inevitabilmente la sua condanna, cosi’ chè anche ciò che in natura ci potrebbe far provare ribrezzo, nelle riproduzioni artistiche sarebbe tutto contemplato e rivissuto sullo sfondo della bellezza. L’elemento fondamentale per il raggiungimento di tali obbiettivi è quel meraviglioso strumento chiamato capacità di discernimento, una particolare illuminazione che permette di giudicare la rettitudine delle opere, per meglio districarsi nella giungla delle contraddizioni generate dal caos. Il discernimento non è una capacità naturale ma la capacità donata dallo spirito che educa il cuore, dandogli quella particolare sensibilità, che la carne per la sua debolezza non possiede. Occorre quindi uscire dalla prigionia della carne per entrare nella verità della vita secondo lo Spirito. Il Sacro domina tutta la vita umana nei suoi vari aspetti, si pensi alla sacralità dell’amore, della libertà, della coscienza e così alla sacralità dell’arte non a caso i grandi artisti sono chiamati Divi cioè l’abbreviazione di Divini, il grave rischio è di cadere nella mitologia laica del quale Dostoevskij scrive dicendo che chiunque rigetta Dio si inginocchia davanti agli idoli di questo mondo, infatti gli atei non esistono. Se l’uomo si svincola da una potenza divina cade sotto il dominio di altre potenze. In ultima analisi ritengo importante ricordare come il filosofo Giovanni Gentile ripetè la giusta tripartizione di Hegel secondo cui l’arte, la religione e la filosofia sono i tre modi fondamentali con i quali lo spirito comprende se stesso. E’ un trinomio inscindibile che fonda le basi nella nostra interiorità.

 Roberto De Lorenzo Meo

Eden, un dipinto …..

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I disastri ecologici provocati dallo spadroneggiamento dell’ uomo sulla terra, attraverso l’uso sconsiderato della liberta’, hanno sfigurato il volto alla bellezza del Creato.

Solo avendo gli occhi spirituali aperti, dopo aver superato la mondana mescolanza tra i fantasmi della fantasticheria, possiamo assaporare la dolce nostalgia di quell’antico EDEN che ci apparteneva, dove tutto e’ bello, buono e perfetto, dove le nuvole ondeggianti si formano tra correnti d’aria di varia direzione, avvolgendo le alte vette del Divin Spirito……… da cui deriva ogni Bellezza.

Roberto De Lorenzo Meo

IL VOLTO, di Roberto De Lorenzo Meo

Il Volto, nella sua realtà sostanziale assume la dignità della propria struttura spirituale. Di conseguenza lo Sguardo diventa testimonianza di questo archetipo in quanto, incondizionato dalle cause esteriori al proprio Essere, erompe attraverso la spessa scorza materiale per trasfigurare il Volto, annunciando i misteri del mondo invisibile nella propria somiglianza a Dio. Tuttavia il suo significato diventa negativo quando, in luogo di svelarci l’immagine di Dio, non ci offre niente. In questo caso il Volto diventa MASCHERA. Una Maschera , che nella sua vampiresca  forza oscura, lo imprigiona soffocandone la pura Essenza Interiore, per presentarlo come un espressione raggrinzita del proprio essere.

Nella diabolica follia di questo inganno si svelerà presto o tardi il vuoto di una semplice maschera.

Il Volto

         

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’immagine raffigura il dipinto realizzato dall’autore dell’articolo

Roberto De Lorenzo Meo

Arte sostanziale, una prospettiva tradizionale

Il compito di un’opera d’arte, pur nascendo come l’espressione viva e privilegiata nell’interiorità dell’artista, è quello di parlare al mondo come una vera forza sociale applicando il processo di partecipazione e comunione tra le persone. Ne consegue che l’artista, per svolgere al meglio il suo ruolo, dovrà, (al contrario di una concezione specificatamente “modernista”) spersonalizzarsi per entrare in un’esperienza mistica in modo tale da sentirsi vero strumento di quella voce univesale che rimanda all’assoluto. Quand’anche voglia interpretare il reale per riprodurlo in un modo più simbolico e sfuggente, quindi in forme diverse della bellezza classica, l’artista prosegue in qualche modo l’opera creatrice di Dio che ha plasmato il mondo,  sebbene l’uomo non possa creare bensì solo produrre. Nell’arte contemporanea lo spettacolo dell’inatteso ha soppiantato quello della bellezza, inoltre il progresso dell’esibizionismo è troppo spesso legato alla necessità del mercato con le sue pratiche concorrenziali, ogni tipo di installazioni inerti e sovversive riempiono sistematicamente lo spazio delle gallerie e dei musei. Arte supervalutata, sempre piu spesso inserita in lussuosi cataloghi solo per la sua originalità e per il solo motivo di essere inusuale o trasgressiva, e non importa che sia volgare, puerile o un’improvvisata sperimentazione di cattivo gusto. Così nei musei, pubblici e privati di tutto il mondo, sono finite anche tazze del cesso ( come il celebre urinatoio di Duchamp),  sono finite uova sode e scatole contenenti…” merda d’artista”… come quelle di Manzoni o le celeberrime tele tagliuzzate di Fontana, sono finiti i sfarzosi sacchi ammuffiti e sbrindellati del Burri. E’ vero che non si può proibire a chi ama gli escrementi con le loro forme di evacuazione e conservazione di godere dell’arte che si voglia ma credo che spesso dentro a questi fenomeni possa nascondersi solo esibizionismo, inganno, trasgressione, allucinazione, fantasie maniacali, feticismi, assenza di valori e si sarebbe potuto aggiungere anti-accademismo,  ma ormai molti critici e docenti accolgono il kitsch nel campo dell’arte proprio come genialità sregolata. Pablo Picasso rivelò di essersi arricchito anche spacciando per bello ogni schiribizzo che gli passava per la testa. Le nuove tendenze, evitando di rinchiudersi nel passato, si aprono al progresso in una degenerata idolatria del nuovo e nella dissacrazione dell’antico. I geni dell’arte educati nella tradizione hanno saputo guardare avanti, adottando nuovi stili e creando nuovi contenuti facendo si che però il passato non fosse svanito nel nulla, ma inglobato nel presente sia sopravvissuto senza essere semplicemente sostituito. In una fase storica come la nostra dove, nella fluidità anarcoide del relativismo progressista, prevarica la materia sullo spirito e le sensazioni sulla ragione, l’obiettivo è quello di reagire, di opporsi e di non adeguarsi, ripristinando regole e ridefinendo giudizi. Nella situazione attuale bisogna riconsiderare la tradizione, osservare le sue forme e i suoi contenuti e vedere quanto sia in grado di parlarci. Diventa opportuno applicare una vera ARTE SOSTANZIALE, che nella piena libertà di inventare cose nuove affondi le radici nella Tradizione senza divenire il risultato meccanico della storia. Per far si che avvenga questo è fondamentale riappropriarsi del concetto di bellezza, una bellezza che deve essere assaporata soprattutto nel contenuto di un opera, ma anche nella sua estetica, intesa come perfezione armonica e solare di forme e proporzioni, pur considerando che un concetto di bellezza a volte implica un processo razionale e un’approfondita conoscenza affinchè la sensibilità acquisita possa creare i presupposti per veicolare la propria percezione verso una chiara e meditata contemplazione. Nella società della globalizzazione dove l’appellativo di arte si può attribuire al tutto e al nulla, una preponderante offesa al pudore pretende di essere chiamata arte illuminando la visione dell’osservatore attraverso i canali video in una fatale distrazione. Balletti di procaci ancheggiatrici lap-danciste, calendari erotici,  film pornografici o volgari pitture e sculture di genitali ne fanno un uso scorretto, esasperato, surreale, psicopatologico e falsificante dell’erotismo. Mentre un espressione artistica Sostanziale tenderebbe ad innalzare il corpo, il nudo, il piacere, il sesso, solo in un contesto morale arricchente, cosi’ che la sua carica seduttiva non comprometta i valori morali. L’eros, lungi dall’essere una concupiscenza, liberato dalle sue ossessioni e’ una rifioritura dello spirito. Senza mistica l’eros si deteriora in morbosita’ sessuale ed ecco che impudiche esibizioni della sessualita’ e del corpo sono contrabbandate sotto la forma di arte. Oggi tutto questo per molti puo’ essere una follia se si considera che nei programmi televisivi la fanno da padrone in qualita’ di opinionisti  transessuali, scambisti, sado-masochisti, porno-star e traditori libertini inneggiando, alla normalita’ delle loro scelte, ma se “l’arte è figlia del suo tempo”,  deve essere madre di un tempo migliore e la celeberrima frase di Dostoevskij “la bellezza salverà il mondo” deve essere la struttura portante di una serena consapevolezza. L’uomo non deve identificarsi troppo in quello che è, ma nella prospettiva futura di un essere migliore, percio’ l’artista, lungi dall’innalzare un monumento al proprio tempo, deve rinunciare a quell’egocentrismo, il quale non farebbe altro che isterilire il suo spirito, e diventare un artista militante, cioe’ un artista che subordini la propria individualita’ all’opera collettiva, per servire un idea morale che abbia una funzione educatrice nel suo tempo. In questo modo l’artista libera l’arte dagli elementi soggettivi e arbitrari di cui si nutre la borghesia materialista moderna, che nel gusto del bizzarro e dell’eclettico, ignora lo stile, il realismo, la tradizione e difende il brutto spacciandolo per bello ed originale. L’unico brutto ammesso nell’arte deve essere una bella rappresentazione del brutto in cui questo brutto viene trasformato, trasfigurato, sublimato e redento; quindi accettato. Ora il male che l’uomo può esprimere nell’arte deve essere qualcosa che sia riconosciuto come tale e che comporti inevitabilmente la sua condanna, cosi’ chè anche ciò che in natura ci potrebbe far provare ribrezzo, nelle riproduzioni artistiche sarebbe tutto contemplato e rivissuto sullo sfondo della bellezza. L’elemento fondamentale per il raggiungimento di tali obbiettivi è quel meraviglioso strumento chiamato capacità di discernimento, una particolare illuminazione che permette di giudicare la rettitudine delle opere, per meglio districarsi nella giungla delle contraddizioni generate dal caos. Il discernimento non è una capacità naturale ma la capacità donata dallo spirito che educa il cuore, dandogli quella particolare sensibilità, che la carne per la sua debolezza non possiede. Occorre quindi uscire dalla prigionia della carne per entrare nella verità della vita secondo lo Spirito. Il Sacro domina tutta la vita umana nei suoi vari aspetti, si pensi alla sacralità dell’amore, della libertà, della coscienza e così alla sacralità dell’arte non a caso i grandi artisti sono chiamati Divi cioè l’abbreviazione di Divini, il grave rischio è di cadere nella mitologia laica del quale Dostoevskij scrive dicendo che chiunque rigetta Dio si inginocchia davanti agli idoli di questo mondo, infatti gli atei non esistono. Se l’uomo si svincola da una potenza divina cade sotto il dominio di altre potenze. In ultima analisi ritengo importante ricordare come il filosofo Giovanni Gentile ripetè la giusta tripartizione di Hegel secondo cui l’arte, la religione e la filosofia sono i tre modi fondamentali con i quali lo spirito comprende se stesso. E’ un trinomio inscindibile che fonda le basi nella nostra interiorità.

 Roberto De Lorenzo Meo

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Il museo e lo svilimento dell’arte

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l museo d’arte è un luogo ove vengono conservate ed esposte le opere “ispirate dalle muse”[1]. Nel corso degli ultimi secoli l’interesse e la considerazione verso i musei non ha mai smesso di crescere.

L’apertura continua di nuovi spazi museali, ma soprattutto l’aumento progressivo di visitatori, confermano questa tendenza storica. Le ragioni profonde di tale successo sono da ricercarsi nella capacità dell’istituzione museale di soddisfare alcuni bisogni dell’uomo contemporaneo. In un mondo che produce oggetti privi di valore, fabbricati in serie, l’esperienza di opere autentiche diviene una necessità che solo il museo può appagare. Inoltre il museo soddisfa una certa tendenza della psiche moderna: la mania catalogatrice.

L’atto del catalogare è un’operazione della mente razionale che ha come scopo ultimo il dominio sulla realtà.In questo senso il museo è figlio del pensiero e della mentalità scientifica. Come la scienza pretende di inquadrare il mondo, definendo e classificando ogni fenomeno, così fa il museo con gli oggetti d’arte. Tuttavia ciò che alla mente razionale sfugge è proprio “ciò che non può essere misurato”, ovvero: l’IMPONDERABILE.

L’artista, attraverso i propri mezzi, indaga il profondo ed il sottile delle cose; indaga cioè quella sfera della realtà che non si lascia “addomesticare” dagli strumenti della ragione (ma che può ben essere conosciuta da altre facoltà, come ad esempio l’intuizione poetica)[2]. Il conservatore museale invece, tentando di riportare al misurabile l’enigma dell’arte, ne fraintende la natura ed il fine[3]. Oltretutto, intrappolando le opere entro sale e teche di vetro , “uccide” e “mummifica” quei manufatti.In tal senso l’istituzione museale somiglia ad un cimitero, mentre le teche di vetro e i piedistalli a bare e catafalchi. Persino l’arte più dozzinale, come può essere quella dei cosiddetti graffitisti americani, una volta portata in galleria, muore. Le figurine di un K.Haring, per fare un esempio, significano qualcosa solo sui muri di una metropolitana o di una street newyorkese.

La verità è che fuori dal proprio tempo e contesto un’opera d’arte sbiadisce, perde d’intensità. Proprio come accade a quella spada (katana) che, tolta dalle mani di un samurai, venga messa sotto teca ed illuminata da un neon: chi potrà più intimorire? In realtà ciò che nel museo si perde è l’aura degli oggetti, ossia il loro AUTENTICO valore. Potremmo definire l’aura come “una radiazione invisibile all’occhio” ma percepibile da ciò che in noi è più profondo e sottile. L’aura è come un’aria luminosa che circonda e s’irradia da un oggetto, oppure da un luogo o una persona.

Le forze che animano le forme sono le stesse che producono la loro aura, sono luci.Senza aura ogni cosa appare opaca e spenta, simile ad un cadavere. Ed è questo che viene esposto nei musei: opere sradicate e senz’anima. L’aura però non scompare del tutto, una sua traccia rimane, alcune radiazioni si diffondono ugualmente dal corpo delle opere. Si tratta di “influenze residuali” che non è possibile cancellare finché esiste un’integrità fisica dei manufatti.

Tuttavia accostando all’interno del museo opere di diversi periodi, luoghi ed artefici, le radiazioni di quegli oggetti vengono a sovrapporsi e confondersi. Ne deriva una sorta di caos percettivo che, all’interno della coscienza del visitatore, si traduce in un frastuono simile al vociare di molte persone. Cosicché di quel che ancora di buono si poteva percepire dalle singole opere, poco o nulla si riesce a riceverne. Il rumore di fondo prende il sopravvento. S’aggiungano i tempi rapidi di fruizione – in genere non più di una manciata di secondi per ogni opera – la lettura di futili didascalie, lo scatto sistematico di fotografie “documentaristiche”, quindi la confusione di una galleria brulicante di persone, e l’impresa di svilimento sarà compiuta.

Alla fine del suo tour il visitatore si sentirà saturo di influenze e sensazioni, e al contempo totalmente esausto. Proprio come accade dopo un pomeriggio passato al luna park.

 

Note:

[1] Le muse erano divinità della Grecia antica, abitanti dell’Olimpo, il monte sacro degli Dei. A loro erano consacrate le fonti d’acqua presso le quali si abbeveravano i poeti e gli artisti. Come possiamo notare, si tratta di immagini mitiche che mostrano come, elevandosi sino al livello degli Dei, sia possibile “bere” dalla fonte stessa della realtà.

[2] L’intuizione poetica è quella facoltà interiore che permette di vedere ciò che è invisibile agli occhi fisici ma che esiste comunque in altri “piani” o “regioni” della realtà.

[3] Se l’arte non avesse una realtà differente dal pensiero discorsivo, neppure avrebbe ragione d’esistere; per cui, tentare di tradurre in concetti un’opera d’arte, non può esser altro che un TRADIMENTO.

Fonte:http://www.ildiscrimine.com

Civitavecchia | Monumento ai Carabinieri: uno sgorbio!

Sul monumento dedicato all’Arma dei Carabinieri e posizionato antistante il Forte Michelangelo ci sarebbe tanto da dire, noi ci limiteremo a cogliere l’occasione per uno spunto di riflessione.

La composizione dell’architetto Alfiero Antonini, pretesa opera d’arte, ci sembra una burlaimagesfd alla pari del gesto di Marcel Duchamp che nel 1919  firmò un orinatoio intitolandolo provocatoriamente “Fontana” pretendendo poi, con successo, che venisse considerata arte. Come accadde con Duchamp ieri, anche nel caso di Antonini il risultato immediato è stato quello di gettarci nel compito di rispondere alla domanda <<Che cos’è l’arte?>>.

Una volta l’arte aveva il compito di adornare il quotidiano di bellezza la quale era considerata un valore, alla pari della giustizia e della bontà.  La  sua missione era sostanzialmente quella di offrire cibo per la mente ed elevazione spirituale. Ciò è tuttavia cambiato con il passaggio al mondo moderno in cui l’uomo circondato di piaceri mondani, ha cominciato a vivere come se la bellezza fosse priva di importanza, avendo la libertà di disprezzare e profanare, sostituendo il proprio ego al Sacro. Staccatosi dall’ordine morale e spirituale ed in sintonia con il relativismo culturale anche il senso artistico è degenerato in un kitsch imperante facendosi della distruzione della morale tradizionale il suo unico scopo.

C’è chi considera il “monumento” di Antonini un’opera d’arte, ma a nostro avviso ci sono tutte le differenze possibili tra una vera opera d’arte, che trasforma la bruttezza in bellezza, e una falsa opera d’arte, che condivide la bruttezza che espone.  L’ammasso di ferraglia dell’architetto civitavecchiese non è altro che il mondo moderno in tutto il suo disordine e caos. Come può essere considerata questa un’opera d’arte se non fa alcun tentativo nel trasformare il materiale bruto in un’idea? E’ solo una realtà sordida tra le altre, letteralmente solo un’accozzaglia di ferrivecchi.  Che poi abbia la pretesa di rappresentare la gratitudine verso chi con devozione verso la Patria compie il suo dovere è chiaramente smentito dall’assenza di qualsiasi tema tipicamente dell’arte elevata, come il sacrificio e la virtù.

E’ sconfortante sapere che l’inaugurazione del monumento è stata fatta in presenza delle scuole Manzi e Laurenti quasi a voler dire agli alunni che non esiste alcuna distinzione fra il buon gusto e il cattivo gusto, ma solo fra il gusto di qualcuno e il mio. Secondo noi, ai  ragazzi dovrebbe essere insegnato che la bellezza è una risorsa essenziale che può permettere loro, mediante la sua ricerca, di modellare il mondo come una casa accogliente.

In definitiva, l’arte che non rispetta il passato, non rispetta il presente poiché non rispetta un bisogno primario dell’uomo nell’arte, che è quello di vivere una vita bella, circondato di cose belle.

 Centro Studi Aurhelio

“AVGVSTO”: recensione “controcorrente” della mostra alle Scuderie del Quirinale

mostra-augusto-roma-2013-scuderie-634x338Alcuni animatori della Redazione di AzioneTradizionale.com, hanno visitato la mostra “Avgvsto”, aperta alle Scuderie del Quirinale (Roma) fino 9 febbraio 2014. Questa è la recensione della visita. Buona lettura!

Decidiamo di recarci alla mostra dedicata ad Augusto di buon ora. Infatti, non è difficile immaginare che ci troveremo di fronte ad un’imponente fila. E’ capitato una marea di volta che mostre di questo rango attirassero migliaia di visitatori.

Arrivati, invece, l’amara (per così dire) sorpresa: sembra di stare ad una partitella di calcetto fra amici, tanto il numero di visitatori è esiguo. Per essere sabato, in un orario di punta per giunta, la situazione è quasi drammatica.

E’ questa la prima, amara, constatazione: pochi visitatori. Un bene, sicuramente, per chi vuole godersi la mostra. Un male, se consideriamo che nelle stesse ore una manifestazione felina, dedicata ai gatti, sempre a Roma registrava il (quasi) tutto esaurito, con una manifestazione grande più il doppio ed in una location molto meno suggestiva! Insomma, un chiaro segno dei tempi…

Superata la barriera della biglietteria – “barriera” in senso economico, visti i 12€ richiesti, anche se determinate categorie di spettatori possono avvalersi di alcune riduzioni… – arriviamo all’ingresso della mostra. All’entrata il monito degli organizzatori è perentorio: questa mostra è la seconda che, in ordine di tempo, viene dedicata ad Augusto dal 1937. Magra consolazione! Il padre della patria per eccellenza, il divo Augusto, ricordato due volte in 70 anni: non c’è che dire, bravi.

Peccato però che la prima (1937) fu organizzata dal Fascismo, per esaltare la continuità storica-ideale fra l’Impero romano e quello Fascista. Questa – ci tengono a precisare i curatori della mostra – è totalmente in discontinuità con quell’intento… E, sinceramente, non avevamo dubbi.Organizzata in occasione del bimillenario della morte, le varie aree espositive che ci si prono davanti, ripercorrono cronologicamente tutte le tappe della vita e dell’attività dell’Imperatore romano.

Quello che emerge in maniera costante nei pannelli realizzati da curatori della mostra, che accompagnano il visitatore, è però il continuo leit motiv dell’uso (abuso, a loro dire) della Tradizione da parte di Augusto per fini meramente politici. L’erezione di templi, la divinificazione di Cesare (e poi la sua) fino al ripristino delle antiche magistrature, diventa tutto “propaganda” secondo loro. Manca del tutto la capacità di cogliere l’essenza della missione augustea.

Anche la restituzione delle insegne romane sottratte dai Parti, viene presentata dai curatori come un’abile mossa diplomatica. Che tristezza constatare che queste persone non sappiano cogliere il senso simbolico e sacrale di quegli oggetti, riducendo il tutto ad un astuto do ut des

E’ la storia stessa di Augusto a rivelarne, sin dalla nascita, la missione “fatale” ed imperiale. Augusto nasce il 23 settembre, in corrispondenza con l’Equinozio d’Autunno, quasi a voler simboleggiare l’importanza della venuta di questa figura nel momento in cui il Sole va progressivamente ritrandosi…

Non è un caso, dunque, che Augusto portò al massimo grado di pace e prosperità l’Impero. Sappiamo bene che il “destino” di un popolo e d’uno stato è intrinsecamente legato a quello del suo Rex, che quando questo decade (per indegnità o per altro) anche la terra decade, e smette di produrre i suoi frutti. Sappiamo che il vero capo è il facitore di ponti (Pontifex Maximus) ed al cui destino è legato l’asse del mondo, la stabilità, il contatto con le forze invisibili che fanno vincere le guerre.

La mostra è divisa in due aree tematiche principali: la prima pertinente al Principe Augusto, alla sua famiglia, e alla dinastia Giulio-Claudia. Contrariamente a quanto facevano i greci i romani rappresentavano le persona mantenendosi fedeli al loro aspetto fisico. Se “scoprire” i volti dei nostri padri più illustri è sicuramente una curiosità lecita, colpiscono sicuramente di più le espressioni che si imprimevano sui loro visi, e quindi sulla pietra che li raffigura, che non possono non comunicare quale regale solennità li caratterizzasse.

Una nobile compostezza, un “distacco attivo” (per parafrasare Evola) fungono, nel mondo della Tradizione, a carattere universale del Bello, di contro alla volgarità e alla bassezza che pervadono, non solo nell’aspetto, bensì come riflesso di un’anima ancor più misera, i tipi umani presi a modello dalla contemporaneità. Se l’arte era all’epoca medicina per l’anima, approcciarsi a questo tipo di rappresentazioni è quanto mai salutare, di contro a quanto siamo tutt’oggi abituati.

Così come la raffigurazione marmorea del Principe in abiti sacerdotali – in quanto egli a Roma fu Pontifex Maximus, riunendo nella funzione dell’Imperatore l’autorità spirituale e il potere temporale – oggi più che mai afferma che non esiste autorità che non sia fondata nel Sacro.

La seconda parte della mostra è dedicata alla cultura e alla religione all’epoca di Augusto. Strumenti politici per i moderni, strumenti di formazione in ogni tradizione.

Vedere come le divinità fossero raffigurate ci fa capire molto di come i romani si ponessero nei loro confronti e come vedessero il mondo. Etica ed estetica si fondono nel simbolo di Enea, di cui la mostra offre i frammenti di una grande statua. Riflettere sull’avo eroico celebrato a Roma è importante, soprattutto ai giorni nostri. Enea ci insegna che non si può dar vita ad alcuna continuità senza l’eredità delle proprie radici e la difesa della propria stirpe, rappresentate da Anchise, padre che Enea si porta sulle spalle, ed Ascanio, il figlio che egli tiene per mano, ma soprattutto senza la Tradizione, la propria tradizione: il Palladio che l’Eroe troiano stringe a sé, che porterà via con sé da Troia in fiamme.

In Enea, Augusto celebrò l’eredità verticale ed orizzontale della gens romana. Enea, figlio di Venere, l’”Amor che move il sole e l’altre stelle”, sposa divina di Marte, principio maschile fecondatore e guerriero che, congiuntosi con la vestale Rea Silvia, dà vita a Romolo e Remo.

Evidentemente tutto questo, per i curatori della mostra, sono sole credenze astratte, buone per popoli culturalmente incivili come furono i romani. Bravi forse a fare opere architettoniche e gioielli, ma sostanzialmente poco più che dei primitivi (culturalmente parlando). Del resto, l’unica vera civiltà è quella post-1789 per questi fanatici del mondo moderno…

Dulcis in fundo: la prefazione del volume dedicato alla mostra, esposto durante il percorso, è stata scritta da Ignazio Marino, neo-Sindaco di Roma, che ha colto l’occasione per esprimere un suo doveroso, quanto “illustre” intervento sul significato e la funzione di Roma ai giorni nostri. Intervento che lasciamo alla vostra più libera immaginazione.

Arte tradizionale e arte moderna

Photo de moi 2“L’arte, in quei tempi, è ancora strettamente connessa con la vita e la vita si svolge secondo norme salde. […] È compito dell’arte di adornare di bellezza le forme in cui si svolge la vita. Ciò che si cerca, non è l’arte per se stessa, ma la vita bella. Non è come in tempi posteriori, quando si evade da una routine quotidiana, per trovare conforto ed elevazione nella solitaria contemplazione delle opere d’arte; l’arte viene, al contrario, inserita nella vita stessa, per dar a questa un maggior splendore. Essa è destinata a partecipare ai momenti culminanti della vita, agli slanci sublimi della pietà, come al superbo godimento dei piaceri del mondo. Non si cerca, nel Medioevo, l’arte per amore della bellezza in se stessa. In gran parte è arte applicata, persino nei prodotti che noi saremmo tentati di ritenere opere d’arte per se stanti. […] I primi germi di un amore dell’arte per se stessa compaiono come aberrazioni: i principi e i nobili accumulano oggetti d’arte, che formano a poco a poco delle collezioni; tali oggetti perdono allora ogni utilità pratica e vengono goduti come una curiosità, come parti preziose del tesoro del principe; ed è così che nasce il senso artistico vero e proprio, che si sviluppa poi nel Rinascimento. […]”.

Johan Huizinga, “L’autunno del Medio Evo”