Il serpe mangia se stesso | Rutilio Sermonti

Il sistema liberaldemocratico e capitalistico oggi universalmente adottato non si è affermato certamente perché migliore o superiore a quello tradizionale in cui fiorirono le più eccelse civiltà della Terra, bensì semplicemente con la violenza militare e il successivo e sistematico lavaggio dei cervelli. L’assioma per cui chi ha il sopravvento sarebbe migliore (essenza dell’evoluzionismo-progressismo-darwinismo) è certamente una bestemmia. Il ladrone che ammazza il viandante per derubarlo o il bruto che stupra una bambina, e la fanno franca, sarebbero “superiori”. Con un tremendo circolo vizioso, l’illegittimità del successo come prova di superiorità si è ingigantita a non finire da quando materialismo e tecnocrazia hanno assegnato la preponderanza, non più a valori umani (come il coraggio, l’abnegazione, la bravura, la tenacia, la disciplina, eccetera, che in tutti i secoli avevano assegnato le vittorie), bensì a fattori sub-umani, quali i mezzi distruttivi e il denaro, come palesemente è accaduto nel Secondo Conflitto Mondiale. Ma un tipo di successo ottenuto con tali mezzi, e l’ordine che ne deriva sono, inevitabilmente, potremmo dire ontologicamente contrari alla natura umana, intesa come ciò che differenzia l’Uomo dagli altri esseri viventi, e non come l’animalità che ad essi li accomuna. E la saggezza dei nostri Padri ammoniva “Naturam expellas furca, tamen usque recurret”. Puoi espellere la natura con un forcone, essa tornerà sempre ad affermarsi. È quello il motivo per cui la sovversione chiamata “moderna” contiene in sé il germe della propria distruzione. L’apparato dentale di un serpente non è fatto per uccidere (a parte il veleno, presente solo in una minoranza di essi), e neppure per sbranare o masticare. I denti sub-conici e volti all’indietro a guisa di uncini, insieme alla enorme dilatabilità delle mascelle e del collo, servono soltanto a garantire che le prede, da inghiottirsi necessariamente intere, dato che manca ai serpenti la possibilità di farle a pezzi, possano procedere soltanto verso l’esofago e non verso l’esterno. In parole povere, un serpente non può sputare ciò che ha abboccato, ma può soltanto inghiottirlo. Ne consegue che, se si infila a forza la coda di un serpente nella bocca del medesimo, il poveretto sarà condannato a divorare se stesso! In natura, ciò non avviene mai, ma più o meno ciò che accade nel sistema contro natura che è quello capitalistico. La regola sub-umana del lucro illimitato che vi presiede è il cancro che lo divora, lo ha portato a crisi sempre più gravi, regolarmente risolte con guerre distruttive, e lo ucciderà inesorabilmente, ora che non c’è rimasto più nessuno o quasi da “liberare”, almeno nell’orbe terracqueo.

​In termini molto schematici, la situazione in cui il detto sistema versa può essere descritta così: per aumentare i profitti occorre aumentare la produzione e diminuire i costi: obbiettivi che -ambedue – l’economia capitalistica persegue con inesorabile accanimento. Dei costi fanno parte rilevantissima i compensi al lavoro e i loro accessori. La riduzione della voce “mercedi” si ottiene, come è noto, in due modi: 1) sostituendo sempre di più il lavoro umano con macchine; 2)“dislocando” gli stabilimenti dove tale costo è molto più basso (Terzo Mondo). Ciò determina però (nel Primo Mondo) disoccupazione e indigenza. Il guaio è che la produzione crescente non basta a garantire lucro crescente, ma il contrario, se essa rimane invenduta. E, per vendere checchessia, occorre qualcuno che lo compri, e i capitalisti non possono certo pensare di vendere la loro enorme produzione a se stessi: devono rifilarla alle “masse”. Le sullodate masse, anche se rincoglionite dalla “persuasione” consumista, non possono fare a meno, per super-consumare, di disporre di un elevato “potere d’acquisto”. E il potere d’acquisto esse lo ricavano dai compensi al lavoro. Insomma, il sistema capitalistico può funzionare solo a patto che i compensi al lavoro aumentino, e insieme diminuiscano. È un bel pasticcio. Altro che botte piena e moglie ubriaca! Davanti all’insolubile problema, un’autentica follia si è impossessata dei furboni delle varie Trilateral, Bilderberg e simili che governano i governi “civili”. Chiarito che, per ottenere il prodotto X, cent’anni fa occorrevano cento lavoratori e oggi ne bastano tre, si escogita addirittura la suprema balordaggine delle “pari opportunità”, per spingere la metà femminile della popolazione ad abbandonare le cure della casa e dei figli e a porsi a caccia di uno stipendio!

​Pensiamo che i nostri militanti di ambo i sessi siano abbastanza svegli da aver capito che l’“emancipazione della donna” (dal proprio sesso), e la sua possibilità di “esprimersi” stando alle casse di un supermercato o applicando bigliettini alle auto in sosta vietata o con simili “esaltanti”mansioni, sono le solite favolette per sub-normali. L’unico scopo della trovata, ampiamente raggiunto, è quello di aumentare i consumi. Ma se il fabbisogno di lavoro è sempre minore come si fa? Risposta: si creano posti di lavoro. Nessuno, infatti, vuole lavorare. È il posto di lavoro che agogna. Lavoro improduttivo, naturalmente, perché quello produttivo non ha bisogno di essere creato: si crea da sé. Si paga, anche, da sé, con il plusvalore di marxiana memoria, che il lavoro “aggiunge” a quello della materia prima. Ma il lavoro improduttivo, come si paga? Si paga con l’inflazione; si paga con l’indebitamento dei posteri (tanto, quelli non votano), si paga con la svendita del patrimonio nazionale; si paga con l’esosa tassazione della minoranza che “produce”; si paga con il denaro-fantasma e la sudditanza a chi lo controlla; si paga con il saccheggio dissennato della Terra. Potrebbe essere più evidente che il beneamato materialismo, radiosa conquista del “progresso” e delle “liberazioni”, sta correndo a gran velocità contro un muro di cemento? Invece, la cosiddetta opinione pubblica, accuratamente drogata, frastornata e disinformata, mostra di non accorgersene e di preoccuparsi soltanto di intasare a tutte le ore, con auto ultimo modello (guidate certo da gente con “posto”) le vie urbane. Intanto, il gorgo si allarga, sempre con copertura di bla-bla ideologico, in cui gli intellettuali a tutto servizio sono maestri. Ora è la volta del federalismo, via “devolution”. Che Stati separati possano federarsi, è successo, ed è quello che anche noi speriamo per l’Europa; ma che uno Stato unitario si trasformi in federazione è cosa fuori di senno. Lo ha fatto la Russia, ma, innanzi tutto, si trattava di un impero multinazionale e multirazziale, e poi abbiamo visto come – caduto il collante bolscevico, si sia abbondantemente…. sfederata. È vero che lo Stato unitario italiano è una catastrofe, ma farlo a pezzi darebbe luogo ad altrettante catastrofi, e per gli stessi motivi. In realtà anche il federalismo italiano si fa strada perché partorirebbe una miriade di altri “uffici” e “posti di lavoro” (del tutto improduttivi) per le clientele dei partiti, da pagarsi a chiacchiere, di “manovra” in “manovra” dagli apprendisti stregoni della Repubblica fondata sul lavoro (!?). A proposito di lavoro, come è diventato nella società “progredita” che lo ha ridotto a un accessorio delle macchine, ripetitivo, monotono e senza alcuna autonomia, scriveva già nell’Ottocento l’ultimo grande Papa, Leone XIII: “Materia iners ex officina nobilitata egreditur; homines vero corrumpuntur et viliores fiunt” (La materia inerte esce dalla fabbrica nobilitata, ma gli uomini vi si corrompono e il loro valore diminuisce). Quello che nobilitava l’Uomo e nel contempo lo formava era il “sacro” culto della terra e il creativo lavoro artigianale, ma è sciocco negare che il moderno lavoro nell’industria o nel terziario è soltanto alienante e ottundente. Qualcuno di voi ignora i meccanismi con cui in un grande ufficio o opificio, pubblico o privato, si fa “carriera”? Ma il “sistema” non può, proprio per la sua assurda “logica”, tornare indietro: è costretto a addentrarsi sempre più nella sua mortifera direzione. In Italia e nel Mondo il serpente sta divorando se stesso e non se ne accorge. Quando sarà stato confiscato fin l’ultimo pescetto ai miseri pescatori delle Andamane, il mostro dovrà nutrirsi dei propri miliardi di carta o elettronici, che sono buoni a tutto fuorché a mantenere in vita. È auspicabile che, prima di giungere a tanto, prima che una umanità amputata di tutte le proprie risorse interiori si trovi ad affrontare una crisi molto più grave e generale di tutte quelle decorse, possa finalmente esplodere, guidata dai più coscienti e responsabili, la salutare ribellione che spazzi via tutte le illusioni e le frodi del cosiddetto “sviluppo” e ripristini l’essenziale rapporto tra l’Uomo e il Sovrumano. Questo è il compito esaltante e tremendo che grava su di noi, Uomini in piedi tra le rovine. Questo il senso della nostra azione politica e il più alto significato della nostra vita.

Rutilio Sermonti