Senza un rimorso | ALFA GIUBELLI – Storia di una vendetta

EFFEMERIDI – 7 Marzo 1956. In Piemonte, nel paese biellese di Crevacuore, anzi, in una frazione del paese, una giovane donna (22 anni) sposata, Alfa Giubelli, uccide con quattro colpi di pistola il sindaco comunista, ex partigiano Aurelio Bussi “Palmo”, decorato di medaglia d’oro solo due anni prima.

Dopodichè Alfa, perdendo sangue dal naso, subito si presenta alla caserma dei Carabinieri per costituirsi e spiegare la ragione del suo gesto.

La narrazione, questa volta, la lascio in parte ad una giornalista e saggista, Domizia Carafòli che sulla vicenda di Alfa Giubelli ha scritto un libro, “La bambina e il partigiano. Alfa Giubelli: storia di una vendetta”, pubblicato dall’editore Mursia nel 2008.

Il motivo per la vendetta del titolo nel libro della Carafòli risale al 15 luglio 1944.

Scrive dunque la nostra saggista: “Secondo i calcoli fatti molti anni dopo la conclusione del conflitto, i fascisti caduti in combattimento o uccisi in imboscate nel Biellese, nel periodo della guerra civile, furono circa duecento. Ma la guerra civile lasciò sul terreno un altro migliaio di vittime, estranee alle due fazioni in lotta, e sono quelle che non compaiono nel martirologio della Resistenza. Non erano partigiani e neppure fascisti nel vero senso del termine, cioè esponenti ufficiali della RSI o militari dell’esercito repubblicano, erano persone comuni, simpatizzanti senza adesione conclamata, molte delle quali uccise dopo il 25 aprile 1945. Di questi morti, centocinquanta erano donne. Donne come Margherita Ricciotti, portata via dai partigiani la mattina del 15 luglio 1944.”

Margherita Ricciotti aveva 36 anni ed era la madre di Alfa Giubelli, lavorava in un Lanificio di Crevacuore, il marito era in guerra, non si sapeva niente di lui, l’ultima lettera era arrivata dall’Albania, il fratello maggiore di Alfa, anche lui un bambino, era presso uno zio, in Germania.

Quella mattina di luglio del 1944 due partigiani si presentano a casa Giubelli e prelevano la madre; la bambina Alfa, di 10 anni si aggrappa alle gonne della madre e la segue.

“Poco lontano, prima del cimitero, si trova una cascina abbandonata. E’ qui che deve svolgersi l’interrogatorio. I partigiani spingono dentro la donna, tenendo ferma la bambina che vuole seguire la mamma. Margherita protesta ancora vivacemente: che cosa vogliono sapere da lei? Lei non andava a Vercelli per fare la spia al comando fascista, lei ci andava solo per ritirare il sussidio. Sulla porta della cascina si staglia la figura di Palmo, apparentemente disarmato, il basco in testa, le labbra sottili strette in una smorfia. Fa uscire gli altri uomini e rimane solo con Margherita per alcuni lunghi minuti. Quando escono, la donna ha la faccia stravolta. Alfa le si precipita addosso. Gli occhi di Palmo sono una fessura nella forte luce estiva. “E’ arrivata la tua ora, cara Margherita”, dice con voce gelida. Fa un cenno, i tre partigiani la spingono sul sentiero che va verso il cimitero, ecco apparire il lungo muro grigio. Adesso Margherita sa. Non c’è più spazio per le illusioni. I partigiani hanno allentato la resa, lei non li ha più addosso ma è circondata, stringe a sé la bambina, tiene la sua testa schiacciata contro lo stomaco. Alfa sente i battiti veloci del cuore materno, tum tum tum. Non c’è bisogno di interrogare Margherita Ricciotti, coniugata Giubelli, non c’era nulla da sapere. Margherita si è sempre e solo occupata della sua famiglia, dei suoi due bambini, tirando avanti da sola e sfiancandosi tra la casa e la fabbrica. Margherita ha sempre e soltanto sostenuto le sue idee, perché non è una che sta zitta e discuteva anche con le compagne di lavoro. Margherita non è una spia. (….) Marchesini, il partigiano Orlando, cerca di strappare Alfa dalle braccia della madre. Alfa urla e si divincola, l’uomo la trascina via, le ginocchia della bambina si sbucciano sui sassi dello sterrato. Incredibile quanta forza abbia una mocciosa di dieci anni. Anche Margherita adesso urla. Grida: “No, no, aiuto, no!”. Grida il nome della sua bambina (…) Alfa sente solo la prima esplosione e poi la raffica di mitra.”

Alfa si salva perché tra i partigiani che sbrigativamente vorrebbero eliminare una “testimone” ce n’è uno che riesce a convincerli di risparmiare quella bambina.

Ma il dramma non si conclude così, dopo aver ucciso la mamma i partigiani uccidono anche lo zio della piccola e siccome la fidanzata di questo sbraita e minaccia di “parlare”, si fa fuori anche lei.

La piccola Alfa sarà cresciuta dalle zie.

Saltiamo a piè pari la lunga serie di uccisioni prima di arrivare al 25 aprile 1945, spartiacque che non ferma la mattanza, anzi, ora si che viene il bello per i vincitori! E le valli del vercellese si riempiono di sangue.

Torniamo alla narrazione di Domizia Carafòli, da lì dove ci parla del capo partigiano “Palma”: “Aurelio Bussi è designato sindaco di Crevacuore dal CLN. E’ il sindaco comunista, l’uomo d’ordine del PCI, l’esecutore di qualsiasi tipo di ordine, il partigiano senza paura, senza debolezze né cedimenti alla pietà, che si rivelerà un amministratore onesto. Il 31 marzo 1946, alle elezioni amministrative, la lista socialcomunista conquista il consiglio comunale con il 63 per cento dei voti contro il 37 per cento della lista democristiana. Bussi viene trionfalmente riconfermato sindaco, verrà rieletto più volte e perfino decorato di medaglia d’oro per la sua attività partigiana nonostante le indagini cui era stato sottoposto nel 1953 per l’uccisione di Margherita e Calimero Ricciotti, su denuncia del maresciallo dei carabinieri Vito Giacomini. Un processo che non sarà celebrato: il giudice lo assolverà in istruttoria con i suoi uomini. L’assassinio dei due concittadini inermi è ritenuto un atto di guerra. Non si dia luogo a procedere.”

A Crevacuore però non tutti “i vinti tacciono e ricordano silenziosamente i loro morti”; c’è una ragazza alla quale i partigiani hanno ucciso il padre, si chiama Anna Pastoretti, nel bel mezzo di una festa si presenta anche lei, ed estrae dalla borsetta una pistola con l’intenzione di uccidere chi ha fatto fuori suo padre. Un ex partigiano che era stato amico del babbo la convince a desistere, anche perché tra i festanti non c’è quello che lei cerca; “… è solo una ragazzina, non ci vuole molto a calmarla, a spiegarle che è meglio lasciar stare, non vorrà mica rovinarsi la vita. Anna risponde che la sua vita è già stata rovinata, ma si lascia condurre fuori. Scoppia in lacrime e consegna all’ex partigiano la pistola”.

E’ comunque un cupo presagio di ciò che di lì a poco farà Alfa Giubelli.

Alfa passerà un anno in carcere in attesa del giudizio.

Il processo inizia esattamente un anno dopo, il 7 marzo 1957, a Vercelli.

La giovane Alfa, serena finalmente, non ha più i forti mal di testa che la perseguitavano fin dall’uccisione della mamma; non ha pentimenti e non protesta per niente,

E’ stata una detenuta modello. In carcere ha tenuto un diario e scritto poesie.

I periti in tribunale riveleranno che la sua sterilità è connessa al trauma della morte della madre.

Dal canto suo, Alfa, al processo dirà candidamente che aveva sempre pensato di giustiziare l’assassino di sua madre ma si era sempre fermata per non far del male indirettamente ai suoi cari. Non cerca attenuanti, conferma tutto e sostiene che lo rifarebbe.

Tutte aggravanti che sono contro di lei: premeditazione, assoluta mancanza di rimorsi.

I giudici sono stupiti per il comportamento impeccabile e la cultura di questa figlia di operai e moglie di un operaio.

Tra gli avvocati della giovane c’è anche Gastone Nencioni, un pisano che in seguito diventerà parlamentare del MSI.

Nel corso del processo l’ANPI avrà modo di preoccuparsi perché, un testimone dopo l’altro, il processo sta virando verso una messa sotto accusa di delitti partigiani.

Sia come sia, che gli appassionati avvocati siano stati bravi, che la Corte abbia capito, la sentenza sarà emessa il 16 marzo: Alfa Giubelli condannata a cinque anni e tre mesi di reclusione.

Il Corriere della Sera scriverà che si è chiuso un “caso straordinariamente pietoso”; gli avvocati dell’accusa si indigneranno perché la Corte non si è dimostrata sensibile ai “valori della Resistenza”.

Al processo di appello i giudici non faranno altri sconti ad Alfa che, anzi, sarà trasferita dal carcere di Vercelli dove il marito può andare a trovarla, a quello di Pozzuoli, dove sono concentrare detenute con problemi mentali.

Solo a pochi mesi dalla scarcerazione, nel 1961, quella detenuta modello sarà trasferita alle Carceri Nuove di Torino. Uscirà a primavera, a 27 anni.

Nel suo bel libro sulla vicenda, Domizia Carafòli ha intitolato l’ultimo capitolo, parafrasando Hannah Arendt: “La banalità del bene”; e ha narrato che anche il corpo di Alfa ricominciò a vivere: niente più lancinanti emicranie e sterilità, arriveranno due figlie. Una quieta vita riservata l’attendeva.

Amerino Griffini – Effemeridi del Giorno