Segnalazioni librarie | L’ISLAM E LA LIBERTA’ – Irfàn Edizioni

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In questi tempi di estrema confusione, ci fa piacere segnalare un testo estremamente importante, per ciò che attiene al termine “libertà”, connesso alla concezione religiosa e comunitaria. Di contro, si evidenziano tutti i limiti della concezione della libertà in senso individualistico, utilitaristico e contrattualistico.

MESBAH YAZDI, L’Islam e la libertà – verità nascoste e precisazioni necessarie,
 Irfan Edizioni

CAPITOLO PRIMO 

I DIVERSI SIGNIFICATI DEL TERMINE LIBERTA’

“L’importanza di comprendere i diversi significati del termine libertà”

     Ai giorni nostri uno degli argomenti più discussi, nonché all’ordine del giorno nei dibattiti e nella letteratura politica e legislativa del nostro paese [Iran, n.d.t.], è quello della libertà. Questo argomento interessa tutti. Uno degli slogan della Rivoluzione islamica in Iran è stato, appunto, «libertà», e si diceva: «Indipendenza, libertà, Repubblica islamica!» (Esteghlal, Azadi, Jomhuri-e Eslami!). Personalità e gruppi politici di molti paesi ne parlano spesso, grazie anche al fascino particolare che esso esercita. Nel nostro paese, in particolare, sta accadendo che, da alcuni anni, vengono regolarmente ripetuti slogan su questo tema, e ognuno ne fornisce una diversa interpretazione. Al fine di chiarirne il significato, sarà necessario studiarlo in maniera dettagliata e precisa, esaminandone i differenti aspetti. L’interpretazione più comune del termine libertà si riferisce al contrario di prigionia, costrizione e oppressione. È probabile che in ogni tempo e in tutte le società il termine libertà sia stato più o meno così inteso come lo è oggi. I vari termini che nelle diverse lingue indicano questo concetto, seppure con diverse sfumature, comprendono tutti questo significato. Ogni volta che si sente pronunciare questa parola (libertà), la prima cosa che viene in mente è che questo concetto è usato come contrario di prigionia e schiavitù. In linea 

di massima, noi comprendiamo i concetti opposti e contradditori l’uno con l’aiuto dell’altro. Per esempio, quando vogliamo descrivere la luce usiamo il concetto di tenebra. Similmente, nel descrivere la tenebra, analizziamo il concetto di luce. C’è un famoso detto arabo che dice: « Si conoscono tutte le cose tramite i loro contrari ».[1] A ogni modo, al fine di comprendere meglio e più facilmente i concetti contraddittori, la nostra mente in genere li immagina insieme. Lo stesso avviene con il concetto di libertà. Volendo immaginare questa idea, ci figuriamo prigionia e costrizione, e sappiamo che essere liberi significa non trovarsi in tali condizioni. Per esempio, immaginiamo un volatile in una gabbia, una persona con mani e piedi legati o in un carcere, e diciamo che la libertà significa non trovarsi in queste situazioni e non avere nessuno di questi vincoli. Quando una persona o un animale vengano liberati dallo stato di cattività e viene concesso loro di andare dove desiderano, diciamo che «sono liberi». Il fascino del concetto di libertà deriva esattamente da questo contrasto con l’idea di schiavitù e costrizione, dato che nessuno vuole trovarsi in una situazione di oppressione, cattività e schiavitù. Nessuno vorrebbe essere rinchiuso in un luogo senza la possibilità di uscirne. Nessuno vorrebbe essere incatenato così da non potersi muovere. Ognuno desidera poter liberamente e consapevolmente camminare e agire. Senza che qualcuno glielo insegni, l’essere umano desidera spontaneamente e per sua natura essere libero, e odia la prigionia e la schiavitù. Si può anche sostenere che ogni essere senziente desidera libertà di azione, e che la limitazione e la restrizione sono contrarie alla sua natura. Grazie a questa attrattiva che l’idea di libertà esercita su di noi, chiunque fa riferimento a essa e ne parla positivamente cattura la nostra attenzione, e qualsiasi cosa faccia riferimento al principio di libertà ci appare buona e desiderabile. Così il più delle volte ci dimentichiamo di chiederci: il termine libertà ha un solo significato, o per esso ne esistono diversi? La libertà, in tutti i suoi sensi, è sempre desiderabile e in accordo con la natura umana? Vi è un unico tipo di libertà, da intendersi secondo l’immagine dell’uccello liberato dalla gabbia? O ne esistono vari tipi, alcuni dei quali non solo non sono desiderabili, ma sono addirittura dannosi o distruttivi? Come possiamo dedurre dalla scienza della logica, un errore relativamente diffuso è quello riguardante i termini generici, cioè termini che possiedono più di un significato. Le caratteristiche e gli attributi relativi a un significato del termine vengono erroneamente attribuiti a un altro significato. A questo riguardo possiamo prendere l’esempio del termine shir. Scrive Mawlawi Rumi [2]

an yeki shir ast andar badiye, van degar shir ast andar badiye; an yeki shir ast adam mikhorad, van degar shir ast adam mikhorad.[3]

     Il termine shir significa «latte», ma anche «leone». Anche badiyeh denota due significati: «deserto» e «tazza» (o «vaso»). Nei versi che abbiamo letto non è chiaro quando si parla di «leone» e quando di «latte», e anche quando leggiamo badiyeh, non sappiamo quale indichi il «deserto» e quale la «tazza» o il «vaso». Prendiamo, come altro esempio, la parola zamin. A volte indica una piccola, specifica e limitata parte di terra. Quando diciamo zamin-e keshavarzi (terra agricola), o quando diciamo «Tizio ha acquistato quel zamin», intendiamo riferirci a una parte limitata della superficie terrestre. Ma a volte lo stesso termine indica il pianeta Terra, per esempio quando diciamo «la Terra (zamin) è uno dei pianeti del sistema solare», o «la Terra (zamin) ruota intorno al Sole». Quando si parla della Terra, la parola zamin non si riferisce solo alla superficie della terra, ma all’intero globo terrestre, compresa l’atmosfera, i mari e le grotte. Se diciamo che Tizio ha acquistato quel zamin e ricevuto un documento, non intendiamo dire che ha comprato l’intero pianeta registrandolo a suo nome, o se diciamo che la rotazione della Terra causa l’alternarsi del giorno e della notte, non vogliamo certo dire che è la rotazione della casa e del giardino circostante a produrre il fenomeno!                                                           

     In ogni caso, questo problema riguarda tutti i termini aventi più di un significato. L’utilizzo di tali termini richiede quindi una particolare attenzione per non cadere in errore. Il concetto di libertà appartiene appunto a quel gruppo di termini che hanno diversi significati, e che viene impiegato con significati diversi nelle varie scienze. A causa di ciò è possibile cadere nell’errore dei termini generici. È quindi possibile che un’affermazione vera solo per un particolare significato sia riferita a un altro significato, e questo più o meno consapevolmente. Ciò potrebbe anche causare disaccordo tra i vari sostenitori del principio di libertà. Può infatti accadere che qualcuno esponga la sua interpretazione della questione mentre qualcun altro affermi: «Non intendevo questo; ciò che volevo sostenere, facendo riferimento a questo concetto, era tutt’altra cosa»; per contro, anche il primo si sentirebbe frainteso. Se osserviamo la letteratura e la saggistica riguardanti il tema della libertà, in particolare gli scritti editi negli ultimi anni, ci accorgiamo che non vi è alcuna concezione specifica comune tra gli studiosi. A volte un autore ha descritto la libertà in una certa maniera prendendo come presupposto una particolare accezione del termine, e in questo senso ne appoggia l’applicazione pratica, mentre un altro fa la stessa cosa con una sua differente concezione, criticando la definizione fornita dal primo autore. È ovvio che con questa disparità di vedute non è facile ottenere una comprensione soddisfacente. Per poterla ottenere dobbiamo invece formulare una definizione univoca del termine, così da poter dirigere il nostro ragionamento verso una conclusione. Dobbiamo infatti poter essere in grado di rispondere alla domanda: la libertà è o non è in accordo con l’Islam? Solo a quel punto potremmo sostenere di conoscere il significato del termine libertà. Avendo a che fare con un concetto avente diversi significati – i pensatori occidentali, nei loro scritti, ne hanno menzionati circa duecento, sebbene alcuni di questi sono simili tra loro e se ne può cogliere la differenza solo attraverso l’associazione con un altro termine, e in alcuni casi sono in contraddizione l’uno con l’altro – come possiamo decidere se questo concetto è o non è in accordo con l’Islam? Simile al caso del termine libertà è il termine democrazia, che è un termine occidentale a volte descritto come «populismo», altre volte 

come «il governo o il potere del popolo». Anche qui non è stata fornita alcuna accezione unitaria e precisa del termine. Non è chiaro se la democrazia sia una forma statale di governo o un tipo di condotta sociale. È da riferirsi al campo delle scienze politiche e di governo, alla sociologia o alle forme organizzative? Ci sono molte discussioni a riguardo. In ogni caso, al fine di evitare l’errore dei termini generici riguardo al concetto di libertà, è necessario iniziare a conoscere i suoi diversi risvolti e significati. 

 “La libertà come indipendenza esistenziale” 

     Tra i significati del termine libertà vi è quello secondo cui ogni essere deve essere totalmente indipendente, non soggetto ad alcuna influenza o pressione da parte di un altro essere, e che nessuna forma di dipendenza deve essere postulata. Per esempio, se qualcuno affermasse che l’universo esiste e si evolve per causa propria ed è indipendente da Dio, e che la Volontà di Dio non ha alcun ruolo nei movimenti e nelle rotazioni dei corpi celesti, questa affermazione connoterebbe che la libertà significa la liberazione dell’universo da ogni tipo di controllo divino. In questo caso, in quanto essere di questo universo, anche l’uomo rientrerebbe in questo dominio, e ciò apre la strada all’affermazione secondo cui l’uomo è libero da ogni tipo di responsabilità e dipendenza da qualsiasi altro essere, compreso Dio. Rispetto all’indipendenza dell’universo, naturalmente, esistono due diverse scuole di pensiero. Alcuni ritengono che non esiste alcun Dio da cui l’universo dovrebbe dipendere e al cui volere dovrebbe sottostare. Altri pensano che Dio esiste e ha creato l’universo, ma lo avrebbe poi abbandonato a se stesso, e che dopo la genesi non ci sarebbe stato più bisogno del Suo intervento e, quindi, l’universo sarebbe indipendente dalla Sua Volontà. Seguendo leggi e principi determinati da Dio, le rotazioni e le rivoluzioni delle sue componenti continuerebbero meccanicamente. Secondo questa visione la genesi dell’universo sarebbe qualcosa di simile alla costruzione di una casa. Una volta ultimata, la sua sussistenza non dipenderebbe più dal suo costruttore, dalla cui esistenza è di fatto in

dipendente. È possibile pure che l’architetto, una volta eretta la costruzione, cessi di vivere, ma essa continuerebbe a esistere ancora per decina e centinaia di anni. Nell’immaginazione di alcuni, ciò varrebbe anche per l’universo. Dio l’avrebbe creato per poi lasciarlo a se stesso. Questa visione rifiuta la «sovranità ontologica» (rububiyyat takwini) di Dio, mentre la prima scuola rifiuta il principio stesso dell’esistenza di Dio. Entrambe sono incompatibili con la dottrina monoteistica dell’Islam.  

“La libertà come libero arbitrio”  

     L’altro significato, anch’esso utilizzato nella teologia, nella filosofia, nello ‘ilm al-kalam (teologia speculativa, o scolastica) e nella psicologia filosofica, è libertà come opposta alla predeterminazione. Discussioni tra i pensatori riguardo a questo tema esistono da tempo immemorabile: l’essere umano è realmente libero nelle proprie azioni e possiede libero arbitrio, oppure si illude solamente di possedere tale libertà, ma in verità è determinato e predestinato nei propri comportamenti e non possiede volontà propria? Il tema della predeterminazione (jabr) [4] e del libero arbitrio (ikhtiyar) è uno dei più dibattuti e più antichi della letteratura filosofica di tutti i popoli e di tutte le nazioni. Dopo l’avvento dell’Islam, già dal primissimo periodo, a causa dei contatti tra i musulmani e le altre culture, o anche per via dei residui della cultura della miscredenza (kufr) e della deviazione (ilhad) pre-islamica da essi ereditati, questo tema è stato molto discusso tra i musulmani. Nel corso del tempo guadagnarono terreno tendenze fatalistiche, e i loro sostenitori citavano anche versi del Corano per dimostrare la predeterminazione dell’uomo. Tra le scuole di pensiero islamiche, la Asha’irah (asharismo), che è una delle scuole teologiche dell’Ahl as-Sunnah, sostiene la dottrina della predeterminazione, anche se non in maniera estrema e veemente come altre.[5]                        

     In ogni caso la domanda è: in termini di comportamento, l’essere umano possiede veramente il libero arbitrio, ed è libero in modo da poter effettivamente decidere e compiere ciò che vuole? Oppure vi sono fattori che costringono l’uomo ad agire in una certa maniera e persino ad accettare una certa idea o forma di pensiero, per cui la libertà di scelta sarebbe in realtà solo un’illusione? I sostenitori della predeterminazione credono che i diversi elementi sociali, naturali e soprannaturali determinano il nostro agire e, addirittura, anche il nostro modo di pensare e di scegliere. Secondo loro i discorsi – ciò che Rumi cita come esempio: « Il fatto che pensi se fare questo o quello, dimostra che possiedi libero arbitrio» – non sarebbero che illusione e immaginazione, e sono incompatibili con la realtà; l’uomo di per sé non possiede alcun libero arbitrio ed è costantemente sotto l’influenza di diversi fattori. Questo tema è discusso anche nell’ambito della psicologia filosofica: in termini di personalità e struttura mentale l’essere umano ha libera capacità di scelta oppure no? Anche nella scolastica e in teologia ci troviamo di fronte a una simile domanda: come servitori di Dio, gli uomini sono predeterminati e predestinati, o sono liberi e autonomi? Secondo la nostra visione, e quella della maggioranza dei musulmani, la predeterminazione nel dominio dell’opinione e dell’equazione personale è rifiutata, sebbene nel dominio dell’azione e dell’atto tutti sanno di avere libertà e libero volontà. Se la mera predeterminazione governasse l’uomo, non avrebbe più senso avere sistemi etici ed educativi, così come organi di governo. Nel campo dell’etica e dei sistemi educativi, se l’uomo fosse predeterminato a compiere un’azione buona o cattiva, non potendo decidere egli stesso, non dovrebbe essere ricompensato o lodato per una buona azione, così come non dovrebbe essere punito o disprezzato per una azione malvagia. Se i bambini fossero predeterminati nei loro comportamenti non necessiterebbero di formazione o educazione, e non si dovrebbero impiegare risorse per controllarli e istruirli. Se sia il maestro che l’allievo fossero entrambi predeterminati nel loro agire, il primo non potrebbe raccomandare al secondo di compiere una certa attività e di evitare un certo comportamento. La stessa cosa si può dire per il campo legale, politico ed economico; tutti i sistemi normativi e giuridici esistenti sono la prova che l’essere umano è in effetti libero e autonomo nelle decisioni e nelle azioni. Se l’uomo è libero di compiere una certa azione o persistere nella stessa, allora gli verrà consigliato di compiere o evitare un certo atto. Se, al contrario, fosse costretto e predeterminato nelle sue scelte, privo di scelta e di libero arbitrio, allora non vi sarebbe alcun bisogno di ammonirlo o dargli degli ordini. Questa libertà e questo libero arbitrio, in cui crediamo, sono una questione ontologica (takwini) che si oppone alla predeterminazione (jabr). Essi sono stati donati da Dio all’uomo, e sono tra le sue caratteristiche peculiari e la ragione della sua superiorità su tutte le creature. Tra tutti gli esseri animati che conosciamo, l’uomo è il solo ad avere libertà di scelta e libera volontà, nonostante le sue diverse, e allo stesso tempo contraddittorie, inclinazioni. Nel rispondere al richiamo dei desideri – siano essi di tipo animale, o divine e sublimi aspirazioni – è totalmente libero e autonomo. Indubbiamente Dio Onnipotente ha concesso la Sua grazia divina all’essere umano così che potesse scegliere se incamminarsi sul retto sentiero o su quello dell’errore. Tutti i vantaggi che gli umani hanno rispetto alle altre creature, ivi inclusi gli angeli, dipendono sostanzialmente da questa libertà di arbitrio e di scelta. Se scegliesse di usare questo potere nella giusta direzione e inseguisse gli aneliti divini, mettendo a tacere gli istinti bestiali, raggiungerebbe un livello tale di eccellenza che anche gli angeli si sentirebbero inferiori rispetto a lui. Naturalmente questa dote è una questione antropologica fondata sull’ontologia. Quasi nessuno al giorno d’oggi nega questa caratteristica per sostenere una predeterminazione e una costrizione assolute, senza alcuna libertà di scelta autonoma. La nostra posizione è messa in risalto dal Corano: 

Dì: «La verità [proviene] dal vostro Signore: creda chi vuole e chi vuole neghi» [XVIII, 29]. 

…e gli abbiamo indicato la Retta Via, sia esso riconoscente o ingrato [LXXVI, 3]. 

           Centinaia di versetti, se non addirittura l’intero Corano, evidenziano l’autonomia dell’uomo, perchè il Corano è una guida per tutti noi. Se l’uomo fosse predeterminato nei suoi comportamenti, il suo essere guidato sarebbe già determinato in partenza così come il suo essere sviato, e non vi sarebbe posto per la guida per scelta. In questo caso lo stesso Corano diverrebbe futile e senza alcuna utilità. Ora, è evidente che il secondo significato di libertà è diverso dal primo che abbiamo menzionato. Certo, hanno in comune il fatto di riferirsi a realtà oggettive e, per così dire, all’essere e al non essere. Nessuno di questi due significati cade nel dominio del dover essere. Se l’uomo è realmente stato creato per essere predeterminato, non si potrebbe più dire «un uomo deve essere libero». Al contrario, se l’uomo è stato creato come autonomo, non si può anche dire «un uomo deve essere obbligato». In queste due accezioni del termine libertà non si può parlare di ordini morali e ingiuntivi. Se in termini filosofici fosse provato che l’essere umano è creato per essere predeterminato, non si dovrebbero più scandire slogan inneggianti alla libertà. Se l’uomo è antropologicamente determinato nel suo agire o pensare, che ci piaccia o no, la libertà dell’uomo sarebbe assurda e impossibile. Il dominio dell’essere e del non essere è distinto da quello del dover (o non dover) essere. Per questo motivo, se qualcuno parlasse di libertà in termini di caratteristiche innate e di ontologia antropologica, e arrivasse poi al dominio del dover essere, allora sarebbe caduto nella fallacia dei termini generici descritta in precedenza. Se dimostriamo che l’uomo è stato creato libero, non possiamo dedurre da ciò la libertà di carattere morale o legale e dire: «Quindi questa persona deve essere libera», o «è bene per lei essere libera». Scoprire e dimostrare una realtà esterna è un conto, mentre parlare di ciò che è bene e di ciò che è male, del dover essere o non dover essere, è un’altra cosa. In ogni caso le due cose devono rimanere distinte. 

“La libertà come assenza di attaccamento e affezione”  

     La terza accezione di questo termine spesso si trova nelle esposizioni di carattere etico e gnostico. Come nel noto poema di Hafez:[6] 

Servo io sono dell’Ambizione di Colui che sotto la volta celeste libero sempre si tiene da quanto color di contingenza riceva.[7] 

     In questo senso libertà è intesa come il contrario di appartenenza e attaccamento. Ossia a volte il cuore di una persona è attaccato ad alcune cose e ne è desideroso, altre volte invece non prova attaccamento per nessuno; è libero da ogni tipo di appartenenza. Naturalmente la virtù consiste nel non avere brama o desiderio per questo mondo, per le cose materiali, per i piaceri mondani e non-divini, ma non significa che non si debba aver amore e inclinazione neanche per Dio, il Profeta, gli awliya8 e simili. Un senso più propriamente gnostico di «assenza di attaccamento» è che l’essere umano, al più alto livello del monoteismo, giunge a rivolgere il suo amore e a dedicarsi completamente solo alla Sacra Essenza Divina. In questa stazione, anche se prova amore per una persona o una cosa, ciò deriva e dipende dall’amore per Dio, ed avviene sotto l’egida della Bellezza divina. Secondo le scienze islamiche, uno dei livelli più alti della perfezione umana è l’amore e l’inclinazione per Dio:                                                           

Ma coloro che credono hanno per Dio un amore ben più grande [II, 165].  

 Nel Du’a Kumayl [9] leggiamo: 

[O Signore!] inebria il mio cuore dell’Amor Tuo! 

     Similmente, questo tema è presente in molte invocazioni e tradizioni, e l’essere umano raggiunge il suo più alto livello quando l’Amore verso Dio abbraccia il suo intero essere, completamente, e tutto il suo cuore è così ebbro del Suo Amore che non vi si sarà mai spazio per l’amore che non sia per Lui. Questo indica un altro significato della parola libertà: emancipazione e assenza di vincoli bramosi o affettivi verso ogni cosa o essere che non sia Dio. Ben si nota come questa accezione sia totalmente diversa rispetto alle due precedenti. Quelle, infatti, si riferivano all’ambito delle realtà e a quello dell’essere e del non essere, mentre questa riguarda la sfera dei valori e del dover essere/non dover essere. Nell’ultimo caso diciamo che è bene per l’essere umano essere libero da vincoli di altri all’infuori di Dio e, se vuole elevarsi nella perfezione, egli deve essere libero e indipendente dall’amore che non sia per Dio. Se applichiamo il significato ora menzionato, allora ci accorgiamo che la libertà assoluta non è desiderabile, nel senso che l’affermazione secondo cui l’uomo dovrebbe essere esente da qualsiasi sentimento di amore per qualcosa o qualcuno, si tratti anche di Dio, va contro i principi morali. Anche qui vi è il rischio di cadere nell’errore dei termini generici. Se qualcuno applicasse ingannevolmente questo significato di libertà nel senso che non si deve essere prigionieri e vincolati, potrebbe giungere alla conclusione che ci si debba liberare anche dell’amore per Dio, che bisogna emanciparsi ed essere totalmente liberi. A sostegno della sua tesi reciterebbe gli stessi versi di Hafez: 

 Servo io sono dell’Ambizione di Colui che sotto la volta celeste libero sempre si tiene da quanto color di contingenza riceva.  

     Mentre ciò è un errore evidente e ingannevole. Quando mai Hafez avrebbe voluto dire: «Sono il servo dell’ambizione di chi, fino al punto di essere insensibile e con un cuore di ghiaccio, non nutre amore per nessuno nel suo cuore»? Hafez rifiuta legami affettivi nei confronti di chiunque all’infuori di Dio. Il suo discorso intende negare l’attaccamento nei confronti delle cose materiali e mondane, perché l’uomo dovrebbe indirizzare il proprio sentimento a Chi ne è degno e rappresenta la realizzazione di ogni bene, qualsiasi bellezza e perfezione esistenti nel mondo sensibile non essendo altro che un riflesso della Sua bellezza. Questo è un altro significato del concetto di libertà, che troviamo negli scritti di etica e gnosi. 

“Libertà in contrapposizione a schiavitù” 

     La quarta accezione di questo termine è di carattere sociale e si definisce in contrapposizione alla schiavitù. In epoche passate è avvenuto che alcuni esseri umani prendessero dei loro simili come schiavi, obbligandoli a lavorare, comprandoli e vendendoli come merci. Ma esistevano altre persone che erano libere in quanto non erano schiave di nessuno. Anche questo significato è totalmente diverso dai tre precedenti che abbiamo visto, e possiede un proprio ambito specifico. Vi sono poi anche molti altri significati del termine libertà, che per brevità dobbiamo omettere. Piuttosto, è necessario introdurre un significato che ha rilevanza politica e giuridica, e che costituisce il fulcro del presente approfondimento. Ci siamo dilungati nel menzionare questi diversi significati del termine libertà affinché si faccia attenzione al fatto che la libertà possiede numerosi significati, ognuno avente le sue specifiche caratteristiche predominanti, e quest’ultime, unitamente alle conseguenze di ognuna di esse, non devono essere erroneamente applicate ad altri significati.  

“La libertà nella terminologia giuridica e politica: il dominio del proprio destino” 

     Uno dei significati in uso negli ambienti giuridici e politici è quello di libertà nel senso di «dominio del proprio destino». In questo senso essere liberi significa non essere soggetti al controllo da parte di altri e poter decidere autonomamente lo stile, la natura e la modalità della propria vita. Al contrario, non essere liberi significa essere sotto la dominazione di altri, ricevendo da questi ordini perentori, e non poter agire secondo il proprio volere. Ne consegue che la libertà, così come è intesa nel linguaggio politico-giuridico contemporaneo, consiste nella negazione del diritto di altri di avere un controllo sul soggetto, anche se per altri si intendano Dio, il Profeta, la Guida dei Credenti (Amir al-mu’minin) [10] o l’imam del Tempo.[11] In questa prospettiva solo l’uomo e il suo diritto alla sovranità sono naturali e autentici. Solamente se egli delegasse questo diritto naturale a Dio, al Profeta o ad altri, questi lo acquisirebbero; altrimenti non avrebbero alcun diritto su di lui. In conclusione, «l’uomo è libero» significa che nessun essere può calpestare il diritto di un uomo di possedere pieno controllo sul proprio destino, e assegnargli doveri di vita e di comportamento. Interferendo nella vita e negli affari delle persone, il wali al-faqih (giurisperito che possiede l’autorità), gli infallibili imam e il Profeta, ciascuno con le competenze del proprio livello, e addirittura Dio stesso, dovrebbero attendere la loro approvazione, altrimenti non avrebbero nessuno diritto di dare ordini agli individui o di gestire la loro vita, e se lo facessero, ciò non avrebbe alcun valore, e le persone non sarebbero ontologicamente obbligate ad accettare i loro ordini, i loro ammonimenti e le loro proibizioni. Esamineremo meglio in seguito questo particolare significato della parola libertà, mentre spiegheremo ora chiaramente la posizione dell’Islam riguardo a ciò. 

NOTE:

[1] Citazione libera di un emistichio del celebre poeta arabo al-Mutanabbi (X secolo d.C.). Cfr. il suo Diwan, ed. del Cairo, I, p. 15 [N.d.T.]. 

[2] Mawlawi Jalal ad-Din ar-Rumi (d. 107/1273), il più grande poeta mistico di lingua persiana e fondatore dell’ordine derviscio Mawlawiyyah, è molto conosciuto per la sua lirica e l’opera epico-didattica Mathnawī-ye Ma ‘nawī. [tr. it. Mathnawī – Il poema del misticismo universale, a cura di G. Mandel Khan, Bompiani] [N.d.T.]. 

[3] Quello è shir nella badiyeh / quell’altro è shir nella badiyeh / uno è shir che mangia l’uomo (o che l’uomo mangia) / l’altro è shir che mangia l’uomo (o che l’uomo mangia) [N.d.T.]

[4] Il termine jabr (costrizione, predestinazione, destino) indica la predeterminazione intesa come influsso determinante della causalità divina sull’uomo, per cui di fatto non sarebbe l’uomo che agisce, ma solo Dio [N.d.T.]. [5] Il fondatore della scuola teologica asharita fu Abu al-Hasan al-Ash’ari (m. 324 /936), il quale propugnò una dottrina moderata tra il razionalismo mu’tazilita e il letteralismo degli Ahl al-Hadith e della scuola hanbalita. Per quanto concerne il problema della predeterminazione e del libero arbitrio, la prima scuola asharita presentò la teoria dell’“acquisizione” (kasb) in accordo alla quale l’individuo “acquisisce” una azione ma non la crea poiché in realtà è Dio a creare e compiere ogni azione ivi incluse quelle umane. Tale dottrina venne criticata da un tardo teologo asharita, Fakhr al-Din al-Razi (m. 606/1209) il quale assunse invece una posizione assai più fatalista. Egli infatti affermava che la creazione di un atto necessitasse di due fattori: il potere di compierlo o non compierlo e l’impulso che induce al compimento dell’azione. Dato che entrambi questi fattori sono dovuti e creati da Dio, ne consegue che ogni azione umana è frutto della predeterminazione divina [N.d.T.]

 [6] È il soprannome di Khwajah Shamsuddin Muhammad Shirazi (ca. 1325 -1391), maestro di Corano e poeta persiano del XIV secolo, considerato da molti il più grande esponente della forma ghazal, breve lirica intessuta in genere di linguaggio misticoesoterico ispirato al concetto di Amore per Dio [N.d.T.]. 

[7] Hafez, Il Libro del Coppiere, ghazal n. 168, Luni Editrice Milano 1998, p. 176 [N.d.T.]. 

[8] Si tratta della forma plurale del termine wali, colui il quale è il detentore della wilayah. Il termine arabo wilayah deriva dalla radice wala che porta con sé il significato di «intimità» o «affinità». Nel linguaggio legale indica spesso autorità, sovranità, controllo e supervisione. In accordo alla prospettiva sciita i detentori della wilayah sono, oltre ai profeti, gli imam della Ahl al-Bayt. Tra i versetti coranici che enfatizzano il ruolo della wilayah nelle redini dell’imamato ricordiamo i seguenti: «Oh voi che credete, obbedite a Dio e al Messaggero e a coloro di voi che detengono il comando. Se siete discordi in qualcosa, fate riferimento a Dio e al Messaggero, se credete in Dio e nell’Ultimo Giorno» [IV, 59]), «In verità il vostro wali è Dio, il Suo messaggero e i credenti che assolvono all’orazione e pagano la decima prosternandosi con umiltà» [V, 55] e «… e ne facemmo imam che dirigessero le genti secondo il nostro comando» [XXI, 73; XXXII, 24].   

 [9] Il Du’a Kumayl (Supplica di Kumayl) è la supplica insegnata dall’imam Ali a uno dei suoi discepoli e strenuo sostenitore dell’Islam: Kumayl ibn Ziyad. In genere viene recitata la notte prima del giorno di venerdì (laylat’ul jum’ah) individualmente o in congregazione. Essa espone insegnamenti divini e solidi fondamenti religiosi che permettono ai fedeli di trovare la retta via che conduce alla vera spiritualità e alla virtù. La traduzione in italiano, con testo arabo, è stata realizzata e viene distribuita in Italia dall’Associazione islamica “imam Mahdi” (www.islamshia.org) [N.d.T.].                                                      

 [10] Alì ibn Abi Talib, cugino e genero del Profeta, è il primo dei dodici imam dopo il Profeta. La sua guida durò dal 35/656 fino al suo martirio avvenuto nel 40/661. Parte della sua sapienza è raccolta nel Nahj al-Balaghah [N.d.T.]. 11 L’imam Muhammad ibn Hasan al-Mahdi, dodicesimo e ultimo imam della progenie del Profeta, è ora in stato di occultamento maggiore e riapparirà nel tempo prestabilito per colmare il mondo di verità, pace, giustizia e fede, dopo un periodo oscuro di inganno, ingiustizia e miscredenza [N.d.T.] 

[11] L’imam Muhammad ibn Hasan al-Mahdi, dodicesimo e ultimo imam della progenie del Profeta, è ora in stato di occultamento maggiore e riapparirà nel tempo prestabilito per colmare il mondo di verità, pace, giustizia e fede, dopo un periodo oscuro di inganno, ingiustizia e miscredenza [N.d.T.]

[tratto da: MESBAH YAZDI, L’Islam e la libertà – verità nascoste e precisazioni necessarie, Irfan Edizioni – per acquistare il libro scrivere a: ordini@raido.it]