Sara Giromini: la Femen brasiliana convertita | LNBQ


L’ottobre scorso una delle più note femministe anticlericali brasiliane, fotografata nel 2014 su un crocifisso mentre baciava una donna di fronte alla chiesa di Nostra Signora della Calendaria a Rio de Janeiro, aveva chiesto scusa ai cristiani. Ora è tornata a far parlare di sé senza usare mezzi termini, esattamente come quando professava l’opposto, per denunciare le conseguenze devastanti dell’aborto.
Sara Fernanda Giromini, la fondatrice della sezione brasiliana delle Femen nota come “Sara Winter”, ha raccontato la sua storia di fronte al Senato, in seguito alla discussione sull’aborto riaperta a gennaio usando il caso del virus Zika, secondo l’Onu responsabile di alcune malformazioni fetali. L’allarme si era diffuso fino a diventare l’emergenza eccezionale e necessaria a far breccia nell’ordinamento brasiliano antiabortista in modo da far crollare ogni barriera legale all’aborto. Esattamente come avvenne in Italia, quando nel 1976 l’opinione pubblica fu sensibilizzata con una campagna mediatica altamente emotiva sui rischi delle gravidanze delle donne residenti nelle zone di Seveso, in cui la diossina era fuoriuscita da un’azienda chimica. Convinta di poter aiutare le donne a evitare di uccidere il proprio figlio in preda «all’inganno, alla paura o alla solitudine», Giromini, un tempo costretta a prostituirsi e drogarsi, ricevendo molestie sessuali anche dalle donne, aveva poi lanciato un appello: «Da quando ho partorito mio figlio la mia vita ha assunto un nuovo significato». La ragazza, cambiata grazie a un “antifemminista” che le ha voluto «veramente bene», ha spiegato che il risultato di questo incontro ha prodotto una nuova visione e stile di vita, per cui «oggi sono molto più felice».
Per questo, contro la falsità di quella che viene definita una soluzione, “estrema” come piace ripetere a certi pro-choice, ma pur sempre contemplata come tale, l’ex Femen non ha speso tempo per dimostrare che non si può provare che il virus Zika sia associabile alle malformazioni fetali (argomento necessario ma non sufficiente), ma è partita da tutt’altra argomentazione: la condanna all’aborto deve valere anche nel caso in cui il bambino sia effettivamente malato. E, spostando completamente il punto di vista riduttivo con cui si tende a rispondere agli abortisti, ha spiegato che si tratta di un omicidio che «non uccide solo il bambino, ma uccide sua madre». La giovane che aveva raccontato quanto il femminismo in realtà considerasse «le donne come oggetti convenienti e utili allo scopo di infiammare l’odio contro la religione cristiana, l’odio contro gli uomini, l’odio contro la bellezza delle donne, l’odio contro l’equilibrio delle famiglie», anche «facendo da scudo ai pedofili», ha continuato così la sua testimonianza in parlamento: «Non avete idea di cosa significhi vivere con questo senso di colpa e l’incentivo enorme che il movimento femminista produce per facilitare questo crimine».

Poi Giromini ha ricordato quando invano cercò nel movimento femminista «una famiglia, una comunità di mutuo aiuto», finendo solo per trovare persone incapaci di aiutarla quando, incinta e senza un soldo, era bisognosa di uscire da una relazione violenta e abusiva. La sola cosa che le sue “compagne” le seppero dire fu infatti che suo figlio era «un grumo di cellule». Ma se è così non si capisce perché ancora oggi «non dormo di notte, faccio sogni: sogno i pezzi di mio figlio che escono da me e sogno che io provo a respingerli dentro». Eppure le femministe in Brasile vivono e operano costantemente per «legalizzarlo», insieme «alle Ong internazionali che con i loro finanziamenti vogliono cambiare la legge del nostro paese». Sebbene lo scenario nascosto dietro l’apparente unità delle Femen sia la solitudine e la disperazione, con casi di aborti che hanno prodotto «suicidi, depressioni, sindromi post abortive».

Non solo, Giromini ha anche rivelato al Senato che «sono venuta qui a denunciare il fatto che il movimento femminista brasiliano ha un gruppo su Facebook che spinge le donne ad abortire e che si muove per raccogliere fondi e comprare il Cytotec (farmaco che dovrebbe curare l’ulcera, ma che produce contrazioni, ndr). Stavo con loro in cerca di un abbraccio, un aiuto ma la sola cosa che mi hanno dato è il Cytotec. Ho ricevuto le pillole da un medico, un ortopedico, e ho fatto la cosa peggiore che avrei mai potuto fare nella mia via». Ora la neoconvertita usa tutte le sue forze per difendere quello che un tempo odiava, girando le istituzioni e le parrocchie brasiliane: «Non me lo sarei mai immaginata: è solo nella Chiesa che ho trovato persone che aiutano le donne come invece il movimento femminista non ha mai fatto».

Benedetta Frigerio

Fonte http://www.lanuovabq.it/it/articoli-sara-fernanda-giromini-la-femen-brasilianaconvertita-alla-causa-pro-vita-nonostante-zika-16320.htm