San Michele Arcangelo | CALENDARIO, Alfredo Cattabiani – Parte Seconda


La dedicazione risale, secondo la leggenda, al 16 ottobre 709, un anno esatto dopo l’apparizione di san Michele che sarebbe tornato nel frattempo altre volte. In realtà pare che il santuario, riproduzione della cripta garganica, sia stato fondato dai monaci irlandesi giunti nel secolo VII dalle chiese celtiche e anglosassoni della Gran Bretagna. Di qui il suo culto si diffuse verso oriente, lungo l’itinerario dei monaci di origine celtica fino alle Alpi bavaresi.
La sua straordinaria popolarità presso i Celti è dovuta probabilmente a un processo
sincretistico di trasferimento di attributi e funzioni da una divinità precristiana: quale? una ricerca da compiere. Fra i popoli germanici il processo è invece evidente perché i missionari sostituirono i templi di Wotan e Thiu con i suoi santuari.
Con il medioevo l’Arcangelo assunse un complesso di funzioni tramandate fino ad oggi e riflesse nell’iconografia: alcune, come s’è detto, di derivazione pagana, altre cristiane. La principale è di guardiano armato delle chiese contro i demoni e di difensore del popolo cristiano, ma anche delle singole nazioni – lo è per esempio della Germania – e di varie città fra cui Bruxelles e Roma, dove intorno al 607-615 venne eretto sulla sommità della Mole Adriana un oratorio a forma di cripta in ricordo della grotta garganica: Sanctus Angelus inter nubes, ispirato al culto aereo degli angeli.
Una leggenda tardiva, riferita anche da Jacopo da Varagine, lo motiva con l’apparizione dell’Arcangelo il 29 agosto del 590 sopra il mausoleo dell’imperatore ai romani che, guidati da papa Gregorio Magno, portavano in processione l’immagine della Madonna, la Salus populi Romani, custodita in Santa Maria Maggiore per impetrare la fine di una pestilenza che aveva colpito la città. Secondo la leggenda, san Michele preannunciò la grazia divina detergendo il sangue dalla spada e riponendola nel fodero.

Nel tardo medioevo si pose sulla cima del maschietto una sua statua, la prima di una serie di cui non si conosce il numero.
L’ultima, bronzea, dello scultore Peter Anton Verschaffelt, risale al 1752 ed è – al contrario della precedente di Raffaello da Montelupo (1544) custodita nel cortile dell’Angelo – l’illustrazione fedele dell’episodio leggendario.
L’Arcangelo con la spada, non nell’atto di rinfoderarla ma di brandirla per uccidere il Dragone o per scacciare Satana nell’inferno, è tipico di tutta l’iconografia occidentale dove appare anche con la lancia. Ma talvolta è raffigurato anche in clamide purpurea, con la spada e la lancia in una mano e un globo nell’altra, come in un rilievo del secolo VI, oggi al British Museum, o nell’affresco a Castel Sant’Angelo attribuito al rinascimentale Domenico Zaga. Il globo in mano – come s’è ricordato – era l’attributo di Mithra kosmokrátor: nell’iconografia di san Michele assume un significato simile, poichéè simbolo della sovranità di Dio sul cosmo tramite il capo delle milizie celesti.
Ma le analogie con le funzioni di Mithra-Hermes non si limitano a questa se si rammenta che Mithra, alla fine dell’attuale ciclo cosmico, ritornerà sulla terra separando gli uomini malvagi dai buoni, ovvero svolgendo la funzione di pesatore d’ anime, analoga a quella dell’egizio Toth o del greco Hermes, assimilato al precedente in epoca alessandrina: un prezioso mosaico nel duomo di Torcello, risalente al secolo XII o al XIII, raffigura Michele con la bilancia in mano; e nel Dictionnaire d’archéologie chrétienne et de liturgie è riprodotta un’antica gemma dove Mercurio viene rappresentato, con i soliti attributi e con il gallo accanto alla parola Micha45el e alle lettere ebraiche ain e thau (16).
Curiosamente l’Arcangelo è anche diventato, come pesatore d’anime, il patrono di tutti i mestieri in cui ci si serve della bilancia (pasticcieri, droghieri, pesatori di grano e commercianti in genere) mentre la sua funzione di guerriero lo ha trasformato nel patrono della Pubblica Sicurezza.
Una terza prova che conferma l’analogia tra le funzioni di Michele e quella di Mithra- Hermes è il ruolo di psicopompo, ovvero di conduttore di anime al cielo. Già gli Ebrei credevano che gli angeli avessero la funzione di condurre le anime al giudizio divino (17). I rabbini attribuirono a san Michele questa funzione che venne trasmessa alla cristianità dagli gnostici (18), sicché egli divenne lo psicopompo per eccellenza: la Leggenda Aurea, sulla scia degli apocrifi, narra che fu lui ad annunciare a Maria la morte e a proteggerla con la palma durante l’assunzione al cielo. Per questo motivo in tutta la storia dell’Occidente lo si è invocato come patrono delle confraternite seppellitrici, tant’è vero che gli si dedicavano cappelle funebri, come ad esempio la chiesa del Cremlino dove si sotterravano gli zar. E che cos’era d’altronde la Mole Adriana se non il sepolcro di un imperatore?

Il culto dell’Arcangelo è ancora vivo in Italia, particolarmente a Monte Sant’Angelo dove lo si festeggia sia l’8 di maggio che il 29 di settembre con gran concorso di pellegrini, canti e danze tradizionali. L’8 di maggio i pellegrini, che arrivano soprattutto dall’Italia meridionale, portano caratteristici bastoni che hanno in cima ciuffi di aghi di pino, chiamati mazzareddi.
San Michele, con Gabriele e Raffaele, appartiene al gruppo dei tre arcangeli il cui culto fu riconosciuto nel 476 dal concilio Lateranense che escluse invece Uriele, Brachiele, Ichudiele e Sealtiele. Fino all’ultima riforma del calendario liturgico Michele era festeggiato da solo il 29 settembre; ora gli sono associati Gabriele e Raffaele che un tempo venivano ricordati rispettivamente il 24 marzo e il 24 ottobre. Sicché il 29 settembre è diventato la festa dei tre angeli nominati dalla Sacra Scrittura sebbene gli scritti apocrifi ne elenchino sette riferendosi a Raffaele che nel Libro di Tobia afferma: «Io sono Raffaele, uno dei sette angeli che sono sempre pronti ad entrare alla presenza della maestà del Signore» (19); e a Giovanni che riferisce nell’Apocalisse: «Vidi che ai sette angeli ritti davanti a Dio furono date sette trombe» (20).
Quattro fra questi – i tre nominati nelle Scritture più un quarto, il cui nome varia – furono considerati nonostante il concilio Lateranense i maiores e invocati nel Canon universalis degli Etiopi, nei calendari orientali, in molte litanie medievali. Su una laminetta d’oro, conservata nella rotonda di Santa Petronilla in Vaticano, sulla tomba di Maria, sposa dell’imperatore Onorio e figlia di Stilicone, è scritto: «Michael.Gabriel.Raphael.Uriel».
I quattro angeli hanno importanti funzioni davanti al trono di Dio e anche sulla terra (21), e presiedono alle quattro schiere angeliche disposte ai quattro punti cardinali: ma del quarto, come s’è spiegato, non v’è traccia nel calendario liturgico.
Il secondo, Gabriele, è l’angelo ovvero il messaggero per eccellenza come annunciatore dell’Incarnazione alla Vergine. Per questo motivo la data della sua festa è stata sempre collegata, fino alla recente riforma liturgica, a quella dell’Annunciazione: nella Chiesa greca, come nella siro-maronita, cadeva il 26 marzo perché i Greci solevano far seguire la memoria dei santi al mistero celebrato di cui essi erano partecipi; in Spagna e in molte Chiese occidentali il 18 marzo, prima di san Giuseppe, per sottolineare la filiazione divina del Cristo; e il 24 marzo per tutta la Chiesa a partire dal 1921: data che sarà infine soppressa nel 1969 con una decisione discutibile.
Gabriele compare già nell’Antico Testamento quando spiega al profeta Daniele la visione dell’ariete (22) e poi quella delle settanta settimane (23). Ricompare nel Nuovo preannunziando la nascita del Battista al sacerdote Zaccaria che fino ad allora non aveva avuto figli perché la moglie Elisabetta era anziana. Mentre Zaccaria stava officiando nel tempio, narra Luca, gli apparve un angelo dicendogli: «”Non temere, Zaccaria, la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio che chiamerai Giovanni. Avrai gioia ed esultanza e molti si rallegreranno della sua nascita poiché egli sarà grande davanti al Signore: non berrà vino né bevande inebrianti, sarà pieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre e ricondurrà molti figli d’Israele al Signore loro Dio. Gli camminerà innanzi con lo spirito e la forza di Elia per ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti, e preparare al Signore un popolo ben disposto”. Zaccaria disse all’angelo: “Come posso conoscere questo? Io sono vecchio e mia moglie è avanzata negli anni”. L’angelo gli rispose: “Io sono Gabriele che sto al cospetto di Dio e sono stato mandato a portarti questo lieto annuncio. Ed ecco, sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno perché non hai creduto alle mie parole le quali si adempiranno a loro tempo”» (24). Per questo motivo nell’iconografia cristiana Zaccaria tiene un dito sulle labbra a simboleggiare la perdita della parola.
Si è anche sostenuto che Gabriele sia l’angelo che appare sfolgorante di luce ai pastori la notte di Natale annunciando loro la nascita del Messia e cantando insieme con una schiera di angeli: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama» (25). Infine un inno del Breviario domenicano serba la credenza che sia sceso dal cielo per confortare il Cristo durante l’agonia.

 

L’Arcangelo annunciatore ha una funzione importantissima anche nell’Islam: il Corano, ovvero il discorso di Dio registrato in un archetipo celeste (Umm al-kitâb, la Madre della Scrittura) e iscritto nella Tavola Custodita, viene comunicato a Maometto da Gabriele, detto anche Spirito della Santità o Spirito Fedele (26). Il suo nome deriva dall’ebraico Gabri’ el, composto da gabar, «essere forte», e da ’45el, abbreviazione di ‘el45ohim, Dio, e significa tradizionalmente «Dio è la mia forza».
Egli divide con Michele la funzione di guardiano delle porte delle chiese impedendo l’ingresso al demonio: così i due arcangeli appaiono sui mosaici nel presbiterio di San Vitale e nel duomo di Torcello, armati di lancia e rivestiti dei ricchi abiti dei dignitari imperiali.
Ma la sua funzione principale, secondo la Sacra Scrittura, è di annunziatore del Verbo, simboleggiata da una lanterna illuminata e da uno specchio sul quale sono iscritti gli ordini di Dio, dal bastone del messaggero, dallo scettro o dal giglio, l’emblema di regalità e di purezza che egli offre alla Vergine. Talvolta nella pittura senese appare con un ramo di palma o di olivo, simboli di vittoria e di resurrezione il primo, e di pace il secondo: adottati dai senesi per distinguersi dalla rivale Firenze (27).

Alfredo Cattabiani

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