Recovery Fund, il cavallo di Troia per l’Unione fiscale europea | Nico Di Ferro per Aurhelio

Il cavallo di legno in una scena del film ''Elena di Troia'', girato a Cinecitta', Roma. ANSA

Il Recovery Fund, il fondo stanziato dalla Commissione Europea, ufficialmente previsto per gli Stati Membri più colpiti dalla recessione causata dalla pandemia, più che uno strumento per aiutare l’economia reale, sembrerebbe essere uno dei famosi “passi avanti” favoriti dalla crisi, al fine di far avanzare il progetto UE. Come ebbe a dire a suo tempo Mario Monti che, stando allo stesso, significa per definizione concessioni di porzioni sempre più importanti di sovranità nazionali.

Analizzato da vicino, il Recovery Fund, è infatti lontano dal rispondere all’esigenza urgente di liquidità nel breve periodo. L’iter di adozione del fondo di 750 miliardi di euro è lunghissimo e attualmente si trova allo stadio di mera proposta della Commissione.

Ammesso che tutto vada senza intoppi, saranno necessari poi l’Accordo di Partenariato tra la Commissione e ogni singolo Stato Membro, quindi l’approvazione a livello nazionale dei rispettivi Piani Operativi seguiti dalla pubblicazione dei vari bandi di finanziamento. Insomma, affinché un solo euro di questi 500 miliardi a fondo perduto arrivi nell’economia reale si dovrà attendere, nei migliori dei casi, 2022.

Per i rimanenti 250 miliardi che saranno forniti sotto forma di prestiti agli Stati Membri, si dovrà attendere una revisione del TFUE, per alzare il tetto massimo di indebitamento della Commissione, seguito poi da un accordo bilaterale tra la Commissione e ciascun Stato. Insomma, solamente i 250 miliardi a titoli di prestito arriveranno prima, ma nel 2021.

Sul totale dei 750 miliardi, 500 sono a fondo perduto e volti a incrementare il Piano finanziario pluriannuale dell’UE, che, oltre a dover essere ancora adottato dal Parlamento Europeo deve essere approvato anche dal Consiglio, all’interno del quale si dovrà convincere Stati scettici quali l’Olanda, Danimarca, Austria e Svezia.

Mancato l’obiettivo di venire in soccorso all’economia reale ci si chiede che senso abbia il “Fondo per la Ricostruzione”. Il Recovery Fund trasformerebbe l’UE nel più grande detentore sovranazionale di titoli di debito del continente europeo, con la conseguenza che sarà il bilancio di quest’ultima a garantirlo. Ciò, associato al fatto che la restituzione avverrebbe in funzione della percentuale di partecipazione al bilancio UE, con la conseguenzache alcuni Stati otterrebbero, almeno sulla carta, più fondi di quanto abbiano effettivamente contribuito, e viceversa, rappresenterebbe un precedente di un trasferimento di ricchezza a livello UE tipico di un’unione anche fiscale, mettendoci di fronte, in definitiva, ad un’unione fiscale de facto e all’erosione di un altro segmento della sovranità nazionale.

Come se non bastasse, i fondi europei così ottenuti, potranno essere utilizzati non in base all’esigenza dell’economia reale, e quindi delle persone, ma perseguendo gli obiettivi ideologici e lobbistici inclusi nel cosiddetto Green Deal, volti alla riconversione dell’economia in una sempre più digitale e “verde”.

Il rischio sarà, come già successo, che a beneficiare di tali fondi saranno alcuni segmenti dell’economia – quali le banche e alcune grandi imprese che operano nei settori indicati come prioritari dalla Commissione.

https://www.euractiv.com/section/economy-jobs/news/recovery-fund-brings-eu-one-step-closer-to-fiscal-union/