Le idee a posto | Il caso Montessori, Julius Evola

(tratto da La vita italiana, maggio 1934)

Uno dei tratti della longanimità e della interna sicurezza di Roma imperiale antica era costituito dalla sua condiscendenza nell’accogliere nel Pantheon della città sacra ogni sorta di culti e di credenze, anche di quelle che con la tradizione vera e originaria di Roma, col suo innato mos et fas, ben poco avevano a spartire. Era, questo, un segno di calma sicurezza e di superiorità; anche se in un periodo successivo si dovette constatare come non di rado l’ospite straniero finisse col trasformarsi in un vero e proprio cavallo di Troia. 

Ebbene, qualcosa di simile è venuto in mente nei riguardi dell’ospitalità che la Roma fascista concede a «congressi» di specie molto varia, di carattere spesso internazionale e che quasi sempre si inaugurano in pieno Campidoglio, sotto la presidenza – anche se soltanto «onoraria» o «nominale» – di alte personalità del Regime.

In ciò torna dunque a nuova vita qualcosa dell’antica ospitalità del Pantheon imperiale, ma, in pari tempo, fors’anche qualcosa di quell’antico pericolo. È comprensibile che oggi le correnti più varie aspirino a ricevere attraverso l’ospitalità romana una specie di crisma; e, d’altra parte, una attitudine non di gretto esclusivismo geloso del proprio piede di casa, ma di aperto respiro, di consapevole universalità e di mediazione supernazionale è quella che meglio si confà alla nuova tradizione italiana. Tuttavia, una volta fissati e messi fuor di discussione questi due punti, resta legittimo domandarsi se in qualche caso coltivare di più un’attitudine di prudenza o, almeno, di distanza, non sarebbe opportuno, non diciamo per amor di chiarezza, ma semplicemente per evitare che, sotto ai baffi, qualcuno finisca col dar dell’ingenuo all’ospite troppo liberale e lo supponga atto a lasciarsi giuocare dei marchés de dupes[1] di fronte all’àrra[2] delle presidenze onorifiche e delle celebrazioni «romane».

Dalle generalità, passiamo ad un esempio concreto.

È per puro caso che siamo venuti a sapere che Roma recentissimamente ha ospitato un congresso internazionale «Montessori», inauguratosi, come al solito, «ufficialmente» in Campidoglio. Ed è parimenti per puro caso che ci siamo trovati ad assistere ad una conferenza, tenuta, per tale Congresso, dalla stessa signora Montessori[3]. Qui noi siam stati colpiti da una atmosfera curiosa. L’uditorio, composto prevalentemente da quel solito pubblico femminile fuori uso in estasi intorno ai teosofi, alle femministe, ai vegetariani, ai proclamatori dell’universale fratellanza e della protezione degli animali, appariva visibilmente inquieto. Ad un certo momento qualcuno (poi abbiam saputo che si trattava di alcuni fascisti dei Guf) ha gridato: Basta! La Montessori poco dopo chiudeva affrettatamente il suo dire e il figlio, annunciando la prossima conferenza del Congresso (prima in lingua inglese, poi in francese, poi in tedesco e infine, ricordandosene, in italiano), aggiunse queste strane parole: «Se non ci disturberanno».

A dir vero, nel seguire pazientemente la lenta esposizione della signora Montessori, e della sua «dottrina» non avendo che un’idea vaga, noi stessi avevamo sentito una certa sorpresa non disgiunta – diciamolo pure – da una avversione istintiva assai decisa. Quindi quell’atmosfera piuttosto preoccupata ci è stata comprensibilissima e non dubitiamo un istante che se analoghe esposizioni fossero state fatte non in seno a quel pubblico i curiosi o di «studiosi» internazionali e di donne in adorazione per la «dottoressa», ma di puri e consapevoli fascisti, le cose sarebbero anche andate in modo alquanto diverso.

Perché dunque? Qui non vogliamo mettere gli antecedenti e le vicissitudini politiche del «metodo Montessori» in particolare e antipatico rilievo. Accenniamo dunque appena, come questo «metodo» sia passato dall’uno all’altro dei protettorati più sospetti: da quello di socialisti militanti tipo Labriola e di un Nathan a quello di un Don Sturzo; come, sostando sulle soglie di certe organizzazioni cattoliche, esso poi sia di colpo saltato in terra protestante, ove, sotto gli auspici del famoso Wilson e presso all’«ideale animale» della «civiltà» d’oltre oceano, ha trovato la sua fortuna, la sua abbondante miniera d’oro epperò anche il modo per tornar di rimbalzo nel vecchio continente e far presa nella stessa Italia. Di fronte a queste constatazioni pacifiche, e a varie altre di natura più delicata, che noi taciamo, sappiamo bene quale è la risposta di dovere. Noi facciamo della scienza, il «metodo Montessori» è un metodo scientifico, anzi sperimentale, quindi non ha da spartire né con partiti politici, né con confessioni religiose. Potremmo allora anche aggiungere né con nazionalità o regimi, e, insomma, dalla risposta ricavare come conclusione un dichiarato agnosticismo. Ora, chi è che non sa che ogni agnosticismo è solo uno strumento per l’affermazione, cosciente o incosciente, di un contenuto per nulla «agnostico», il quale, anche à rebours[4], finisce sempre con l’assumere un significato etico o politico? Noi sappiamo bene che significava, ieri, essere agnostici … significava esser militanti – e come – nei quadri dell’ideologia liberalistica e massonico-illuminista. Le cose nel caso Montessori sono ancora più chiare, giacché il suo «metodo» non si riferisce alla cultura dei fiori o alla produzione dei concimi chimici, bensì all’educazione umana. Ora, come è possibile prescindere, in cosa così delicata come l’educazione del fanciullo, da un momento sia etico, sia – anche – politico?

È che qui incontriamo senz’altro il punto decisivo. Effettivamente il metodo Montessori può chiamarsi un metodo agnostico e se si vuole – nel senso negativo del termine – «scientifico», poiché nelle sue premesse e nei suoi criteri trova principio e fine in un piano puramente naturalistico, in un piano cioè a cui sono estranei tutti quei superiori elementi, solo in funzione dei quali l’uomo è un essere «etico», «politico» e, infine «spirituale»: cioè un essere che appartiene ad un ordine gerarchico diverso da quello dell’animale o della pianta.

Il montessorismo rientra in quella nuova superstizione per la «natura» e in quell’ingenuo ottimismo primitivistico, che già fece apparizione – in significativo connubio col giusnaturalismo – in Jean Jacques Rousseau, ma che ha anche diramazioni moderne varie e ben precise: sul piano sociale, il liberalismo e l’ottimismo anarchico; sul piano intellettuale, la rivolta bergsoniana contro la ragione; l’attacco della psicanalisi contro le difese e le censure della personalità cosciente; la psicologia irrazionalistica di un Klages; infine, l’ideale della «vita liberata» di Krishnamurti.

L’anarchismo dice: l’uomo per sua natura è buono, sociale, capace di ordine. Ogni male vien dallo Stato e dall’autorità. Facciamo saltare l’uno e l’altra e tutto andrà spontaneamente per il meglio. Il liberalismo ripete: laissez faire, laissez aller[5], non disturbate il ritmo spontaneo dell’economia e del resto con i vostri non desiderati interventi. Per l’ebreo Freud le barriere, i pregiudizi morali e i controlli dell’Io non sono che sorgenti di malattia e di nevrosi, la vita vera sta nell’inconscio e nell’irrazionale assunto e accettato – così come per l’ebreo Bergson la ragione ha solo una funzione alteratrice, limitatrice e falsificatrice rispetto alla spontaneità dell’élan vital[6]. Secondo la nuova psicologia tipologica del Klages ogni vita ha il suo tipo biologicamente condizionato, il nostro «stile» non ci viene da una realtà superiore alla natura, ma dalla natura stessa – donde la connessione con tutto l’armamentario del razzismo. Infine, secondo Krishnamurti, liquidare ogni principio di autorità, ogni tradizione, ogni particolarismo, liberare la vita dall’Io e renderla «indomabile» è la via per la felicità totale e per il «compimento»[7].

Il «metodo Montessori» rientra con matematica esattezza in questo mondo ideale decadente, in questo mondo il cui apparente ottimismo salutistico e naturista non è, in fondo, che maschera, per un profondo pessimismo, per una profonda sfiducia – non sempre confessata – nelle possibilità e nei valori superiori della personalità di fronte alla mera natura: sfiducia, la quale trova poi la sua compensazione nella supposizione gratuita, che la natura sia in sé stessa capace di forma, di educazione, di liberazione.

Il «metodo Montessori» è infatti quello che lascia il bambino a sé stesso; dichiara deformatore e distruttore ogni intervento diretto dell’educatore; dà al bambino solo delle occasioni per poter scegliere istintivamente e eseguire materialmente un’azione o un lavoro che dovrebbe rivelarlo a sé stesso e formarlo; sostiene l’incoercibilità della natura infantile e, partendo da tale premessa erronea, la adula e la rafforza. Per questo metodo, l’adulto di fronte di fronte al bambino non è mai capace di vera comprensione, è pieno di limitazioni e di pregiudizi da imporre. L’affetto dell’educatore influirebbe così poco sul bambino quanto la sua autorità e i suoi castighi. Il bambino è quasi concepito ad imagine della monade leibziniana «priva di finestre»[8]. Nulla entra in lui, che egli non tragga da sé stesso. Il modello pedagogico passa dunque ad un tipo non diciamo naturistico-animale – poiché se l’animale si sviluppa allo stato di natura, pure è pieno di irrazionalità, di elementi improvvisi e pericolosi, di paure e di istinti di preda che lo aprono drammaticamente di fronte ai suoi simili –ma addirittura naturistico-vegetale. Il bambino non è una massa ancora amorfa, una materia grezza da plasmare secondo una forma e uno stile che questa sostanza non ha già in sé – quindi secondo l’educazione e la cultura come azione determinante – bensì è come una pianta, la quale ha già nel suo seno il suo sviluppo ben preordinato, onde si tratta solo di lasciarla al suo terreno, di farla vegetare, di non ostacolare con azioni esterne la sua crescenza.

Questa imagine compendia il significato ultimo del metodo Montessori e lascia misurare a quali orizzonti arrivi il senso che la signora Montessori ha per la dignità della personalità umana.


Peraltro, negli ambienti montessoriani questo tipo ottimistico del bambino-pianta assurge talvolta al significato di un glorioso ideale universale. Abbiamo sentito delle brave ragazze – che molto meglio sarebbe se dessero ai loro trasporti vie feminilmente più normali di esplicazione – parlarci entusiasticamente del Vangelo del Bambino e del bambino, addirittura quale Messia. Cioè: non più l’adulto deve servir da modello al bambino, ma il bambino montessorianamente sviluppato deve servir da modello all’adulto. L’uomo-pianta diviene dunque l’ideale escatologico di una superiore umanità non più «compressa», disturbata, ostruita, deformata, messa in contrasto con sé medesima: quindi risanata.

Può darsi che la signora Montessori non si riconosca in tali sviluppi: non per questo essi restano meno legittimi e meno illuminanti per il senso ultimo del suo metodo e delle sue vedute pedagogiche. Trasportate queste vedute nel campo sociale e politico, e poi ci si dica quanto spazio e quale giustificazione resta ancora per tutto ciò che è autorità, gerarchia, azione dall’alto, dominazione, Stato quale realtà supernaturalistica e centro di riferimento per una dedizione trasfigurante. L’educazione montessoriana non è che liberalismo e ottimismo anarchico applicato in sede pedagogica. Resta solo da domandarsi se, nei quadri di uno Stato quale quello fascista, la pedagogia può costituire una zona agnostica, ove ogni metodo, purché conduca a certi risultati materiali, vale quanto l’altro e può essere applicato indisturbatamente, ovvero se sarebbe desiderabile una coerenza fra i principii della pedagogia e quelli che, in genere, fanno da base ad una determinata concezione della vita politica e della umana personalità in genere.

Abbiamo udito dalla signora Montessori l’imagine del parallelogramma delle forze[9] come un argomento. Il bambino, con le inclinazioni ben definite che gli si suppongono, costituisce una forza di una certa direzione. L’educatore non montessoriano è una forza di direzione diversa. Se interviene, non si ha più né l’una cosa né l’altra, ma una «risultante» che segue la direzione diagonale del parallelogramma delle forze, diversa da entrambi. Tale imagine si presta altrettanto bene per una confutazione. Anzitutto perché pensare ad una direzione deviata nei riguardi della risultante, mentre essa, anche non coincidendo senz’altro con la direzione dell’educatore, potrebbe essere una direzione rettificata? Siamo sempre alla solita ipotesi della bontà iniziale della direzione infantile e al decreto superstizioso della sua intangibilità: come se perfino fra le piante non si vedesse che gli innesti portano talvolta a frutti migliori di quelli che nelle singole specie la natura produce. Poi, se ci si dovesse tenere al paragone matematico, a parte la sua direzione, in molti casi la risultante rappresenta una forza accresciuta in intensità rispetto alla componente minore. Così vero – si potrà però ribattere – quanto è vero che in altri casi la divergenza delle componenti dissipa e perfino neutralizza l’intensità delle due forze. Ma qui, da parte nostra, accusiamo il limite di questa imagine disanimata e astratta di fronte alla realtà vivente. Infatti non solo nel caso del bambino, ma anche in quello di un adulto e perfino di una razza o di un popolo, resta pienamente da dimostrare che tutto ciò che è contrasto, dissidio, antagonismo si risolva sempre in dissipazione e non sia invece occasione per lo scaturire di qualcosa di più alto, di una forza più viva e più irresistibile. Lasciamo fuori considerazione le piccole nature, gli essere addomesticabili: esso non testimoniano né contro di noi, né per la signora Montessori. Prendiamo in esame perfino in un bambino il caso in cui sia presente il germe di un vero temperamento, una vera volontà innata. Ebbene, dinanzi alla volontà di un educatore, due saranno i casi: o un temprarsi, un rendersi via via ancor più forte e deciso di quel germe, fino ad una rivolta, ovvero – quando di fronte si abbia il vero educatore, colui che può dirsi veramente Maestro – si avrà un vero riconoscimento, una adesione secondante, qualcosa come una corrente che sbocca in un’altra più grande, ove essa non si perde, ma trova un più vasto elemento omogeneo, e vi si potenzia, portandosi là dove da sola non sarebbe giunta o da dove sarebbe stata deviata da ogni sorta di contingenze. 


Una donna spartana consegna lo scudo al figlio: “Torna con lo scudo o sullo scudo”. Quadro di Jean-Jacques Francois Le Barbier

Ebbene il «metodo Montessori» non ha nessuno sguardo per questa alternativa creatrice. Esso non ha dunque sguardo nemmeno per quella facoltà, che è invero il punto centrale su cui dovrebbe far leva ogni vera educazione: la facoltà di venerazione. La visione in cui il maestro o il padre, invece di star fra le quinte come un’ombra che assista allo sviluppo della spontaneità del bambino attraverso quanto gli vien di fare materialmente, dovrebbe essere un modello che in modo silenzioso impone rispetto, venerazione, desiderio di imitazione e spontanea obbedienza – questa visione, che trasportata su di un piano più alto è la base stessa per ogni vera autorità e ogni virile gerarchia, cade in tutto e per tutto fuori dagli orizzonti del metodo montessoriano. Il quale così trascura, e trascurandola atrofizza, la facoltà infantile di venerazione, germe latente preziosissimo fra tutti; chiude la via ad ogni concezione classica e romana di cultura (cultura avendo per noi sempre significato stile e forma imposta ad una data materia come cosmos a caos); prepara degli adulti forse «pacificati», senza «difese» o «deformazioni», ma, nel caso migliore, così come potrebbero esserlo degli ortaggi, nel caos peggiore, come degli individualisti incapaci di sentire interiormente il significato etico di ciò che è disciplina, dominio assoluto dello spirito sul corpo e sulla sensibilità, quindi anche ciò che è liberazione e virilismo.

Qualcuno ci ha detto che, del resto, per toccar con mano gli effetti del metodo, basta vedere i risultati cui ha portato in certi casi particolarmente prossimi alla stessa Montessori, la sua applicazione. Lasciamo stare tali riferimenti contingenti e quindi preveniamo anche qualsiasi argomento di tipo grossolanamente sperimentale. A noi basta constatare una incompatibilità di posizioni dottrinali, un errore fondamentale di premesse, una incomprensione completa del significato che per noi tradizionalmente sempre ebbe l’ideale della personalità e della cultura, epperò della stessa azione pedagogica. È per tutto questo che l’atmosfera «impressionata» di quella conferenza montessoriana, in quanto celebrata, sia pure in veste internazionale, nella Roma di Mussolini, non ci ha sorpresi, e che anzi ricordando l’inaugurazione capitolina di questo Congresso ci è venuto in mente appunto quanto accennammo al principio: la longanimità ospitale di Roma antica anche per tutto ciò che con la romanità vera nulla aveva a che fare.

Julius Evola

Note

[1] Espressione idiomatica francese traducibile in vari modi; sostanzialmente, il significato principale è quello di “inganno”, “imbroglio”, “presa in giro”. In francese infatti dupe è lo “zimbello”, la vittima di un inganno; marché può tradursi linearmente come “mercato”, ma ha anche altri significati affini al concetto di “vincolo” in senso giuridico-commerciale: “contratto”, “accordo, “patto”. Quindi, possiamo pensare, letteralmente, ad una sorta di “mercato” o “fiera degli idioti”, o ad un “patto degli stupidi”, e così via (N.d.R.).

[2] Nel linguaggio giuridico, la parola è sostanzialmente sinonimo di caparra, garanzia, come mezzo diretto a rafforzare un vincolo obbligatorio ed a garantirne l’adempimento. In senso figurato, può indicare anticipazione, pegno, testimonianza: Evola vuole appunto dire che le “presidenze onorifiche” e “le celebrazioni «romane»” potrebbero fungere da “testimonianza” concreta e da “garanzia” di grande prestigio per delle messinscene e delle prese in giro ai danni degli ingenui ospitanti, troppo zelanti nel concedere spazi e visibilità a chicchessia e quindi facilmente circuibili e strumentalizzabili (N.d.R.).  

[3] Maria Montessori (1870-1952) fu una celebre pedagogista, oltre che medico, famosa soprattutto per il metodo educativo che prende il suo nome, adottato in migliaia di scuole materne, primarie, secondarie e superiori in tutto il mondo. Il metodo montessoriano parte dallo studio dei bambini e delle bambine con problemi psichici, espandendosi poi allo studio dell’educazione per tutti i bambini. La Montessori stessa sosteneva infatti che il metodo applicato su persone con problemi psichici avesse effetti stimolanti anche se applicato all’educazione di bambini normali, il che è già qualcosa di estremamente discutibile. Il suo pensiero, come più avanti nel testo Evola spiegherà, identifica il bambino come essere già completo, capace di sviluppare energie creative e possessore di disposizioni morali innate che l’adulto avrebbe ormai compresso dentro di sé, rendendole inattive. Il principio fondamentale dovrebbe essere quello della libertà dell’allievo, poiché solo essa favorirebbe la creatività del bambino già presente nella sua natura. Da tale libertà dovrebbe emergere la disciplina, poiché quest’ultima deriverebbe dal lavoro libero, dall’attività scelta cioè dal bambino assecondando il proprio istinto. A quel punto, disciplina, concentrazione, interesse e volontà verrebbero rinforzate dapprima con l’educazione al movimento, coordinando facoltà psichiche e motorie in vista dello scopo che il bambino ha scelto, seguendo il proprio “istinto innato”, e poi con l’educazione al silenzio, a movimenti leggeri e finanche all’immobilità. L’adulto, sosteneva la Montessori, quando richiede la disciplina e l’obbedienza al bambino trascurerebbe quasi sempre la volontà di questo, proponendogli invece un modello “esterno” da imitare, e ciò risulterebbe dannoso poiché appunto la disciplina del bambino deriverebbe solo dalla libertà, secondo quanto esposto. Evola si accinge nel testo a criticare questo modello educativo (N.d.R.).

[4] L’espressione francese à rebours si traduce in italiano con “a rovescio”, “all’indietro”, “al contrario” (N.d.R.).

[5] Evola (anche se utilizzando il verbo aller, “andare”, al posto del verbo passer, “passare”) fa riferimento alla nota espressione francese laissez faire, laissez passer (“lasciate fare, lasciate passare”), che sintetizza la concezione dell’individualismo atomistico propria delle dottrine liberali, in particolare in ambito economico (liberismo) ma non solo. La frase viene per lo più attribuita a J.C.M. Vincent de Gournay, ministro del commercio francese (XVIII secolo). In precedenza, sembra che soprattutto l’espressione laissez faire o laissez nous faire (“lasciateci fare”) sia stata già variamente utilizzata; in particolare, secondo il famoso economista John Maynard Keynes il primo ad utilizzare questa espressione più sintetica fu il marchese d’Argenson, ex ministro di Luigi XV, intorno alla metà del XVIII secolo (N.d.R.).

[6] Espressione francese con il significato di “slancio vitale”, usata specificatamente dal filosofo Henri Bergson nel suo libro “Evoluzione creativa” del 1907, in cui si affronta la questione della presunta auto-organizzazione e della presunta spontanea morfogenesi (il processo che porta allo sviluppo di una determinata forma o struttura) di tutte le cose della natura. L’espressione, nota soprattutto nell’ambito della cultura francese, è stata per lo più usata nella parapsicologia, nelle pseudo-scienze filosofico-spirituali moderne (come ad esempio talune filosofie vitalistiche sviluppatesi alla fine del XIX secolo), ed in alcune correnti artistiche del XX secolo quali il dadaismo o il fauvismo. Si tratta insomma di un riferimento alquanto grossolano, incerto e confuso a non meglio precisate “energie vitali” innate negli individui, da incanalare e far sviluppare lungo determinate direttrici. Il tutto in un quadro naturalistico e neo-spiritualistico notoriamente inviso ad Evola, Guénon ed ai grandi esegeti della Tradizione, per l’evidente pericolo di contraffazione dei contenuti delle dottrine sapienziali tradizionali causato da queste correnti “sabotatrici” (N.d.R.).

[7] In particolare, per una critica dettagliata del neomisticismo e del messianismo quale sua espressione specifica, nell’ambito del quale rientrerebbe il fenomeno legato al “guru” Jiddu Krishnamurti, il nuovo “istruttore del mondo” individuato da Annie Besant in seno al fantomatico “Ordine della Stella d’Oriente” di matrice teosofica, si veda la nota opera di Evola “Maschera e volto della spiritualismo contemporaneo”, Edizioni mediterranee, capitolo VI (N.d.R.).

[8] Celebre espressione con cui il filosofo Gottfried Leibniz, nel formulare la sua teoria delle monadi o “sostanze individuali”, quali forme sostanziali dell’essere, “atomi spirituali”, eterni, indivisibili, con infiniti e diversi gradi di consapevolezza, ne indicava la totale separatezza ed assenza di interazioni le une dalle altre. Pur appartenenti di fatto a un’unica sostanza-Monade, e pur esprimendo quindi un’unità metafisica, le monadi si presentano allo stesso tempo, secondo il filosofo tedesco, come rigorosamente separate le une dalle altre. Da ricordare come René Guénon abbia citato Leibniz tra i pochi filosofi moderni nel cui pensiero siano presenti alcune tracce residuali delle dottrine sapienziali tradizionali (in tal caso, ad esempio, l’unità del molteplice, di precedente derivazione anche platonica). Evola paragona quindi il bambino come concepito secondo il «metodo Montessori» ad una monade completamente chiusa ad ogni contatto o interazione con l’esterno, in particolare con le coercizioni imposte dall’adulto (N.d.R.).

[9] Per comprendere meglio l’immagine geometrico-matematica utilizzata in senso metaforico dalla Montessori e la conseguente critica di Evola, chiariamo alcuni punti anche con un esempio finale che renderà il tutto più comprensibile. Com’è noto, nella geometria euclidea un parallelogramma (o parallelogrammo) è un quadrilatero convesso con i lati a due a due paralleli; i lati opposti di un parallelogramma sono di eguale lunghezza e gli angoli opposti di una parallelogramma hanno uguale misura. I principali esempi di parallelogrammi sono il quadrato, il rettangolo ed il rombo.

Vediamo ora cosa si intende per parallelogramma delle forze. Quando due forze complanari (cioè che operano su uno stesso piano) agiscono su un corpo in direzioni differenti, sono equivalenti ad un’unica forza (risultante) che agisce in un punto tra loro. Un esempio pratico può chiarire facilmente questo concetto: una cassa, trainata da due corde orizzontali divise in un angolo, si muove in una direzione tra le corde lungo la linea della loro forza risultante. Finché la cassa si muove, la sua azione può essere rappresentata come un’unica forza orizzontale uguale alla risultante delle due forze agenti lungo le corde. Pertanto, quando tre forze non parallele agenti su uno stesso piano sono in equilibrio, le loro linee di azione si incontrano in un punto. Il tutto può essere rappresentato facilmente con un grafico chiamato proprio parallelogramma delle forze, di cui forniamo una raffigurazione.

parallelogrammo_03parallelogramma-delle-forzeLa diagonale del parallelogramma (R) è la cd. risultante delle due forze applicate in corrispondenza di un punto O, ed è pari alla somma delle due forze medesime, V1 e V2, che costituiscono i lati del quadrilatero. Accanto vediamo l’applicazione concreta nell’esempio della cassa tirata con due funi.

Tornando a noi, secondo la signora Montessori, il bambino, con le sue inclinazioni “innate”, costituisce una forza di una certa direzione (V1). L’educatore non montessoriano è una forza di direzione diversa (V2). Se costui interviene nel processo educativo, non si avrebbe più né l’una cosa (V1) né l’altra (V2), ma una risultante che segue la direzione diagonale del parallelogramma delle forze, diversa da entrambe le componenti di partenza.

Evola, come si legge nell’articolo, pur accusando la palese insufficienza “di questa imagine disanimata e astratta di fronte alla realtà vivente”, osserva però come la risultante potrebbe essere intesa non come una direzione deviata o addirittura neutralizzatrice rispetto alla pretesa perfezione della direzione del bambino (V1) ma come una direzione rettificata, pur non coincidendo del tutto con la direzione dell’educatore (V2). Inoltre, osserva sempre Evola, in termini strettamente matematici, a parte la sua direzione, in molti casi la risultante rappresenta una forza accresciuta in intensità rispetto alla componente minore (è in fondo l’equivalente della somma delle due forze, V1 e V2): “non solo nel caso del bambino, ma anche in quello di un adulto e perfino di una razza o di un popolo, resta pienamente da dimostrare che tutto ciò che è contrasto, dissidio, antagonismo si risolva sempre in dissipazione e non sia invece occasione per lo scaturire di qualcosa di più alto, di una forza più viva e più irresistibile” (N.d.R.). 

Fonte: Rigenerazione Evola

Appello ai Giovani Europei – La prima presentazione editoriale | Raido, Roma 21 Gennaio – La Recensione


Nel tardo pomeriggio di sabato 21 gennaio, avvolti da un’improvvisa ma apprezzata atmosfera d’altri tempi (dovuta all’utilizzo di candele in mancanza dell’illuminazione elettrica!), si è tenuta presso i locali di Raido la presentazione di “Appello ai Giovani Europei“, l’infuocato pamphlet di Léon Degrelle, finalmente di nuovo edito dopo un’assenza troppo lunga dagli scaffali dalla casa editrice CinabroEdizioni.               

Gli interventi, sono stati curati da un portavoce della CinabroEdizioni e da un rappresentate della Comunità Militante Raido. I relatori, dopo un primo intervento ciascuno, hanno proseguito con un continuo scambio dinamico e mai banale, a colpi di approfondimenti nati dalle molte citazioni che sono state lette, ovviamente tratte dalle opere di Degrelle. 


Non è sicuramente questa la sede per elencare, parola per parola, tutto quello che è stato detto. Quello che possiamo fare è elencare alcune parole chiave che sono rimaste da questi interventi: Esempio, Virtù, Azione Impersonale, Sacrificio, Gioia, Aristocrazia. Questo e molto altro è stato Léon Degrelle, il “leone che ha attraversato la storia”, questo e molto altro ritroviamo tra le pagine di “Appello ai Giovani Europei”.

E questo libro che racchiude “il senso della sua sfida, lanciata oltre il limite del tempo e della storia, in piena fedeltà a un mondo di valori che non possono essere sconfitti, perché incisi nelle stesse leggi di natura che regolano i ritmi del cosmo”, è proprio ai giovani che deve giungere nuovamente, “Ai giovani Europei, Contro i buffoni democratici.” Degrelle li incita alla sfida, alla lotta, a combattere e se fosse anche a morire, perché: “Morire vent’anni prima o vent’anni dopo poco importa,quel che importa è morire bene. Soltanto allora inizia la vita”.

Si potrebbe continuare riempiendo di caratteri centinaia di pagine, e comunque non basterebbero per contenere tutto il pensiero e tutti i dettagli della vita di Degrelle. Dobbiamo quindi riconoscere il merito alla CinabroEdizioni di aver nuovamente dato voce cartacea a questo grande personaggio, che non abbiamo dubbi a riconoscere come “una delle stelle che compongono la costellazione che orienta il nostro cammino”, citando proprio le parole del loro portavoce. E si deve ben sperare da questa nuova realtà editoriale che vuole valorizzare tutto ciò che si richiama a principi di ordine sacro, che guarda al testo stampato come strumento di formazione del carattere e alla lettura come esercizio marziale. Senza farsi prendere dalla brama di pubblicare titoli esotici o inutili, solamente per far cassa o per stupire


Alcune precisazioni però sono necessarie, come giustamente fatto notare dai relatori. Degrelle scrive questo testo nel 1992, pochissimi anni più tardi lascerà questa esistenza terrena; dunque, alcune delle sue considerazioni più politiche e contingenti al momento storico da lui vissuto peccano della giusta mancanza di informazioni dovuta al periodo, come ad esempio alcuni commenti nei confronti degli Sciiti relativi al periodo della Prima guerra del Golfo. Siamo certi che se fosse vivo ancora oggi, avrebbe sicuramente avuto tutt’altra idea al riguardo.

In conclusione possiamo affermare che si è trattato di un evento ben riuscito, passato in compagnia di questa figura incredibile, e così come possiamo appellarci ad Evola e Guénon come testimoni della Tradizione, così possiamo definire Degrelle, testimone della retta Azione, come anche il capitano Codreanu.

E quando leggerete o rileggerete “Appello“, “Militia” o uno degli altri suoi libri, ricordate: “Seppur morto, egli arde“!

Arrivederci a Milano, sabato 18 Febbraio, con la conferenza-incontro “Ripartire da Evola!” e cioè la presentazione del progetto “RigenerAzione Evola” presso la Libreria Ritter. Nonché domenica 19 febbraio, stavolta a Brescia per la presentazione del 3° Quaderno di Formazione del Militante della Tradizione… In alto i cuori!

Fonte: www.azionetradizionale.com 

Thule | Oggi a Raido, consueta conferenza pre natalizia di Mario Polia


Alle ore 18,00, presso la libreria della comunità militante di Raido, la consueta conferenza prima del Natale di Mario Polia. In questa occasione, si affronterà il tema del dimora artica, la mitica Thule. 

Un appuntamento a cui è impossibile mancare. 

L’equipaggio di Aurhelio, partirà nel primo pomeriggio da Santa Marinella. 

Ripartire da Evola | Sabato prossimo a Firenze 


Sabato 15 ottobre a Firenze ore 17Ripartire da EVOLA! La militanza contro l’accademia.

Casaggì, Via Frusa 37 (FIRENZE)

Intervengono

Comunità Militante RAIDO

Marco SCATARZI (Casaggì)

Maurizio ROSSI

Luca Leonello RIMBOTTI

Organizzato da RigenerAzione Evola e Casaggì Firenze

Insieme per Francesco | Sabato 10 Settembre a Morlupo

Anche quest’anno ci incontriamo per ricordare il compianto fratello Francesco D’Amico. 

Grazie al patrocinio del Comune di Morlupo ed alla preziosa collaborazione dei ragazzi della Comunità militante Raido di Roma è stato possibile collocare l’evento in uno dei luoghi più suggestivi di Morlupo: i giardini del borgo antico di Pasquino. 

La stupenda cornice medievale sarà arricchita da stand gastronomici, stand culturali ed a partire dalle 20:30 dall’esibizione live di ben 5 Bands (Morlupesi e non).

In ordine non di apparizione si esibiranno:

-“TAPPOSTO BAND”

-“VERDECONIGLIO NEGRAMARO”

-“VERITÀ NASCOSTE band”

-“PIAZZA 74 – Tributo a Battisti”

-“LA VECCHIA SEZIONE”

Vi aspettiamo per trascorre insieme una bella serata Morlupese.

Passo Dopo Passo – Info: 333 9042841

Libreria Raido | Chiusura estiva e riapertura il 22 agosto!


Segnalazione da azione tradizionale.it 

Si avvisa che i locali della libreria Raido rimarranno chiusi da sabato 6 agosto per riaprire lunedì 22 agosto. Gli ordini ricevuti dopo venerdì 29 luglio verranno evasi a partire dalla riapertura. Ne approfittiamo per augurare a tutti buone vacanze.

In alto i cuori!

Fascismo o plutocrazia | Scritti economici di un fascista di sinistra – Giuseppe Solaro

Fascismo o plutocrazia. Gli scritti economici di un fascista di sinistraAutore: Giuseppe Solaro, a cura di Fabrizio Vincenti

Anno: 2016 | Pagine: 276

Il libro: Contro il capitalismo. Contro il liberismo. Contro il potere di Wall Street e della City londinese. Contro chi affama il popolo italiano, anzi i popoli di tutto il mondo. Contro quelli che lui stesso definiva “ruminanti della ricchezza”. Con la convinzione che l’ultima strada per un mondo più giusto fosse quella del Fascismo mussoliniano e in particolare degli esperimenti sociali realizzati o promessi durante il periodo della Rsi. E non certo il Comunismo, una sorta di capitalismo di Stato nella sostanza ancor più brutale. Fascismo come unica, vera alternativa al capitalismo. In “Fascismo o plutocrazia”, curato da Fabrizio Vincenti, autore della sua biografia, Giuseppe Solaro, l’ultimo federale fascista di Torino barbaramente ucciso nella mattanza a fine guerra, attraverso una serie di articoli pubblicati su riviste e giornali, affronta il tema ancora attuale dei guasti apportati dal sistema capitalistico e delle alternative per arrivare a una vera giustizia sociale. Scritti duri, diretti contro una deriva dell’economia che già negli anni ‘40 appariva chiara a chi era in grado di vedere lontano. Una deriva in cui l’uomo è ormai schiavo di un sistema impersonale destinato a affamare milioni e milioni di persone, nonostante la terra offra risorse sufficienti per tutti. Solaro tratteggia l’immagine di un capitalismo ormai trionfante che nel sistema liberale e democratico trova il suo terreno più fertile e che solo la rivoluzione fascista può fermare. A distanza di settant’anni, la testimonianza di un giovane fascista dal cuore rosso che ha creduto sino in fondo a Mussolini e alla sua volontà di forzare i cancelli di un sistema, quello del dominio del capitale sul lavoro e sull’uomo, conserva una stringente attualità. A volte impressionante. I suoi scritti riprendono anche il tema di un’unione europea, concepita in ben altro modo rispetto alla struttura tecnocratica e fredda che i popoli del Vecchio Continente stanno vivendo sulla propria pelle. “Nell’Europa fascista – scriveva Solaro nel 1941 – il capitalismo finanziario cioè il dominio impersonale e scientificamente inumano dell’economia, deve essere abbattuto. Diciamo violentemente, perché certe cattive erbe, se non vengono estirpate con prontezza alla radice, continuano ad allignare e a riprendersi qua e là”. Solaro, con decine di scritti, rilancia con forza l’idea di un’alternativa alla plutocrazia che sta uccidendo i popoli. E che proprio dal secondo conflitto è uscita vincitrice.

Giuseppe Solaro (1914-1945) è stato l’ultimo federale fascista di Torino, incarico che ha retto, nonostante la giovane età, dal settembre del 1943 sino alla morte. Studente lavoratore, geometra del Comune di Torino, iscritto al Guf, si è laureato in Economia e Commercio all’Università di Torino nel 1940, appassionandosi alle tematiche economiche e geopolitiche. Sposato con Martina Magnani, ha avuto due figlie, Franca e Gabriella. Fondatore del Centro studi economici, è stato volontario durante la guerra di Spagna e ha prestato servizio militare nella seconda guerra mondiale al confine con la Francia. Con l’otto settembre 1943 è tornato a Torino dove è stato nominato responsabile della seconda federazione fascista della Rsi. Un ruolo particolarmente complesso che ha retto con polso e autorevolezza sino al crollo finale del 1945, terminando i suoi giorni nella mattanza scatenata a fine guerra.

Fabrizio Vincenti è nato e vive a Lucca. Laureato in Economia e Commercio con una tesi sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese, è giornalista pubblicista. Collabora con La Nazione ed è direttore del quotidiano on line www.gazzettalucchese.it. Per Eclettica Edizioni ha pubblicato la biografia “Giuseppe Solaro. Il fascista che sfidò la Fiat e Wall Street”, ha curato la seconda edizione del libro “Vecchia Guardia” di Ernesto Daquanno. Appassionato di calcio, ha dato alle stampe anche “Gli undici graffi della Pantera”, un volume sulle partite che hanno fatto la storia della Lucchese.

Libreria Raido: http://www.raido.it/libreria/fascismo-e-rsi/3262-fascismo-o-plutocrazia.html

Domani ci vediamo a Comunitaria 2016


La “Festa delle Comunità”. Stand, gastronomia, volontariato, autoproduzioni, libri e cultura non conforme, comunità. Questo il ‘cocktail’ di quello che è ormai diventato un appuntamento fisso, che giunge quest’anno alla sua quinta edizione consecutiva. L’evento, sorto nell’ormai lontano 2011, si caratterizzerà come sempre per la partecipazione di diverse altre comunità militanti provenienti da tutta Italia. “Comunitaria” – come nel suo dna – vuole promuovere la collaborazione tra le diverse realtà militanti di un ambiente variegato ed eterogeneo, ove ognuno però trova la sua naturale collocazione e vocazione.

La festa si terrà a Via Monte Bianco 27 a Colle Verde di Guidonia
COME RAGGIUNGERCI? 

In macchina, prendendo la Via Nomentana (qui sotto le indicazioni).

– Via Nomentana

All’atezza di Piazza Sempione (Roma) prendi Via Nomentana/SP22a

Dopo 7,7km Alla rotonda, prendi la 3ª uscita e rimani suVia Nomentana/SP22a

Dopo 1,6km volta a destra e prendi Via Monte Bianco

La tua destinazione è al civico 27
 

Roma chiama Bari, fine settimana all’insegna della formazione | Il vero Stato e il terzo quaderno di Raido

Il fine settimana si caratterizza per due importanti appuntamenti, nell’ambito della formazione tradizionale

Il primo a Roma, nella consueta cornice della sede di Raido

Il secondo a Bari presso “Il Covo del Klan”, dove verrà presentato il terzo quaderno di Raido, per la formazione del militant  della Tradizione. 

Roma prima di Roma | Sabato, Mario Polia a Raido

  
Come consuetudine, una settimana prima del Natale di Roma, Mario Polia presso la storica sede di Roma, le riflessioni sul significato della Roma eterna. Questa volta, il,prestigioso ospite si soffermerà sulle origini dalle quali scaturì l’Urbe immortale. 
Organizzatore: Associazione culturale Raido

Telefono: 06-86217334

Email: info@raido.it

Sito web:www.raido.it

Domani a Milano | Raido presenta il Terzo quaderno di formazione

  
Saremo lieti, domani 13 Febbraio, di essere presenti presso lo Spazio Ritter per la presentazione del Terzo quaderno di formazione militante di Raido. Con l’occasione approfitteremo per scambiare due chiacchiere con tutti coloro che vorranno essere presenti e poi proseguire la serata presso Il Presidio all’insegna della musica leggera con i SottoMentiteSpoglie. 

Raido – Roma | appuntamento solstiziale con Mario Polia

  
Come di consueto, ormai da qualche anno, in prossimità delle festività natalizie ci ritroviamo con il Prof. Mario Polia a soffermarci sui temi relativi al Natale ed alle tradizioni solari indoeuropee. 

Un appuntamento Al quale non si può rinunciare. 

Equipaggio del Centro Studi Aurhelio, sabato 12 Dicembre alle ore 16,00 da Santa Marinella. 

L’Azione Tradizionale [Parte 2] | Antonio Medrano

  
Il movimento rivoluzionario-tradizionale*
1) Concepisco un movimento rivoluzionario d’ispirazione tradizionale come una realtà:

– che si accresce come qualcosa di vivente, d’organico: più un corpo, un organismo che una «organizzazione». Qualcosa di molto articolato (forse più di una pluralità di corpi o di organismi che un organismo unico) e anche qualcosa di ricco e dalle possibilità inesauribili;

– dall’orizzonte vasto e dalla visione integrale (che comprende tutti gli aspetti e i piani della vita);

– poggiato sulla Contemplazione, sulla Verità fatta vita (il Logos);

– orientato preferenzialmente verso l’Azione (politica e culturale);

– strutturato sulla base di relazioni personali, viventi e gerarchizzate, di fraternità e di lealtà (struttura di tipo feudale).

2) Non deve collegarsi in modo esclusivo ad una particolare forma tradizionale. Ciò equivarrebbe a precludersi delle possibilità, a limitarsi in senso depauperante e sterilizzante. Per forza di cose una simile attitudine sboccherebbe in posizioni esclusiviste, parziali o superficiali.

3) Le sue caratteristiche dovranno essere l’Unità e la Universalità:

– Unità: fondata sulla coscienza della partecipazione ad una stessa realtà fondamentale.

Unità nella diversità e diversità nella unità. Unità nel principio centrale ispiratore, nel nucleo essenziale; diversità nelle forme di espressione. L’unità deve essere costituita attorno all’idea di Tradizione.

– Universalità: apertura a tutto ciò che è tradizionale. La norma ispiratrice deve essere

quella formulata da Schuon: «Tutto ciò che è tradizionale è nostro». O, formulata diversamente: «niente di ciò che è tradizionale ci è estraneo» (benché questa dichiarazione, logicamente, ammette, ed anche esige, delle sfumature in ogni caso particolare). Dal punto di vista cristiano si potrebbe dire con San Giustino: «Tutto ciò che essi (Platone, gli stoici, i poeti, gli scrittori) hanno insegnato di buono appartiene a noi cristiani», «Il Cristo è il primogenito di Dio, il suo Verbo, del quale tutti gli uomini partecipano (…). Quelli che hanno vissuto secondo il Verbo sono cristiani, anche se passano per atei (…)». L’importante è di ben stabilire il criterio: quel criterio che deve determinare le «affinità elettive», che deve definire l’ortodossia, che deve dire ciò che è accettabile e ciò che è da rigettare, dove si trova l’amico e dove il nemico. E questo criterio è chiaro: la Tradizione universale.

L’attitudine potrebbe definirsi come «tolleranza intransigente»: tolleranza (che è comprensione e partecipazione) per tutto ciò che ha valore universale e tradizionale; intransigenza per tutto ciò che è antitradizionale e prodotto della sovversione moderna.

4) Il movimento tradizionalista-rivoluzionario deve essere animato da un profondo desiderio di integrazione, da una vera vocazione unitaria e universale. In questo movimento si debbono intendere e parlare differenti lingue, tutte quelle, tanto dell’Occidente quanto dell’Oriente, che sono assimilabili dall’uomo occidentale. Esso deve essere un movimento integratore al di là delle frontiere e delle differenze di mentalità: al di sopra anche dei limiti delle diverse formule tradizionali (rispettandole tutte): un movimento integratore di uomini e correnti tradizionali dell’Occidente, e di questo stesso Occidente con la vitalità spirituale dell’Oriente. Una vocazione integratrice che non ha nulla a che vedere con un qualunque «sincretismo» amorfo e antitradizionale.

5) I membri che fanno parte di questa di questa èlite tradizionalista-rivoluzionaria debbono avere un legame effettivo con una tradizione determinata – unico mezzo per sviluppare la propria vita in un quadro sicuro e preciso. Ciascuno deve trovare il posto più appropriato alla propria vocazione e natura, ciò che esige la propria capacità e qualificazione. Questo è il terreno in cui giocano un ruolo primario la libertà e la decisione personale.

6) Per riassumere, un movimento rinnovatore è legittimato da:

– la referenza, come organizzazione, alla Tradizione universale (referenza non solo verbale e concettuale, ma reale, vivente effettiva);

-il collegamento personale dei suoi membri a una forma tradizionale (via tramite la quale perviene alla propria realizzazione e trasformazione personale, la qual cosa non mancherà di avere una incidenza sulla comunità di cui si fa parte).

7) Esigenza di base: il rispetto, l’interesse e la comprensione per le altre tradizioni. Ognuno, se deve avere la propria lingua, dovrebbe comprendere e, se possibile, potersi esprimere in altre lingue, la qual cosa vuol dire conoscerle e apprezzarle nel loro giusto valore. Per poter comprendere qualcuno che parla in modo diverso da noi, bisogna conoscerne la lingua. Conditio sine qua non affinché ciò sia possibile: che ciascuno penetri nelle dimensioni più profonde della propria tradizione, laddove essa coincide con le altre. Non è possibile o è estremamente problematica una intesa o una azione parallela, per esempio, con un mussulmano o un cristiano ancorato agli aspetti più superficiali – certamente rispettabili, ma insufficienti e limitati – del proprio credo. La conoscenza in profondità delle altre tradizioni – altri modi di espressione del Logos eterno – aiuta la conoscenza della propria, e viceversa.

8 ) Un movimento tradizionalista-rivoluzionario dovrà forzatamente assumere, nell’Europa del XX secolo delle forme complesse, elastiche, sottili, molto diversificate (tutto il contrario di una setta o di qualunque tipo di organizzazione di tipo moderno). Bisognerebbe concepirlo come una «federazione» (benché tale termine sia totalmente inadeguato per la sua connotazione contrattuale e inorganica tipicamente moderna) o una sintesi organica di cellule minori dotate di piena autonomia, ciascuna d’essa occupandosi di un settore determinato. Questa «sintesi organica» sarà realizzata dall’alto (partecipazione a una stessa verità) e deve essere continuamente attualizzata attraverso la comunicazione vivente e personale. Questa struttura non sarà che l’applicazione del principio ispiratore dell’Impero e lo schema sarà applicabile su scala internazionale e intertradizionale.

9) Il suo fine, la sua missione: la trasformazione e il rinnovamento del mondo, e, più concretamente, la normalizzazione della cultura occidentale, cosa che non è possibile se non attraverso la restaurazione della Tradizione (contro il disordine e la crisi del mondo moderno). Ciò suppone una profonda rivoluzione nei due sensi dell’espressione: alterazione radicale nel corso delle cose e delle condizioni di vita degli individui e dei popoli da una parte; e il ritorno alle origini, ritorno al punto di partenza (revolvere, ritornare). Una rivoluzione realizzata per mezzo di vie e di procedimenti tradizionali e non per mezzo di tecniche moderne.

Sul piano politico l’obbiettivo – lontano, ma non meno reale e possibile – è la restaurazione dell’Impero, come organismo sacrale che garantisce la esistenza tradizionale e come forma suprema di unità dell’Europa e di tutti i popoli dell’Occidente.

10) L’azione da sviluppare: può prendere diverse forme. Tutto dipende dalla vocazione, preparazione e capacità di ognuno. L’importante è che l’azione che si sviluppa sia accompagnata dall’inevitabile contropartita interiore. Il criterio di base deve essere il seguente: in un mondo di oscurità, illuminare; in un mondo di confusione, chiarificare e discriminare (non aumentare ancor di più la confusione, né lasciarsi coinvolgere in essa); in un mondo caotico e disordinato, apportare ordine e la vera organizzazione. L’azione deve essere d’ordine, fondamentalmente, sottile e di lunga portata e non bisogna cercare effetti immediati, né esterni e quantificabili. L’azione deve consistere, innanzitutto, nella presenza, nell’esempio vivente, nella manifestazione di sé stessi in ogni istante (il Wu-Wei, il «non agire» della tradizione estremo-orientale); e, secondariamente, ma simultaneamente, la diffusione di idee, di principi, di simboli di un modo di essere e di vivere la vita. Cioè, come si vede, è «predicare nel deserto» (perché la civiltà attuale è certamente un deserto spirituale, e, per la sua distruzione della natura, essa prende la strada del deserto fisico); ma si tratta di predicare, prima di farlo con i concetti o le parole, con l’azione, con la vita, con il Verbo fatto carne. Non bisogna preoccuparsi tanto di raccogliere, di ottenere dei risultati esteriori (proselitismo «lotta per il potere», etc.) quanto di seminare, di creare ovunque possibilità di resurrezione e di vita.

L’azione deve essere, d’altra parte, allo stesso modo che la strutturazione del movimento, adattata alle possibilità reali – non solo le possibilità dell’istante presente, quelle che vede l’occhio superficiale, ma le più profonde, le possibilità future di trasformazione – e alle condizioni di ogni luogo e momento. Bisogna, dunque, profittare delle opportunità che offre la Provvidenza.

Antonio Medrano

Da Contributi per il fronte della Tradizione – Heliodromos n°18, Gennaio – Febbraio 1983

Nota: *Il testo qui proposto è una risposta di Antonio Mediano ad una domanda postagli da Georges Gondinet durante una riunione del Cercle des Amis de TOTALITE. La domanda era la seguente: «E’ necessario che una organizzazione di tipo “politico” (una organizzazione che scelga la via dell’azione) si ricolleghi ad una forma tradizionale (Islam, Cristianesimo, etc.) o il semplice riferimento alla Tradizione, all’Idea, basta di per sé a legittimarla?».

Da www.azionetradizionale.com

L’Azione Tradizionale #1 | Antonio Medrano

  
Prima di rispondere alla domanda1, debbo porre delle premesse alla domanda stessa, perché, come dice Landsberg, il quid di una domanda (di un problema) non è tanto nella risposta che ad essa si dà, ma piuttosto nel modo stesso in cui è posta. O, come dice un adagio zen, «la risposta è nella domanda».

a) La via dell’azione non deve e non può limitarsi al solo dominio politico. Essa comprende ogni aspetto della vita ordinaria (per esempio: la professione, l’arte, il pensiero, l’amore e la famiglia, lo sport, etc.). Vi sono forme d’azione meno spettacolari dell’elaborare tesi, dell’affiggere manifesti, dell’organizzare meetings o di mettere bombe, ma che sono molto più autentiche ed efficaci.

b) Una organizzazione di tipo tradizionale deve avere raggi e mezzi d’azione più vasti e sottili di quelli di una semplice organizzazione politica. Alla politica è proprio un ambiente troppo ristretto e dalle possibilità molto limitate (e oggi più che mai). Il «politicismo» (cioè il rifarsi al politico), che è in sé un’anomalia propria al mondo moderno, porta ad aberrazioni e a deviazioni pericolose, che oltre ad essere erronee – o giustamente perché sono erronee – sterilizzano ogni sforzo (esempio: «nazi-maoismo»). Il politicismo pretende di porre i valori politici al sommo della scala dei valori e di avere una visione totale partendo da un aspetto parziale e secondario, com’è il caso della politica (questo fu l’errore di fondo del «totalitarismo» fascista e nazionalsocialista). Al contrario, lo sforzo deve essere diretto verso la conquista di una visione totale, partendo dall’unica visione possibile: il Centro della Vita. Occorre una Rivoluzione integrale che comprenda anche la politica, come aspetto supplementare della vita, ma nella quale essa non sia il fattore decisivo e determinante.

c) L’Azione non può essere separata dalla Contemplazione, dall’«azione interiore» e quest’ultima è impensabile senza il contatto vivente con il Centro (il Logos, il Verbo, il Sole spirituale, il Sacro Cuore o il Tao, il Dharmakaya, il Tathata, Amida per usare la terminologia estremo-orientale). Questo Centro cosmico e spirituale, origine di ogni vita, di ogni verità e di ogni forza.

L’Azione deve essere nutrita, animata, guidata dalla dottrina, dalla Teoria (nel senso etimologico del termine: da theoreo, «contemplazione», vedere il mondo divino) in caso contrario essa nascerebbe già morta. Staccata dall’opera di realizzazione interiore, l’azione non è che confusione, vana agitazione, perdita di tempo e di energie, sterile attivismo e condannata al fallimento; essa si trasforma in una azione falsa, illusoria e, di conseguenza, totalmente inefficace, inoperante (si pensi all’esempio offerto dall’arte moderna o a quello delle numerose organizzazioni politiche che abbiamo conosciuto). «Le azioni che non procedono dall’atto interiore della contemplazione sono dissipazione nel mondo della pura pratica, dell’illusione». (Attilio Mordini).

d) Diffidenza per tutte le «organizzazioni» che sono, per essenza, qualcosa di intrinsecamente disorganizzato: creazioni razionali, fredde, artificiali, senza calore umano e senza luce divina, proprie al mondo desacralizzato e snaturato. Più che nella «organizzazione» – che è qualcosa di «esterno», di stereotipato, di poco solido, effimero e inconsistente (l’esempio più caratteristico è dato dai partiti politici, di qualunque segno siano) – io credo nella comunità vivente e personalizzata, nella fraternità, nell’amicizia; in qualcosa che nasce dall’interiore, vivente e caldo, alimentato dallo spirito. Evola l’ha già detto: non un «partito», ma un «Ordine» i cui vincoli interni siano ispirati, non dal criterio schematizzante dei sistemi organizzativi, ma dal soffio vivificante e rinnovatore dell’«aldilà»: la forza dello Spirito, la presenza del Verbo.

e) E’ sottinteso che quando parlo di «Rivoluzione Tradizionale» o di «Movimento tradizionalista-rivoluzionario», penso sempre ad un movimento integrato da una minoranza, da una vera èlite spirituale. Nella condizione attuale ogni altra cosa sarebbe inconcepibile. E’ anche per questa ragione che si impone l’esclusione della azione politica abituale. Poiché quest’ultima esige il controllo delle masse e ciò vuol dire avere strutture di partito con mezzi economici e propagandistici su vasta scala, cose che non solo ci mancano, ma che non sono compatibili con i principi tradizionali. E’ come se la Provvidenza ci chiudesse una via per aprirne altre più sicure e ricche di possibilità.

Antonio Medrano

Da Contributi per il fronte della Tradizione – Heliodromos n°18, Gennaio – Febbraio 1983

Nota: *Il testo qui proposto è una risposta di Antonio Medrano ad una domanda postagli da Georges Gondinet durante una riunione del Cercle des Amis de TOTALITE. La domanda era la seguente: «E’ necessario che una organizzazione di tipo “politico” (una organizzazione che scelga la via dell’azione) si ricolleghi ad una forma tradizionale (Islam, Cristianesimo, etc.) o il semplice riferimento alla Tradizione, all’Idea, basta di per sé a legittimarla?».

Da www.azionetradizionale.com

Roma | Nuovo disOrdine Mondiale, conferenza a Raido con Marletta e Blondet

NUOVO (dis)ORDINE MONDIALEGender, immigrazione, schiavitù finanziaria: ecco come stanno uccidendo l’uomo. Ne parleranno a Raido, il 7 Novembre a Roma,  Maurizio Blondet e Gianluca Marletta

  
Il Centro Studi Raido, organizza un equipaggio per raggiungere il luogo dell’evento. 

Blondet e Marletta a Roma il 7 Novembre

  
Segnaliamo che sabato 7 Novembre, presso il Centro Studi Raido di Roma si terrà una importante conferenza.  Il titolo è Nuovo (dis)Ordine Mondiale e verranno trattati i temi inerenti al Gender, l’immigrazione è la schiavitù finanziaria. 

Coloro che da Santa Marinella o da Civitavecchia intedono partecipare, possono unirsi all’equipaggio che o ganzi sera il Centro Studi Aurhelio, scrivendo una mail a cst.aurhelio@gmail.com

RiGenerAzione Evola – Oggi a Raido

imageSabato 17 maggio 2014
“RigenerAzione Evola – La militanza contro l’accademia”
 
Ore 17:00 – Conferenza con:
Mario POLIA
Rodolfo SIDERI
Maurizio ROSSI
Comunità Militante RAIDO
Cuib Femminile RAIDO
presso Sala Ouverture (Via Tripoli 22, Roma)
 
Ore 21:00 – Aperitivo e concerto con La Vecchia Sezione
presso Raido (Via Scirè 21/23, Roma)