Oggi sposi (maschi). Il generale e il precipizio | LNBQ

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Il generale di corpo d’armata Marco Bertolini in data 3 ottobre u.s. ha pubblicato un commento -tra il rassegnato e l’indignato- su «CongedatiFolgore», che è il giornale online degli ex paracadutisti militari italiani. Le foto a corredo (titolo: «Oggi sposi») mostrano un giovanotto in divisa di gala (doppiopetto blu notte con bottoni dorati, fascia azzurra a tracolla, spadino al fianco) che si sposa con un altro giovanotto (in borghese, questo), brindisi a braccia intrecciate, sindaco e perfino la Cirinnà tutta contenta. Si intravedono pure due bambine, che il tulle lascia supporre damigelle.
Si tratta di un ufficiale di marina che ha convolato giusto un anno fa presso la sala consiliare del comune di Piombino. Perché il generale ha aspettato un anno prima di esprimere il suo disappunto? Boh. Infatti di questo si tratta, anche se esternato con stile non pungente ma solo lievemente amaro. Il generale ricorda i tempi, in verità non lontanissimi, in cui nessun Allievo poteva farsi vedere nel raggio di cento metri dall’Accademia Navale in atteggiamenti affettuosi con una donna, fosse anche la madre. Tempi in cui gli era vietato il trasporto di qualsiasi oggetto atto a inficiare il decoro dell’uniforme, fosse anche la busta di plastica del supermercato. Guanti bianchi, mano destra libera e pronta al saluto (militare, ovviamente) e sinistra sull’elsa dello spadino.

E ciò valeva anche per i mancini, nessuno poteva ritenersi esentato. Per forza: siamo uomini o caporali (diceva Totò)? Le Forze Armate, e le Scuole Ufficiali delle varie Armi, erano e dovevano essere la quintessenza della virilità marziale. Per questo ci si andava, ed era questa, anzi, l’attrattiva. Forse ci abitueremo, forse a questo serve la propaganda ossessiva: a far sì che ci adattiamo a considerare “normale” qualcosa che un generale in (fresca) pensione fa fatica a trangugiare. Certo, anche i “femminielli” (i due di Piombino sono napoletani) possono essere depositari di virtù belliche, come no. Il ricordo –letterario- va a quella falange di tebani (mi pare) tutta composta di omosex e sulla cui bellicosità non si scherzava.

Ma è anche vero che nessuno di loro si sarebbe sognato di sposarsi con tanto di cerimonia e damigelli/e. Scrive il generale, rivolgendosi agli uomini in uniforme, che «ci siamo persi quando abbiamo smesso, disperati, di indignarci nei confronti di chi svillaneggia quello da cui veniamo in nome di una libertà falsa e volgare, magari travestendosi da noi senza però avere lo stesso sangue blu che scorre nelle nostre vene». Il giornale che ospita questa riflessione è quello dei paracadutisti, quella Divisione Folgore che diede il nome a un celebre film sulla ancora più celebre battaglia di El Alamein.

I baschi amaranto urlano «Folgore!» quando marciano, anche se, ormai, l’urlo di guerra si fa solo alle parate del 2 giugno, perché guerre non ce ne sono più. Al massimo, «missioni di pace». Quando non si tratta di presidiare le metropolitane o togliere la monnezza dalle strade di Napoli. Ho studiato Scienze Politiche a Pisa negli anni “caldi”. A Pisa c’era Lotta Continua, ma anche la Scuola militare di Paracadutismo. Una volta alcuni estremisti aggredirono in gruppo (il collettivo –tanti contro uno- era il loro pallino) un parà per strada, insultandolo come «fascista» e pestandolo. L’indomani tutta la caserma, in borghese e all’ora della libera uscita, ricambiava con trasporto per le vie pisane. La cosa finì sui giornali e suscitò scandalo. Il ministro degli interni –mi pare fosse Scalfaro- fu severo e consegnò tutti gli allievi parà. Già allora, anni Settanta, la Dc era «un partito di centro che guarda a sinistra», come diceva De Gasperi. Così, tra i due litiganti ci rimisero i parà.

E da allora che funziona il piano inclinato. Come dice il generale, «ci siamo persi lasciando che il piano inclinato sul quale slitta il nostro amor proprio e l’orgoglio per quel che le nostre uniformi rappresentano diventasse sempre più ripido. E sempre più veloce il precipizio».