“Non conserviamo santini”, la chiarezza contro nostalgici e antinostalgici | Franco Freda – Risguardo IV

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A margine delle vicende che riguardano, una presunta necessità di affermazione nostalgica del ventennio e del fascismo come forma storica, abbiamo il piacere di portare all’attenzione un contributo di Giorgio Freda. Esso è apparso in “Risguardo IV” del 1983. Volume corale che richiama alla memoria dei lettori, i vent’anni delle Edizioni di Ar.

Non conserviamo santini unti di patina agiografica, né proseguiamo le esperienze concluse e gli esperimenti esauriti dal movimento legionario romeno, da quello nazionalsocialista tedesco e da quello fascista italiano. Rappresentiamo invece un nuovo segmento sulla medesima linea retta, punti successivi che subentrano ai precedenti nello stesso significato in loro racchiuso – provvisori quanto i precedenti negli atti e nelle opere, “provvidenziali” quanto i precedenti nei compiti e nelle funzioni.

Noi viviamo oggi serrati entro un sistema di amministrazione di interessi economici (più semplicemente: in un “amministrazione’) – non in uno Stato. Un sistema: ossia, un collegamento di interessi plutocratici, una “sistemazione” di appetiti. Non uno Stato: perché lo Stato persegue l’ordinamento integrale della comunità nazionale – mentre la sua contraffazione, il sistema, attraverso la corruzione morale e la degenerazione politica del popolo, vuole il disordinamento della comunità.

La sistemazione degli interessi economici si rivela un “fatto” – relativamente stabile, quindi – per l’oligarchia, peri plutocrati, per tutti coloro insomma per cui il collegamento è in atto. Costoro perciò istituzionalizzano la difesa dalle sconnessioni eventualmente progettate e realizzate.

Per quanti invece non partecipano dell’oligarchia, ossia per il “popolo” (termine improprio, il popolo risultando ormai scomposto in masse), la sistemazione degli interessi economici rappresenta un desiderio, un ‘appetito’ – una sorta di fuga in avanti, un oggetto ritenuto perseguibile inseguendolo. E questo darsi tutti quanti alla fuga in avanti, questo moto nevrotico funge da (surrogato del) collegamento sociale.

Mentre compito del vero Stato è quello di coordinare, ritmare, coinvolgere, responsabilizzare i membri della comunità nazionale, funzione della sua contraffazione, il sistema, è quella di disordinarli, deritmarli, sconvolgerli: in una parola, farli disertare dalla compagine sociale – ponendo però attenzione a fissare quel surrogato di collegamento tra gli assoggettati, necessario per mantenere la relativa stabilità degli interessi dell’oligarchia.

(…)

Ma noi, che continuiamo a voler lottare per lo Stato – per fondare lo Stato, non per occupare il sistema -, che dobbiamo fare oggi?

Oggi noi dobbiamo preliminarmente organizzare la conservazione della nostra “specie” nel tempo, proponendoci, a questo fine, non di “fare” politica, ma di coltivare la politica.

Oggi dobbiamo affermare e custodire l’integrità della forma sotto cui – attraverso noi – si manifestano le idee che ci identificano – senza preoccuparci al momento della qualità delle reazioni alle nostre proposizioni.

Noi siamo gente della foresta che, superato il deserto (non siamo diventati uomini del deserto!), deve ritornare alla foresta. Come condizione di qualsiasi operare, il nostro carattere dev’essere “una roccia con le ali”. Radicato, raccolto, incrollabile come una roccia, quanto ai principi generali; aereo, lieve, agilissimo come le ali, quanto alle soluzioni particolari.

(…)

Tutto ciò che non sia in ordine con la nostra idea del divino non può rimanere sopra e dentro di noi.

Tutto ciò che non si conformi con la nostra tradizione non può segnare la nostra storia ed essere dietro di noi.

Tutto ciò che non risulti affine alla nostra anima di uomini di milizia non può stare accanto a noi.

Tutto ciò che non partecipi della nostra immagine del mondo non può situarsi avanti a noi.

Franco Freda