Il museo e lo svilimento dell’arte

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l museo d’arte è un luogo ove vengono conservate ed esposte le opere “ispirate dalle muse”[1]. Nel corso degli ultimi secoli l’interesse e la considerazione verso i musei non ha mai smesso di crescere.

L’apertura continua di nuovi spazi museali, ma soprattutto l’aumento progressivo di visitatori, confermano questa tendenza storica. Le ragioni profonde di tale successo sono da ricercarsi nella capacità dell’istituzione museale di soddisfare alcuni bisogni dell’uomo contemporaneo. In un mondo che produce oggetti privi di valore, fabbricati in serie, l’esperienza di opere autentiche diviene una necessità che solo il museo può appagare. Inoltre il museo soddisfa una certa tendenza della psiche moderna: la mania catalogatrice.

L’atto del catalogare è un’operazione della mente razionale che ha come scopo ultimo il dominio sulla realtà.In questo senso il museo è figlio del pensiero e della mentalità scientifica. Come la scienza pretende di inquadrare il mondo, definendo e classificando ogni fenomeno, così fa il museo con gli oggetti d’arte. Tuttavia ciò che alla mente razionale sfugge è proprio “ciò che non può essere misurato”, ovvero: l’IMPONDERABILE.

L’artista, attraverso i propri mezzi, indaga il profondo ed il sottile delle cose; indaga cioè quella sfera della realtà che non si lascia “addomesticare” dagli strumenti della ragione (ma che può ben essere conosciuta da altre facoltà, come ad esempio l’intuizione poetica)[2]. Il conservatore museale invece, tentando di riportare al misurabile l’enigma dell’arte, ne fraintende la natura ed il fine[3]. Oltretutto, intrappolando le opere entro sale e teche di vetro , “uccide” e “mummifica” quei manufatti.In tal senso l’istituzione museale somiglia ad un cimitero, mentre le teche di vetro e i piedistalli a bare e catafalchi. Persino l’arte più dozzinale, come può essere quella dei cosiddetti graffitisti americani, una volta portata in galleria, muore. Le figurine di un K.Haring, per fare un esempio, significano qualcosa solo sui muri di una metropolitana o di una street newyorkese.

La verità è che fuori dal proprio tempo e contesto un’opera d’arte sbiadisce, perde d’intensità. Proprio come accade a quella spada (katana) che, tolta dalle mani di un samurai, venga messa sotto teca ed illuminata da un neon: chi potrà più intimorire? In realtà ciò che nel museo si perde è l’aura degli oggetti, ossia il loro AUTENTICO valore. Potremmo definire l’aura come “una radiazione invisibile all’occhio” ma percepibile da ciò che in noi è più profondo e sottile. L’aura è come un’aria luminosa che circonda e s’irradia da un oggetto, oppure da un luogo o una persona.

Le forze che animano le forme sono le stesse che producono la loro aura, sono luci.Senza aura ogni cosa appare opaca e spenta, simile ad un cadavere. Ed è questo che viene esposto nei musei: opere sradicate e senz’anima. L’aura però non scompare del tutto, una sua traccia rimane, alcune radiazioni si diffondono ugualmente dal corpo delle opere. Si tratta di “influenze residuali” che non è possibile cancellare finché esiste un’integrità fisica dei manufatti.

Tuttavia accostando all’interno del museo opere di diversi periodi, luoghi ed artefici, le radiazioni di quegli oggetti vengono a sovrapporsi e confondersi. Ne deriva una sorta di caos percettivo che, all’interno della coscienza del visitatore, si traduce in un frastuono simile al vociare di molte persone. Cosicché di quel che ancora di buono si poteva percepire dalle singole opere, poco o nulla si riesce a riceverne. Il rumore di fondo prende il sopravvento. S’aggiungano i tempi rapidi di fruizione – in genere non più di una manciata di secondi per ogni opera – la lettura di futili didascalie, lo scatto sistematico di fotografie “documentaristiche”, quindi la confusione di una galleria brulicante di persone, e l’impresa di svilimento sarà compiuta.

Alla fine del suo tour il visitatore si sentirà saturo di influenze e sensazioni, e al contempo totalmente esausto. Proprio come accade dopo un pomeriggio passato al luna park.

 

Note:

[1] Le muse erano divinità della Grecia antica, abitanti dell’Olimpo, il monte sacro degli Dei. A loro erano consacrate le fonti d’acqua presso le quali si abbeveravano i poeti e gli artisti. Come possiamo notare, si tratta di immagini mitiche che mostrano come, elevandosi sino al livello degli Dei, sia possibile “bere” dalla fonte stessa della realtà.

[2] L’intuizione poetica è quella facoltà interiore che permette di vedere ciò che è invisibile agli occhi fisici ma che esiste comunque in altri “piani” o “regioni” della realtà.

[3] Se l’arte non avesse una realtà differente dal pensiero discorsivo, neppure avrebbe ragione d’esistere; per cui, tentare di tradurre in concetti un’opera d’arte, non può esser altro che un TRADIMENTO.

Fonte:http://www.ildiscrimine.com