Lo stato di diritto | Il pretesto UE per imporre una visione sovvertitrice in materia di giurisdizione sul suolo europeo – Nico di Ferro

Lo scorso 5 novembre la stampa europeista ha diffuso con toni trionfalistici la notizia secondo la quale è stato raggiunto un primo accordo per vincolare l’erogazione dei fondi europei al rispetto dello “stato di diritto”. La notizia, che si vorrebbe un monito, in primis per la Polonia, rappresenta in realtà un vero è proprio fumogeno negli occhi dell’opinione pubblica volto a coprire il ritardo imperdonabile delle istituzioni europee nel processo di approvazione del nuovo bilancio comunitario nonché del c.d. Recovery Fund, in un periodo, come quello attuale dei confinamenti forzati e con un continente in rivolta, in cui urge supportare con liquidità l’economia reale.

La notizia, in chiaro stile “agenda setting”, ci ricorda ancora una volta che i media non ci dicono tanto come pensare ma a cosa pensare. Ecco quindi che un fallimento eclatante come quello di venire in soccorso agli Stati Membri in tempi ragionevoli viene coperto con una notizia che sancisce, al contrario, una vittoria delle stesse istituzioni europee a difesa di un fantomatico “stato di diritto” violato. Se si considera poi che un simile accordo andrebbe adottato all’unanimità dal Consiglio, in cui già si sa che Polonia e Ungheria metterebbero il veto, si comprende bene la natura strumentale e i secondi fini di una simile proposta, volta inoltre a demonizzare ulteriormente i due Stati non allineati.

Analizzando tuttavia in merito tale accordo, leggiamo che quello che viene contestato è la violazione dell’Art. 2 del Trattato sull’Unione europeo che sancisce i “valori europei fondamentali”, tra cui vengono menzionati il rispetto della dignità umana, il rispetto alla giustizia della solidarietà e l’uguaglianza uomo-donna.

Or dunque, ci sarebbe piaciuto una simile presa di posizione delle istituzioni europee contro l’utero in affitto o l’eutanasia, nel Benelux legale anche per i minorenni, che violano la dignità umana, oppure contro il fantomatico “diritto alla blasfemia” rivendicato dalla Francia, che viola ogni reale senso di giustizia, o ancora che si esprimessero contro la crescente disoccupazione e precarizzazione dei giovani europei a fronte dell’incoraggiamento dell’immigrazione clandestina che viola – oltre i confini giuridici dell’Unione e quindi lo stato di diritto – anche il dovere dello Stato di supportare i propri cittadini, magari con una equa pressione fiscale e una tassazione proporzionata alle grandi corporazioni. Infine, alla luce proprio dell’art. 2 che statuisce letteralmente la parità tra donne e uomini, riconoscendo quindi chiaramente solamente i due sessi, perché menzionati, ci saremmo attesi una condanna della teoria gender, etc, etc.

Ecco quindi come le istituzioni europee, lungi dal preoccuparsi realmente dello stato di diritto, utilizzano questo sintagma per veicolare una concezione ideologica sovversiva della società esigendo l’allineamento degli Stati ribelli.

Nico di Ferro