L’ANPI, LE FOIBE, IL FASCISMO – Tre ore di convegno per giustificare e minimizzare il dramma delle Foibe| Una riflessione di Federico Gennaccari e l’intervento conclusivo del Vice Presidente ANPI Pagliarulo

Tre ore di convegno dell’Anpi sul fascismo e le foibe

Non era la commemorazione ufficiale delle foibe come erroneamente riportato da qualcuno (quella si terrà il 10 nell’aula di Palazzo Madama), solo la versione dell’Associazione nazionale partigiani, anzi solo di una parte dei partigiani perché dimostrano di non aver letto nemmeno le pubblicazioni del C.L.N. istriano e il suo giornale “Il Grido dell’Istria” che hanno sempre denunciato le foibe, definite “Tragedia dell’Istria”. Sì, perché nelle foibe sono stati uccisi anche partigiani del CLN ma questo non l’hanno detto, solo di sfuggita ne ha fatto un cenno il vicepresidente dell’Anpi nell’intervento conclusivo.

Non hanno detto neanche dei secoli di italianità di quelle terre, partendo direttamente dalla Prima Guerra Mondiale.

Tre ore per giustificare e anche per minimizzare (non al livello della Kersevan e della Cernigoi), affermando ad esempio che nel 1943 sono stati recuperati solo 217 corpi e si può parlare solo di 500 vittime, mentre per il 1945 hanno citato solo i 4-5.000 di Trieste e i 500 di Fiume.

Inoltre hanno concluso con le solite accuse di strumentalizzazione politica rivolte quindi anche ai presidenti Napolitano e Mattarella e pure alla Boldrini.

Speriamo che prima o poi si possa arrivare ad un vero confronto.

PS: Sul fascismo mi limito ad osservare che per il periodo 1919-1922 sono riusciti a non citare il “biennio rosso” solo una fugacissima citazione per gli Arditi del Popolo.

Federico Gennaccari (da Facebook)

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“Si promuova una seria capacità di lettura dell’orrore delle foibe”

5 Febbraio 2020

IL FASCISMO DI CONFINE E IL DRAMMA DELLE FOIBE

Seminario promosso dall’ANPI nazionale e dal Coordinamento regionale ANPI Friuli Venezia Giulia in vista del Giorno del ricordo (10 febbraio)

Roma, 4 febbraio 2020 – Biblioteca del Senato, Sala degli Atti parlamentari

INTERVENTO CONCLUSIVO

L’Anpi nazionale e l’Anpi del Friuli Venezia Giulia hanno promosso questo seminario nella ricorrenza del Giorno del Ricordo, con particolare riferimento a quella che al termine del primo capoverso della legge viene definita “la più complessa vicenda del confine orientale”. E questo per due ragioni. La prima: la storia recente del confine italo sloveno fa parte della storia nazionale ma con caratteristiche specifiche e peculiari; essa costituisce un insieme complesso e per alcuni aspetti controverso, che va analizzato con rigore e serietà. È questo il motivo per cui abbiano chiamato storici e ricercatori riconosciuti e affermati, che ringrazio davvero per l’importante contributo che hanno dato oggi. La seconda ragione di questo seminario è che, da quando nel 2004 è stata varata la legge, la “complessa vicenda del confine” a cui ho accennato e che dovrebbe essere oggetto di riflessione nel Giorno del ricordo non è mai o quasi mai stata indagata e analizzata in occasione proprio del Giorno del ricordo. Troppe volte in questi anni le ragioni della ricerca storica sono state sopraffatte da quelle della strumentalità politica. Da ciò un insieme di banalizzazioni, rimozioni ed enfasi, di polemiche, di faziosità, di veleni.

Ne siamo consapevoli da tempo, tant’è vero che nel 2016, al termine di un ampio seminario sul tema, l’Anpi nazionale approvò un lungo documento in merito. Per questo oggi, a partire da quel lavoro, abbiamo continuato la riflessione, certo non su tutto, ma su alcuni specifici temi, assieme interpretando ed ottemperando al disposto della legge. Naturalmente ci riserviamo in futuro di affrontare altri dei tanti e drammatici temi legati alla vicenda del confine.

La prima questione che vorrei porre, come confermato anche da questo seminario, è che non siamo affatto reticenti ad affrontare alcun tema, a cominciare da quello delle foibe. Non è in discussione il giudizio relativo al dramma delle foibe, che riguarda l’uccisione di un ancora imprecisato numero di persone senza processo o con un processo sommario. Ma proprio questo giudizio sollecita la necessità di approfondire la ricerca storica su chi, perché, quanti e quando sono stati vittime, e chi, perché, quanti e quando sono stati carnefici. Questo è compito appunto della ricerca e non della politica; viceversa, la politica, in questa misura, distorce la verità storica e la presenta a vantaggio di questa o quella parte.

Ciò detto, va rimarcato che in questi anni nelle iniziative legate al Giorno del Ricordo è stata sovente rimossa la memoria di tre circostanze essenziali, gravide di conseguenze catastrofiche per quelle terre, in successione cronologica: il fascismo di confine; l’invasione italiana della Jugoslavia; la costituzione della Zona d’operazione del Litorale adriatico (Adriatisches Kustnland).

La vicenda storica causata dall’intreccio di questi eventi col totalitarismo dello Stato fascista e dello stato nazista portò in quei territori alla esasperazione della guerra totale ed anche della guerra ai civili, ove cioè i già labili confini fra militari e civili, fra operazioni di guerra e crimini di guerra, fra relativamente lecito ed assolutamente illecito si dissolvono in un clima di parossismo della violenza. Da questo punto di vista la stessa drammatica vicenda delle foibe, a mio avviso, si caratterizza come un’esplosione di violenza che è l’esito di uno straordinario laboratorio di violenza qual è stato il fascismo di confine dal 1919 in poi, e, in seguito, l’invasione della Jugoslavia del 6 aprile 1941, ed ancora il dominio nazista sul Litorale adriatico. In queste circostanze l’uso della violenza, avviatosi ed esploso, come illustrato dal professor De Luna, con la prima guerra mondiale, raggiunge livelli estremi, ed in questo scenario si collocano le foibe del 1943 e del 1945: siamo oramai nel pieno della seconda guerra.

Il fascismo di confine fu una anormalità che diventa normale, perché tollerata e voluta dallo Stato o da sue parti essenziali in contrasto con le leggi dello stesso Stato. In questo senso mi pare ragionevole parlare di uno stato d’eccezione che si conferma negli anni successivi con l’istituzione del Tribunale speciale che sarà prodigo di condanne. Ho letto da qualche parte che un terzo dei condannati dal Tribunale speciale proveniva dal Friuli Venezia Giulia. Va notato che questo atteggiamento persecutorio non riguardava solo le minoranze linguistiche ed etniche, ma ogni opposizione politica e sociale, al punto che le due questioni – minoranze e movimento dei lavoratori – spesso si mescolano in modo indissolubile. Le armi della repressione sono aggressioni, incendi, omicidi, violenze d’ogni genere e poi le sentenze e le condanne non per gli squadristi, ma per gli antifascisti. L’obiettivo, per gli sloveni, è la radicale snazionalizzazione. Il postulato dello stato d’eccezione è come sempre l’esistenza di un nemico esterno e di un nemico interno: sloveni e socialisti, sloveni e movimento dei lavoratori che era considerato “austriacante e slavo”.

In realtà nel nostro Paese fin dalla seconda metà dell’800 covava la polemica contro gli slavi, definiti “s’ciavi”, schiavi, giocando anche sull’etimologia. Lo slavo veniva definito “buon selvaggio” fino a quando non si ribellava, e dunque diventava “barbaro”, e maturava un’idea essenzialmente discriminatoria, se non razzista, nei confronti di quei popoli. Nei furori bellicisti di D’Annunzio, il 30 maggio 1915, dopo il voto a favore della guerra, questi affermava, a proposito dell’Isonzo, che lo “faremo rosso di sangue barbarico”. Ed ancora D’Annunzio, mi pare nel 1918: “Fuori la schiaveria bastarda, con le loro mandrie e le loro lordure di porci”. È noto poi il discorso di Mussolini a Pola nel 1920: “Di fronte a una razza inferiore e barbara come la slava non si deve inseguire la politica che dà lo zuccherino ma quella del bastone”. Bisognerà attendere qualche decennio per assistere all’intreccio razzistico di antislavismo e di antisemitismo – ne ha parlato la professoressa Vinci – grazie a cui non si colpiva più soltanto gran parte dei ceti popolari e proletari, cioè gli sloveni, ma anche la comunità ebraica, che comprendeva personalità di alta e media borghesia pienamente integrate con le tradizioni politiche e amministrative di Trieste.

L’invasione della Jugoslavia e l’annessione della provincia di Lubiana al Regno d’Italia rappresenta una nuova tappa della violenza; dal 1941 in poi, a quello che Fogar ha chiamato lo “squadrismo di guerra” che si rivolge contro le popolazioni slovene e croate della regione, gli antifascisti e la comunità ebraica e caratterizzato da un crescente “furore repressivo”, si aggiunge la violenza nei confronti delle popolazioni della Jugoslavia occupata; leggevo delle stime relative alla Slovenia: 4000 ostaggi fucilati, 1900 torturati o arsi vivi, 1500 degli internati ad Arbe – che, da notare, erano civili e non militari – deceduti, migliaia di internati a Gonars, in Veneto, in altre regioni. È tristemente nota la circolare del generale Mario Robotti “si ammazza troppo poco” e l’affermazione del generale Gastone Gambara a proposito del campo di Arbe: “Logico e opportuno che campo di concentramenti non significhi campo di ingrassamento. Individuo malato uguale individuo che sta tranquillo”. Era la guerra agli slavi, ma anche ai comunisti; erano diventati sinonimi; leggevo da un mio appunto su di una ricerca svolta diversi anni fa la lettera da Spalato della camicia nera Guglielmo Ricci: “Facciamo la guerra al comunismo e non gli diamo pace perché, esclusi gli italiani, sono tutti comunisti”, e continua: “Si fece il plotone d’esecuzione e se ne fucilò 26 e con buona soddisfazione a me toccò proprio il capo dei comunisti della Croazia”. L’effimera provincia italiana di Lubiana scompare dopo l’8 settembre e subentra l’occupazione militare tedesca, ma gli effetti perversi dell’invasione italiana peseranno negli anni successivi.

La Zona d’operazioni dell’Alto Adriatico si forma di fatto due giorni dopo l’8 settembre, ma non fu solo un’occupazione militare, bensì un’amministrazione gestita dall’Alto Commissario nazista autorizzato ad insediare e revocare autorità civili. Il gauleiter, cioè l’Alto Commissario, assumeva tutti i poteri politici e amministrativi; prefetti e podestà erano sotto il controllo tedesco e le milizie collaborazioniste erano alle dipendenze delle SS. Il Friuli Venezia Giulia diventa, come ha scritto Fabio Vander, il lembo estremo della Fortezza Europa. Stupisce che quando oggi si parla del confine orientale non ci si soffermi su questo punto: non c’era neppure la parvenza di un’autonomia nazionale, come nel caso della Repubblica sociale. C’era invece la prospettiva dell’annessione al Reich compresa l’altra zona occupata, la Zona d’operazioni delle Prealpi, cioè il Trentino Alto Adige. Qui si svolge una parte dell’epopea della X Mas di Junio Valerio Borghese, che si distingue nella caccia, nelle torture e negli omicidi di partigiani, come per esempio a Tramonti di Sotto, presso Pordenone, a Saciletto di Ruda, nella bassa Friulana, alle alture di Aiello presso Udine, a Ronchi di Terzo d’Aquileia. Al contrario del presunto mito sulla X, coltivato dall’estrema destra, i suoi uomini erano in gran parte una soldataglia violenta e arrogante, che veniva così descritta da Ferdinando Mezzasoma, ministro della cultura popolare della Rsi in una lettera a Mussolini del 19 febbraio 1945: “la X Mas non è una cosa seria; essa è un’accozzaglia di uomini reclutati con ogni mezzo e da ogni luogo privi del minimo senso di disciplina, mal guidati e peggio istruiti, destinati a servire i capricci di un uomo smoderatamente ambizioso, sommariamente infido, politicamente ingenuo”. Ovviamente Borghese. Recentemente è uscita una interessantissima ricerca proprio sulla X al confine orientale da parte di Luciano Patat. Perché mi soffermo su un elemento specifico, relativamente di dettaglio, come la X? Perché nella grande commedia degli equivoci – ma meglio sarebbe dire tragedia – che ci circonda, si omette che il primo e principale nemico dell’Italia in quel tempo e in quel luogo non era lo slavo, non era lo sloveno, ma era il nazista che aveva occupato un ampio territorio italiano in una prospettiva annessionistica. Anche per questo la retorica della difesa del confine orientale è stupefacente, non perché non ci fossero ambizioni territoriali slave nei confronti di zone di confine, ma perché prima ancora di tali ambizioni c’era il fatto ineludibile dell’occupazione tedesca. E mentre spesso i partigiani italiani combattevano insieme a quelli sloveni e croati, i collaborazionisti dei tedeschi, al di là della magniloquenza sulle bandiere tricolori, erano al servizio del Terzo Reich, a cominciare dalla X Mas. Ecco perché è sconcertante il fatto che da alcuni anni rappresentanti dell’associazione reduci Rsi e reduci X Mas vengano ricevuti a Gorizia nel Palazzo comunale ed in gran parte della regione si succedano episodi di vicinanza o esplicito appoggio al fascismo.

Ecco alcuni aspetti, oggi emersi a tutto tondo – penso alla relazione della professoressa Marta verginella – della “più complessa vicenda del confine orientale”, un crogiolo in cui si scontravano violenze d’ogni genere, rancori politici e personali, maturavano vendette motivate o immotivate, in uno scenario contraddittorio, perché c’era, certo, un nazionalismo sloveno, c’era un fronte partigiano italiano in vari casi diviso davanti alla questione slovena, c’erano contraddizioni fra le forze politiche e nelle forze politiche su questi stessi temi, compreso il Pci ove la simpatia politica e ideologica per una Jugoslavia comunista si contrapponeva alla difesa dell’unità nazionale e della sua integrità territoriale, c’erano gli Alleati che tardavano volutamente ad aprire il secondo fronte, e cominciava a spirare ante litteram il vento della guerra fredda.

Abbiamo scritto nel documento del 2016 a proposito delle foibe istriane che “a Pisino il Comitato popolare di liberazione proclamò l’unione dell’Istria alla Croazia e furono eseguite una serie di condanne a morte di oppositori (…) con la soppressione sia di fascisti che di rappresentanti dello Stato italiano, di avversari politici e di persone autorevoli della comunità italiana”. Mi sovvengono a proposito le parole illuminanti della relazione di Franco Cecotti. Cito inoltre per il 1945 la commissione italo-slovena, che, a proposito delle foibe, scrive di “un clima di resa dei conti” “in cui confluivano diverse spinte: l’impegno ad eliminare soggetti e strutture ricollegabili (anche al di là delle responsabilità personali) al fascismo, alla dominazione nazista, al collaborazionismo ed allo Stato italiano, assieme a un disegno di epurazione preventiva di oppositori reali, potenziali o presunti tali, in funzione dell’avvento del regime comunista, e dell’annessione della Venezia Giulia al nuovo Stato jugoslavo”. Occorre aggiungere che vi furono vendette personali ed eccessi di vario genere. Da tutto ciò credo che emerga la sostanza del problema delle foibe, che era il disegno di epurazione condotto in modo primordiale e selvaggio in cui non si punivano solo i reali responsabili del sangue di decenni, ma anche tutti coloro – o una gran parte di coloro – che avrebbero potuto osteggiare il nuovo regime; questo spiega come mai, assieme alla grande maggioranza di italiani, vi siano state vittime slovene ed anche persone vicine al Cln triestino e goriziano; nel fuoco della furia accumulata, del rancore della vendetta, è maturato il dramma delle foibe che giustamente oggi stigmatizziamo alla luce della ricerca storica, del rispetto per i familiari delle vittime, della più generale tragedia che gli italiani e gli sloveni vissero in quegli anni, del successivo dramma biblico dell’esodo, di cui oggi non abbiamo avuto modo di parlare.

Da tutto quello che abbiamo ascoltato oggi, ed anche da queste mie modestissime considerazioni, deriva qualche pensiero conclusivo; occorre, come abbiamo scritto nel documento dell’Anpi del 2016, occorre – dicevo – accuratamente evitare che, nella rilettura contemporanea di quelle vicende, prevalga una visione univoca, condizionata dall’appartenenza statuale. Eppure questo è avvenuto, perché si è costruito il mito di sé e l’antimito degli altri, perché si è cercato di redistribuire il dolore – “tu hai sofferto ma anche io ho sofferto” -, perché si sono riesumate tentazioni nazionalistiche come nelle parole del febbraio 2019 da parte dell’allora presidente del parlamento europeo Antonio Taiani “Viva l’Istria italiana, via la Dalmazia italiana”, perché sono ripetutamente avvenuti incidenti diplomatici con la Slovenia e la Croazia, perché si è proposta una grottesca equiparazione fra foibe e Shoa, perché si è enfatizzata la verissima tragedia delle foibe e dei crimini che sono stati commessi come genocidio o pulizia etnica, perché si è criminalizzato chiunque, compresi gli storici, dissentisse dalla vulgata sulle foibe relativamente al numero di vittime, alla natura delle vittime, ai colpevoli.

È vero che delle foibe non si parlato o si è parlato poco per decenni e che perciò per lungo tempo non hanno fatto parte della consapevolezza nazionale, ed è giusto di conseguenza che entrino a far parte di una memoria collettiva, che è anche la nostra, perché ne derivi un insegnamento di carattere storico, morale e civile. È assolutamente vero. Ma a ben vedere il silenzio non è calato solo sulle foibe e sull’esodo. Quanti sono coloro nel Paese che sono a conoscenza della Zona di operazioni del Litorale adriatico? E quanti dell’invasione di cosacchi, caucasici e mongoli inviati dal Terzo Reich in Carnia per farne un territorio autonomo sempre nell’ambito del Reich? E quanti sanno dei campi di Arbe e di Gonars? E quanti ancora dei crimini di guerra italiani in Jugoslavia (per non parlare di quelli in Abissinia e in Libia)? E come mai della Risiera di San Sabba, ove furono assassinati migliaia di antifascisti italiani, croati, sloveni e dove transitarono per andare nei lager in Germania diecimila ebrei, si è cominciato a parlare così tardi? Alcune di queste domande ci sono state poste oggi proprio da Dino Spanghero, coordinatore dell’Anpi del Friuli Venezia Giulia.

Ecco, questa è la conclusione: dar nuovo impulso alle ricerche sulle foibe, rendendo sempre meno soggettiva l’interpretazione dei risultati; assieme, promuovere una seria capacità di lettura dell’orrore delle foibe e della tragedia dell’esodo nell’ambito degli altri orrori e delle altre tragedie, perché tutto è concatenato e concausale in quei luoghi e in quel tempo; per far sì, in sostanza, che dalla memoria si possa davvero giungere alla storia, cioè, – prendo da un dizionario qualsiasi – alla ricostruzione ordinata di eventi umani reciprocamente collegati secondo una linea unitaria di sviluppo. Cioè, aggiungo, alla lettura critica, comparata, verificata, di eventi del passato.

Questo non solo è necessario per la verità storica, ma è anche opportuno dal punto di vista della formazione civile degli italiani. Ci serve ai fini della promozione, oggi quanto mai attuale, della democrazia nella repubblica nata dalla Resistenza a cominciare dalle straordinarie anticipazioni di Costituzione come la repubblica partigiana della Carnia e dell’Alto Friuli, sia ai fini di rapporti sempre migliori con la Croazia e la Slovenia, che hanno pagato a carissimo prezzo l’espansionismo italiano verso oriente, sia ai fini del riconoscimento del tributo di sangue di migliaia di partigiani, di staffette, di antifascisti, di famiglie del Friuli Venezia Giulia.

Così il Giorno del ricordo, cito ancora il documento dell’Anpi del 2016, potrebbe assumere un significato più aderente al testo della legge istitutiva. Così si supererebbero posizioni preconcette, si rasserenerebbero risentimenti ancora presenti, si estinguerebbero polemiche strumentali, il cui esito è solo quello di rinnovare lacerazioni e contrasti trascorsi oramai da troppo tempo.

Gianfranco Pagliarulo – Vice presidente nazionale ANPI

Roma, Biblioteca del Senato – Sala degli Atti parlamentari, 4 febbraio 2020

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