Karbala, di Roberto Ruhollah Arcadi

  

Proponiamo un articolo dell’amico Arcadi che approfondisce il significato della tensione religiosa ed etica del mondo sciita, nella specifica occasione dell’anniversario del martirio dell’Imam Husayn (as). Riteniamo sicuramente utile la lettura per chi, a seguito di una certa interpretazione esageratamente umanitarista, ritiene di doversi rifugiare nella religione – come se fosse una sorta di custodia per un sonnacchioso vivere al riparo da sacrifici e rinunce. 

Quel che ha sempre stupito gli osservatori esterni a proposito delle commemorazioni dei luttuosi eventi di Karbala, è il fatto che esse siano invariabilmente contraddistinte da una tensione spirituale, etica, eroica, e persino emotiva che nulla sembrerebbe a prima vista poter avere a che vedere con una vicenda la quale, da un punto di vista meramente storico, resterebbe inevitabilmente sepolta nel più lontano passato. Superstizione, fanatismo, oscurantismo, e via dicendo: queste sono le solite frasi fatte che vien sempre voglia di ripetere da tutti coloro che, del tutto incapaci di cogliere il senso intimo, eppure palese, di questo evento e di questi riti la cui tensione anche soltanto emotiva veramente sconvolgente ed affatto incomprensibile per un profano, non sanno fare di meglio che ricorrere ai più vieti luoghi comuni del secolarismo progressista e modernista, assolutamente insignificanti, ma dal sicuro impatto emotivo su chi sia a ciò predisposto, ed oltre a ciò, in sovrappiù, anche a certi paragoni equivoci, spuri, se non addirittura oltraggiosi, con talune torbide fenomenologie della decadenza occidentale.

Ma qual’è allora la spiegazione di uno spettacolo tanto sconvolgente per una mentalità mondana? Com’è che milioni e milioni di fedeli di tutto il mondo islamico si riuniscono per celebrare all’unisono, con i toni altamente drammatici di una partecipazione e di una presenza reale, oseremo dire persino tangibile, quella che all’occhio miope, di un osservatore laico potrebbe non sembrare null’altro che una sanguinosa disfatta lontana nel tempo, più da dimenticare che da celebrare?

Quella che ci sembra essere la nota distintiva indiscutibile di questa partecipazione, non soltanto per un musulmano sciita, ma anche per un osservatore estraneo, è invero, come si è già accennato, una presenza reale: la presenza reale e perenne dell’Imam Husayn (as) e dei seguaci che ne condivisero il sacrificio nella pianura di Karbala, al cospetto delle moltitudini di fedeli che ancor oggi nel celebrano il martirio con un fervore indomito, non attenuato dal trascorrere dei secoli. Questa presenza è un elemento decisivo di spiegazione per chi, alla ricerca di una ragione sufficiente di tutto ciò, non si accontenti delle frasi fatte, dei soliti luoghi comuni, o di argomentazioni pseudoscientifiche, o di termini di paragone inaccettabili; giacché, al di là di ogni malafede e incomprensione da parte di chi non possa e non voglia comprendere, quel che abbiamo al nostro cospetto in occasione di questo anniversario d’Ashura sempre ripetuto con pur sempre commovente dedizione ed ardore, è lo spettacolo di una comunità di credenti perennemente fecondata dal sangue dei martiri, che esso cementa, fortifica, edifica, estendendola nel mondo ed elevandola verso Dio, nella conformità della Sua Legge, imprescindibile sì, ed eterna, ma pur sempre in procinto di essere disattesa dal torpore dei deboli e degli ignavi e dalla malizia degli increduli e degli ipocriti.

Nulla pertanto ch’abbia alcunché a che vedere con gli empiti emozionali e subrazionali di tutta una fenomenologia o settaria e pseudoreligiosa, o laica e materialista, particolarmente diffusa nell’Occidente contemporaneo, del tutto incapace di sottrarsi ai suoi idoli ributtanti, e vittima predestinata di una forza disgregatrice subumana la cui ragione sufficiente va ricercata non in alto, ma in basso, da dove essa procede e dove essa riconduce. La presenza reale e propiziatrice dell’Imam Husayn (A) nella prossimità divina è invece quel che consente ai credenti la partecipazione santificante al suo stesso martirio, al suo sacrificio rigeneratore, giacché, come ci dice il Sacro Corano, “Di coloro che sono caduti sulla Via di Dio, non dite che sono morti, perché essi invece sono vivi, ma voi non ve ne avvedete” (II, 154).

L’Imam Husayn (A) d’altra parte, vivo nel cospetto di quel Dio Unico di cui egli è un Waly, uno degli intimi, degli approssimati, in virtù della dignità e della funzione che ci viene dato di ravvisare individuando la ragione sufficiente ed i tratti peculiari dell’Ashura, assurge al rango di archetipo della figura del martire, carattere che gli viene riconosciuto dalla tradizione sciita con l’appellativo di “Signore dei Martiri” (Seyyed al-Shuhada) comunemente attribuitogli. Con ciò nulla si vuole togliere, è ovvio, al sacrificio di tutti gli altri Intimi di Dio (giacché tutti gli Imam successori del Profeta (S), tranne il XII°, vennero martirizzati), e di tutti gli altri credenti a cui sia concesso il privilegio di seguirli su questa via. Solo che il martirio, unico nella sua essenza, è individuato dalle circostanze obiettive e soggettive che lo inverano nella realtà effettuale e della concretezza storica, e delle dimore paradisiache di luce e di gloria.

Ora, da un punto di vista soggettivo, quel che lo determina e qualifica è indubbiamente il rango spirituale della persona del martire. Dal che risulta palese l’immenso valore e l’incomparabilità con le nostre misure ristrette, del sacrificio di tutti gli intimi di Dio che da Alì (as) al XII° Imam dimostrarono, a prezzo della propria vita, la loro dedizione a quella Walayat muhammadica di cui essi erano, e sono, i garanti e i continuatori. E’ certo più gradito a Dio ciò che ha maggior valore perché Gli è prossimo e più risplende della Sua Luce, ed è così che il sacrificio del Suo Waly assume un valore eminente al Suo cospetto, ed incommensurabile per noi. Ma d’altro canto, è pur vero che le circostanze obiettive del martirio di Husayn (A) lo rendono unico ed incomparabile. Crediamo che la cosa sia palese per chiunque abbia un minimo di conoscenza di quelle vicende che qui oggi, da noi e tra noi, vengono commemorate. Giacché, quanto più esse sono gravi e tremende, e persino infamanti per l’Imam e la sua gente, tanto più risalta per contrasto il fulgore di quella luce che si tentò allora, così come si tenta tuttavia, d’offuscare, e che si configura invece come il termine finale di questo tentativo empio, assurdo e vano, ma a suo modo provvidenziale, di capovolgere la natura stessa delle cose: lo splendore della gloria divina, e la luce dell’Islam, del suo Profeta (S), dei suoi Imam (A), e di tutti i credenti, non solo Sciiti, che ne siano in qualche misura partecipi.

Lo stesso orrore suscitato da questa immane tragedia, ivi inclusi i fatti che precedettero e seguirono l’uccisione dell’Imam (A) ed il quasi completo annientamento della discendenza del Profeta (S), l’usurpazione, le fellonie, le crudeltà, l’oltraggio ed il ludibrio non risparmiato ai superstiti ed al corpo stesso di Husayn (as) dagli scherani di un beone figlio di un fedifrago, tutto questo non fa in definitiva che dare maggiore lustro alla gloria dei martiri nella prossimità divina, ed esaltare ancor di più la purezza luminosa e perenne dell’Islam, a dispetto di tutti gli assalti interni ed esterni, di tutti i tradimenti, di tutte le prevaricazioni, di tutte le distorsioni, ed innanzitutto, delle umane debolezze e dei peccati degli stessi credenti. Tutto questo è destinato a perdurare sino all’avvento del Mahdi Atteso (AJ), che colmerà la terra di giustizia e d’armonia. Ma Dio sa pur sempre, nella Sua Sapienza e Potenza Infinite, volgere al bene l’opposizione tra bene e male, contro tutte le apparenze ingannatrici di questo nostro mondo.

Nell’aurea catena che va da Dio al Profeta (S), e da questi a Fatima (A) e agli altri 12 Purissimi, la stazione di Husayn (A) è dunque quella del martirio, che è pertanto il singolo carattere la cui forma compendia in sé, così come avviene per gli altri Imam, il riflesso della luce muhammadica che ne costituisce l’essenza intima. L’eroismo e il martirio sono dunque la nota dominante della sua natura propria, così come la gnosi in quanto porta che conduce ai tesori della conoscenza profetica lo è per Alì (A), la mitezza contemplativa dei puri di cuore per Hassan (A), il fiore fulgente della bellezza spirituale per Fatima (A), e la vittoria come termine finale di ogni jihad, di ogni sforzo, atto e carattere della Via di Dio, per l’Imam Mahdi (AJ). Il martirio di Husayn (A) va pertanto visto come aureo anello di questa mistica catena che procede da Dio e dal Profeta (S), da cui esso trae la sua dignità eminente, per terminare nell’Imam Occulto, nel Mahdi Atteso (AJ), nella cui vittoria finale essa culminerà. Ed è appunto su quest’ultimo legame che desideriamo brevemente soffermarci.

A nostro avviso, il martirio di Husayn (A) ha senso solo e soltanto in rapporto al trionfo finale dell’Islam, che verrà assicurato da Dio tramite l’Imam Mahdi (AJ). Sicché esso diviene a questa stregua premessa imprescindibile e garanzia preziosa di sicura vittoria. Ma questa stessa vittoria ha d’altro conto due aspetti, distinti sì, ma complementari ed inscindibili. Da un lato essa è la vittoria del singolo credente su sé stesso, sulle sue pulsioni inferiori, al termine della Via che lo conduce dall’illusione all’Essere, al Signore dei Mondi, che ha voluto effondere la Sua Grazia, le Sue Benedizioni sulla Comunità dei Credenti e sull’umanità intera, per il tramite del Profeta (S) e degli Imam (A), di Muhammad (S) e della sua Discendenza. Il martirio di Husayn (as) rappresenta a questa stregua l’archetipo stesso del Grande e del Piccolo Jihad, dello sforzo che riconduce l’uomo a Dio, e sotto questo riguardo esso è luogo privilegiato d’effusione di grazia e d’ausilio per tutti coloro che procedono sulla Sua Via. Questa è la sua funzione diretta, verticale, d’ordine squisitamente metafisico quanto al fine, ma necessariamente concreta, tangibile, quanto all’inizio del procedere.

Ma d’altro canto, questa ascesa personale al godimento dei frutti paradisiaci ed alla visione del Volto Divino, ha un necessario riscontro d’ordine storico e collettivo. La tragedia di Karbala ha come necessario corrispettivo storico la vittoria finale dell’Islam sulla miscredenza, che verrà assicurata dall’avvento dell’Imam Mahdi (AJ). Giacché la prossimità divina è la destinazione finale non soltanto del singolo, ma del mondo intero. E’ naturale che così sia. E’ sempre stato, e sempre sarà così, ma noi non ce ne avvediamo, ingannati dalle apparenze sensibili: il bene avrà ragione del male, l’essere dell’illusione, la verità dell’errore, perché così è e deve essere. Il martirio di Husayn (A) è pertanto la porta che si apre sulle due vie della salvezza e della vittoria, che in realtà sono un’unica Via, quella che conduce a Dio tramite il Profeta (S). La prossimità spirituale al Signore dei Martiri è pertanto la radice della prossimità a Dio e a Muhammad (S), che attuandosi col cuore, si invera inoltre nei dettagli della vita quotidiana sia personale che collettiva. 

  
Il nostro Jihad dunque, che è orientato verso Dio, deve orientarsi anche escatologicamente, nel verso della vittoria finale della Sua Legge nel nostro stesso mondo. E’ stato dunque questo l’insegnamento dell’Imam Khomeyni: non più solo lutto e pianto per le vittime innocenti dell’empietà, ma lotta per la vittoria, lotta contro le nostre imperfezioni e i nostri peccati che è nel contempo sforzo per il trionfo della giustizia sulla terra, senza nessuna separazione tra interiorità ed esteriorità, tra la sfera personale e quella politica e sociale, a dispetto di tutti gli orrori di una miscredenza apparentemente vincente. E’ questo il compito a cui noi tutti siamo chiamati. E’ questo il mondo in cui ciascuno di noi, nonostante tutti i suoi difetti e tutte le sue umane debolezze, sempre conformandosi all’Islam e sempre confidando nella Misericordia Divina, potrà riflettere in sé una scintilla della luce di grazia e gloria che Dio ha voluto effondere sul Suo martire prediletto Husayn (A), che qui noi oggi piangiamo e celebriamo.

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