Julius Evola – In memoriam

Julius Evola, ( 19 maggio 1898 – 11 giugno 1974)


“Importa tuttavia che non si scambi l’essenziale con l’accessorio, che i rapporti accennati siano riconosciuti e mantenuti, ossia che, ove “cultura”e “intellettualità” siano presenti, esse abbiano una parte soltanto strumentale ed espressiva rispetto a qualcosa di più profondo e organico che è appunto la visione del mondo. E la visione del mondo può esser più precisa in un uomo senza particolare istruzione che non in uno scrittore, nel soldato, nell’appartenente ad un ceppo aristocratico e nel contadino fedele alla terra che non nell’intellettuale borghese, nel “professore” o nel giornalista. Circa tutto questo, in Italia ci si trova, e non da oggi, in una posizione assai sfavorevole, perché chi fa il buono e il cattivo tempo, chi troneggia nella stampa, nella cultura accademica e nella critica,organizzando vere e proprie massonerie monopolizzatrici, è proprio il tipo deteriore dell’intellettuale, che nulla sa di ciò che è veramente spiritualità, interezza umana, pensiero conforme a saldi principi.”


Julius Evola – Intellettualismo e Weltanschauung

Evola e quel messaggio politico sempre attuale

di Rutilio Sermonti


Non si vuol sostenere in alcun modo che Julius Evola sia il Messia e che ogni sua parola venga dalla bocca di Dio. Abbiamo da un pezzo superato l’età dei fanatismi incondizionati, contro i quali fu lo stesso Evola a mettere in guardia. Quel che però è certo è che nessuno, dal giorno della sconfitta del Tripartito, ha saputo trasmetterci un messaggio politico lucido e profondo come il suo, tanto che possiamo definirlo il nocciolo di tutti i nostri contenuti e la precisa discriminante che nettamente ci separa e ci contrappone alle varie “ideologie” di matrice Hegeliana che sono state proclamate negli ultimi due secoli.

Purtroppo, non tutti i camerati hanno compreso e assimilato quel messaggio, ed è questo il principale motivo del persistere di incomprensioni e contrasti tra noi e dell’inquinamento di ambienti e circoli pur chiaramente nostri con tendenze ed equivoci “percolati” da falde a noi completamente estranee. Scomparsa la carismatica figura del Duce, che con la sua personalità travolgente riusciva a convogliare verso un’unica direzione le tendenze e vocazioni più disparate, caduti in guerra o assassinati quasi tutti i suoi più fedeli collaboratori, iniziato in crescendo l’assordante concerto della “cultura” asservita ai nuovi padroni, noi siamo convinti davvero che, se tutti gli uomini rimasti liberi, in Italia, avessero sempre tenuto conto di quel breve ed essenziale messaggio evoliano, tutta la nostra azione politica avrebbe avuto ben maggiore efficacia e, man mano che il regime fondato sul tradimento e sulla sconfitta dimostrava la sua impotenza e corruzione, saremmo quanto meno riusciti a rappresentare per la parte più sveglia e onesta del nostro popolo il polo della speranza e della riscossa.

Quel messaggio si può esprimere in poche righe, e nessuno lo ha fatto meglio che Evola stesso nel suo prezioso Orientamenti, destinato proprio ai giovani. «Nulla ha capito chi si illude, oggi, circa la possibilità di una lotta puramente politica o sociale e circa il potere dell’una o dell’altra formula o sistema, cui non faccia da precisa controparte una nuova qualità umana. Se uno Stato possedesse un sistema politico o sociale che, in teoria, valesse come il più perfetto, ma la sostanza umana fosse tarata, ebbene, questo Stato scenderebbe prima o poi al livello delle società più basse: mentre un popolo, una razza capace di produrre uomini veri, uomini dal giusto sentire e dal sicuro istinto, raggiungerebbe un alto livello di civiltà e si terrebbe in piedi di fronte alle prove più calamitose, anche se il suo sistema politico fosse manchevole e imperfetto».

Ma, a questo punto, attenzione a non trarre dal giusto criterio conseguenze errate. Che tutto dipenda dalla qualità degli uomini e non dal sistema di organizzazione sociale (contrariamente all’illusione di tutti i socialismi) non significa affatto che le istituzioni politiche, l’ordinamento giuridico, i meccanismi di accesso al potere, la qualità della vita, la fisionomia economica siano indifferenti. Tutte quelle cose sono, infatti, molto rilevanti come fattori di elevazione qualitativa o di degenerazione umana. Significa soltanto che esse vanno concepite, studiate ed attuate soprattutto in funzione della qualità umana che esse sviluppano nel popolo, e cioè delle qualità morali, intellettuali e anche fisiche di cui possono propiziare l’emergenza e l’affinamento, e delle tare e debolezze che possono controllare e reprimere.

L’uomo moderno, grazie al cosiddetto progresso, utilizza a vantaggio proprio e della comunità cui è legato solo una parte minima delle proprie qualità potenziali, anzi, non di rado sono proprio quelle negative (p. es. l’egoismo e l’ipocrisia) ad assicurargli il successo. Funzione della scienza politica è, invece, quella di istaurare un sistema che porti i singoli a impiegare le proprie valenze positive, anche latenti, e a respingere come nemiche le proprie debolezze. Buono, per gli effetti qualitativi che consegue, è un sistema che assegni a ciascuno le sue responsabilità, che di ciascuno valorizzi le peculiarità e non la presunta eguaglianza, che sviluppi il senso comunitario, che nobiliti il comando come la disciplina, che abitui a conquistare ogni cosa con la fatica e la perseveranza e non reclamando diritti a tutto spiano, che ponga i giovani nella necessità di utilizzare al massimo le proprie capacità sia per sé che per il bene comune, che segua come suprema regola il rispetto assoluto per la biosfera, che protegga e rinsaldi i legami familiari, che – in altri termini – si preoccupi non di elargire comodità e “sicurezza”, ma di produrre uomini e donne equilibrati e sereni. Cattivo è il sistema che stimoli l’edonismo, la pigrizia e l’irresponsabilità, che parli sempre di diritti e mai di doveri, che premi la demagogia col potere e la piaggieria con privilegi, che privilegi la furberia anziché l’ingegno, il conformismo anziché il merito, che concepisca il potere politico non come un onere, ma come un vantaggio. Ma – direte – è la fotografia dell’attuale repubblica! Appunto.

Bene dice Evola: nessuna “formula” in sé può apportare benefici validi. Ma può ben farlo indirettamente, in quanto propizi quella elevazione qualitativa del popolo che è l’unica, in ultima analisi, a contare. Proviamo allora a occuparci di politica in una simile ottica, che è soltanto e squisitamente nostra, e ci accorgeremo subito che tutto il gran ciarlare che si fa su TV e giornali non è che uno sbrindellato straccetto per coprire porcherie. Lasciamolo ai festeggiatori del 25 aprile!

 (fonte: centrostudilaruna.it)