Julius Evola, a 110 anni dalla nascita…..

ELEMENTI DI STILE ROMANO

“Gli elementi di Stile, hanno una propria evidenza, non sono legati a tempi trascorsi, possono in un qualsiasi periodo agire come forze formatrici e valere come ideale, non appena si desti una vocazione corrispondente”. Questo brano di Julius Evola, presenta con chiarezza la necessaria corrispondenza che vi deve essere tra lo Stile e colui il quale intende assumerlo come Ideale. Data l’evidente distanza spirituale che vi è tra l’uomo moderno ed il “Romano”, sarebbe vano ogni intervento formativo o politico senza assumere interiormente una virile disciplina che dia modo da un lato a “superare la modernità” e dall’altro a ricollegarsi alla tensione spirituale che anima, da sempre, l’azione dell’Uomo della Tradizione.
Occorre, innanzi tutto, sgomberare il campo da alcuni equivoci e contraffazioni che con lo Stile romano non hanno nulla a che vedere, se non per rappresentarne una volgare parodia. Un esempio al riguardo, può essere quella consuetudine ormai diffusa di ritenere di “carattere romano”, qualsivoglia elemento della religiosità, della cultura o del costume, per il solo fatto di essersi manifestato anche in terra romana. La dottrina tradizionale ci insegna che una Civiltà può dirsi tale solo quando pone al suo centro il Sacro, quindi l’elemento spirituale. La centralità che assume questo elemento ci consente di intenderlo come carattere assoluto a cui fare riferimento, ed è attraverso questo che intendiamo approssimarci alla romanità o più precisamente al “carattere romano”. Fatta questa precisazione necessaria, non si può ridurre la Romanità ad uno sterile aspetto esteriore, quasi da collocare in un posto o in un momento qualsiasi, evitando di equivocare ciò che appartiene alla Romanità viva, perché manifestazione di ciò che è eterno, quindi incorruttibile, a ciò che appartiene alla Romanità morta, perchè somma di residui e rovine non più in grado di ridestare forze pure, nella migliore delle ipotesi. Per altre vie, del resto, assumere in sé “elementi di Stile” dell’autentica Romanità, ha in realtà la funzione di ricondurre a quella originarietà dello stile, che nella fisionomia e nell’essenza del carattere romano, è riconducibile ad un più alto modo d’essere che fu quello delle genti Arie. Attraverso queste brevi ma opportune distinzioni, diviene più comprensibile come al posto di vani atteggiamenti esteriori, vi sia la necessità di una severa ascesi per estrarre dalla romanità quel senso vivo ed immortale, senza acrobazie intellettuali, slogan o nostalgiche interpretazioni fuorvianti. Intendere la Romanità come fucina di elementi di stile significa quindi, volerne assumere lo Spirito e la viva essenza; prenderne l’impronta disponendo il proprio cuore in armonia con quella vibrazione della “AETERNITAS ROMAE”, che pone in essere l’Uomo nel suo senso più alto. E con ciò allontanando qualsiasi riferimento neo pagano1. Nel Romano ciò che emerge con forza, prima di ogni altro elemento, sono la Pìetas e la Religio, che a differenza delle successive forme di religiosità, significano l’attitudine ad una rispettosa e dignitosa venerazione, ed al tempo stesso, di fiducia nei riguardi delle “Cose Divine”, sentite come presenti ed agenti relativamente a quelle umane sia individuali che collettive. La consapevolezza dì ciò, rende chiara al Romano l’importanza della Virtus, non intesa come vuoto moralismo, ma come ideale da perseguire e da raggiungere; la Fortitudo e la Costantia, come invincibile forza d’animo; la Sapientia, la Disciplina e la Humanitas come senso di controllo e di riflessione, uniti ad una spiccata volontà di pienezza di vita e di approssimazione al Sacro; la Fides e la Dignitas come tenuta dell’animo e calma interiore, in una lealtà e fedeltà innanzitutto alla propria natura, che nei tipi umani superiori si traduceva in Solemnitas, cioè in una seria e misurata solennità. Tutto questo, che a prima vista potrebbe sembrare un freddo elenco di qualità, in realtà ha sempre avuto un preciso riflesso pratico, riscontrabile in un agire preciso e senza gestualità scomposte, di mediterranea memoria; un amore per l’essenziale che non significa affatto materialismo e la diffidenza per ogni abbandono dell’anima o confuso misticismo.2 Nello “Stile romano”, nelle parole e nel linguaggio come nelle espressioni e nei gesti, vi è castità, unita ad una insofferenza verso la tortuosità e la capacità di coordinare anziché confondere, al punto di amare il limite3 in vista di un’idea e di un Ordine superiore. L’inutilità di particolari elucubrazioni intellettuali, per approssimarsi a questo Stile, rende più chiara la necessità di un preciso e coerente lavoro su se stessi. Il Romano “Giudice e non difensore di sé stesso”, attraverso un freddo dominio di Sé, senza personalismi e fatue vanità si erge ancora oggi aldilà delle contingenze, a rappresentare un ideale, che secoli di decadenza e false interpretazioni storiche non riusciranno ad offuscare mai. Tentare di emularne il suo esempio ed avvicinarsi alla sua altezza, dipende solo da noi stessi.

NOTE

1: Circa gli equivoci del paganesimo moderno e la velleità di un recupero archeologico di forme spurie di ritualità, è necessario soffermarci. A parte l’evidente cialtroneria dì alcuni rappresentanti del “magico”, è necessario sottolineare che l’andare a ridestare forze occulte sia del tutto inopportuno. Se poi vi si aggiunge l’estrema pericolosità a cui si può sottoporre, nel migliore dei casi, il profilo psichico, si consiglia agli aspiranti “maghetti” di lasciar stare da subito gli pseudo-maestri con le “pezze al culo” che girano, notare la coincidenza, in questa fine di ciclo. Al riguardo possono venirci in aiuto gli scritti di due autorevoli interpreti della Tradizione, J. Evola e R. Guènon. Del primo segnaliamo il fondamentale articolo “L’equivoco del neo-paganesimo” ripubblicato dalla rivista Heliodromos (n.6, nuova serie, interamente dedicato ad Evola) e per un approfondimento ulteriore il testo “Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo” Ed. Mediterranee. Del secondo, oltre ai primi due capitoli de “Simboli della Scienza Sacra” Ed. Adelphi, possono essere segnalate le pagine 163, 164, 165, 169, 176, 177 e le pagine da 181 a 186 e da 211 a 249 dei capitoli n. 26 e n. 27 in “Regno della quantità e segno dei tempi” Ed. Adelphi.
2: Per una corretta interpretazione del termine “misticismo” è necessario, nell’ambito dell’esperienza spirituale, distinguere due modi di viverla, due atteggiamenti di fronte ad essa. Per misticismo o per atteggiamento mistico, si intende un modo soggettivo, irrazionale e di estasi, che caratterizza l’esperienza per il suo valore di sensazione e di senso emotivo. Di fatto ogni esigenza di controllo lucido del sé, ne rimane esclusa. Quanto l’esperienza mistica è passiva ed estatica all’opposto, si può indicare la “spiritualità eroica” come atteggiamento attivo di fronte al mondo spirituale. Essa, indicata da Guénon come “intuizione intellettuale”, coglie il contenuto spirituale dell’esperienza, oggettivamente, secondo chiarezza, senza sentimentalismo devozionale.
3: Nell’ambito della vita e della cultura romana, il valore del Limite ha rappresentato un simbolo la cui origine può ricondursi alle ritualità che appartenevano alle popolazioni Arie ed alle grandi civiltà solari. Il concetto di limite, confine o recinto, era rivestito da una profonda sacralità (già nel rito di fondazione dell’Orbe è evidente), probabilmente in relazione al rito arcaico della realizzazione degli altari. Il “Limes”, quindi, creava una differenza non solo di spazio tra territorio e territorio, ma soprattutto di qualità. Nel caso del perimetro della città eterna, esso ne designava la consacrazione e ne qualificava la sua successiva edificazione. In relazione al tempo, sacro o profano, il Limite ne indicava specificatamente la differenza di qualità, attraverso i riti e le celebrazioni. Durante il rito si distingueva un momento particolare, l’attualizzazione dei mito che, in quanto tale, non è soggetto alla corrente dei divenire.