Imam Khamenei: “La Repubblica Islamica non si sottomette al progetto “UNESCO 2030” | Islam Shia

Nella follia del governo mondialista, si affacciano ogni giorno intenzioni sempre più sovversive. Nel documento “Unesco 2030”, l’idea è quella di rimuovere la sovranità degli Stati dell’educazione dei propri figli e la strampalata ideologia di genere. 

Una reazione decisa e lucida, ci arriva dall’Iran, precisamente dalla Guida Suprema, l’Ayatollah Alì Khamenei 


Il documento dell’UNESCO 2030 non è una cosa alla quale la Repubblica Islamica può sottomettersi. Per quale motivo un’organizzazione sedicente internazionale, che si trova chiaramente sotto l’ingerenza delle superpotenze, deve avere il diritto di imporre alle diverse nazioni che possiedono culture e civiltà differenti, con eredità storiche e culturali differenti, delle leggi su come devono comportarsi. Ciò è sbagliato in principio.

[Rivolendosi al governo] Se non potete opporvi al principio stesso, almeno dovete dire che la Repubblica Islamica possiede una propria linea [di pensiero] e dei documenti ‘celesti’, e sappiamo cosa dobbiamo fare nelle questioni relative all’istruzione, all’educazione, all’etica e allo stile di vita. Non abbiamo bisogno di questo documento [dell’UNESCO].

Non si va a firmare un documento, poi si ritorna e segretamente si inizia a metterlo in atto. Non è così. Non è affatto permesso. Lo abbiamo detto anche alle organizzazioni responsabili in questo campo.

[La folla grida: “Non ci sottometteremo mai all’umiliazione”]

Il sottoscritto si lamenta col Consiglio della Rivoluzione Culturale che avrebbe dovuto vigilare e non permettere che si giungesse a questo punto, così da costringermi ad intervenire. Qui vi è la Repubblica Islamica. Qui le fonti e le fondamenta sono costituite dall’Islam, dal Corano. Qui non è il luogo dove lo stile di vita difettoso, distruttore e corrotto occidentale può avere influenza, anche se cercano di farlo in differenti modi. Ma arrivare al punto da farci firmare ufficialmente un documento nel quale ci dicono cosa dobbiamo fare nei prossimi quindici anni e noi accettiamo, non ha senso.

Imam Seyyed ‘Ali Khamenei, 7 maggio 2017

INTERVISTA AL SEGRETARIO HOSSEYN MORELLI SULLA “MEZZALUNA SCIITA” (OFCS.REPORT)

Pubblicato il 12 aprile 2017 in Difesa e Sicurezza Nazionale/Internazionale da Mary Tagliazucchi


“Questo fronte non ha dei criteri di tipo religioso, etnico o settario, ma politico. Ne fanno parte integrante, attiva e centrale i movimenti militanti palestinesi, che sono principalmente di ispirazione religiosa e di scuola sunnita. Già questo dovrebbe indicare l’inconsistenza della cosiddetta mezzaluna sciita”. Ad affermarlo, parlando con Ofcs.report, è Marco Hosseyn Morelli, convertito sciita e portavoce dell’Associazione islamica Imam Mahdi in Italia, a cui abbiamo chiesto un’opinione non solo sulla nuova, strategica, alleanza creatasi fra i movimenti musulmani sciiti, ma anche sui recenti eventi che infiammano il medio oriente.

Il termine ‘mezzaluna sciita’ venne usato per la prima volta da Abdullah II di Giordania, nel 2004 per via della salita al potere, in Iraq, di un governo a maggioranza sciita, nonché alleato dell’Iran che l’ha da subito presentata come una naturale e fisiologica alleanza fra i movimenti sciiti dell’India, Pakistan e soprattutto Kashmir, Iran, Iraq, Siria e l’est dell’Arabia Saudita. Nel dettaglio, può spiegarci quali, secondo lei, sono i veri motivi di queste alleanze?

“All’indomani della vittoria della Rivoluzione Islamica dell’Iran guidata dall’Imam Khomeyni nel 1979, i governi oppressivi occidentali e i regimi a loro asserviti nel vicino Oriente furono colti dal panico. Si trattava infatti di una Rivoluzione che, estranea alla logica dei due blocchi materialisti che allora si contendevano il mondo, aveva una base squisitamente religiosa e spirituale e rappresentava una speranza e una fonte di ispirazione non solo per gli iraniani o gli sciiti, e nemmeno soltanto per i musulmani, ma per tutti gli oppressi e diseredati del mondo. Uno dei principi fondamentali di questa Rivoluzione, che in seguito divenne un vero e proprio articolo costituzionale della Repubblica Islamica dell’Iran, è il sostegno attivo agli oppressi di qualunque luogo, a prescindere dalla loro religione, etnia o nazionalità. Questa posizione, piuttosto che il frutto dell’influenza di ideologie terzomondiste, trae origine dal Sacro Corano e dalla Tradizione del Profeta e degli Imam.


MARCO HOSSEYN MORELLI, SCIITA E PORTAVOCE DELL’ASSOCIAZIONE ISLAMICA IMAM MAHDI IN ITALIA

Il Sacro Corano insegna: ‘Perché mai non combattete per la causa di Dio e dei più deboli tra gli uomini, le donne e i bambini che dicono: ‘Signore, facci uscire da questa città di gente iniqua; concedici da parte Tua un patrono, concedici da parte Tua un alleato?” (Surah an-Nisaa, 4:75) Il Profeta Muhammad ha detto: ‘Chiunque sostiene l’oppresso contro l’oppressore sarà in mia compagnia in Paradiso’ e il primo Imam della Shi’a, l’Imam ‘Ali, in punto di morte, nel suo testamento al figlio, disse: ‘Combatti l’oppressore e sostieni l’oppresso’.

Tra gli strumenti utilizzati dalle centrali propagandistiche dell’imperialismo mondialista e sionista per frenare l’ondata di sostegno e ammirazione che i popoli, soprattutto quelli musulmani e della regione, nutrivano verso la Rivoluzione Islamica e la sua saggia e illuminata Guida, la tesi delle “insanabili differenze” e del “naturale scontro” tra sciiti e sunniti è probabilmente quella che ha avuto, purtroppo, maggiore successo. Re Abdullah II, o chi per lui, ha pertanto semplicemente coniato un nuovo termine per la vecchia agenda colonialista dei suoi padroni americani e israeliani.

Sebbene l’Islam Sciita, per delle sue peculiarità dottrinali, ha rappresentato storicamente lo stendardo della lotta per la giustizia e contro l’oppressione – ed è pertanto naturale che tali temi ricevano maggiore attenzione tra i seguaci di questa scuola dell’Islam – ciò nonostante il Fronte della Resistenza che si è delineato negli ultimi decenni e che vede la Repubblica Islamica alla sua guida, rappresenta un sentiero aperto e possibile per tutti i musulmani e per tutti gli uomini nobili e liberi di ogni latitudine. Non a caso ne fanno parte integrante, attiva e centrale i movimenti militanti palestinesi, che sono principalmente di ispirazione religiosa e di scuola sunnita. Già questo dovrebbe indicare l’inconsistenza della cosiddetta ‘mezzaluna sciita’. Questo fronte non ha quindi dei criteri di tipo religioso, etnico o settario, ma politico. Chiunque si oppone al progetto americano-sionista nella regione e nel mondo è benvenuto, a prescindere dal suo retroterra. Per questo il Segretario Generale di Hezbollah del Libano, Seyyed Hassan Nasrallah, ebbe a dire chiaramente e pubblicamente: ‘Se dobbiamo scegliere tra due alleanze: una che va da Beirut a Damasco, da Teheran a Gaza e a Ramallah, da non importa quale capitale del mondo fino al nostro fratello Chavez in Venezuela…e un’alleanza che va da Tel Aviv agli Stati Uniti e ai loro alleati, senza alcun dubbio noi saremo nella prima alleanza’. Il sostegno e l’appoggio della Repubblica Islamica dell’Iran, ovunque sia avvenuto, dall’Afghanistan al Pakistan, dalla Palestina all’Iraq, dallo Yemen alla Siria, dalla Bosnia al Libano, non ha mai avuto ragioni e obiettivi settari o materiali, ma è stato dettato da valori spirituali, politici, etici e umani. Ricollegandoci alla sua domanda e per non dilungarci, possiamo citare proprio l’esempio dell’Iraq. Sono stati gli stessi esponenti e capi dei partiti, movimenti e tribù sunniti dell’Iraq, le cui popolazioni sono state quelle che maggiormente hanno patito le crudeltà dell’Isis in quella nazione, ad aver riconosciuto e ringraziato il governo di Teheran quale primo e unico Stato che sin da subito si è attivato e adoperato concretamente per proteggerli quando i miliziani del sedicente “califfo” hanno conquistato la parte settentrionale del paese arabo e minacciavano direttamente la capitale Baghdad”.

Nonostante l’Iran presenti questa alleanza come una mano tesa all’Occidente, che è a tutt’oggi impegnato contro il terrorismo, di matrice sunnita dell’Isis, le cancellerie europee appaiono decisamente titubanti ad accogliere questo ‘aiuto’ che sembra, a detta di molti, una strategia ben mirata su una precisa area geografica. Che ne pensa al riguardo?

“La Repubblica islamica dell’Iran piuttosto che all’Occidente ha teso la mano in primo luogo ai popoli occidentali. Nelle due storiche lettere che l’Imam Khamenei, l’attuale Guida della Rivoluzione Islamica, ha indirizzato in particolare ai giovani europei e statunitensi, egli ovviamente condanna come estranei agli insegnamenti del Sacro Corano e alla tradizione islamica le azioni terroristiche di certi gruppi e movimenti criminali che dicono di rifarsi all’Islam, ricordando però anche il sostegno, il supporto e la copertura offerti loro dai servizi segreti e dai governi dell’Occidente. Sottolineo come questa mano sia stata tesa ai popoli piuttosto che ai governi, non perché la Repubblica islamica rifiuti a priori di collaborare e cooperare con le istituzioni occidentali, ma perché conscia della loro ipocrisia nella cosiddetta “lotta al terrorismo” e della totale subordinazione delle cancellerie europee ai voleri di Washington e Tel Aviv.

Un’Europa libera, indipendente e sovrana potrebbe rappresentare in realtà, per i molti aspetti storici e culturali comuni e per la propria importante posizione geografica, un interlocutore naturale e perfino privilegiato del mondo islamico. Purtroppo vediamo però come, nonostante il terrorismo takfiri abbia iniziato a colpire anche in Occidente, il sostegno logistico, economico e militare fornito da vari governi occidentali a questi gruppi terroristici non sia cessato. D’altro canto è un fatto riconosciuto da tutti gli analisti e giornalisti onesti e con una conoscenza diretta della situazione che la Repubblica Islamica dell’Iran, che in passato è stata una delle principali vittime del terrorismo, rappresenta oggi lo Stato che più di ogni altro sta combattendo, realmente e sul terreno, il terrorismo dell’Isis e di altre bande takfiri, donando come martiri in questa dura lotta alcuni dei suoi migliori figli. L’Iran è pertanto ovviamente disponibile a collaborare persino con i governi europei, anche se la cosa è a nostro avviso irrealizzabile data l’attuale struttura del potere politico dell’Europa in mano ai “poteri forti” finanziari e mondializzatori. Mi permetto di sottolineare che ideologicamente l’origine del terrorismo che ha colpito soprattutto il mondo islamico e solo di riflesso il mondo occidentale non è da rinvenirsi nell’Islam sunnita, bensì nel Wahhabismo, un’ideologia moderna sorta nella Penisola Arabica alla fine del Settecento e alla cui ascesa politica e militare – che si è andata saldando nell’alleanza con la dinastia dei Saud – non fu estranea l’opera nefasta del governo britannico”.


L’analista egiziano Ahmad Khaled, nel 2012, scrisse che il vero motivo del sostegno dell’Iran alla Siria è che questo paese facente parte della ‘mezzaluna sciita’, è ben vista dalle autorità di Teheran. Se fosse realmente così, perché?

“Dare una connotazione settaria al governo siriano e alle ragioni del conflitto che da più di sei anni sconvolge quel paese significa coprire i veri intenti e obiettivi dei governi occidentali e arabi che hanno programmato l’insurrezione e sostenuto in tutti questi anni i ribelli – tanto tra le file dei cosiddetti “moderati” quanto tra quelle dei cosiddetti “estremisti” – che manu militari vogliono rovesciare il legittimo governo di Damasco. Bisogna, però, prima di spiegare le ragioni che hanno portato l’Iran ad un’alleanza di natura politica e militare con la Siria, fare delle precisazioni. Innanzitutto dobbiamo dire che la scuola alawita è molto differente dalla scuola sciita maggioritaria, prevalente in Iran e tra gli altri sciiti del mondo, e conosciuta come Imamita o Duodecimana. Questo dal punto di vista religioso. Dal punto di vista politico, la Repubblica Araba Siriana, piuttosto che caratterizzarsi come un governo guidato da una “cricca alawita”, come leggiamo quasi quotidianamente sui nostri quotidiani, riflette nelle istituzioni la multiformità religiosa della sua popolazione, a maggioranza sunnita. Nell’attuale governo guidato da Bashar al-Assad, sposato con una musulmana sunnita, ed eletto dal popolo in seguito a regolari elezioni, troviamo pertanto che i Ministeri chiave come quello di Primo Ministro, degli Interni, degli Esteri, degli Affari Religiosi e delle Comunicazioni sono tutti in mano a musulmani sunniti. Non dobbiamo dimenticare inoltre che l’Iran è una Repubblica Islamica mentre la Siria una Repubblica laica, sebbene non nel senso inteso comunemente da noi in Occidente. Le motivazioni di questa salda alleanza sono pertanto di natura politica. Il governo di Damasco, oltre ad essere stato l’unica nazione araba – insieme alla Libia sunnita di Gheddafi – ad aver sostenuto l’Iran durante gli otto lunghi anni di guerra imposta dall’Occidente a Teheran tramite l’Iraq di Saddam Hussein (che godeva anche dell’appoggio economico, politico, militare e mediatico di tutte le petro-monarchie arabe), è uno dei pochi Stati arabi davvero sovrani e indipendenti. Questa indipendenza, unita ad una posizione nobile e unica nel mondo arabo, gli ha permesso di ricoprire, compiendo anche errori e mosse non esenti da critiche (vedi la prima guerra del Golfo e le trattative con il regime sionista), un ruolo importante nel contrastare il progetto israeliano e americano nel Vicino Oriente. E’ stata la Siria di Assad a facilitare l’Iran nella creazione di Hezbollah in Libano prima e nel proteggere e sostenere la Resistenza libanese e palestinese poi. Non a caso fu a Damasco, non a Riyadh o ad Amman, che molti dirigenti dei gruppi resistenti sunniti palestinesi come Hamas e Jihad trovarono rifugio. Ciò che pertanto ha condotto l’Iran a questa alleanza non è la “comune fede sciita” dei due Stati, ma la posizione della Siria a sostegno del progetto di Resistenza dei popoli della regione e di rifiuto dei diktat del sionismo internazionale, posizione che si sposa con i valori e principi della Rivoluzione Islamica e della Repubblica Islamica da essa partorita.

Non va dimenticato inoltre che l’esercito siriano è l’ultimo esercito regolare arabo schierato sulla frontiera della Palestina occupata nota come Israele e che la Siria ospita alcuni importanti luoghi santi, in primo luogo per gli sciiti ma anche sunniti, che questi gruppuscoli takfiri si sono ripromessi di distruggere dalle fondamenta. Sarà bene ricordare infine che è stato il governo e l’esercito regolare di Damasco, tanto demonizzati in Occidente, a difendere e proteggere in tutti questi anni la comunità cristiana siriana, verso la quale i takfiri hanno sempre infierito senza pietà nel silenzio complice dei capi sedicenti cristiani europei e americani”.

Seyyed Ali Khamenei, guida suprema dell’Iran, ritiene invece che la ‘mezzaluna sciita’ sia un termine coniato apposta dalle potenze nemiche dell’Iran per creare timori rispetto a Teheran che persegue solo la difesa del proprio territorio e dei propri diritti. C’è un che di verità in queste affermazioni?

“I governi neo-colonialisti occidentali insieme ai loro sottoposti arabi e al regime sionista, grazie alle ingenti risorse a disposizione e all’enorme macchina propagandistica alle loro dipendenze, utilizzano due spauracchi tra i popoli arabi in particolare e i musulmani in generale. L’obiettivo è quello di allontanarli dall’Iran e di presentare la Repubblica Islamica quale loro avversario principale, salvando così Israele e presentando il regime sionista come loro naturale alleato di fronte a questo comune nemico. Per evocare lo scontro settario si utilizza lo spauracchio della cosiddetta “mezzaluna sciita” mentre per agitare lo scontro etnico si evoca un sedicente “progetto persiano” o “neo-safavide”. Non vi è alcuna agenda persiana o sciita e l’esempio più chiaro, dei tanti che potremmo fare, è quanto avvenuto nel conflitto che intercorse tra l’Armenia e l’Azerbaijan. Nonostante quest’ultima si auto-dichiari “Repubblica Islamica” e sia composta da una popolazione a maggioranza sciita, l’Iran sostenne la cristiana Armenia. Perché? Perché l’Azerbaijan ha un governo completamente allineato all’agenda politica della Nato, degli Stati Uniti, di Israele e dell’Arabia Saudita, oltre ad essere fortemente ostile alla religione. L’Imam Khamenei è oggi il principale alfiere dell’unità islamica nel mondo, principio coranico e profetico che egli ha ribadito in molte occasioni e che gli è spesso valso la critica degli ambienti più ottusi ed estremisti tra gli stessi sciiti. La Guida della Rivoluzione ha emesso delle storiche fatwa (responsi giuridico-religiosi) proprio per scongiurare ogni possibile odio e scontro settario in questo frangente particolarmente importante per la Comunità Islamica mondiale. La Repubblica Islamica ha infatti da sempre sostenuto e aiutato, tanto a livello umanitario quanto politico, economico e militare, popolazioni totalmente sunnite, come quella palestinese, somala o bosniaca. Per questo anche l’attuale Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran, Hassan Rohani, nel corso di una conferenza sull’unità islamica tenutasi a Teheran nel dicembre scorso e nella quale ero personalmente presente, ha giustamente dichiarato: “Non c’è una mezzaluna sciita né un triangolo sunnita. Sciiti e sunniti sono fratelli e seguaci dell’Islam e del Profeta.”

L’Islam, nei paesi del Medio Oriente è di fatto la religione praticata dalla stragrande maggioranza degli abitanti della zona, e si divide in due principali rami dottrinali: quello dei sunniti e quello degli sciiti. È una divisione piuttosto profonda e che esiste da secoli, ma negli ultimi decenni ad essa si sono intrecciate anche le vicende politiche locali, diventando sempre più rilevanti nel decidere eventuali guerre, alleanze e interessi. Quanto ha influito tutto questo secondo lei?

“L’esistenza del ramo sciita e di quello sunnita risale alle origini stesse dell’Islam. A fianco a innegabili e importanti differenze di natura teologica e giuridica, i musulmani sciiti e sunniti condividono però moltissimi principi dottrinali e riti religiosi fondamentali: l’Unità e Unicità di Dio (Tawhid), la fede nella Profezia di Muhammad e che egli sia stato l’ultimo Inviato di Dio e il ‘Sigillo’ delle precedenti rivelazioni, la fede nel Giorno del Giudizio e dell’Aldilà, la fede nello stesso Libro sacro (il Sacro Corano), la stessa Qiblah, le cinque Preghiere, il Pellegrinaggio a La Mecca, il digiuno nel mese di Ramadan, ecc. I conflitti e le tensioni esistenti in buona parte del mondo islamico hanno però una natura, un’origine e degli obiettivi di tipo prettamente politico, non religioso o settario, conflitti e tensioni in questi ultimi due secoli spesso aizzati dai governi occidentali, in primo luogo dagli inglesi e poi successivamente anche dagli americani. Ci troviamo sostanzialmente davanti a due fronti: da una parte i governi legati a doppio filo a quelli occidentali e al regime sionista e dall’altra gli Stati, i movimenti e i popoli che vogliono auto-determinarsi e scegliere liberamente il proprio destino e la propria forma di governo senza dover chiedere conto a Londra, a Washington o a Tel Aviv. La vera divisione non è pertanto quella tra sciiti e sunniti, ma tra i seguaci di quell’ ‘Islam’ che l’Imam Khomeyni definì “americano” e i seguaci dell’Islam puro del Profeta Muhammad (S). L’ ‘Islam americano’ è quello che pur indossando esteriormente i panni islamici serve in realtà i nemici della Comunità Islamica, alimenta il fuoco della divisione tra i credenti e invece di affidarsi a Dio si affida ai Suoi nemici. E’ quello che invece di combattere il sionismo e l’arroganza, combatte e uccide i musulmani e gli innocenti. E’ un’ideologia priva di logica e di spiritualità, una parodia dell’Islam del Sacro Corano e del Nobile Profeta”.


Qual è il suo personale parere su questa alleanza e quali sono gli eventuali, futuri, scenari anche in base ai conflitti ora in corso?  

“Grazie a Dio il Fronte della Resistenza, dalla Palestina al Libano, dalla Siria all’Iraq, dallo Yemen all’Iran continua ad avanzare, a scapito del vero ‘Asse del Male’ incarnato da Stati Uniti, dall’Inghilterra, da Israele e dall’Arabia Saudita. Noi, come credenti, siamo certi che gli oppressori non prevarranno e la vittoria finale spetterà agli oppressi. E’ una promessa divina e Dio non viene meno alle Sue promesse. Ciò che si sta verificando soprattutto nel vicino Oriente ma non solo, trova peraltro precisi riscontri nell’escatologia, e non solo in quella islamica. Se vogliamo davvero comprendere gli scenari attuali ma soprattutto futuri, oltre a considerazioni di natura geopolitica, sociale ed economica, dobbiamo allora tenere in considerazioni anche questi fattori”.

@MaryTagliazucch

Fonte: https://ofcs.report/internazionale/islam-sciiti-terrorismo-no-alleanze-occidente-israele/

Ringraziamo l’Associazione Imam Mahdi, dal cui sito abbiamo estratto l’intervista. 

 

Sul maestro spirituale nell’Islam Sciita* | C.Y. Bonaud

Bisogna dire qui alcune parole sulle vie pratiche dell’‘irfan presenti nella hawza [seminario tradizionale sciita] (il che non significa che esse non abbiano esistenza al di fuori di quell’ambiente).

Si ritrovano innanzitutto delle organizzazioni confraternitarie che hanno a che fare con il Sufismo (soprattutto Dhahabiyya e Ni’matollahiyya con i loro diversi rami), assai simile alle turuq che si ritrovano dappertutto nel mondo musulmano, se non fosse che esse sono sciite nelle loro dottrine e nelle loro pratiche. Benché queste organizzazioni siano esterne alla hawza, dei religiosi ne sono affiliati e ne sono talvolta maestri (qutb). Come fu il caso, per esempio, di Qotb ad-din Nayrizi, già menzionato prima, che era un maestro della silsila Dhahabiyya (Tar, p. 27), e di molti altri fino ai nostri giorni.

Vi è anche il caso di coloro, molto rari, dei quali non si conosce il maestro, che sono stati attratti dalla grazia divina, quali che siano gli intermediari occulti di quest’elezione, e che a motivo di questo percorso fuori norma non sono atti in principio a formare dei discepoli. In un passato recente Shaykh Ansari Hamadani (m. 1379/1960) era uno fra i più celebri di questi santi ‘uwaysi’. (1)

Infine esistono dei maestri che si nascondono e non si dichiarano mai come tali, maestri che non formano quindi alcun ‘gruppo’ di discepoli e ancor meno organizzazioni costituite. Benché vi sia nel loro caso una successione da maestro a discepolo risalente come tutte le silsila al Profeta e agli Imam, questa linea non è mai evocata e resta sconosciuta. Per questa cosa vi sono sicuramente delle ragioni di taqiyya e di prudenza, ma vi è soprattutto il fatto che la silsila viene qui considerata come un velo maggiore nel senso che, da una parte essa è aperta a tutti i tipi di illusioni (orgoglio, partigianeria, rivalità e altri fenomeni ben conosciuti negli ambienti confraternitari), dall’altra – ed è la cosa più importante – essa tende a sostituirsi all’unico autentico criterio che è la relazione con l’Imam del Tempo.

Il dodicesimo Imam attualmente occultato è in effetti il solo autentico maestro, colui che ha per divina missione di portare ogni essere, direttamente o per intermediario, alla perfezione che gli è propria. Per un maestro il fatto di appartenere a una silsila in sé non è un certificato di ricollegamento e di formazione: essa è garante della trasmissione di un’influenza spirituale e attesta, come in ogni mestiere, che tale persona ha ricevuto da un maestro una formazione in buona e dovuta forma. E’ quindi una condizione necessaria ma non sufficiente per designare qualcuno come “la” persona a cui bisogna rivolgersi, quella che ha l’incarico di guidare tale o tal’altro. Solo un ricorso (tawassul) all’Imam del Tempo può autenticare con certezza una relazione con un maestro designato dall’Imam nascosto stesso e tutto ciò che può aggiungersi dall’esterno alla purezza di questa relazione, foss’anche il fatto d’esser stati presentati come maestro da qualcuno, è considerato come dubbio. C’è quindi una doppia relazione con l’Imam del Tempo: quella della persona che chiede di essere ricevuta e guidata, e soprattutto quella del maestro che viene designato dall’Imam come suo delegato, come qualcuno che, oltre a un ricollegamento “orizzontale” e cronologico a una linea di maestri risalenti al Profeta e agli Imam, ha anche e soprattutto un ricollegamento “verticale” diretto, qui e ora, con il Polo e Imam di questo tempo. E’ questa relazione che dà tutta la sua garanzia a quella fra il discepolo e il maestro poiché vi è allora la certezza che, quali che siano i limiti propri all’uno come all’altro, la questione è in realtà in mano a qualcuno che non è soggetto a tali limiti.

Questi maestri [quelli nascosti] rappresentano l’essenza dell’esoterismo imamita, ma essi non sono riconoscibili perché pongono come condizione quella di non essere mai designati come tali, non fosse altro che per il comportamento pubblico dei loro discepoli nei loro confronti. In qualche modo, supponendo che uno di questi rami si manifesti, esso già non si riferirebbe più a quest’ordine, ma sarebbe in procinto di divenire una silsila come le altre. In ragione di simili manifestazioni o con altri mezzi, si può talvolta stabilire che tale o tal’altro maestro del passato aveva una relazione diretta con l’Imam occultato, ma è già troppo tardi e questa relazione di un maestro passato non permette di indovinare niente del rapporto di coloro che pretendono di essere, a torto o a ragione, suoi successori e continuatori della sua linea. Solo una relazione attuale è valida e autentica e quest’ultima non può avere che un solo criterio per stabilirne davvero l’autenticità: il ricorso all’Imam del Tempo e la risposta che egli fornisce, quale che sia la forma presa da questa risposta.

La caratteristica principale di questo esoterismo imamita è di essere fortemente legato agli Imam e al loro insegnamento integrale. L’essenziale è costituito dal legame di devozione e di fedele amore (wilaya) per gli Imam che sono il volto rivelato di Dio, la Sua luce, la Sua mano, la Sua lingua e il Suo occhio fra le creature; questa devozione intensa si lega all’inimicizia dichiarata verso i nemici degli Imam, poiché essi ne sono l’antitesi, le manifestazioni delle forze demoniache, altrimenti detto il volto apparente, la mano, la lingua e l’occhio del Diavolo. L’insegnamento è fondato sulla meditazione dell’integralità di ciò che è stato trasmesso dalle Genti della Dimora profetica (ahlu bayti n-nubuwwa), e la pratica è modellata sulla loro pratica, fissata attraverso la relazione nata dal ricorso (tawassul) ai quattordici Infallibili (il Profeta, sua figlia e i dodici Imam) e per mezzo della visitazione (ziyara) fatta ai loro santuari o compiuta a distanza (con un’insistenza particolare su certe ziyara quali le ziyarat Amin Allah, Ashura e Jami’a…; vedere Mafatih, p. 350-351, 456-461-, 544-550); è così che si insiste molto sulla lettura e la meditazione del Corano e delle invocazioni (du’a) e dei colloqui intimi (munajat) riportati dagli Infallibili. Non si trovano per contro sedute di dhikr o pratiche collettive, l’iniziazione essendo in questo caso una relazione strettamente personale con l’Imam del Tempo, l’iniziatore rappresentando solo l’intermediario incaricato di missione da parte di quest’ultimo.

NOTE

1) In riferimento a Uways Qarani, che si considera aver avuto un contatto interiore stretto col Profeta pur non avendolo mai incontrato e non avendo lasciato il suo Yemen natale per raggiungere Medina che al tempo del califfato dell’Imam ‘Ali. Uways è inoltre morto come martire al fianco di quest’Imam in occasione della battaglia di Siffin contro le forze di Mo’awiya. La sua tomba si trova a Raqqa, in Siria, in compagnia di altri martiri di questa battaglia, tra i quali ‘Ammar ibn Yasir e Ubayy ibn Ka’b.

* Tratto da Yahya Christian Bonaud “Uno gnostico sconosciuto del XX secolo. Formazione e opere dell’Imam Khomeyni”, a cura di E. Tabano, Il Cerchio, 2010, pag. 88-90. 

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Imam Musa Sadr: il viaggio di un uomo di intelletto e azione | Associazione islamica Imam Mahdi (aj) 


Una traiettoria scientifica pluridisciplinare

L’Imam Musa Sadr nacque il 4 giugno del 1928 nella città iraniana di Qom. La sua famiglia, originaria di Jabal Amel (Libano), era fuggita dal regime repressivo di Ahmad al-Jazza, governatore ottomano dell’antica città di Acre, alla fine del secolo XVIII. Musa Sadr andò a scuola a Qom e nel 1941 iniziò a studiare teologia nella Facoltà di Giurisprudenza Islamica (fiqh), ottenendo il titolo di Dottore di legge (darajat al-ijtihad).

Nel 1950 si iscrisse nella Facoltà di Diritto di Teheran per studiare economia. Era la prima volta che un sapiente religioso si iscriveva in questa istituzione per realizzare studi non-religiosi. Si laureò nel 1953.

L’anno successivo si recò in Iraq, dove realizzò gli studi religiosi superiori nella città di Najaf, eminente città – a livello scientifico e religioso – per la comunità sciita. Rimase a Najaf fino al 1958. Per più di un anno trasse beneficio dagli insegnamenti dei sapienti sciiti più eminenti e partecipò a seminari su religione e modernità. Durante questo periodo stabilì grandi amicizie. Fu in questa epoca che conobbe lo Shaykh Mehdi Shamseddin, che poi diventerà il vice-presidente del Consiglio Supremo Sciita del Libano. Nel 1955 si sposò e da questo matrimonio ebbe quattro figli.

Viaggiò in Libano per la prima volta nel 1958 per conoscere la parte libanese della sua famiglia, situata nella regione di Tiro. Lì si stabilì nella casa della guida spirituale della comunità sciita, Allamah Seyed Abdul Husein Sharafuddin, che di lui ebbe grande stima. Due anni più tardi tornò in Libano.

Al suo rientro in Iran nel 1958 fu co-fondatore della pubblicazione mensile “Maktabe Islam” e divenne suo capo editore. Si trattava della prima pubblicazione culturale islamica della Hawza Ilmiyyah di Qom, e continua ad essere pubblicata fino ad oggi. Questa pubblicazione contribuì in modo significativo al sorgere di un pensiero religioso più attivo nel sociale in Iran.

Il trasferimento in Libano: un progetto sociale globale

La morte di Seyyed Sharafuddin alla fine del 1959 mise fine ad una carriera accademica, per quanto già molto avanzata. Nel rendersi conto del vuoto che aveva lasciato la perdita di Seyyed Sharafuddin, l’Imam Musa Sadr rispose all’invito degli abitanti di Tiro assumendo il ruolo di sapiente e guida spirituale della comunità sciita del Libano.

Una volta a Tiro, ampliò l’organizzazione caritatevole “Jami’yat al-birr wal-ihsan”, creando un orfanotrofio e la scuola di formazione professionale “Jabal Amel”. Creò un fondo di solidarietà, “Sunduq as-Sadaka”, organizzò programmi di alfabetizzazione e iniziò un movimento per coinvolgere le donne nel processo di sviluppo. Tra il 1961 e il 1963 i suoi programmi sociali, educativi e di salute sradicarono completamente la povertà da Tiro. Simultaneamente iniziò a collaborare con il vescovo Gregoire Haddad nel “Movimento Sociale”.

Il suo lavoro non si limitava comunque alla regione di Tiro. Era solito riunirsi con i membri della sua comunità che si trovavano dispersi in tutta la regione del sud del Libano così come nella Bekaa, e trascorreva il tempo con loro per meglio valutare i problemi che li affliggevano. Visitava inoltre altre regioni del Libano per partecipare a conferenze, stabilire contatti con persone di diversi ceti sociali e confessioni religiose, manifestando ovunque la sua opposizione all’intolleranza e lottando sempre contro i mali sociali.

Nel 1963 intraprese un viaggio di due mesi in Europa per studiare la modalità per modernizzare i progetti e piani di azione delle organizzazioni sociali e caritatevoli. Fu l’unico rappresentante musulmano invitato da assistere alla cerimonia di nomina a Pontefice di Paolo VI. Durante la sua visita stabilì una stretta relazione con il Vaticano e discusse ampiamente con il resto dei rappresentanti riguardo la situazione in Iran.

Nel 1964 partecipò al “Cenacolo Libanese” guidato da Michel Asmar e da Padre Youakim Mubarak. Le sue due dissertazioni, una sui fondamenti della spiritualità sciita e l’altra sul ruolo dell’Islam nella cultura del XX secolo, contribuirono ad iniziare un lungo processo di riflessione sul dialogo islamo-cristiano.

Secondo l’Imam Musa Sadr una persona religiosa non può limitarsi unicamente all’ambito religioso, specialmente quando esistono problemi sociali profondi che colpiscono la sua comunità. Non concepiva lo sviluppo della sua comunità, e per tanto anche delle altre, senza una genuina intenzione di apertura verso il resto delle comunità.

Era pienamente cosciente che la società libanese incarnava un potenziale umano quasi unico nel mondo. Dall’inizio, e nel corso di tutta la sua traiettoria, basò la sua attività sull’impulso delle necessarie e complementari dimensioni di responsabilità spirituale, impegno sociale e dialogo con le distinte comunità.

Ristabilendo la comunità sciita

Nell’agosto del 1966 l’Imam Musa Sadr tenne una conferenza stampa dove svelò la sua intenzione di ricostruire la comunità sciita. Fino a quel momento la sua comunità era stata emarginata, a differenza degli altri gruppi religiosi presenti in Libano. Il suo obiettivo era conseguire lo stesso livello degli altri gruppi. Allo stesso modo, cosciente della diaspora, l’anno successivo l’Imam viaggiò in Africa Occidente, dove conobbe il Presidente della Costa d’Avorio Houphouët-Boignye il Presidente senegalese Leopold Senghor, a cui offrì anche un aiuto simbolico diretto agli orfani del Senegal.

Gli sforzi per costituire il Consiglio Supremo Sciita, incaricato di proteggere gli interessi della comunità sciita di tutto il paese, portarono il Parlamento libanese ad adottare il progetto di legge della sua creazione nel 1967.

L’Imam Musa Sadr fu eletto Presidente del Consiglio Supremo Sciita il 23 maggio del 1969. Il suo progetto, fatto conoscere in un comunicato nel giugno del 1969, includeva:

– Organizzare la comunità e migliorare la sua situazione economica e sociale

– Lavorare per l’unità della comunità islamica

– Cooperare con tutte le comunità libanesi a favore dell’unità del Libano

– Combattere l’ignoranza, la povertà, l’ingiustizia sociale e la corruzione

– Adempiere alle responsabilità nazionali e preservare l’indipendenza del Libano

– Appoggiare la resistenza palestinese e cooperare con gli Stati arabi in vista della liberazione dei territori occupati

Riconoscere il problema del sud del Libano

Dai primi mesi del suo mandato, l’Imam dovette far fronte ai frequenti attacchi israeliani alla frontiera meridionale della nazione. Le numerose incursioni israeliane in territorio libanese portarono l’Imam ad avvertire ripetutamente sulla minaccia rappresentata da Israele e a chiamare la popolazione libanese ad adottare una posizione solidale e unificata con i loro connazionali del Sud. Chiese allo Stato di armare i cittadini delle popolazioni di frontiera e che fossero addestrati alla difesa civile e militare. Sollecitò che nel contempo venissero realizzati sforzi per migliorare le condizioni sociali della regione, gravemente emarginata, con il fine di aiutare i cittadini a rimanere nei loro paesi e frenare così lo spostamento della popolazione. Insieme ad altre guide delle comunità libanesi creò il “Comitato di Aiuto al Sud” (Hay’at Nasrat al-Junub).

Il 26 maggio del 1970 organizzò uno sciopero nazionale pacifico in solidarietà con gli abitanti del Sud, il quale ebbe una grande accoglienza nel paese. Questa mobilitazione portò alla creazione, da parte dello Stato, del “Consiglio per il Sud”, un’istituzione statale affiliata al Primo Ministro, con il suo meccanismo di finanziamento, incaricata di rispondere alle necessità della popolazione della regione. Comunque i suoi risultati furono piuttosto limitati durante il corso del tempo.

L’Imam cercò inoltre di avvertire l’opinione pubblica internazionale delle conseguenze della politica di repressione israeliana, esponendo la realtà della causa palestinese. Nel suo sforzo di conseguire questo obiettivo viaggiò in varie capitali europee, come Parigi e Bonn, e scrisse al prelato britannico W. Adams. Inoltre, nel 1971, realizzò un viaggio in Africa e visitò il Marocco, la Mauritania, la Nigeria e l’Egitto.

Inizio della lotta

Negli anni successivi l’Imam Musa Sadr realizzò numerose dichiarazioni e inviti, tanto all’opinione pubblica locale come a quella internazionale, parlando in moschee, chiese e università, avvisando dei pericoli che comportava il fallimento da parte dello Stato nel difendere il Sud e nella responsabilità di sviluppare le zone più svantaggiate.

Nel marzo del 1974 organizzò una manifestazione massiccia nella città di Baalbek, riuscendo a raccogliere 100.000 persone e un’altra nel maggio nella città di Tiro che ne raccolse 150.000. Durante queste manifestazioni imponenti si decise di continuare la lotte finché in Libano sarebbero continuate ad esistere persone o aree svantaggiate. Fu allora che nacque il “Movimento dei Diseredati”, con l’appoggio di centonovanta intellettuali provenienti da differenti gruppi. Questo appoggio fu articolato in quella che verrà conosciuta come “La dichiarazione degli intellettuali”.

Il 20 di gennaio del 1975 l’Imam pronunciò un discorso alla nazione, invitando alla resistenza del popolo libanese contro gli attacchi israeliani e alla difesa del Sud. A luglio annunciò la creazione di “Amal”, il braccio militare del “Movimento dei Diseredati”, che radunò tutti coloro che avevano risposto alla chiamata a difesa del Sud.

La lotta per la pace sociale: identificando la vera origine del conflitto

Con l’inizio della guerra civile il 13 aprile del 1975, l’Imam destinò ogni sforzo a pacificare la situazione su tutti i fronti. Su sua richiesta settantasette personalità rappresentanti tutti i gruppi politici si riunirono nella sede del Consiglio Supremo Sciita.

A partire da questo incontro nacque la “Commissione di Pacificazione Nazionale” (Laynat al-tahdi’a al-wataniya), con l’obiettivo di analizzare la crisi in corso e proporre soluzioni. A luglio, durante la sua protesta contro le lotte tra libanesi, l’Imam realizzò uno sciopero nella moschea Aamiliya di Beirut, digiunando e pregando per la riconciliazione nazionale. Cercò anche soluzioni più concrete, arrivando perfino a visitare personalmente le aree cristiane assediate di Qaa’ e Deir al-Ahmar, nella regione settentrionale della Bekaa, in uno sforzo per rimuovere il blocco e salvare gli abitanti.

A ottobre organizzò un incontro delle guide religiose di tutte le comunità. Coloro che parteciparono alla riunione riaffermarono la necessità di ripristinare la convivenza in Libano e invitarono al dialogo e al cessate il fuoco immediato delle ostilità. Contemporaneamente reclamarono maggiore giustizia sociale, rispetto per la sovranità nazionale, opposizione alla frammentazione del paese e appoggio alla causa palestinese.

L’Imam partecipò inoltre alla Conferenza Islamica libanese del 1976 a Aramoun, dove venne elaborato un “documento costitutivo”, il cui obiettivo era spianare la strada per la pace e l’armonia nazionale. Allo stesso tempo aumentò l’invito a tutte le parti, ricordando che l’unica lotta giustificata era quella diretta contro la presenza israeliana nel Sud.

In modo parallelo intensificò la sua rivendicazione davanti agli Stati arabi, nel tentativo di porre fine alla guerra civile libanese. La sua mobilitazione, così come quella di altri rappresentanti, portò allo svolgimento della Conferenza di Riad del 16 ottobre del 1976 e alla Conferenza de Il Cairo del 25 ottobre, dove venne presa la decisione di dispiegare la Forza Araba di Dissuasione.

Con la cessazione dei combattimenti e l’arrivo delle truppe arabe, l’Imam esortò i libanesi ad abbandonare gli animi bellicosi e a raggrupparsi attorno alla legalità dello Stato libanese per rafforzare l’unità della nazione, e persuadere lo Stato ad assumere una ferma posizione di fronte a coloro che ostruivano il processo di conciliazione nazionale.

Nel maggio del 1977 realizzò una serie di proposte di riforma politica e sociale destinate alla costruzione di un nuovo Stato libanese basato sulla coesistenza delle distinte comunità religiose.

Sottolineò la necessità di distinguere tra la crisi libanese e la crisi del Vicino Oriente e di trovare una alternativa agli Accordi de Il Cairo, che regolavano la relazione tra lo Stato libanese e la resistenza palestinese. Di fatto, nel suo tentativo di scoprire la vera radice del conflitto, fece uso della sua influenza per conseguire un avvicinamento tra le autorità siriane e palestinesi facendo comprendere che i loro conflitti beneficiavano gli interessi di Israele

L’aumento della violenza e la scomparsa dell’Imam

Nel frattempo la tensione nel Sud continuò ad aumentare e l’intera regione, che era fuori dal controllo dello Stato libanese, diventò lo scenario di scontri tra fazioni armate. La regione continuava a soffrire inoltre i ripetuti attacchi di Israele, i quali culminarono con l’invasione del 14 marzo del 1978 e l’occupazione della zona di frontiera. Con l’intensificarsi della crisi, l’Imam Musa Sadr realizzò un viaggio in Siria, Giordania e Arabia Saudita per parlare della situazione nel sud del Libano. Sostenne la separazione del Libano dal conflitto arabo e un Vertice arabo chiuso che cercasse di salvare la regione. Viaggio anche in Algeria con il medesimo obiettivo, e lì gli venne consigliato di recarsi in Libia, per il suo importante ruolo nella bilancia del potere regionale. Dopo aver ricevuto un invito ufficiale dalle autorità libiche, l’Imam Musa Sadr si recò a Tripoli il 25 agosto 1978.

Sei giorni più tardi, il 31 agosto 1978 alle ore 13.00 l’Imam Musa Sadr venne visto per l’ultima volta insieme ai due suoi compagni di viaggio di fronte l’hotel “Al-Shate’”, dove alloggiava nella capitale libica.

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