Immuni ma non tecnologici | La bizzarra logica governativa davanti ai dispositivi digitali

Approfittiamo dell’attenzione relativa al dibattito sul nuovo sistema di tracciamento, per risolvere – dicono – il problema della gestione del contagio. In un momento di particolare crisi del sistema nel suo complesso, una soluzione per alleggerire la pressione sulle carceri è già presente e giace nei labirinti della analfabetizzazione informatica in cui brancola l’amministrazione statale. È il caso di risolvere la questione ed al più presto. Aurhelio

L’app “Immuni”, che si pone l’obiettivo di tracciare gli spostamenti degli italiani al fine di evitare i contagi, sarà disponibile a breve. La sua potrebbe essere una volontarietà soltanto apparente, poiché, dalle informazioni sinora disponibili, chi sceglierà di non scaricarla potrebbe veder limitata la propria libertà di spostamento.

Mentre il Ministro della salute Roberto Speranza ha annunciato la firma del contratto con la società Bending Spoons per accelerare i tempi di immissione negli store virtuali, da più parti si sono levati dubbi, sia riguardo la legittimità costituzionale dell’applicazione, sia riguardo l’opportunità di incidere sulla privacy dei cittadini italiani per mezzo di provvedimenti amministrativi, anziché per mezzo di leggi promulgate dal Parlamento, nel contraddittorio democratico che contraddistingue il nostro Ordinamento.

Al di là delle considerazioni sulla legittimità costituzionale di un’applicazione di contact tracing soltanto apparentemente volontaria, alcuni giuristi si interrogano su altre questioni, con riguardo all’adeguamento tecnologico del nostro paese.

Se, infatti, dai proclami governativi e ministeriali sembrerebbe che l’Italia si stia muovendo in un terreno virtuale giù ampiamente battuto, ciò non corrisponde in alcun modo alla realtà.

Basti pensare che, ancora oggi, nel 2020, i Giudici e i Magistrati di Sorveglianza sono costretti a rigettare la quasi totalità delle richieste di arresti e detenzione domiciliare, poiché mancano i mezzi di sorveglianza da remoto, cosiddetti “braccialetti elettronici”.

Più precisamente, dagli ultimi dati forniti dal Ministero della Giustizia, risalenti già al novembre 2018, su ben 22.200 dispositivi elettronici, soltanto 2.500 sarebbero quelli materialmente utilizzati.

La ragione di tale assurda situazione risiede nell’assenza di adeguamento tecnologico e collaudo per il controllo da remoto dei predetti dispositivi. Una volta applicati non si saprebbe come controllarli.

Quindi, i detenuti e gli arrestati continuano la loro permanenza in carceri terribilmente sovraffollate, per esclusiva inerzia e inadeguatezza di quella stessa tecnologia che oggi vogliono farci credere essenza del nostro ordinamento.

Arya Aster