Il simbolismo del Presepe: l’Incarnazione nella grotta | Alfredo Cattabiani


[…] Torniamo ora al Natale secondo i Vangeli: Luca narra che Giuseppe insieme con Maria, sua sposa, si era recato a Betlemme per il censimento indetto da Augusto: «Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia perché non c’era posto per loro nella locanda» (75). Matteo, l’altro evangelista che accenna alla nascita di Gesù, è ancor più laconico: «Gesù nacque a Betlemme in Giudea, al tempo di Erode». E l’unica notiziasul luogo della nascita è contenuta nell’episodio successivo dei Re Magi, ma è generica: dice infatti che i Magi, «entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre…» (76).
I vangeli apocrifi invece sono più generosi nella descrizione: Giuseppe, narra il Protovangelo di Giacomo, «trovò là una grotta e ve la condusse dentro, lasciando presso di lei i suoi figli, ed egli uscì a cercare una levatrice ebrea nel paese di Betlemme» (77). Nel Vangelo dello Pseudo Matteo si narra che un angelo apparve agli sposi, «fece fermare la giumenta, poiché era giunto il momento di partorire, e ordinò a Maria di scendere dalla bestia e di entrare in una grotta sotterranea dove non vi era mai stata luce, ma sempre tenebre perché non riceveva affatto la luce del giorno. Ma all’ingresso di Maria tutta la grotta cominciò ad avere splendore e rifulgere di luce quasi vi fosse il sole. La luce divina illuminava la grotta quasi fosse l’ora sesta del giorno, e là questa luce divina non venne mai meno né di giorno né di notte finché Maria rimase là» (78).

Certo, i vangeli apocrifi non fan parte della Sacra Scrittura, tuttavia essi non contrastano con la narrazione di Luca là dove egli accenna alla mangiatoia che poteva essere un incavo della roccia, ovvero una grotta.
La grotta, nel simbolismo precristiano cui si ispiravano anche gli autori dei vangeli apocrifi, era il simbolo del cosmo, l’imago mundi come scriveva Porfirio: «Gli antichi consacravano davvero opportunamente antri e caverne al cosmo, considerato nella sua totalità o nelle sue parti» (79). Era anche il luogo di nascita di molti dèi: Dioniso, ad esempio, nasce in un antro, e la sua nascita è avvolta di luce; anche Hermes nasce in una grotta, sul monte Cillene, e Zeus in un antro sul monte Diktos, mentre Mithra sorge da una roccia.
Per questi motivi le grotte erano considerate luoghi di culto e di iniziazione. In età ellenistica si usava preparare, durante le feste in onore di Dioniso, grotte che ne commemoravano la nascita: addobbate di fiori, contenevano «letti per le ninfe», ovvero per le anime che s’incarnavano. E nel mithraismo gli spelea erano luoghi di iniziazione dove al mystes veniva insegnata la dottrina del dramma della discesa dell’anima nel mondo e il suo ritorno al cielo dopo prove espiatorie. Se poi si rammenta che Dioniso, come Mithra, era un salvatore – Olimpiodoro lo invocava: «…tu che hai dominio su di loro [sugli uomini], libererai chi vorrai da ardui travagli e dalla passione senza freno» (80) – ci si spiega perché la nascita di Gesù nella grotta-mangiatoia era un segno per i suoi contemporanei di una epifania divina nel cosmo.

L’angelo che appare ai pastori nella notte di Natale dirà loro appunto: «…oggi è nato nella città di Davide un salvatore che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia» (81).
Secondo la leggenda, il Cristo sarebbe nato allo scoccare della mezzanotte: ovvero, simbolicamente, la sua incarnazione avrebbe segnato l’inizio di una nuova era poiché il giorno legale nell’Impero romano – cominciava con l’inizio della settima ora notturna, ovvero alle ventiquattro.
In realtà, soltanto un vangelo, quello di Luca, accenna genericamente alla notte, senza specificare l’ora: «C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge» (82). Tra i vangeli apocrifi quello arabo-siriaco dell’infanzia parla del tramonto che tuttavia, da un punto di vista simbolico, equivale alla mezzanotte perché nel calendario ebraico il giorno si rinnova in quel momento.

Il vangelo armeno dell’infanzia infine riferisce che è avvenuta a mezzogiorno, l’ora in cui il sole sfolgora nell’alto del cielo (83).
Qualunque sia l’ora simbolica, è un momento straordinario, l’irruzione del Tempo senza tempo nel tempo. Il Protovangelo di Giacomo narra a questo proposito un episodio che, riferito anche da altri apocrifi sulla sua scia, diventerà leggendario: Giuseppe è andato a cercare una levatrice perché Maria ha le doglie. «E io Giuseppe» il racconto è attribuito a lui «stavo camminando, ed ecco non camminavo più. Guardai per aria e vidi che l’aria stava come attonita, guardai la volta del cielo e la vidi immobile, e gli uccelli del cielo erano fermi. Guardai a terra e vidi posata una scodella e alcuni operai sdraiati intorno, con le mani nella scodella: e quelli che stavano masticando non masticavano più, e quelli che stavano prendendo del cibo non lo prendevano più, e quelli che stavano portandolo alla bocca non lo portavano più, ma i visi di tutti erano rivolti in alto. Ed ecco alcune pecore erano condotte al pascolo, e non camminavano, ma stavano ferme; e il pastore alzava la mano per percuoterle con il bastone, e la sua mano restava per aria.

Guardai alla corrente del fiume e vidi che i capretti tenevano il muso appoggiato e non bevevano… e insomma tutte le cose, in un momento, furono distratte dal loro corso.» (84) il segno della nascita del Cristo, come una folgore che interrompe lo scorrere del tempo, allusione alla futura fine dei tempi. Tornato alla grotta con la levatrice, Giuseppe vede il Bambino appena nato.
Poi giungeranno i pastori avvertiti dall’angelo, come narra Luca e con lui il Vangelo arabo-siriaco dell’infanzia che aggiunge alcuni particolari: «In quel momento giunsero alcuni pastori, e appena ebbero acceso il fuoco in grande allegria, apparvero loro armate celesti che lodavano e glorificavano Dio; e lo stesso fecero i pastori. E la grotta parve in quel momento simile a un tempio di un mondo più alto poiché voci celesti e voci terrestri glorificavano e magnificavano la nascita del Signore, Cristo» (85).
Anche i pastori hanno un significato simbolico. La loro funzione è infatti un esercizio costante di vigilanza: sono sempre svegli e vedono. Dunque il pastore è il simbolo del vegliare. Essendo nomade, rappresenta l’anima che nel mondo è passeggera; figura perciò l’anima saggia i cui atti sono ispirati dalla contemplazione e dalla visione interiore.

Alfredo Cattabiani