Il restauro religioso come mezzo di trasfigurazione | Una esperienza davanti alla statua della Beata Vergine Maria

“Ecce ancilla Domini, fiat mihi secundum verbum tuum”. Ecco sono l’ancella (schiava) del Signore, avvenga di me secondo la tua parola.

  
Non appena mi venne chiesto di restaurare una statua della Beata Vergine Maria, da tempo abbandonata alle intemperie, nel cimitero di Prima Porta (Roma), ho preso da subito coscienza che l’operazione non poteva essere finalizzata esclusivamente al discreto risultato di una laboriosa attività artigianale. Solo in corso d’opera, la mutata percezione irradiata dagli scritti di S. Luigi Maria Grignon de Montfort ha individuato l’importante traguardo di una profonda trasformazione personale nel superamento della condizione di figlio a quella di Schiavo.
Nel “Trattato della vera devozione a Maria” egli precisa che ci sono due modi di appartenenza ad un’altra persona e di dipendere dalla sua autorità: la semplice servitù e la schiavitù. Con la servitù, un uomo si impegna a servirne un altro durante un certo tempo, con un salario o una ricompensa. Con la schiavitù, un uomo è totalmente dipendente da un altro per tutta la vita e deve servire il suo padrone senza esigere alcun salario nè ricompensa, come se fosse una delle sue bestie sulla quale si ha diritto di vita e di morte; c’è infatti una sostanziale differenza tra un servo e uno schiavo. Un servo non dà al suo padrone tutto ciò che egli è o che ha, o tutto ciò che può acquisire da altri o da se stesso; lo schiavo invece dà al suo padrone tutto se stesso, tutto ciò che possiede e ciò che potrebbe acquisire, senza nessuna eccezione. Il servo esige una paga per i servizi che rende al suo padrone; lo schiavo invece non può chiedere nulla, qualunque sia il suo impegno, l’importanza e la durezza del suo lavoro. Il servo può abbandonare il suo padrone quando vuole, o almeno quando scade il tempo del servizio; lo schiavo invece non ha il diritto di lasciare il suo padrone quando vuole. Il padrone del servo non ha su di lui nessun diritto di vita o di morte, in modo che se lo uccidesse come una delle sue bestie da lavoro commetterebbe un omicidio ingiusto; invece il padrone dello schiavo ha su di lui diritto di vita e di morte, cosicché egli lo può vendere a chi vuole, o ucciderlo, come farebbe con un suo cavallo. Infine, il servo non è a servizio del suo padrone che per un tempo determinato, mentre lo schiavo lo è per sempre. Non c’è nulla tra gli uomini che ci faccia appartenere a un altro più della schiavitù; allo stesso modo tra i cristiani secondo il Montfort non c’è nulla che ci faccia appartenere più completamente a Gesù Cristo e alla sua Santa Madre che la schiavitù volontaria, secondo l’esempio di Gesù Cristo stesso, che ha preso «la condizione di schiavo» per nostro amore, e della Vergine Santa, la quale si è dichiarata serva e schiava del Signore.

 
 

 L’Apostolo si onora del titolo di «servo di Cristo». Vi sono tre specie di schiavitù: la schiavitù di natura, la schiavitù forzata e la schiavitù volontaria. Tutte le creature sono schiave di Dio nel primo modo: «Del signore è la terra e quanto contiene»; i demoni e i dannati lo sono nel secondo modo; i giusti e i santi lo sono nel terzo modo. La schiavitù volontaria è la più perfetta e rende maggior gloria a Dio: essa riguarda il cuore, esige il cuore e si riferisce al Dio del cuore, o della volontà d’amore; con questa schiavitù si compie la scelta di Dio e del suo servizio, al di sopra di ogni cosa, anche quando la natura non lo esige.

Nella Sacra Scrittura i cristiani sono spesso chiamati servi di Cristo. Il termine di servo, secondo la giusta osservazione di un dotto, un tempo significava schiavo, non essendoci ancora dei servi come sono intesi oggi; i padroni erano serviti solo da schiavi o da liberti. Il Catechismo del santo Concilio di Trento, per non lasciar alcun dubbio circa l’essere schiavi di Gesù Cristo, si esprime con un termine che non può essere equivoco e ci chiama mancipia Christi, schiavi di Gesù Cristo. Ciò detto, San Luigi Maria Grignon de Montfort sostiene che si debba, “appartenere a Gesù Cristo e servirlo non solo come dei servitori pagati, ma come degli schiavi per amore, che si danno a causa di un grande amore e si dedicano a servirlo in qualità di schiavi, per il solo onore di appartenergli. Prima del battesimo noi eravamo schiavi del demonio; il battesimo ci ha reso schiavi di Gesù Cristo; per i cristiani è possibile essere: o schiavi del demonio, oppure schiavi di Gesù Cristo. Ciò che affermo di Gesù Cristo in modo assoluto, lo dico della Vergine Santa in modo relativo, avendola Gesù Cristo scelta come compagna indissolubile della propria vita, morte, gloria e potere, in cielo e sulla terra; le ha così dato per grazia, relativamente alla sua Maestà, tutti i diritti e i privilegi che egli possiede per natura”. Dicono i santi: «Tutto ciò che Conviene a Dio per natura, Conviene a Maria per grazia». Dunque, secondo essi, non avendo i due che una medesima volontà e potere, hanno anche gli stessi sudditi, servitori e schiavi. Secondo il pensiero dei santi e di molti Studiosi autorevoli, possiamo dirci e farci schiavi d’amore della Santa Vergine, al fine di esser in tal modo più perfettamente schiavi di Gesù Cristo. La Santa Vergine è il mezzo di cui il Signore si è servito per venire a noi; ed è anche il mezzo di cui noi ci dobbiamo servire per andare a lui; Ella non è come le altre creature, che potrebbero allontanarci piuttosto che avvicinarci a Dio, se ci attacchiamo ad esse; invece la propensione più forte di Maria è di unirci a Gesù Cristo, suo Figlio; e la più forte inclinazione del Figlio è che si vada a lui per mezzo della sua santa Madre; e gli si fa onore e piacere, come lo si farebbe a un re, facendosi schiavo della regina per diventare più perfettamente suo suddito e schiavo.”

Roberto De Lorenzo Meo