Il Capodanno, un’altra data solstiziale – Alfredo Cattabiani | Seconda Parte

A questa atmosfera carnascialesca si connettono anche certi giri di compagnie formate prevalentemente da giovani che cantano strofette satiriche e scherzose, come ad esempio nella maitunata di Ferrazzano, in provincia di Campobasso. La maitunata è una frecciata satirica e ironica rivolta a chi nel corso dell’anno ha suscitato pettegolezzi per qualsiasi motivo. La sera del 31, verso la mezzanotte, si radunano sulla piazza del paese gruppi di ragazzi, bambini e qualche anziano, che portano con sé chitarre, fisarmoniche, trombe e altri oggetti musicali, come ad esempio due grossi chiodi che battuti emettono un suono simile a un campanello; oppure il bafù, un vecchio barile ricoperto a un’estremità da una pelle di capra, al centro della quale vi è una canna sfregata con la mano.
Questi gruppi si avviano per il paese fermandosi davanti ad alcune porte dove cantano frasi scherzose, ovvero la maitunata, fino all’alba.
Al primo dell’anno, fino a qualche decennio fa, sopravvivevano anche pratiche divinatorie, tipiche delle «dodici notti» natalizie, viste come prefigurazioni dell’anno nuovo, perché questo periodo di «ri-creazione», di «rinnovamento» conterrebbe in nuce tutto l’anno nuovo: per esempio, l’usanza di gettare nella padella piombo fuso liquefatto per indovinare il futuro dalle forme prese dal metallo indurito.
Nel medioevo la Chiesa tentò di contrastare queste usanze carnascialesche annidatesi all’ultimo dell’anno: gli antichi sacramentari contenevano al 1° gennaio formulari di messe contro l’idolatria (ad prohibendum ab idolis), ovvero contro travestimenti, processioni grottesche (pompae) e rappresentazioni di carattere mitologico. Per quanto riguarda la giornata del primo dell’anno, la Chiesa vinse: non riuscì invece a estirpare l’atmosfera orgiastica della notte di San Silvestro, rimasta l’ultima isola «pagana» nelle dodici notti insieme con la figura della Befana. Ma non bastava estirpare, occorreva anche sostituire certe usanze con feste che influissero sull’immaginario collettivo. Si istituirono dunque, fra il 31 dicembre e il 1° gennaio, alcune solennità che avevano anche la funzione di esorcizzare le presenze inquietanti degli dèi preposti a quelle ore, Giano e Giunone, la Grande Madre e Regina celeste dei Romani. A Giunone infatti erano consacrate tutte le Calende di ogni mese perché la dea, simboleggiata dalla luna nuova, che iniziava anticamente il mese, ne era la sovrana, tanto che lo stesso Giano veniva chiamato Ianus Iunonius. Il quale Giano d’altronde fu interpretato nel medioevo come un’anticipazione profetica del Cristo.
Louis Charbonneau-Lassay riferisce che si è trovato a Luchon, in Francia, un cartiglio dipinto su una pagina staccata da un libro ecclesiastico manoscritto, risalente al secolo XV. In cima al medaglione figura il monogramma IHS sormontato da un cuore: sotto di esso un busto di Giano bifronte, con un volto barbuto e un altro giovanile, e con lo scettro nella destra e la chiave nella sinistra.
«Questo Cristo, come l’antico Giano», commentava l’iconologo francese, che era cattolico osservante «porta lo scettro regale cui ha diritto in nome del Padre celeste e dei suoi antenati di quaggiù; e con l’altra mano tiene la chiave dei segreti eterni, la chiave tinta del suo sangue che aprì all’umanità perduta la porta della Vita.» (160)
Un’interpretazione forzata? Direi di no se si pensa che nel vangelo di Giovanni il Cristo dice: «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo, entrerà e uscirà, e troverà pascolo» (161).
Alla luce di queste considerazioni si può spiegare il motivo per cui la Chiesa cominciò a festeggiare nel secolo VII, nell’ultimo giorno dell’ottava di Natale, Maria e il suo ruolo materno nell’Incarnazione e poi, sotto l’influsso della liturgia gallicana, a sostituirla con la festa della Circoncisione del Signore avvenuta, secondo Luca (2, 21) proprio otto giorni dopo la nascita (162).
La Circoncisione, che nella tradizione ebraica è «sacramento» dell’alleanza fra Dio e il suo popolo, ovvero segno della fedeltà del popolo al suo Dio, è anche, come attestano altre tradizioni, e in particolare quelle polinesiane, una «nuova nascita», l’accesso a una nuova fase della vita: e questo simbolismo si addice bene al Capodanno.
Durante la cerimonia venne imposto al Bambino il nome di Gesù – in ebraico Yeshua, forma ridotta di Ye’hoshua, «Dio salva» com’era stato chiamato dall’angelo all’Annunciazione. La Circoncisione insieme con l’imposizione del nome indica dunque simbolicamente il «rinnovamento» cui sono chiamati i cristiani nell’imitazione del Cristo Salvatore, Porta e Chiave dei Cieli, di cui Giano altro non era se non la figura profetica.
Prima dell’attuale riforma il Santissimo Nome di Gesù era tuttavia festeggiato alla prima domenica del mese. Oggi l’imposizione del nome di Gesù e la circoncisione sono ricordate il 1° gennaio che è dedicato principalmente a Maria Santissima Madre di Dio.
Il 1° gennaio è infine «giornata mondiale della pace», istituita da Paolo VI. «altresì un’occasione propizia» scriveva il Pontefice «per rinnovare l’adorazione al neonato Principe della pace, per riascoltare il lieto annuncio evangelico (cfr. Luca 2, 14), per implorare da Dio – mediatrice la Regina della Pace – il dono supremo della pace: per questo, nella felice coincidenza dell’ottava di Natale, con il giorno augurale del 1° gennaio, abbiamo istituito la “giornata mondiale della pace” che raccoglie crescenti adesioni e matura già nel cuore degli uomini frutti di pace.» (163)
Su tutte queste celebrazioni domina il tema della verginale e divina maternità della Madonna. «Ti salutiamo, o madre santa» recita l’antifona d’ingresso della messa: «tu hai dato alla luce il re che governa il cielo e la terra per i secoli in eterno.» La prima affermazione, pur indiretta, della maternità divina di Maria è contenuta nel concilio Costantinopolitano I (381), dove si afferma a proposito dell’incarnazione di Gesù: «Et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria virgine». Ma sarà il concilio di Efeso del 431 a proclamare solennemente Maria Madre di Dio (Theotókos in greco, Deipara in latino), ponendo fine a una controversia fra san Cirillo e Nestorio e recependo come verità di fede la definizione contenuta nella seconda lettera di Cirillo a Nestorio, detta anche Epistula dogmatica Cyrilli, dove si afferma: «Questo predica la dottrina più sicura; questo troviamo che abbiano ritenuto i santi Padri: infatti non dubitarono di chiamare la Santa Vergine Theotókos non nel senso che la natura del Verbo e la sua divinità abbiano avuto dalla santa Vergine il principio della loro origine ma nel senso che il Cristo, avendo tratto da lei quel sacro corpo perfezionato dall’anima intelligente e al quale il Verbo di Dio era unito secondo l’ipostasi, si dice nato secondo la carne» (164). Ovvero la divinità del Verbo non ha avuto principio da Maria, ma ha preso da lei e in lei quella natura umana che aveva fatta propria secondo l’ipostasi.
Theotókos significa dunque non «genitrice della divinità» ma «genitrice del Verbo incarnato».
La definizione sarà poi approfondita dal concilio di Calcedonia (451) che affermerà la maternità di Maria in senso vero contro l’eresia dei monofisiti i quali intendevano la carne del Cristo come carne celeste, frutto dell’opera dello Spirito Santo: il Figlio, recitava il concilio, «che prima dei secoli è generato dal Padre secondo la divinità, negli ultimi giorni, lo stesso, per noi e per la nostra salvezza, è generato da Maria Vergine, Madre di Dio secondo l’umanità» (165).
Nel corso del secolo VII la festa era celebrata a Roma, come già s’è accennato, all’ultimo giorno dell’ottava natalizia, ma sarebbe stata successivamente oscurata dalla Circoncisione di Gesù fino a scomparire. Risorse col titolo di Divina Maternità della Beata Vergine Maria nel secolo XVII in Portogallo, celebrata alla prima domenica di maggio. Diffusasi poi in altri paesi, fu estesa da Pio XI nel 1931 a tutta la Chiesa latina alla data dell’11 ottobre.
Il nuovo calendario liturgico l’ha spostata al 1° gennaio ripristinando la festa primitiva al suo giusto posto nel cuore del periodo natalizio e in sintonia con le tradizioni delle Chiese orientali: la bizantina e la siriaca la celebrano infatti nello stesso periodo natalizio, al 26 dicembre.
Tuttavia la solennità non è ancora penetrata profondamente nella devozione popolare: eppure è molto importante perché sottolinea la grandezza della maternità di Maria dovuta soprattutto al suo atteggiamento attivo, di cosciente fedeltà alla missione divina. In questa partecipazione cosciente e attiva al disegno divino, illustrata fedelmente da Luca quando scrive che «ella serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore», si possono riconoscere i fedeli, come osserva Danilo Sartor (166). la fede infatti che fa nascere Dio nel cuore del credente. Ed è Gesù stesso a equiparare a madre, fratello e sorella suoi chi ascolta e mette in pratica la sua parola. Narra Luca a questo proposito: un giorno andarono a trovarlo la madre e i fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla. Gli fu annunciato: «Tua madre e i tuoi fratelli sono qui fuori e desiderano vederti». Ma egli rispose: «Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (167). In un’altra occasione, narra Luca, «una donna alzò la voce tra la folla dicendo: “Beato il grembo che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!”. Ma egli disse: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e l’osservano!”» (168). Sicché, come osserva la costituzione conciliare Lumen gentium, la Vergine Madre è il modello di tutta «la Chiesa, la quale contemplando la santità misteriosa di Lei e imitandone la carità e adempiendo fedelmente la volontà del Padre, per mezzo della parola di Dio accolta con fedeltà, diventa essa pure madre» (169).
La preoccupazione antica di cristianizzare il Capodanno è testimoniata anche dalla memoria facoltativa di san Silvestro, papa dal 314 al 335 in un lungo pontificato molto importante nella storia della Chiesa perché seguì immediatamente l’Editto di Milano con il quale l’Impero accettava la religione cristiana. Secondo il Martirologio romano – ma la notizia è infondata – Silvestro avrebbe battezzato l’imperatore Costantino, chiudendo così simbolicamente l’era pagana e aprendo quella cristiana dell’Impero. Per questo motivo viene festeggiato, con la funzione di un Giano cristiano, al 31 dicembre. A questo simbolismo si riallaccia la festa di San Silvestro a Poggio Latino, in provincia di Rieti, oggi ridotta a un laico veglione collettivo. Una leggenda narra che san Silvestro liberò il paese da un drago che viveva in una caverna cui si accedeva attraverso 365 scalini, tanti quanti i giorni dell’anno.
Quel drago altro non era se non il paganesimo, e i 365 gradini l’anno romano che san Silvestro consacrò al Signore uccidendo il mostro (170).

Alfredo Cattabiani

Fine Seconda Parte di due

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La seconda parte, è stata pubblicata giovedì 31 Dicembre 2020