Il Capodanno, un’altra data solstiziale – Alfredo Cattabiani | Prima parte

Tutto il periodo natalizio è una serie di capi d’anno che manifestano la giustapposizione di tradizioni diverse connesse al solstizio invernale, dall’antico natale romano del Sol Invictus a quello paleoegizio del 6 gennaio. La Chiesa le ha cristianizzate inserendovi varie solennità – il Natale, la Santa Madre di Dio il 1° gennaio, l’Epifania – e le feste di santo Stefano protomartire il 26 dicembre, di san Giovanni apostolo ed evangelista il 27, dei Santi Innocenti il 28, la festa mobile della Sacra Famiglia e infine il Battesimo del Signore che si celebra la prima domenica dopo l’Epifania, concludendo il tempo liturgico del Natale.
Fra i vari capi d’anno quello legale è fissato oggi alla mezzanotte del 1° gennaio. Ma, come si è già accennato, fino a qualche secolo fa la data del Capodanno variava secondo gli Stati e in Italia addirittura da città a città. A Firenze, per esempio, vigeva fino al 1749 lo stile dell’Incarnazione, ovvero il capodanno al 25 marzo, che prevalse anche a Roma fino al secolo XVII; a Venezia si usò per gli atti pubblici e ufficiali lo stile veneto, 1° marzo, fino al 1797; a Milano lo stile della Natività, 25 dicembre, fino al 1797; in Sicilia, fino al secolo XVI convivevano lo stile fiorentino e quello della Natività; e a Bari, fino al secolo XVI, lo stile bizantino fissava il Capodanno al 1° settembre.
D’altronde nell’antica Roma, il Capodanno al 1° gennaio che, secondo la tradizione, sarebbe stato fissato dalla riforma calendariale attribuita a Numa, stentò a sostituire quello arcaico al 1° di marzo. Le prime notizie certe risalgono al 191 a.C., quando i pontefici fissarono l’inizio dell’anno al 1° gennaio con la lex Acilia de intercalatione, richiamandosi alla tradizione instaurata da Numa, e al 153 a.C., quando i consoli cominciarono a entrare in carica alla stessa data.
In ogni modo, già all’inizio dell’Impero, la tradizione del Capodanno si era consolidata, come testimonia Ovidio nei Fasti dove immagina che il 1° di gennaio gli appaia il dio Giano spiegandogli le usanze di quel giorno (153). Gennaio – Ianuarius in latino – era dedicato infatti al dio bifronte Ianus «che guarda indietro e avanti, alla fine dell’anno trascorso e all’inizio del prossimo» (154).
«Giano, dio di tutti gli inizi» lo chiamava Ovidio invocandolo: «Giano bifronte, che l’anno cominci scorrente silenzioso, solo tra i numi vedi dietro». Lo si rappresentava con due volti, l’uno barbuto e vecchio, l’altro giovane. La sua funzione era di presiedere agli inizi, alle soglie, ai passaggi da un periodo temporale a un altro compreso quello fra pace e guerra – e infine alle rinascite iniziatiche, essendo considerato l’Iniziatore per eccellenza. Il suo nome, formato sulla base ya di derivazione indo-europea, designava letteralmente il passaggio e aveva come derivato ianua, porta, cui corrisponde in sanscrito yana, via.
La sua faccia bifronte rinviava al simbolismo solstiziale, come d’altronde egli stesso affermava nei Fasti dicendo a Ovidio al quale era apparso: «Io solo custodisco il vasto universo e il diritto di volgerlo è tutto in mio potere».
Si obietterà che non Giano ma Saturno era celebrato in corrispondenza del solstizio invernale. In realtà Saturno precedeva il solstizio, «conduceva al solstizio», non vi presiedeva.
D’altronde, la celebrazione di Giano al 1° gennaio non contraddiceva il suo simbolismo solstiziale perché nel calendario di Numa le Calende del primo mese coincidevano all’incirca col solstizio reale a causa del ritardo calendariale che veniva corretto soltanto alla fine di febbraio (155).
A Giano era dunque dedicato il mese che aveva sostituito marzo come inizio dell’anno. E a lui il sacerdote offriva alle Calende farro mescolato a sale e uno ianual, una focaccia di cacio grattugiato, farina, uova e olio cotti al forno, forse per propiziare l’influenza benefica del dio sulla natura e sui futuri raccolti.
Quel giorno i Romani usavano invitare a pranzo gli amici e scambiarsi in un candido vaso miele con datteri e fichi rugosi – «perché nelle cose passi il sapore; e l’anno qual cominciò sia dolce» (156) – accompagnati da ramoscelli di alloro detti strenae, strenne, come augurio di fortuna e di felicità. Oggi ancora a Napoli è sopravvissuta questa usanza: si regalano fichi secchi avvolti in foglie di alloro.
Lo scambio delle strenae era in origine, prima dello spostamento del Capodanno a gennaio, un’antica usanza primaverile del 1° marzo.
In quel giorno si sostituivano i vecchi rami d’alloro con nuovi davanti alle porte del rex sacrorum, dei flamini maggiori, delle Curie e del tempio di Vesta. Quei rami erano connessi al simbolismo dell’Albero Cosmico che offriva la sua energia al cosmo per il rinnovamento dell’anno. Analogamente i Romani cominciarono a offrirli agli amici e ai parenti come portafortuna.
Strenae eran detti perché venivano staccati in un boschetto sulla via Sacra consacrato a una dea di origine sabina, Strenia, apportatrice di fortuna e felicità. Poi a poco a poco si chiamarono strenae anche doni di vario genere e addirittura monete. La strena è dunque l’antenata, per così dire, dei regali natalizi, chiamati appunto «strenne», e anche delle mance.
Ma, diversamente dal calendario contemporaneo, le Calende di gennaio – in cui si celebravano anche le dedicazioni di due templi, nell’isola Tiberina, a Esculapio e a Veiovis, uno Iuppiter giovane dalle sembianze apollinee – non erano un giorno di vacanza: anzi, gli atti lavorativi avevano un valore rituale secondo le prescrizioni di Giano che disse, come narra Ovidio: «Consacrai al lavoro l’anno che appena comincia perché non s’auspicasse l’intero anno ozioso» (157).
Oggi invece la giornata di Capodanno è dedicata al riposo dopo la notte di San Silvestro che con la sua atmosfera orgiastica rammenta i Saturnali romani; né ci si scambiano doni perché l’usanza è stata spostata al Natale. Ci si limita a mangiare a pranzo – se non lo si è fatto a mezzanotte – le lenticchie perché si dice che propizino la prosperità economica nell’anno che comincia. Ma forse non si ricorda che una volta gli ebrei le mangiavano quando erano in lutto, in ricordo di Esaù che per un piatto di questi legumi aveva perso ciò che aveva di più prezioso, la primogenitura. D’altronde, anticamente le lenticchie erano vietate in ogni festa o sacrificio perché si consideravano, come le fave, collegate al ciclo delle morti e delle rinascite. E addirittura, come spiega Artemidoro (158), preannunciavano in sogno lutti. In Toscana, durante il Rinascimento, cogliere lenticchie equivaleva a morire ed essere sepolti, come spiega un canto popolare che allude alla sconfitta di Piero Strozzi a Scannogallo nel 1555:
O Piero Strozzi, ‘ndu sono i tuoi bravoni? Al poggio delle Donne, in quei burroni. O Piero Strozzi, ‘ndu sono i tuoi soldati? Al poggio delle Donne, in que’ fossati. O Piero Strozzi, ‘ndu sono le tue genti?
Al poggio delle Donne, a côr le lenti.

La mezzanotte il momento culminante della festa di Capodanno: fuochi d’artificio,
botti, fiaccolate di sciatori sulle montagne, tappi di spumante, che scoppiano come cannonate in miniatura, salutano l’anno che muore e l’anno che nasce. I fuochi d’artificio come le fiaccolate si possono connettere al simbolismo solstiziale, alla ri- nascita del nuovo Sole-Anno. Ma il baccano, i botti e – una volta – il lancio dei mobili e delle stoviglie vecchie dalla finestra sono invece simboli dell’espulsione del vecchio anno, o meglio dei suoi aspetti negativi, delle sue zone d’ombra, dei peccati, delle disgrazie e, per chi vi crede, dei demoni, degli spiriti maligni che vi si sono annidati.
Alla vigilia di Capodanno, riferisce James G. Frazer, i ragazzi boemi armati di fucili si disponevano in circolo e sparavano tre volte in aria, ovvero alle streghe che fuggivano spaventate. In Thailandia si esegue ogni anno l’espulsione dei demoni nell’ultimo giorno dell’anno vecchio. Si spara dal palazzo una cannonata per segnale: vi si risponde dal posto più vicino, e così via di posto in posto finché gli spari han raggiunto la porta esterna della città: ovvero i demoni vengono cacciati passo a passo. Nel Labruguière, un cantone della Francia meridionale, alla vigilia dell’Epifania, che equivale simbolicamente al Capodanno, la gente corre per le strade suonando campanacci e sonagli, e facendo ogni sorta di rumore. Poi al lume delle torce e dei fascinotti accesi si scatena un frastuono assordante con il quale si spera di scacciare dalla città tutti i demoni vaganti (159).
A Napoli la «cacciata dei demoni» diventa uno spettacolo impressionante: tutta la costiera, da Posillipo fino al capo di Sorrento, si trasforma in una curvilinea fiancata di una corazzata che spara migliaia di cannonate luminose, i botti.
Ma, come si spiegherà più diffusamente a proposito del Carnevale, della notte di santa Valpurga e di quella di Hallow’en, i demoni non sono se non i morti che in ogni periodo di transizione riaffiorano per mescolarsi ai vivi, per contribuire – come semi – al rinnovamento cosmico. Terminato il passaggio ovvero il «rimescolamento», i morti vengono ricacciati negli inferi e la «nuova vita» riprende il sopravvento. Che altro è d’altronde, come s’è già spiegato, la Befana o Comare secca che viene bruciata dopo il suo passaggio?
Nella notte di San Silvestro si sono rifugiate in parte le usanze dei Saturnali che la Chiesa aveva a poco a poco scacciato dai giorni che precedevano e seguivano immediatamente il Natale. Altre invece, come le mascherate, sono confluite nel Carnevale.

Alfredo Cattabiani

Fine prima parte

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La seconda parte, verrà pubblicata venerdì 1 Gennaio 2021