I nostri maestri|Léon Degrelle: l’agonia del secolo [parte prima]

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Amare? Perché amare?

L’essere umano si è barricato dietro il proprio egoismo e il proprio piacere. La virtù ha abbandonato il suo canto naturale. Ci si burla dei suoi vecchi riti. Le anime soffocano. Oppure esse sono state liquidate dietro lo schermo delle abitudini e delle convenzioni. La felicità è divenuta, per l’uomo e per la donna, un mucchio di frutti che essi divorano in fretta e in cui affondano rapidamente i denti e basta, per poi ributtarli alla rinfusa – corpi rovinati, anime rovinate -, una volta esaurita la frenesia passeggiera, in cerca già di altri frutti più eccitanti o più perversi. L’aria e carica di tutti i rinnegamenti morali e spirituali. I polmoni aspirano invano a un alito di aria pura, alla freschezza di uno spruzzo di mare rasente la sabbia.

I giardini interiori dell’uomo hanno perduto i loro colori e i loro canti di uccelli. L’amore stesso, anch’esso non si dona più. Che cosa rimane ancora dell’amore, la più bella parola del mondo, avvilita al rango di passatempo fisico, istintivo e interscambiabile?

Pure, la sola felicità risiedeva nel dono, la sola felicità che consolava, che inebriava come il profumo intenso dei frutti delle foglie d’autunno. La felicità esiste solo nel dono, nel dono completo; il suo disinteresse gli conferisce i sapori dell’eternità; esso ritorna alle labbra dell’anima con una soavità immateriale.

Donare! Aver visto gli occhi che brillano per essere stati compresi, colpiti appagati!

Donare! Sentire le grandi onde di felicità che fluttuano come acque danzanti su di un cuore pavesato all’improvviso di sole!

Donare! Aver colto le fibre segrete che tessono i misteri della sensibilità!

Donare! Avere il gesto che consola, che toglie alla mano il suo peso di carne, che consuma il bisogno di essere amato! Allora il cuore diventa leggero come il polline. Il suo piacere si innalza come il canto dell’usignolo, voce ardente che nutre le ombre. Noi brilliamo di gioia. Abbiamo vuotato questa potenza di felicità che non avevamo ricevuto per noi, che ci colmava, e noi dovevamo riversarla: così come la terra che non può contenere all’infinito la vita delle fonti e la lascia prorompere sotto i crochi e le giunchiglie, o nelle fenditure delle verdi rocce.

Ma da mille fessure disseccate le fonti spirituali hanno cessato di sgorgare. La terra non riversa più questo dono che la rigonfiava. Essa trattiene la propria felicità. la soffoca.

Léon Degrelle, Militia