I nostri maestri|Léon Degrelle: Il cuore e le pietre [parte seconda]

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Noi possiamo evocare senza rimpianto le grandi gioie delle terre straniere.

Esse indorano ancora il nostro sguardo: il giorno che si leva giallo e argento sui palmizi lungo le coste del Mar delle Antille, le nebbie fumanti in mezzo agli ulivi della vetta di Delfi, pescatori che remano nella notte azzurro-chiara delle Cicladi, il palmeto zebrato dal sole vicio alle mura rosse di Marrakech. Ma il ricordo dei viaggi erranti in quelle prigioni che sono le abitazioni senz’anima ci pesa e ci soffoca. Che cosa rimane, nella nostra vita, di questi scambi impersonali? I muri a cui, distrattamente, si sono appesi e da cui si sono staccati i quadri? i rumori confusi dei telefoni? La scala sulla quale ci si incrocia senza conoscersi? Il “cellulare” dell’ascensore, con la sua doppia inferriata? …

Noi guardiamo questo scenario di vita e di morte con occhi velati, carichi di vera disperazione.

Che ci dicono questi muri divisori, questa cucina aperta su orribili cortili, lunghi pochi metri, senza un angolo non previsto, senza un capriccio, senza una fronda naturale e senZun nido? Che ci dicono questi letti e questi mobili disposti alla meno peggio, a disagio, imbarazzati come se non si sentissero a casa propria, poveri, infelici e nomadi come noi?

Perchè i mobili un’anima ce l’hanno.

Questa vecchia cassapanca che ingombra il corridoio, questa cassa d’orologio che non risuona più per non dar noia ad alcuno, un tempo hanno vissuto, un tempo hanno conosciuto una vera casa: per cento, duecento anni hanno avuto il loro posto, i loro fruscii il loro odore. I loro sportelli battevano come ali. le ore scoccavano come segnali.

Povera cassapanca e povero orologio, lontani dal pavimento di legno tirato a cera, dell’odore di lavanda, dell’acqua che veniva gettata sulla scala consunta, delle voci vicine, dal saluto del sole entrato bruscamente dalla porta aperta…

Léon Degrelle, Militia