“Fame” di Knut Hamsun, lo scrittore visionario

Nel giorno dell’anniversario della sua morte (19 febbraio 1952) pubblichiamo una recensione di un’opera del norvegese Knut Hamsun.

“Fame”, il libro che vado a presentarvi, è di un autore forse ai più sconosciuto, si tratta di Knut Hamsun, scrittore norvegese e vincitore del premio Nobel per la letteratura del 1920.

È un romanzo che scorre bene, lo stile è piuttosto moderno, non si perde in infinite descrizioni e va dritto al punto. È l’io che narra raccontando le vicende di un sedicente scrittore – non si sa come e né perché – ridotto alla fame e al vagabondaggio. Tuttavia quest’uomo, la cui condizione spesso lo porta in stati di follia e allucinazioni, cerca in tutti i modi di mantenere la sua dignità, ma, badate bene, non c’è mai un piangersi addosso, mai un cercare approvazioni o comprensione nel lettore, anzi, spesso si avverte quasi un’inaspettata snobberia, specialmente quando, riuscito a guadagnare un po’ di soldi, il protagonista li sperpera in beneficenza o altre assurdità, come se, privandosi del danaro, egli desse prova a se stesso di non essere ancora arrivato al gradino più basso, quello che si affaccia sul baratro sociale ed esistenziale.

Le vicende si svolgono nella città di Cristiania – oggi Oslo (Norvegia) – una città che sembra impantanare i propri abitanti, in cui nulla si muove o, se lo fa, gira in tondo per arrivare sempre allo stesso punto, una città che nessuno abbandonava senza portarne le stigmate.

La fame non attanaglia solo lo stomaco dello scrittore, di cui non sappiamo il nome, perché se ne dà sempre di diversi, essa mina anche lo spirito, la mente e, di conseguenza, gli scritti che sono l’unica vera fonte di sopravvivenza quando qualche giornale li acquista come articoli.

Ho ritrovato, in un piccolo paragrafo, una condizione simile a molte altre in cui tante persone si ritrovano anche oggi: i tanti rifiuti, le promesse dette a mezza voce, i tanti no, le speranze illusorie di cui m’ero per tanto tempo nutrito, i nuovi tentativi, che ogni volta si dimostravano vani, avevano fiaccato il mio coraggio. Cosicché egli non riesce a integrarsi nella società, perché pare che solo il lavoro possa dare dignità d’esistenza. Ecco che a un certo punto pare perdersi nella solitudine più totale, perfino assorbito dal buio come fuso, quasi precipitato in una deriva ascetica; egli scrive: non avevo dolori, la mia fame li aveva attutiti; sentivo invece un vuoto piacevole, puro dal contatto di tutto ciò che mi circondava, ed ero felice di essere invisibile a tutti. Misi le gambe sulla panchina e con le spalle mi appoggiai, così potevo sentire meglio tutta la voluttà dell’isolamento. Non una nuvola nell’anima mia, né un senso di fastidio, non un desiderio o una voglia. Ero con gli occhi aperti in una condizione di completo distacco da me stesso, mi sentivo deliziosamente solo e lontano.

L’uomo del racconto è sempre sospeso tra la realtà e il sogno, un sogno che troppo spesso vira nella visionarietà, nello stato confusionale, cosicché egli non dorme mai veramente, è sempre perso in un irregolare torpore di sensi e sentimenti. Pare voler avere solo se stesso e il suo essere artista, fino a che non incontra una donna, altro essere senza nome, con la quale vive uno strano amore, forse un surrogato, forse un incanto, un momento in cui la vita con le sue ristrettezze è messa finalmente da parte.

“Fame” è un romanzo che consiglio a chi ha voglia di sperimentare ancora una volta su se stesso il genio del Novecento, un capolavoro schietto e, per certi versi, seducente, proprio come la scrittura dell’uomo del romanzo che dice: scrivo come invasato e riempio una pagina dopo l’altra senza un momento di pausa. I pensieri si formano così improvvisi dentro di me e continuano a scorrere così abbondanti che dimentico una quantità di particolari e non riesco a scrivere con sufficiente rapidità sebbene lavori con tutte le forze. Continuano a venirmi in mente immagini, sono pieno del mio soggetto e ogni parola che scrivo mi viene proprio messa sulle labbra.

Per qualcuno “Fame” ha molto di autobiografico, in fin dei conti Knut Hamsun fu, come scrive Magris, un uomo che visse fino in fondo l’avventura del ribelle, che si abbandonò al respiro vitale, sottraendosi all’anonima pressione della società moderna, finì per diventare l’apologeta del suo volto peggiore, passando per simpatie anarchico-socialiste, fino a collaborare con l’occupatore nazista, cosa che pagò non poco nel finire della sua vita.

fonte: www.lettermagazine.it/2011/libri/fame-di-knut-hamsun/