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Che cos’è la Tradizione

Vi sono due ragioni per le quali oggi è opportuno precisare il concetto il Tradizione in quella sua particolare accezione, per cui è divenuto abba­stanza corrente usare tale termine con la lettera maiuscola. La prima ragione è l’interesse crescente che codesta idea della Tradizione quale punto di riferimento ha suscitato e continua a suscitare negli ambienti della cultura e della contestazione di Destra, specie fra gli appartenenti alla nuova generazione. La seconda ragione riguarda il fatto che, nel contempo, e si può dire proprio per aver constatato tale interesse, si sono avuti tentativi di mettere avanti un’interpretazione sfaldata e annacquata del concetto di Tradizione, quasi per soppiantare quello originario e integrale e sostituirlo con un con­tenuto meno impegnativo e più accomodante, tanto da permettere la conti­nuazione delle routines di una mentalità più o meno conformista. Si potrebbe parlare, a tale riguardo, usando un termine francese, di un escamotage…… ….Da parte nostra sarebbe presuntuoso voler esporre, in questa sede, che cosa sia la Tradizione in senso integrale. Soltanto un cenno sommario qui può trovare luogo. Si possono distinguere due aspetti della Tradizione, l’uno riferendosi ad una metafisica della storia e ad una morfologia delle civiltà, il secondo ad un’interpretazione «esoterica», ossia secondo la dimensione in profondità, del vario materiale tradizionale. Si sa che il termine «tradizione» viene dal latino tradere, cioè trasmettere. A tale stregua esso ha un contenuto indeterminato, per cui lo si vede usare nei contesti più vari e profani. «Tradizionalismo» può significare conformismo, e a tale proposito Chesterton ha detto che la tradizione è «la democrazia dei morti»: come nella democrazia ci si conforma all’opinione di una maggioranza di contemporanei, così col tradizionalismo conformi­sta si segue quella della maggioranza di coloro che vissero prima di noi. Forse pochi sanno che il termine Kabbala ha, letteralmente, proprio il senso di «tradizione», ma qui in relazione alla trasmissione di un insegna­mento metafisico e della interpretazione «esoterica» della corrispondente tradizione, per cui ci si avvicina già a ciò di cui si tratta. Per quel che riguarda il dominio storico, la Tradizione va riportata a quella che si potrebbe chiamare una trascendenza immanente. Si tratta dell’idea ricorrente, che una forza dall’alto abbia agito nell’una o nell’altra area o nell’uno o nell’altro ciclo storico, in modo che valori spirituali e superindividuali costituissero l’asse e il supremo punto di riferimento per l’organizzazione generale, la formazione e la giustificazione di ogni realtà e attività subordinata e semplicemente umana. Questa forza è una presenza che si trasmette, e questa trasmissione, corroborata proprio dal carattere, sopraelevato rispetto alle contingenze storiche, di detta forza costituiva appunto la Tradizione. Normalmente la Tradizione presa in questo senso è portata da chi sta al vertice delle corrispondenti gerarchie, o da una élite, e nelle sue forme più originarie e complete non vi è separazione fra potere temporale e autorità spirituale, la seconda essendo anzi, in via di principio, il fondamento, la legittimazione e il crisma della prima. Come esempio caratteristico si potrebbe citare la concezione estremo-orientale del sovrano quale «terza forza fra Cielo e Terra», concezione che si ritrova in quella della regalità nipponica la cui tradizione si era continuata quasi immutata fino ad ieri, attraverso i secoli. Molti esempi analoghi, tratti anche dal mondo occidentale, li abbiamo riferiti nella nostra opera dianzi citata, met­tendo in evidenza la costanza della corrispondente idea di base. Nell’aspetto ora indicato di una «trascendenza immanente», il tradere, il trasmettere (quindi la Tradizione) riguarda non qualcosa di astratto e di contemplativo ma appunto un’energia che per essere invisibile non è meno reale. Ai capi e ad una élite spetta il compito di curare entro determi­nati quadri istituzionali, variabili ma omologabili nella loro finalità, questa trasmissione. È abbastanza evidente che essa è al massimo garantita se può essere parallela ad una continuità di ceppo o di sangue tutelata da norme rigorose. Di fatto, quando la catena della trasmissione s’interrompe, è assai difficile ristabilirla. Che in tale prospettiva la Tradizione sia l’antitesi di tutto ciò che è democrazia, egualitarismo, primato della società rispetto allo Stato, potere che viene dal basso, e simili, ciò non occorre metterlo in rilievo. Per il secondo aspetto della Tradizione, bisogna rifarsi al piano dottri­nale, e qui il punto di riferimento è ciò che si può chiamare l’unità trascen­dente riposta delle varie tradizioni. Può trattarsi di tradizioni di tipo reli­gioso, ma anche di altro genere, sapienzali o misteriche. Quello che è stato chiamato il «metodo tradizionale» consiste nello scoprire un’unità o corri­spondenza essenziale di simboli, di forme, di miti, di dogmi, di discipline di là dalle espressioni varie che i corrispondenti contenuti di significato possono assumere nelle singole tradizioni storiche. Tale unità può risultare da una penetrazione in profondità della varia materia tradizionale: indagine — ciò deve essere sottolineato — che va distinta dalle ricerche della cosidet­ta scienza comparata delle religioni universali, la quale si tiene alle due dimensioni della superficie ed ha dunque un carattere empirico, anziché metafisico. La facoltà richiesta è piuttosto quella che si potrebbe chiamare «intuizione intellettuale» o «spirituale», intuito intellectualis, e chi ha una sensibilità adeguata si accorge subito se essa è, o no, in opera, in quanto ne deriva, per una certa virtù illuminante, inesistente nei ravvicinamenti estrinseci e stentati propri alla indagine profana e anche a coloro che vor­rebbero fare i tradizionalisti senza una qualche effettiva radice nella Tradizione. E qui ci si può riferire non soltanto agli scrittori cui si è accen­nato al principio e ad altri di uguale estrazione, che civettano semplice­mente con l’idea di Tradizione non essendo che degli intellettuali, ma anche ad alcuni psicanalisti che hanno sconfinato nel campo della simbolo­gia, della mitologia e delle religioni. Inoltre, soltanto il possesso di quella rara e non apprendibile capacità intellettiva può dare anche il senso della misura e prevenire ciò che si potrebbe chiamare «la superstizione della Tradizione». In effetti, vi sono persone che hanno lasciato redini libere alla fantasia e che si sono messe a scoprire dovunque contenuti tradizionali, anche quando essi sono immaginari o si tratta di contesti spuri e primitivi. E’ l’analogo del cosidetto «delirio (in senso psichiatrico) interpretativo» dei freudiani, i quali vogliono trovare dappertutto in azione i complessi del sesso. L’origine delle forme tradizionali pone di fronte a problemi abbastan­za complessi. Per quel che riguarda il primo dei due aspetti qui distinti, ossia l’aspetto storico, viene spesso prospettata l’idea di una tradizione primordiale, dalla quale sarebbero derivate le successive, particolari tradizioni. Ma se si resta sul piano storico, questo concetto dovrebbe venir articolato. Così dell’ipotesi di una tradizione primordiale iperborea o nordico-occidentale per quel che riguarda il gruppo delle civiltà tradizionali dell’area indoeuropea, non si può fare troppo uso per quanto concerne, ad esempio, le forme tradizionali estremo-orientali, le quali sono verosimil­mente da riportarsi ad un diverso ceppo o focolare d’origine. Ma qui più spesso può imporsi il punto di vista da seguire per il secondo aspetto del problema che è la spiegazione di concordanze e di corrispondenze essen­ziali di contenuti tradizionali. E semplicistica, e in parte superstiziosa, l’idea di personaggi, «iniziati» e simili, che nei vari casi abbiano operato coscientemente all’origine di ogni tradizione. Anche se l’idea forse non può essere accolta da tutti senza difficoltà, pure spesso si deve pensare, piuttosto, a influenze, per così dire, da «dietro le quinte» inseritesi nella storia e negli sviluppi delle tradizioni, senza che i rappresentanti di esse se ne rendessero conto. Vi sono anche casi di un «ripullulare» di un’unica influenza a notevoli distanze di spazio o di tempo, quindi senza una trasmissione materialmente rilevabile: quasi come quando un vortice scompare in un dato punto della corrente di un fiume per tornare a formarsi in un altro punto di essa. E quel che si deve pensare in molti casi di corrispondenze tradizionali, in elementi particolari, ma anche nelle strutture d’insieme di date civiltà: le linee di collegamento alla superficie sono inesistenti, qualcosa d’imponderabile entra in giuoco servendosi al massimo di elementi di «sostegno». Ad esempio, la genesi dell’antica romanità, in tutto ciò per cui essa riproduce forme varie della tradizione primordiale indoeuropea, può essere vista sotto questa luce. Infine, devesi considerare il caso che l’influenza in que­stione agisca successivamente, ossia nello sviluppo ulteriore come tradi­zione di una materia originaria, trasformandola, arricchendola e anche ret­tificandola. In una certa misura, ciò sembra essere accaduto nel formarsi della tradizione cattolica dalla materia del cristianesimo primitivo. L’introduzione dell’idea della Tradizione vale a liberare ogni tradizio­ne particolare dal suo isolamento, appunto col riportare il principio genera­tore di essa e i suoi contenuti essenziali ad un contesto più vasto, in termini che sono di un’effettiva integrazione. A scapitarne, sono solamente le eventuali pretese di esclusivismo settario e di privilegio. Riconosciamo che ciò può recar disturbo e creare un certo disorientamento in chi si sentiva ben al sicuro in una data area ristretta, recintata. Però ad altri la visione tra­dizionale aprirà più ampi e liberi orizzonti, infonderà solo una superiore sicurezza, a patto di non barare al giuoco: come nel caso di quei «tradizio­nalisti» che hanno messo mano alla Tradizione soltanto per una specie di condimento alla propria tradizione particolare riaffermata in tutte le sue limitazioni e in tutto il suo esclusivismo.
Julius Evola