Da “Il Re del Mondo”, di Renè Guénon

  

Il titolo di «Re del Mondo», inteso nella sua accezione più elevata, più completa e insieme più rigorosa, viene attribuito propriamente a “Manu”, il Legislatore primordiale e universale il cui nome si ritrova, sotto forme diverse, presso numerosi popoli antichi; ricordiamo soltanto, a questo proposito, il “Mina” o “Menes” degli Egizi, il “Menw” dei Celti e il “Minosse” dei Greci (1). Tale nome, del resto, non indica un personaggio storico o più o meno leggendario.    Esso designa, in realtà, un principio, l’Intelligenza cosmica che riflette la Luce spirituale pura e formula la Legge (“Dharma”) propria delle condizioni del nostro mondo o del nostro ciclo di esistenza; ed è, al tempo stesso, l’archetipo dell’uomo considerato specialmente in quanto essere pensante (in sanscrito “mƒnava”).

    D’altra parte, l’importante qui è far rilevare che tale principio può essere reso manifesto da un centro spirituale stabilito nel mondo terrestre, da una organizzazione incaricata di conservare integralmente il deposito della tradizione sacra, di origine «non umana» (“apaurushˆya”), per mezzo della quale la Sapienza primordiale si comunica attraverso le epoche a coloro che sono in grado di riceverla. Il capo di tale organizzazione, in quanto rappresenta in

certo modo “Manu” stesso, potrà legittimamente portarne il titolo e gli attributi; inoltre, dato il grado di conoscenza che deve aver raggiunto per poter esercitare la sua funzione, si identifica

realmente col principio di cui è in certo modo l’espressione umana e davanti al quale la sua individualità scompare. Così è per l'”Agarttha”, se questo centro ha raccolto, come dice Saint-Yves, l’eredità dell’antica «dinastia solare» (“S–rya-vansha”) che risiedeva un tempo a Ayodhyƒ (2) e che faceva risalire la propria origine a “Vaivaswata”, il “Manu” del ciclo attuale. Come già si è detto, Saint- Yves non considera tuttavia il capo supremo dell'”Agarttha” quale «Re del Mondo»; lo presenta come «Sovrano Pontefice» e inoltre lo pone a capo di una «Chiesa brƒhmanica», designazione che deriva da una concezione un po’ troppo occidentalizzata (3). A parte quest’ultima riserva, ciò che egli dice completa, a questo riguardo, quanto a sua volta dice Ossendowski; si direbbe che ciascuno dei due abbia visto soltanto l’aspetto più direttamente corrispondente alle proprie tendenze e preoccupazioni dominanti, poiché qui, in verità, si tratta di un doppio potere, al tempo stesso sacerdotale e regale.

    Il carattere «pontificale», nel senso più vero che ha questa parola, appartiene realmente, e per eccellenza, al capo della gerarchia iniziatica, e ciò richiede una spiegazione: letteralmente, il “Pontifex” è un «costruttore di ponti», e questo titolo romano è in qualche modo, per la sua origine, un titolo «massonico»; ma, simbolicamente, il “Pontifex” è colui che adempie la funzione di mediatore, in quanto stabilisce la comunicazione fra questo mondo e i mondi superiori.

    In tal senso, l’arcobaleno, il «ponte celeste», è un simbolo naturale del «pontificato»; e tutte le tradizioni gli attribuiscono significati perfettamente concordanti: così, presso gli Ebrei, esso è il pegno dell’alleanza di Dio con il suo popolo; in Cina, è il segno dell’unione del Cielo con la Terra; in Grecia, rappresenta Iride, la «messaggera degli Dèi»; un po’ dappertutto, presso gli Scandinavi, i Persiani, gli Arabi, in Africa centrale e anche presso certi popoli dell’America del Nord, è il ponte che collega il mondo sensibile a quello sovrasensibile.

    Presso i Latini, poi, l’unione dei due poteri, sacerdotale e regale, era rappresentata da un certo aspetto del simbolismo di “Janus”, simbolismo estremamente complesso e dai molteplici significati; le chiavi d’oro e d’argento raffiguravano, in tale contesto, le due iniziazioni corrispondenti (5). Si tratta, per usare la terminologia indù, della via dei “Brƒhmani” e di quella degli “Kshatriya”; ma, alla sommità della gerarchia, si arriva al principio comune da cui gli uni e gli altri traggono i loro attributi rispettivi, dunque al di là della loro distinzione, poiché lì è la sorgente di ogni autorità legittima, in qualsiasi ambito essa si eserciti; e gli iniziati dell'”Agarttha” sono “ativarna”, cioè a al di là delle caste» (6).

    Vi era, nel medioevo, un’espressione che riuniva in sé, in un modo che vale la pena di sottolineare, i due aspetti complementari dell’autorità: a quell’epoca, si parlava spesso di una contrada misteriosa chiamata «regno del prete Gianni» (7). Era il tempo in cui quella che si potrebbe designare la «copertura esteriore» del centro in questione era costituita, in buona parte, dai Nestoriani (o da quanto si è convenuto, a torto o a ragione, di chiamare così) e dai Sabei (8); proprio questi ultimi si attribuivano il nome di “Mendayyeh di Yahia”, cioè «discepoli di Gianni». A questo proposito, possiamo fare subito un’altra osservazione: è per lo meno curioso che numerosi gruppi orientali a carattere molto chiuso, dagli Ismaeliti o discepoli del «Vecchio della Montagna» ai Drusi del Libano, abbiano assunto tutti, similmente agli ordini cavallereschi occidentali, il titolo di «guardiani della Terra Santa». Quanto segue aiuterà senza dubbio a capire meglio il significato di tutto ciò; si direbbe che Saint-Yves abbia trovato una parola molto giusta, forse ancor più di quanto lui pensasse, quando parla dei «Templari dell'”Agarttha”». Perché non ci

si meravigli dell’espressione «copertura esteriore» che abbiamo appena usato, aggiungeremo che bisogna aver ben presente il fatto che l’iniziazione cavalleresca era essenzialmente un’iniziazione di “Kshatriya”; il che spiega, fra l’altro, il ruolo preponderante che vi svolge il simbolismo dell’Amore (9).

    A prescindere da queste ultime considerazioni, l’idea di un personaggio che è sacerdote e re al tempo stesso non è molto comune in Occidente, benché, proprio all’origine del Cristianesimo, essa sia rappresentata in modo assai evidente dai «Re Magi»; ancora nel medioevo il potere supremo (stando per lo meno alle apparenze esteriori) era diviso fra il Papato e l’Impero (10). Tale separazione può essere considerata il segno di un’organizzazione incompleta al vertice, se così possiamo esprimerci, poiché non vi appare il principio comune da cui procedono e dipendono regolarmente i due poteri; dunque il vero potere supremo doveva trovarsi altrove. In

Oriente, al contrario, il mantenimento di una separazione al vertice stesso della gerarchia è abbastanza eccezionale, e solo in certe concezioni buddiste si può incontrare qualcosa del genere; intendiamo alludere alla incompatibilità dichiarata tra la funzione di “Buddha” e quella di “ChakravartŒ” o «monarca universale» (11), là dove si dice che “Shƒkya-Muni”, a un certo momento, dovette scegliere fra l’una e l’altra. E’ opportuno aggiungere che il termine “Chakravart Œ”, che non ha nulla di particolarmente buddistico, si adatta molto bene, in rapporto ai dati della tradizione indù, alla funzione del “Manu” o dei suoi rappresentanti: letteralmente è «colui che fa girare la ruota», colui cioè che, posto al centro di  tutte le cose, ne dirige il movimento senza parteciparvi egli stesso, o che, secondo l’espressione di Aristotele, ne è il «motore immobile» (12).