Civitavecchia |L’associazione “Caponnetto” solleva perplessità sulla legalità della vendita del camping alla Frasca

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 Dopo aver lasciato i privati entrare nella gestione del monumento storico  e culturale del Castello di Santa Severa, le autorità hanno deciso che è la volta di un nuovo monumento (questa volta naturale) che deve essere ceduto agli speculatori nel detrimento della Comunità. Si tratta del tratto costiero della Frasca, luogo preferito per molti civitavecchiesi desiderosi di trascorrere un pomeriggio a contatto con la natura. 

“Una vendita inquietante”. Così l’associazione Caponnetto descrive la vendita del camping alla Frasca da parte dell’Arsial per poco più di 700 mila euro. “Una vendita non possibile – hanno ricordato dall’associazione – in quanto l’area oggetto della compravendita è dichiarata di Notevole Interesse Pubblico con DM 26 marzo 1975 e 22 maggio 1985 e il Regolamento regionale, in merito all’alienazione e gestione dei beni immobili di proprietà dell’Arsial stabilisce esplicitamente che le aree di pubblico interesse, tra cui quelle di particolare pregio storico e/o ambientale come la Frasca, non possono essere cedute a privati, come invece è accaduto”. Del caso si sta occupando la Procura della Repubblica che ha aperto da oltre un mese un fascicolo iscrivendo nel registro degli indagati cinque persone, per abuso di ufficio e falso. Si tratterebbe dell’amministratore dell’Arsial, del funzionario che ha redatto l’atto di compravendita, del notaio che ha rogato l’atto e dei titolari delle due società che detengono la proprietà del camping. E su questo aspetto si concentra proprio l’associazione Caponnetto. “La società che controlla la società acquirente – hanno spiegato -è “Nuova Frasca Srl”, al 33,33% della signora Asara Maria Bice, moglie del patron della Pulcini Group Antonio Pulcini, costruttore romano al centro di altre inchieste giudiziarie e recentemente tratto agli arresti domiciliari per la vicenda di un appalto legato ad un parcheggio nei pressi di piazzale Clodio a Roma uinsieme al Direttore dell’Agenzia per il Demanio della Regione Lazio e a Giuseppe Aliberti, detentore del rimanente 66,67 % per il tramite della sua società Gi.Al. srl”. Tutti motivi per i quali la Caponnetto chiede alla Procura della Repubblica e agli uffici competenti “di andare a fondo di questa vicenda, e verificare se non si debba individuare – hanno concluso dall’associazione – un nuovo filone, magari con implicazioni locali, di quella mala gestione degli appalti che tanto ha scosso gli ambienti della burocrazia romana e regionale”.

Fonte: Civonline