Ciao Cremino, noi non dimentichiamo. 29/10/1975 – 29/10/2013

 
Cremino e il Ciclostile
 
Non doveva essere li Cremino. Il pomeriggio del 29 ottobre del 1975 doveva essere a scuola, all’Eastman, al terzo anno del corso per diventare odontotecnico. Non aveva nemmeno 17 anni Mario, ma era già impegnato. Già era un militante del M.S.I. “Lotta Popolare”, l’ala del partito più attenta al sociale. Andava in sezione appena aveva un momento libero. Sgattaiolava via di casa di nascosto da mamma, simpatizzante di destra che capiva la passione del figlio ma era pur sempre una mamma (quindi apprensiva). E papà, che era democristiano e aveva paura di quello che poteva succedere a frequentare certi ambienti. Ma Mario non dava retta a nessuno, appena finito di studiare si precipitava in via Gattamelata.È un morto bambino Mario Zicchieri, figlio di una famiglia modesta del Prenestino.La sua storia si accavalla con quella di altri due ragazzi caduti. Quel pomeriggio Cremino doveva ciclostilare il volantino che ricordava la morte di Sergio Ramelli, ammazzato 6 mesi prima Milano, con i libri sotto al braccio. Era una brutta giornata per essere in sezione, quel 29 ottobre. Mario non lo sapeva, ma quella mattina il magistrato che seguiva le indagini per l’assassinio di Mikis Mantakas aveva convalidato i fermi per Alvaro Lojacono e Fabrizio Panzieri. Negli ambienti dell’estrema sinistra romana la notizia viene accolta con rabbia. Bisognava fare qualche cosa. Bisognava “diffondere il terrore fra i fascisti”, diranno anni dopo militanti delle Brigate Rosse per spiegare l’assalto alla sezione prenestina. “Volevamo ammazzare il più possibile. Eccome se lo volevamo”. Così ricorda quegli anni Valerio Morucci, che insieme a Germano Maccari ha sparato a Zicchieri e a Marco Luchetti  a Via Gattamelata. Mario però non sapeva cosa succedesse fuori, lui era solo molto impegnato nel ciclostilare i volantini per Ramelli. Ad un certo punto Mario e Marco escono,  arriva una macchina, scendono due uomini a volto scoperto, uno rimane alla guida.  Con due fucili a canne mozze sparano sui due ragazzi. Prendono Mario all’addome, all’inguine, gli recidono l’arteria femorale. Cremino cade, Marco no. Lui c’è la farà, lui. Quando il tappezziere che aveva il negozio accanto alla sezione si china sul corpo, Mario era già in un lago di sangue. “Ho freddo, ho tanto freddo. E adesso chi glielo dice a mamma? Non dite niente a mamma…”. Sono le sue ultime parole, non arriverà vivo nemmeno in ospedale. 

 (Grazia Bontà, Il giornale d’italia