25 Aprile | Cortocircuito Antifascista tra cortei nazionali e vermi locali


Anche quest’anno dobbiamo assistere alle solite polemiche intorno al corteo del 25 aprile. Oggi però andrà in scena il teatrino delle miserie umane, a Roma la comunità ebraica non parteciperà, sottolineando come: al corteo partecipino i nipotini nientepòpòdimenoche quel nazista del Gran Muftì di Gerusalemme (pace all’anima sua), l’ANPI che organizza, non sia rappresentante dei veri partigiani e infine che la stessa comunità sarebbe dovuta essere invitata non come ospite straniero in quanto “Brigata Ebraica”.
Il Pd e qualche altro servo sciocco ovviamente si accoda in automatico. 

Aldilà del fatto che la “Comunità” a questo punto dovrebbe dire, chi sono i veri partigiani, quale parentela ci sarebbe tra l’accozzaglia dei centri sociali che al corteo del 25 Aprile portano le bandiere palestinesi (e spesso a causa di questo prendono pure gli schiaffi) e quel Nazista del Muftì, inoltre – visto che la Brigata Ebraica era sotto il comando inglese – per quale motivo sarebbe dovuto essere invitata diversamente. 

La cosa più interessante però, è il fatto che l’ebraismo italiano, in quanto ad antifascismo ha contribuito ben poco. Oltre ad aver sensibilmente contribuito all’affermazione del Fascismo in Italia, con i martiri nella marcia su Roma e con Ministri del governo Mussolini, ha addirittura tollerato qualche ufficiale nella RSI e qualche suo caduto sotto le bandiere con l’aquila repubblicana. A questi riconosciamo l’onore di essere andati oltre l’istinto etnico ed essersi sublimati sotto le insegne del Duce. Per questioni di sensibilità, poi, evitiamo di citare i casi di collaborazionisti con le autorità tedesche e fasciste.

Detto questo, ci pare chiaro che le false offese rivolte ai fascisti, si taglino precisamente sul corpo degli accusatori. Se c’è un corteo antifascista e non ci vai, non sei antifascista. Se vuoi impedire ad altri di partecipare perché umanamente indegni sei paranazista, se non riconosci lo status di rappresentante dei partigiani all’ANPI, sei anti partigiano. 

Caso chiuso. 

Molto altro ci sarebbe da dire, circa lo stile di questa accozzaglia di profittatori a giochi fatti, che spuntavano fuori quando si sentivano i colpi di cannone della Quinta Armata. Sul loro stile di vilipendere le salme, far massacrare centinaia di civili innocenti per rappresaglia, sui danneggiamenti costanti alle lapidi, ai monumenti, ai sacrari che ricordano o nostri morti. Molto ci sarebbe da dire sul fatto che questi cacasotto della storia si permettono, in barba a qualsiasi sensibilità riconosciuta ad ogni civiltà umana su questa terra, di impedire di commemorare i propri caduti. Tutto questo lo lasciamo in conto, perché alla fine la riga dovrà pur essere tirata e allora là, non ci saranno sospesi. 

Ultima annotazione locale

Anche quest’anno, a Santa Marinella, la lista dei fascisti 364 giorni all’anno che vanno alla commemorazione del 25 aprile (festa degli infami) è sempre lunga. Ci fa piacere ricordarglielo, noi lo teniamo sempre in conto.

Non vorremmo che le attuali condizioni ambientali li portassero a credere che abbiamo un calo di memoria. È vero che non siamo forti come qualche anno fa, è vero che possono sguazzare – facendo i “fascisti” con il culo al caldo del potere – perché non abbiamo quella intensità di una volta. Ma i conti li sappiamo tenere, le facce le ricordiamo, l’infamia di festeggiare del 25 Aprile, no, quella non va mai in prescrizione.

Se lo ricordino. 

Martedì appuntamento al Campo della Memoria


Ieri diversi militanti del Raggruppamento Rsi Delegazione Lazio, provenienti da Roma, Cerveteri e Colleverde, hanno partecipato alla manutenzione straordinaria del Campo della Memoria ed ai preparativi per la Commemorazione del 25 Aprile al Campo della Memoria di Nettuno, che si terrà questo martedì.

Ricordiamo a tutti che la memoria si onora con l’azione. 

Le chiacchiere, sui social network o per strada non servono a nulla, anzi, sono dannose. 

#LUCIANA_MINARDI 16 anni | Partigiani con le mani rosso sangue

#LUCIANA_MINARDI 16 anni Ausiliaria della San Marco

Cologna Veneta (Verona), maggio 1945

Luciana aveva 16 anni nacque a Imola nel 1929 credeva nell’Italia repubblicana si arruolò come volontaria e venne così assegnata al battaglione “Colleoni” della Divisione “San Marco” attestati sul Senio, un fiume che attraversa la Toscana e la Romagna, Luciana fù impiegata come addetta al telefono da campo e al cifrario, è circa la fine del mese di aprile, quando riceve l’ordine di indossare vestiti borghesi e di mettersi in salvo.

Il giorno stesso esegue gli ordini ma tornando dai genitori venne fermata dagli inglesi nei pressi del fiume Po, immediatamente senza farsi vedere getta il gagliardetto della San Marco che aveva tenuto come ricordo nel fiume. Luciana viene comunque prelevata e dopo un breve interrogatorio la rilasciano. Finalmente Luciana raggiunge così i genitori, che all’epoca erano sfollati a Verona precisamente a Cologna Veneta.

Tutto sembra tranquillo quando improvvisamente a metà maggio, presso il centro degli sfollati si presenta un manipolo di banditi partigiani comunisti, cercano esattamente Luciana, probabilmente Informati da qualche spia che quella ragazzina era stata una ausiliaria della RSI. Luciana viene presa, la portata sull’argine del torrente Guà e, dopo una serie di violenze sessuali di gruppo, la massacrano. 

Durante tali violenze uno degli “eroi” pedofili continuava a dire a Luciana “chiama la mamma, porca fascista!”. La ragazzina, già allo stremo, verrà soppressa con una raffica di mitra.


articolo di Claudio Laratta

Il messaggio del Presidente del Raggruppamento RSI per il nuovo anno

 
Ai Combattenti RSI e alle più giovani generazioni di Continuità Ideale

   Con il 2017 il Combattentismo repubblicano, attraverso i Reduci superstiti e i più giovani di Continuità Ideale, riafferma la propria fedeltà ai Principi e ai Valori della Repubblica Sociale Italiana. Fieri di aver combattuto per l’Onore d’Italia nella grande battaglia per una Nuova Europa, contro le plutocrazie e il comunismo. Fieri di aver contribuito a salvare intere regioni italiane dall’invasione straniera, più convinti che mai di essere stati dalla parte della vera Italia, quella coniugabile con Patria, contro il tradimento e la resa al nemico. Una posizione, la nostra, che si erge adamantina nell’attuale disastroso avvilente panorama che ci circonda, naturale espressione di un Potere politico venduto, sin dal 1945, agli interessi di Wall Street e oggi di Bruxelles-Francoforte.

   Con il 2017 rinnoviamo quindi il giuramento ad una eredità politico-sociale che non deve e non può andare dispersa, rappresentando la sola speranza per il futuro. A NOI, il compito, sia pure arduo, di mantenere accesa la fiamma che ci portò 73 anni fa al combattimento sotto le insegne della Repubblica di Mussolini nella lotta del sangue contro l’oro.

Oggi, domani e sempre: Italia-Repubblica Socializzazione.

Il Presidente RNCR-RSI

Gianni Rebaudengo

Cirinnà, non è una questione di location | LNBQ – Tommaso Scandroglio

4 gennaio 2017 FONTE: www.lanuovabq.it

Laddove non arriva la legge arrivano i giudici. Alcuni sindaci hanno deciso di far celebrare le unioni civili in luoghi differenti rispetto a quelli dove si celebrano i matrimoni. In due casi la decisione è stata recentemente annullata dai tribunali amministrativi regionali. A Padova, dietro ricorso dell’Arcigay, i giudici hanno sentenziato che l’amministrazione comunale “non ha fornito adeguati elementi a giustificazione delle proprie scelte in ordine a giorni e luoghi dedicati alle dichiarazioni di costituzione delle unioni civili, atti a fugare i sospetti di un intento discriminatorio”.

Stesso copione si è ripetuto qualche giorno fa a Stezzano in provincia di Bergamo. Sempre i solerti militanti dell’Arcigay e della Rete Lenford – un gruppo di avvocati che da anni patrocinano le cause a difesa delle rivendicazioni dei gay – hanno trascinato in giudizio l’amministrazione comunale perché aveva destinato una sala differente da quella per i matrimoni per la celebrazione delle unioni civili. In questo caso addirittura il comune dovrà sborsare 4mila euro a favore della coppia omosessuale.

Da una parte scegliere ambienti differenti per la celebrazione dei matrimoni e delle unioni civili rispecchia la lettera della legge Cirinnà la quale qualifica l’unione civile come “specifica formazione sociale” e non come “matrimonio” (art. 1 comma 1). Il rimando, peraltro assolutamente erroneo, è all’art. 2 della Costituzione, non certo all’art. 29 che disciplina il matrimonio. Quindi in punta di diritto se la stessa Cirinnà non ha voluto equiparare matrimonio e unione civile è logico e congruo che questa mancanza di equiparazione sopravviva anche all’atto della celebrazione. Ma passando dalla lettera alla legge alla sua ratio, quindi dagli aspetti formali a quelli sostanziali, è di tutta evidenza che le unioni civili sono matrimoni civili, difettando solo del dovere di fedeltà (ma un recente disegno di legge vorrebbe cancellare tale dovere anche per i coniugi così da togliere anche questa differenza) e della possibilità di adottare qualsivoglia minore. In tal prospettiva il luogo della celebrazione per le unioni civili dovrebbe essere il medesimo di quello deputato alla celebrazione delle nozze.

La questione, al netto dell’ottima volontà di quei primi cittadini contrari alle unioni civili e che cercano dunque di ostacolarle in tutti i modi, è di lana caprina. La duplice bocciatura da parte del Tar delle delibere dei sindaci ci fa comprendere ancora una volta che è strategicamente errato giocare di rimessa sui principi non negoziabili. Assegnare un ufficietto alle coppie gay che si vogliono unire civilmente, delegare la celebrazione a terzi, lottare fino alla morte perché il dovere di fedeltà non venga richiesto anche alle coppie omo è operazione di cabotaggio a corto raggio che prima o poi si rivelerà fallimentare. E’ perdersi nelle sfumature del male, dimenticandosi del male, cioè dell’omosessualità che è diventata con la Cirinnà un bene giuridico.

E’ il solito inganno in cui cadono molti – anche tra i cattolici – seppur in ottima fede e animati da speranze altrettante ottime. E’ l’inganno che ha portato molti a battagliare contro le pillole abortive difendendo l’aborto chirurgico, a lottare per il testamento biologico credendo così di fare terra bruciata a danno di chi vuole l’eutanasia, ad impegnarsi per le provette piene di gameti omologhi credendo così di scampare all’eterologa. Ora si vogliono locali differenti per gli etero e gli omo in comune tentando così disperatamente di far comprendere che unioni civili e matrimoni non sono la stessa cosa. Ma se non si va alla radice del problema cercando di debellarlo la sconfitta sarà a tutto campo e si patirà anche sulle questioni accessorie come queste che riguardano gli spazi per la celebrazione delle unioni civili.

Bene dunque trovare tutti quegli strumenti di deterrenza alle unioni civili, a patto di evitare forme di collaborazione alle stesse, ma senza scordarsi il nocciolo della questione che invece a distanza di poco più di sette mesi è già stato ingoiato e digerito un po’ da tutti: nessun riconoscimento giuridico ad una relazione tra due persone dello stesso sesso. In breve, torniamo ai fondamentali. (Tommaso Scandroglio)

LA “STREGA” DEVE SOFFRIRE – Pagine strappate alla storia | Giampaolo Pansa


“La tosatura pubblica delle donne ritenute vicine alla Repubblica Sociale, o collaborazioniste dei tedeschi, fu una violenza di massa che in Italia è ancora avvolta nel buio. Vennero punite, con una crudeltà che aveva gradi diversi. In molti casi, ebbero la testa coperta di catrame , o di vernice nera, e spesso con un fascio dipinto sulla fronte, in modo rozzo. Tante vennero denudate e costrette a passare tra due ali di gente che le insultava. Le più giovani furono stuprate.La “camminata all’aria aperta”, così veniva chiamata dai vincitori, doveva garantire alla folla che la colpevole fosse stata trattata come meritava. Spesso la passeggiata diventava la parte più violenta della cerimonia. Per le strade centrali di un paese o ci una città, prendeva vita un sabba volgare, dove la strega da far soffrire era soltanto una donna accusata di essere stata dalla parte dei vinti.

La strega veniva sputacchiata, insultata, malmenata, presa a calci, pungolata ad avanzare, senza tentare di coprirsi se era stata spogliata di tutti gli indumenti. Poteva anche essere incatenata. In quel caso, i ferri erano quelli usati per le bestie. Lo scopo era dimostrare che la vittima esposta al pubblico ludibrio non era più un essere umano, bensì un animale.

L’Italia moderna non aveva mai conosciuto una ferocia simile”

(Giampaolo Pansa, “La guerra sporca dei partigiani e dei fascisti”, Milano 2012)

Raggruppamento RSI Lazio | Sabato 29, appuntamento al Campo della Memoria 


Sabato 29 Ottobre mattina, consueto appuntamento mensile per la manutenzione del Campo della Memoria. A seguire rancio legionario ad Aprilia, con le comunità presenti per l’occasione. 

Raggruppamento RSI – LAZIO, Delegazione “Franco Aschieri”. 

Campo della Memoria | Il programma degli appuntamenti fino al 13 Novembre


Fittissimo il programma degli appuntamenti, presso il Campo della Memoria fino al 13 Novembre. Un equipaggio del Raggruppamento RSI del Lazio sarà presente. 

Sabato 22 ottobre

Ore 10:00 Lavori al Campo della Memoria.

Sabato 29 ottobre

Ore 10:00 Lavori al Campo della Memoria.

Ore 13:00 Rancio comunitario presso Ristorante “Acqua Farina e Fantasia” – Via Tiziano Vecellio 28 – Aprilia – Tel. 069282674.

Mercoledì 2 novembre

Ore 9:45 Autorità civili, militari, religiose porteranno un saluto ai nostri Caduti.

Domenica 13 novembre

Ore 10:00 Visita al Cimitero Militare Tedesco di Pomezia. Alla cerimonia parteciperanno anche rappresentanti della società civile e delle autorità militari italiane. Saranno presenti anche i labari dell’Associazione Nazionale Volontari di Guerra e della Xa MAS.

Per chi ci vuole sostenere l’attività del Campo, poche chiacchiere. La possibilità c’è dedicando del tempo, delle energie o un contributo questo è l’IBAN: IT22B050350320443857056

Nella De Pieri | La storia di una mamma fucilata dai partigiani

Accusata falsamente di spionaggio, la donna fu uccisa e gettata in una grotta carsica nel bellunese. Era il settembre 1944

Un bambino di sei anni strappato all’abbraccio della sua mamma da uomini che l’accusavano falsamente di essere una spia. Una giovane donna, incinta, uccisa e poi gettata in una foiba. Una storia drammatica, violenta, triste. E purtroppo vera. A raccontarla, molti anni dopo, è quel bimbo divenuto ormai adulto, testimone diretto e involontario di uno dei tanti crimini impuniti di quegli anni sanguinosi e tormentati.

Si chiama Gian Aldo De Pieri e le sue parole, riportate in un articolo di Francesco Jori su Il gazzettino del 18 marzo 1989, squarciano il velo di silenzio, bugie ed omertà che per troppo tempo ha ricoperto quel che è accaduto nel settembre 1944 sul Cansiglio, nel bellunese.

Sua madre Nella, racconta Gian Aldo, fu presa dai partigiani per vendicarsi del padre, volontario della Guardia nazionale repubblicana. Come motivazione ufficiale per l’arresto utilizzarono quella del presunto spionaggio. Ma lei “era innocente. Un loro medico chiese di non ucciderla perché era incinta. In un primo tempo le concessero la grazia, ma poi la fucilarono ugualmente. Ed infine – racconta il figlio – la gettarono nel Bus de la Lum: lo dice lo stesso certificato di morte”. La sua replica, carte alla mano, segue la smentita dei partigiani a proposito dei cadaveri gettati nell’inghiottitoio carsico che la gente del posto chiama “Buco della Luce” (Bus de la Lum), che Gian Aldo qualifica come piena di falsità e inesattezze.

Nella De Pieri aveva 36 anni quando venne uccisa. Era sposata con Lino e dal loro matrimonio erano nati Gian Aldo e Gabriella. Nel settembre 1944 Lino militava nella GNR e Nella lo aspettava a casa. Una mattina, mentre stava andando in paese con il figlio, venne fermata da alcuni ribelli, che la accusarono di essere una spia. Nella venne processata e graziata. “Ma proprio mentre la stavano mandando a casa, arrivò un partigiano che insistette per l’esecuzione”, dice suo figlio. Che aggiunge: “la denuncia partì da qualcuno che voleva compiere una vendetta. Alcuni partigiani poi hanno anche ammesso che era innocente. Altri hanno sostenuto che la documentazione era andata bruciata. Nessuno ha mai potuto dimostrare le accuse”.

Per confermare la sua tesi, Gian Aldo si appoggia a molti documenti raccolti nei mesi successivi da una sua zia. In uno di essi si legge: “il medico che avevano con loro si alzò e disse di stare bene attenti prima di commettere un delitto, perché era in stato interessante”. Ed ancora, in particolare per quanto riguarda la grazia poi revocata, c’è la testimonianza di Decimo Granzotto, sindaco di Belluno dopo la Liberazione, al quale la cognata di Nella si era rivolta per avere notizie. Le disse che in quei giorni “lui era già venuto via, ma che seppe dal dottore che la donna era con la Divisione Nannetti”.

Scrive ancora Francesco Jori: “fucilata il 9 settembre ’44 da partigiani della brigata Tollot su in Cansiglio, Nella De Pieri non morì subito: fu necessario darle il colpo di grazia, secondo la testimonianza resa al parroco di Cadola (la parrocchia della donna) da Luigi Boito, un partigiano di Ponte nelle Alpi. E dopo? Dopo, hanno detto i partigiani nella recente conferenza stampa tenuta a Vittorio Veneto, fu sepolta in un cimitero della zona. Contro questa versione c’è il certificato di morte redatto dal parroco, don Giacomo Viezzer, custodito nell’archivio parrocchiale di Santa Maria di Cadola”. Un documento il cui testo contraddice indiscutibilmente la versione fornita: “uccisa dai partigiani il giorno 9 corrente mese (settembre) al Pian del Cansiglio – è scritto nel certificato – ed ivi sepolta presso il burrone detto Bus de la Lum. Comunicazione avuta dai partigiani del Cansiglio testimoni al processo”.

Gian Aldo e sua sorella Gabriella nel frattempo erano stati affidati alle suore di un istituto di Ponte nelle Alpi. Suo marito Lino venne ferito in Val Camonica durante uno scontro a fuoco. E morì esattamente due mesi dopo Nella, il 9 novembre 1944.

Sono passati settant’anni. E a parte pochi onesti coraggiosi – come l’associazione Arpa Birmana RSI, che ha condiviso on line una nota dedicata a Nella De Pieri – storie come queste restano una ferita aperta. Che potrà essere curata soltanto con la verità.
Cristina Di Giorgi

25 Aprile 2016 | Cippo di Campoverde e Campo della Memoria

 
Anche quest’anno al Cippo di Campoverde ed al Campo dellaMemoria abbiamo ricordato i nostri caduti, come ogni 25 Aprile nella ricorrenza di S.Marco, patrono dell’omonimo Reggimento della Marina.

Dopo una breve e raccolta cerimonia al cippo commemorativo che si trova nella località di Campoverde, centinaia di persone sono accorse al sacrario militare di Nettuno, che conserva le spoglie dei caduti della Repubblica Sociale Italiana, per rendere onore a chi è morto per tenere fede al giuramento, a chi ha combattuto per l’Idea con il sorriso e senza esitare.

I labari e le bandiere sono entrati solennemente seguiti dal corteo di tutti i presenti, per andare a disporsi di fronte all’altare dove è stata celebrata la messa in latino. Successivamente sono intervenuti il parà Ferdinando Signorelli, il marò Ennio Appetecchia, il legionario Fabio Poggio, la camicia nera Roberto Zamboni, il controammiraglio dei Leoni di S.Marco Severino Marroco, la principessa Keite Borghese, il prof. Augusto Sinagra e Rodrigo Filippani-Ronconi. Al termine è stata recitata la preghiera del marinaio.

Lo svolgimento della celebrazione è stato il frutto del coordinamento che durante tutto l’anno vede coinvolte le comunità romane che animano la Delegazione Lazio del Raggruppamento Combattenti e Reduci RSI, e le realtà militanti del litorale sud che ogni sabato mattina offrono il loro supporto per aprire al pubblico il Campo ed effettuare la manutenzione.

Nello stesso momento, al Campo X i camerati di Milano hanno piantato un “Leccio della Memoria”, germogliato e raccolto a Nettuno all’interno del Campo della Memoria e donato loro in segno di unità e fratellanza.

Dentro al Campo della Memoria oggi era ancora viva la RSI, l’Italia dell’onore e della fedeltà; fuori abbiamo lasciato l’italia del 25 Aprile, dei politicanti, dei partiti, delle elezioni, del tradimento.

La sensazione come sempre è quella di voler essere degni di chi abbiamo l’onore di ricordare, “non sono loro, che nonostante la sconfitta militare hanno lottato e vinto, ad aver bisogno di noi; bensì noi ad aver bisogno di loro” ci ripetiamo spesso. Il loro sacrificio è un’enorme eredità per chi oggi vuole tenersi in piedi in un mondo di rovine fatte di finto benessere, di meschinità borghese e di vigliaccheria. Il loro esempio è un monito per chi oggi vuole e deve essere all’altezza di ricevere il testimone per trasmetterlo ai posteri, e può farlo solo con l’impegno quotidiano, con la militanza di una vita, che non può limitarsi alla presenza a qualche commemorazione.

Per l’Onore d’Italia, in ricordo di chi l’ha difeso, in alto i cuori!


http://rsilazio.blogspot.it/2016/04/25-aprile-2016-cippo-di-campoverde-e.html 

Riccardo Garrone | Il Tempo dell’Onore

  

Il politicamente corretto… e il “Tempo dell’Onore”…

Ieri l’altro si è spento il noto attore e caratterista Riccardo Garrone…

Tutta la stampa di questo infame regime democratico ha dato risalto alla notizia descrivendo nei minimi particolari la vita artistica ed umana dell’attore da ultimo protagonista di uno spot televisivo per una nota azienda produttrice di caffè nel quale interpretava un simpatico San Pietro in paradiso…

Ovviamente si è volutamente omesso di trattare e ricordare una parte significativa della vita dell’attore…

Quella parte riguarda il periodo della sua gioventù e della sua scelta di aderire e combattere “dalla parte sbagliata” dopo l’8 settembre 1943… la scelta dell’attore di essere parte di quel fascismo immenso e rosso che fu la REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA…

Riccardo Garrone, infatti, combatté con il grado di tenente nelle fila nella X MAS del principe Junio Valerio Borghese, nel Btg, Nuotatori Paracadutisti del Comandante Nino Buttazzoni

Ci piace pensare che ieri l’altro il camerata Riccardo Garrone, che giammai ha rinnegato il proprio passato, si sia riunito ai suoi commilitoni …a Walter Chiari…a Ugo Tognazzi…a Osvaldo Valenti…a Enrico Maria Salerno… a Luciano Salce…a Raimondo Vianello…a Enrico Ameri… e a tutti gli altri che ci è impossibile elencare uno per uno e che tutti insieme – in quell’angolo di cielo riservato a tutti noi – abbiano magari bevuto un buon caffè ricordando il tempo dell’onore e l’epica guerra tra il sangue e l’oro che combatterono a viso aperto durante, e dopo.

(Nicola Santoro)

  

Ringraziamo: http://informare.over-blog.it/2016/03/il-tempo-dell-onore.html

15 Marzo 2016

Il ricordo delle Foibe e degli esuli al Campo della Memoria

   
Sabato 13 febbraio al Campo della Memoria abbiamo ricordato i martiri delle Foibe.
Hanno mandato il loro saluto: Carlo Panzarasa presidente dell’associazione combattenti Xa flottiglia MAS RSI e marò del Btg fulmine che respinsero i comunisti nella battaglia della selva di Tarnova.
Abbiamo ricevuto anche con piacere il saluto dell’associazione combattenti 29a Div. Granatieri che si distinsero nella battaglia di Anzio e Nettuno.Ha introdotto Roberto Gigli che si fece promotore nel 2005 a Nettuno di commemorare i nostri compatrioti assassinati dai comunisti.

Subito dopo il prof. Ernesto Roli ha rivendicato l’Italianità dell’Istria e della Dalmazia, già terre latine, romane, bizantine, veneziane ed italiane ma mai slave.

È intervenuto poi il prof. Augusto Sinagra che ha ricordato i vari fatti accaduti in quelle zone dopo l’occupazione comunista, episodi tristi e drammatici che hanno lasciato tutti i partecipanti sgomenti.

Ha concluso poi il prof. Amleto Ballarini presidente dell’istituto storico degli studi fiumani ed esule di Fiume, il quale ci ha illustrato il dramma dei nostri esuli scacciati dalle loro terre e disprezzati dai nostri connazionali.

Poi alcuni reduci tra cui il Parà Ferdinando Signorelli, il Marò Ennio Appetecchia e il Legionario Fabio Poggio (esule zaratino), il Parà Santo Pelliccia, hanno dato la loro testimonianza da combattenti italiani contro le orde slave.

Ha concluso il Cap. di Corvetta G.n.(R) Giorgio Ferlatti, erano presenti inoltre i figli dei nostri soldati trucidati dai partigiani tra cui Rosella Campi, Antonio Sesler e Renata Pietrovaldo.

Erano infine presenti i labari della Xa flottiglia MAS, del Btg Barbarigo, della legione d’assalto Tagliamento, dell’associazione nazionale volontari di guerra di Roma, Istria, Dalmazia e Carnaro, Donna Fiorella Cencetti con il labaro dell’ordine dell’Aquila Romana.

La manifestazione si poi conclusa nel massimo ordine.